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Quando Beirut era la Svizzera dorata

Chi ha avuto la fortuna di conoscere Beirut non solo adesso,

ma anche dieci, venti o trent’anni fa, può immaginare come si vivesse nella capitale libanese fino alla metà degli anni ’70, cioè fino a quando il Libano fu sconvolto dalla guerra civile. Può immaginarlo perchè tutto parla di quell’incredibile passato di pace, benessere diffuso, convivenza politica e religiosa, ma anche di dolce vita, di divertimento e di eccessi. Già negli anni ’30 un delizioso albergo, costruito in riva al mare, sulla baia di San Giorgio, di cui porta il nome (naturalmente in francese), ospitava re, prìncipi, emiri, sceicchi, presidenti, attori, attrici, registi, miliardari annoiati o in fuga da guai giudiziari, capi-mafia, ex criminali nazisti e famosi agenti segreti. Qui soggiornò a lungo, facendo arditi slalom tra frequentazioni a rischio e abbondanti consumazioni alcoliche Kim Philby, spia britannica dell’MI6, che passò segreti delicatissimi e “sensibili” all’allora Unione Sovietica.

Oggi l’hotel Saint George, assediato da polemiche, rivendicazioni e divieti che si sono materializzati dopo la strage di San Valentino nel 2004, con l’assassinio dell’ex premier Rafic Hariri, è come un vecchio e prestigioso monumento ferito e umiliato, sul quale sono ancora visibili i segni della terribile esplosione del 14 febbraio di 11 anni fa. Una intricata vicenda di interessi condominiali, legati alla società Solidere, cui si deve la ricostruzione del centro storico di Beirut e che fu creata appunto da Hariri, ha costretto l’hotel a una paralisi totale, mentre è accessibile e frequentabile la marina e la piscina. Proprio come accadeva nel secolo scorso.

Omar Sharif con alcune fan al Casino di Beirut nel 1970 (Afp)

Omar Sharif con alcune ammiratrici al Casino du Liban nel 1970 (Afp)

Tra gli affezionati clienti del Saint George, negli anni ’60 e ’70, vi erano le star del jet set internazionale. Mentre in piscina scendeva Omar Sharif, onusto di gloria dopo “Il dottor Zhivago”, si abbronzava la splendida Brigitte Bardot, o si riposava Peter O’Toole, in una pausa del film “Lawrence d’Arabia”, girato nella vicina Giordania, c’era anche un giovanotto italiano. Era fuggito in Libano dopo il disastroso fallimento del Cotonificio Vallesusa: trenta stabilimenti e 15.000 dipendenti. Appunto il ragionier Felice Riva, rampollo di belle speranze e di bella presenza, che aveva ereditato l’azienda dal padre Giulio, protagonista del primo grande scandalo milanese del dopoguerra. Persino più noto e chiacchierato di Marcello dell’Utri, la cui parentesi libanese, all’hotel Phoenicia Intercontinental, l’anno scorso è durata davvero poco.

Felice Riva era così potente che riuscì a conquistare, dopo Andrea Rizzoli, la presidenza del Milan. Poi, dopo il crack, riparò a Beirut dedicandosi ai piaceri dell’agiatezza fino al 1982, quando decise di tornare a casa, con l’aiuto delle nostre autorità diplomatiche. La vita, a Beirut, all’inizio degli anni ’80, non risplendeva più. Tutto aveva cominciato a guastarsi con l’arrivo di decine di migliaia di palestinesi, cacciati dal regno di Giordania con qualche seria ragione. Tramavano infatti, forse con il tacito favore di Israele, per cacciare dal trono di Amman re Hussein e per insediarvi appunto uno Stato palestinese. A Beirut, Arafat e i suoi furono accolti con simpatia e solidarietà, e anche grazie a calcoli interessati. L’Olp aveva infatti trasferito nelle banche di Beirut un’enorme quantità di denaro. Ma subito dopo, a metà degli anni ’70, cominciarono le frizioni, gli scontri, incidenti sempre più gravi. In realtà i palestinesi avevano creato uno Stato nello Stato, prima imbarazzando e poi mettendo in crisi il governo della Repubblica dei cedri.

Arafat a Beirut il 2 agosto 1982  (AP Photo/Mourad Raouf)

Arafat a Beirut il 2 agosto 1982 (AP Photo/Mourad Raouf)

La guerra esplose fragorosa e sanguinosa. I grandi alberghi del litorale furono devastati. Nella partita erano entrati israeliani e siriani. Nel 1982, la strage di Sabra e Chatila, compiuta dai falangisti cristiano-maroniti mentre i soldati israeliani di Sharon voltavano la testa dall’altra parte, segnò un punto di svolta. Eppure, nonostante il conflitto,la lira libanese era sempre più forte, appunto grazie ai soldi dei palestinesi. Insomma, il Libano, per alcuni aspetti, era rimasto patria del bengodi anche durante la guerra. Più o meno come accadeva quando il Paese era soprannominato “La Svizzera del Medio Oriente”. L’Italia, che avrebbe raccolto consensi e meriti per la presenza del suo contingente militare di pace, guidato dal generale Franco Angioni, aveva nel frattempo pagato un alto prezzo alle ambiguità dei gruppi estremisti palestinesi. Due nostri giornalisti, Italo Toni e Graziella De Palo, che stavano indagando sui campi paramilitari nei quali furono ospitati anche brigatisti rossi, pagarono probabilmente con la vita la loro più che legittima curiosità. Uscirono dall’albergo ai primi di marzo del 1980. Di loro non si è più saputo nulla. Eppure, nonostante queste dolorose vicende, vi era anche chi, soprattutto nella Beirut cristiana, al di là della linea verde che tagliava in due la capitale, continuava a vivere come nel passato.

E’ quindi doveroso chiedere aiuto alla moviola, perchè prima della guerra civile si viveva davvero sotto una pioggia di manna. Tra i frequentatori c’era anche un giovanissimo e godereccio Osama bin Laden. Allora si divertiva, nuotando negli eccessi, grazie al denaro della sua ricca famiglia; poi si trasferì in Afghanistan per aiutare i mujiahidin contro gli occupanti dell’Armata rossa sovietica; infine, vinta quella guerra, rivolse le armi contro gli Stati Uniti che lo avevano aiutato, e pianificò gli attentati alle Torri Gemelle nel 2001.

Non è l’unica storia di ordinaria follia, alimentata dal mito del denaro facile, e dal conseguente contagio. Allora, prima del devastante conflitto che è durato 15 anni e ha provocato 150.000 morti, guadagnavano tutti, perchè i ricchi spendevano e i meno fortunati (o meno abbienti) potevano sedersi alle tavole imbandite. Le mance erano generose, e la distribuzione cominciava all’aeroporto internazionale, dove atterravano e decollavano aerei ogni dieci minuti. I ristoranti erano il massimo dell’offerta di qualità, e il conto era sempre salato, per la gioia di proprietari, come l’italiana Anna del “Quo Vadis”, che serviva ostriche fresche, appena arrivate da Parigi, e champagne. E poi come i proprietari della “Cave du roi”, dove tra un drink e l’altro si aspettava pigramente l’alba, mentre il cantante italiano Joe Diverio, con la sua voce inimitabile, ti regalava le ali per sognare. Quando Diverio ha lasciato il Libano, la sua canzone “Beirut addio”, ben più fremente di una semplice dichiarazione d’amore, è diventato un must. Sui social network, sono migliaia i suoi estimatori.

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