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A cura di Alessandro Pellegrini

Brembilla, terra di Emigranti

Brembilla, nell’arco di quasi tutta la sua storia, è sempre stato un paese di emigranti.


Il taglio del Bosco, la trasformazione della legna in carbone i limitati terreni coltivi in Valle e le poche risorse delle attività contadine non sono mai state sufficienti per sfamare la numerosa popolazione.
I nostri emigranti valicavano le Alpi per approdare in Francia dove trovavano lavoro nei boschi come boscaioli, carbonai o contadini, ma anche in Svizzera, Belgio, Prussia dove oltre al lavoro nei boschi trovavano occupazione nelle costruzioni di strade e ferrovie e nelle miniere. Ma sono stati parecchi pure i brembillesi che si sono imbarcati a Genova, per l’America, quella famosa terra promessa “la Mèreca”, detto nella nostra lingua dialettale, che comprendeva tutto il continente americano (dalla California, Canada, Argentina, Brasile).
Il fenomeno dell’emigrazione è più frequente nel periodo che va dall’inizio dell’ottocento alla seconda meta del novecento. In tale periodo, ad eccezione del tempo delle guerre, l’esodo è stato costante. Dopo la guerra l’emigrazione continua, ma in modo meno accentuato fino la fine degli anni cinquanta. Dagli anni sessanta, le partenze per l’estero diventano sempre meno frequenti.
Anche l’emigrazione interna nell’arco dei secoli fu molto rilevante. Le città di Genova e Venezia, fin dal milletrecento offrivano lavoro ai brembillesi, che si occupavano di trasporti facendo i corrieri postali o scaricatori di porto.
Numerosi anche i nostri concittadini che dal 1860 fino alla fine del 1800 s’imbarcarono per la Sardegna dove trovavano lavoro nelle miniere di zolfo e di ferro di Monteponi a Iglesias.
Il Piemonte, la Valle d’Aosta, l’Appennino genovese e parmense, La Valtellina e la Valle Camonica furono mete per numerosi boscaioli e carbonai brembillesi.
Nelle prime decadi del 1900, per un buon periodo di tempo, alcuni cadelfogliesi, maestri nella costruzioni di fornaci “Calchère” per la cottura dei sassi furono chiamati nelle valli confinanti ma soprattutto in Valtellina. L’emigrazione brembillese non era un fenomeno isolato o confinato solo al nostro paese: tutta la Valle Brembana conobbe un esodo costante partendo dai primi anni dell’ottocento. Interessante però è notare che il nostro paese aveva tassi di emigrazione più alti di tutta la valle.
Dai dati di alcuni questionari dei comuni facenti capo del distretto di Zogno, si nota partirono “dalla comune di Brembilla 1.000 e più persone, uomini e donne delle quali n. 830 parte per la Valle Camonica, per la Valle di Scalve, Piacenza, Piemonte, Valtellina nel travaglio del carbone, e vi rimangono sei sette mesi dell’anno”. Consistente è anche l’emigrazione femminile diretta soprattutto verso le filande della città , “partono circa 300 per la comune di Bergamo al travaglio della seta”.
Nel 1900 in Valle Brembana gli abitanti sono 44.859 e gli emigrati 7.358.
Tra il 1901 e il 1921 Brembilla aumenta la propria popolazione da 3.416 a 4.467 abitanti, poi, in poco più di dieci anni, il crollo fu vistoso: un documento della Camera di Commercio di Bergamo del 1923 parla di 1.500 boscaioli di Brembilla che lasciano il paese per la Francia e la Svizzera.
Nel 1913 sul giornalino “L’amico dell’emigrante edito dalla Parrocchia di Brembilla, nel numero di febbraio, vengono pubblicati alcuni dati: “ A Brembilla gli emigrati temporanei sono 1.250, cui si devono aggiungere 100 permanenti; a Camorone sono 70 e nessuno permanente.
Nel 1936 gli abitanti di Brembilla sono scesi a 3.110 più di milletrecento avranno lasciato il paese per trasferirsi definitivamente in Francia e Svizzera, il perché lo spiega in poche parole il giornalista D. Gervasoni su l’Eco di Bergamo in un articolo del 6 dicembre 1932. “Per il paese di Brembilla l’emigrazione costituisce una necessità ineluttabile perché l’agricoltura locale non basta a far vivere 500- 600 persone.

 

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