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La spusì de Caoja

Capitano Aldo Resmini

Al Sig. Direttore di InterValli,

sono un Busi, l’ultimo, del ramo che discese da Cavaglia per Milano, sono l’unico della mia famiglia che non è nato nel comune di Brembilla essendo praticamente nato e vissuto a Milano (ora vivo ad Arzago d’ Adda), ma ci sono ancora dei Busi a Brembilla. Mio papà si chiamava Giovanni, fu Matteo, negli anni ’30 – ’40, dopo l’emigrazione in Francia e Germania, fu capo cantiere per la Gondrand e costruiva per le nostre colonie in Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia villaggi e strade. Mia madre nacque a Rota Dentro, si chiamava Belli Pierina, molto ben conosciuta come “ la Spusì de Caoja”, un’autentica leggenda vivente, probabilmente i vecchi di Brembilla se ne ricordano ancora. Essi si conobbero in Francia e si sposarono nel Regio Consolato di Digione il 24 gennaio 1929, lei 16 lui 19 anni, in viaggio di nozze vennero a Cavaglia per far conoscere la sposa ai genitori e parenti di mio padre che ebbe la sorella morta tre mesi prima. Mia nonna si affezionò subito a mia

Capitano Aldo Resmini

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madre, vedendo in lei anche la figlia perduta da poco, e quando dovettero ripartire per la Francia si mise a piangere; mia madre ne fu molto toccata, ne parlò a mio padre che le disse “ Pierina se ritorni in Francia con me mi fai un favore, se resti qui me ne fai due” , i nonni erano già anziani ed avevamo i possedimenti da mandare avanti. Tra le altre cose, lei faceva mercato nero (era conosciutissima dappertutto !) ed anche osteria in casa. Mi raccontavano i miei fratelli delle scarpinate che si facevano a portare su da Brembilla le damigiane di vino, a piedi naturalmente ! per cui alla sera, di sabato, domenica e festività Cavaglia prendeva vita da gente che veniva dalle contrade vicine e da Brembilla. Mi disse una volta che quando tornò a casa mio padre dall’Africa le disse che quasi guadagnava più lei a casa che lui in giro per il mondo. Aveva un carattere veramente unico, affabile, generosa e gentile con tutti, ma determinata. Saprà probabilmente che il mio casato è di origini nobili, abbiamo avuto, divisi tra i vari rami, ben sei stemmi nobiliari, i primi documenti che parlano del casato risalgono al 1181, mentre quelli che parlano del ramo di Brembilla risalgono al 15 agosto del 1352, quasi sette secoli di storia vissuti nella valle. Da molti anni svolgo ricerche sul passato del mio casato in generale ed in particolare focalizzato al mio ramo. Curiosando in internet nel Comune di Brembilla ho letto la storia dei tre morti che ci furono, il 29 luglio del 1944 e desidero raccontarLe un aneddoto che mi ha raccontò mia mamma e che penso i vecchi del paese ricordino ancora. I repubblichini che entrarono quel giorno a Brembilla erano comandati dal Col. Aldo Resmini, che aveva fama di essere un duro senza pietà. Quel giorno mio papà scese alla stazione di Zogno proveniente da Bergamo e stava venendo a casa in bicicletta, fu intercettato in paese dai soldati e caricato sul camion assieme ad altri 26 compaesani, pronti per essere deportati in Germania; tutto questo fu visto da un conoscente dei miei che subito andò a Cavaglia ad avvisare mia madre; lei era in “Anselì”, la nostra montagna, a pascolare le bestie “de mut” , raccolse la notizia mio fratello maggiore Santino, che la raggiunse per comunicarle l’ accaduto; lei fece stare mio fratello al pascolo, discese a casa, prese una piccola pistola automatica “Belga”, se la mise nell’abbondante seno e scese a Brembilla, coll’intenzione di vendicare mio padre. Camminò in mezzo alla strada del paese deserto, mio padre dal camion col cassone telato la vide e disse fra sé cosa ci facesse quella matta lì, sarebbe morta anche lei ed avrebbe lasciato tre orfani. Mia madre tremava di paura, specialmente quando vide le due camionette ferme a bordo strada con sopra le mitragliatrici puntate verso lei, ma andò avanti. Un soldato le se avvicinò e l’apostrofò in malo modo dicendole di andarsene a casa, ma lei molto ferma e risoluta disse che era venuta a prendere suo marito e che voleva parlare col capo, dopo un breve battibecco fu accompagnata in un portico dove al primo piano fu introdotta in una stanza al cospetto del Col. Resmini. Mia madre era una donna molto diplomatica e chiacchierando andò in simpatia al colonnello per cui, vedendo la sua risolutezza, accondiscese alla sua richiesta. Inizialmente l’accompagnò a vedere i tre morti; tirando un sospiro di sollievo constatò che mio padre non era tra questi; quindi il colonnello l’accompagnò al camion dove, guardando dentro il cassone coperto, vide mio padre e rivolgendosi al colonnello glielo indicò, questi diede ordine di farlo scendere ed una volta a terra, mia madre si rivolse nuovamente all’ ufficiale dicendogli “ Signor colonnello guardi che io conosco personalmente tutte queste persone sul camion ( ma non era vero, ne conosceva solo alcuni), tutti lavoratori padri di famiglia, rispondo in prima persona di loro, li lasci andare”. L’ufficiale si sorprese molto di questa sfacciataggine, ma nel contempo fu molto impressionato da tanto coraggio; altra piccola discussione alla fine della quale il colonnello ordinò di liberare tutti i prigionieri previa una bella bevuta di olio di ricino ! (…) Altra nota bellica. Mia madre aveva fatto fare dai miei fratelli, in una delle nostre stalle di Cavaglia, una specie di doppia parete in legno, quando c’erano i rastrellamenti, i partigiani sapevano di questo nascondiglio ed andavano da lei per nascondersi e così salvarsi. Bel peperino vero? Questa era la “Spusì de Caoja” ! Così anche Brembilla ha avuto la sua piccola “eroina”, però, io penso, è un vero peccato che nessuno lo sappia. Ci sarebbero altri aneddoti, ma desideravo solo racconterLe questo per riallacciarmi alla storia dei tre martiri di Brembilla e portare a conoscenza un altro piccolo tassello di vita brembillese.

Dario Busi

 

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