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Carminati Giovan Pietro

CARMINATI DI BREMBILLA, Giovan Pietro, detto il Bergamino

 

 

Galezzo Maria Sforza CARMINATI DI BREMBILLA, Giovan Pietro, detto il Bergamino. – Figlio di Venturino, nacque circa nel 1438 da una delle più note famiglie della Val Brembilla  (Bergamo), la cui sede era a Mortesina, una delle otto contrade che formavano l’unico Comune della valle.

Tradizionalmente legati al duca di Milano e ai suoi partigiani in terra di Bergamo, i Carminati erano stati colpiti – come tutta la popolazione della valle, del resto – dal  provvedimento di deportazione deciso dal Senato veneto come rappresaglia per una loro precedente rivolta e come misura precauzionale per il futuro (delibera  segreta del 19 genn. 1443). Come tutti i brembillesi, anche i Carminati avevano dovuto abbandonare la loro valle, preferendo però l’esilio allo stanziamento coatto in  altre terre di dominio veneto. Il padre del C., Venturino, si rifugiò a Milano sotto la protezione di quel governo; e lì venne detto “Bergamino” dalla regione di origine.  Tale soprannome, ancora semplicemente patronimico in Giovan Pietro, divenne cognome nei discendenti.

Già nell’anno 1450 il C. compare fra i paggi di Francesco Sforza, non appena questi aveva preso possesso del ducato. Nel 1463 era camerario ducale. Nell’aprile del  1464 il C. fece parte dell’esercito sforzesco che i duchi di Milano, investiti del feudo di Genovanel dicembre dell’anno precedente da Luigi XI, avevano inviato contro  Bartolomea di Campofregoso, la quale in Castelletto si opponeva a Gaspare da Vimercato, entrato nella città a nome dei duchi. In questa occasione il C. aveva il  comando della bombarda ducale più potente, la “Corona”. Successivamente, nel 1465, prese probabilmente parte alla spedizione che Francesco Sforza inviò  in Francia sotto il comando del figlio Galeazzo Maria in aiuto di Luigi XI impegnato a fronteggiare la lega del Bene pubblico. Due anni più tardi, nel maggio del 1467,  quando Galeazzo Maria Sforza, ormai duca dal marzo 1466, guidava l’esercito sforzesco, che, con gli alleati fiorentini e napoletani, fronteggiava quello veneziano, il  cui capitano generale era Bartolomeo Colleoni, il C. era fra i capi dell’esercito della lega e combatté nella battaglia della Mazzolara, che si svolse fra i due schieramenti nemici il 25 luglio. Il grado che ricopriva nel 1468 era quello di squadrero. Nel gennaio dello stesso anno però egli risulta detenuto nel castello di Monza. Non si conosce la ragione della prigionia, ma comunque nel gennaio dell’anno successivo il C. fu liberato ed accompagnato a Milano presso il duca. Nel 1471 questi lo volle raffigurato insieme ai propri fratelli ed a Gian Giacomo Trivulzio in un dipinto che Bonifacio da Cremona doveva eseguire in una sala del castello.

Fosse il desiderio di avventura o quello di migliorare la propria posizione, nel 1473 il C. decise di andare in Francia al servizio di Luigi XI ed ottenne dal duca una lettera di presentazione, che questi non negò o non potette negare, ma che annullò con altre lettere dirette a Cristoforo da Bollate, oratore presso il re di Francia, ed al re stesso, per far sì che il C. non venisse accolto bene e dovesse ritornare in Italia senza aver nulla ottenuto. Il soggiorno francese del C. fu infatti brevissimo, o addirittura inesistente. In una lista delle forze militari sforzesche datata 1472-1474 il C., che era caposquadra della “famiglia” ducale, figura come comandante di un reparto della riserva (in Pieri, Le notiziep. 841).

Che i rapporti del C. col duca fossero comunque improntati a confidenza e a diffidenza insieme, è dimostrato anche da una lettera di Galeazzo Maria Sforza del dicembre 1472, nella quale egli avverte un suo amministratore che un famiglio del C. gli chiederà in prestito 50 ducati, perduti dal suo padrone al giuoco della palla; il prestito dovrà essere accordato solo dopo che la moglie del C. avrà acconsentito a dare in pegno uno dei suoi vestiti. L’11 febbr. 1476, tuttavia, il C. ricevette da Galeazzo Maria in feudo l’entrata della Comunità di Valle Chiavenna, che ammontava annualmente a 800 libbre.

Nel 1477, morto Galeazzo Maria, quando Bona di Savoia, divenuta reggente in nome del figlio Gian Galeazzo, si trovò di fronte alle prime difficoltà, il C. fu inviato prima a Parma alle dipendenze di Tristano Sforza, e poi a Genova, dove nel giurno, dopo una prima ribellione avvenuta nel marzo che aveva portato Prospero Adorno ad assumere la carica di governatore sforzesco, erano scoppiati nuovi disordini, che si erano estesi dalla città alla Riviera ad opera di Gian Luigi Fieschi, il cui fratello, Ibietto, era tenuto prigioniero a Milano. L’esercito ducale inviato contro il ribelle era guidato da Gian Giacomo Trivulzio – un cui precedente tentativo di pacificazione era fallito -, da Pietro del Verme e dal Carminati. Dopo scontri di lieve entità, accordi intervenuti con il Fieschi posero fine a questa spedizione. Nel novembre il C. chiese, e ottenne in parte, dal Consiglio segreto che 150 ducati ricevuti dalla duchessa fossero considerati come spese da lui sostenute a Parma e a Genova. Alla fine del mese di giugno dell’anno successivo Prospero Adorno, anche per istigazione del re di Napoli e del papa, che speravano così di far ritirare dalla Toscana le truppe che Milano aveva inviato a sostegno di Lorenzo de’ Medici, si proclamò doge, dando inizio a una nuova ribellione di Genova contro il dominio milanese. La reggente Bona e Gian Galeazzo, che era stato proclamato duca da pochi mesi, inviarono allora contro i ribelli, senza ritirare le loro truppe dalla Toscana, un esercito forte di 20.000 uomini: il C. era uno dei condottieri. Nonostante la loro preponderante forza numerica, gli sforzeschi furono però sconfitti da Roberto Sanseverino, che da Asti era giunto a dar man forte all’Adorno, nella battaglia della Busalla ai primi di agosto, che causò agli Sforza la perdita di Genova. Il C. cadde prigioniero insieme ad altri condottieri e, condotto in Val Polcevera prima e nel palazzo Adorno a Genova in seguito, fu successivamente scambiato insieme ad altri prigionieri con Ibietto Fieschi. Si era appena conclusa negativamente questa vicenda, quando altre complicazioni si presentarono ai duchi. I confederati elvetici, benché avessero concluso con Milano una lega perpetua nel 1477, istigati dal papa che cercava di esasperare a suo profitto i già esistenti motivi di attrito, nel novembre del 1478 si diressero controBellinzona con un esercito di 8.000 uomini. Anche contro di essi fu inviato un esercito milanese, del quale faceva parte il Carminati. Gli sforzeschi subirono ancora una volta a Giornico, il 28 dicembre, una netta sconfitta, che gli Svizzeri poi non seppero sfruttare, concedendo ai Milanesi la tregua nei primi mesi del 1479. Alla fine di agosto di queIl’anno, quando l’accordo fra la duchessa Bona ed il cognato Lodovico stava per concludersi, il C., che era accampato con l’esercito sforzesco presso Voghera, testimoniò alla duchessa come Tortona ed altre località si erano date senza combattere a Lodovico il Moro, che ne aveva preso possesso in nome del nipote Gian Galeazzo. Del maggio del 1480 è una lettera dei duchi di Milano, con la quale essi pregavano il vicario di Provvisione di Milano di prosciogliere il C. da non meglio specificate accuse rivoltegli e di annullare la condanna pronunciata contro di lui. Lodovico il Moro, divenuto reggente, lo creò nel 1481 consigliere dello Stato di Milano.

L’anno successivo, avvenuta la ribellione del potente feudatario di Parma, Pier Maria Rossi, ed essendo stato incaricato dal Moro Costanzo Sforza di riportarlo all’obbedienza, il C. fu inviato con altri due condottieri a parlamentare con il ribelle. Questi però si rifiutò financo di vederli. Lodovico Sforza allora. ordinò al C. ed al Trivulzio di assediare il Rossi in Sansecondo, bloccando rispettivamente l’uno la pianura e l’altro le vie di montagna. I condottieri cui era stato aggiunto; come comandante generale, con conseguente risentimento del Trivulzio, Sforza Secondo Sforza, ottennero qualche positivo risultato, conquistando la fortezza di Noceto. Ma intanto, ai primi di maggio, Venezia aveva dato inizio alla guerra contro Ercole I d’Este, al quale si erano affiancate Napoli, Milano e Mantova. Il C., nonostante che nel Ferrarese fossero iniziate le operazioni militari, rimase ad assediare il Rossi, insieme con Sforza Secondo, fino al 12 ottobre, quando, anche per la morte del feudatario, si addivenne ad un accordo. In seguito a questa impresa, Lodovico Sforza donò al C. la terra di San Giorgio in Lomellina con il titolo di conte (14 ott. 1481). Subito dopo il C. fu inviato a Ferrara, dove giunse il 2 novembre con le quattro squadre che erano sotto il suo comando. Il giorno successivo si diresse alla difesa di Argenta: nella rotta che subirono gli alleati nella battaglia che prese il nome da questa località (6 novembre), sarebbe riuscito a salvarsi fuggendo su una barchetta, secondo alcuni, o fu gravemente ferito, secondo altri. Questa seconda ipotesi appare però poco probabile, perché già all’inizio del 1483 lo troviamo alla difesa di San Biagio, vicino ad Argenta, questa volta vittorioso sui Veneziani, che avevano tentato di impadronirsi delle fortificazioni.

Il 25 ag. 1484 il C. ottenne dal duca l’infeudazione della contea di Gussola e Martignana. La cerimonia di investitura avvenne nel castello di porta Giovia alla presenza di illustri personaggi, quali l’oratore di Sisto IV, Alfonso d’Aragona, Ercole d’Este e del segretario ducale Bartolomeo Calco. In quello stesso anno fu inviato contro i Vallesani, che con l’appoggio dei Grigioni avevano compiuto scorrerie e occupato località, a dimostrazione della loro ostilità. Dopo pochi scontri, nei quali il C. non ebbe successo, il Trivulzio, come procuratore del Moro, intavolò, a Roveredo, trattative con i deputati svizzeri, con i quali il 12 nov. 1484 si arrivò a un accordo. Il C. fu uno dei sottoscrittori del trattato di pace. Il 25 maggio dell’anno successivo il C. ottenne il feudo e la contea di S. Giovanni in Croce. In questo periodo egli sembra raccogliere i frutti di una vita spesa tutta al servizio degli Sforza, anche se non piena di molti successi. Il Moro lo considerò evidentemente un suo fedelissimo, e tale sembrò giudicare anche il figlio di lui, Lodovico, cui dette in isposa, nel 1492, Cecilia Gallerani, ninfa egeria della Milano del tempo, già sua amante per molti anni.

Alla fine del 1486 il C. fu inviato di nuovo contro gli Svizzeri, per contenere i Grigioni che avevano occupato la Valtellina. Nell’aprile del 1487 le operazioni militari si spostarono nella Val d’Ossola ed a Crevola (28 aprile) le sue truppe e quelle di Renato Trivulzio ottennero una decisiva vittoria. Nell’agosto fu creato commissario ducale e governatore di Parma.

Avvenuta il 14 apr. 1488 l’uccisione di Girolamo Riario, signore di Imola e Forlì, Lodovico il Moro inviò alla nipote Caterina, sua moglie, un esercito guidato da Galeazzo Sanseverino, del quale faceva parte anche il Carminati. Arrivati a Forlì gli Sforzeschi ed anche Giovanni Bentivoglio da Bologna, i congiurati che assediavano Caterina Sforza nella rocca di Ravaldino fuggirono, cosicchéOttaviano, figlio del Riario, fu proclamato signore, sotto la reggenza della madre e la protezione delle armi milanesi. Partito il Sanseverino, il C. era stato lasciato governatore di Forlì, quando il 31 maggio Galeotto Manfredi, signore di Faenza, veniva assassinato su mandato della moglie, Francesca Bentivoglio. Due giorni dopo il C. si recò a Faenza e, accampate le sue genti fuori della città, presenziò nel duomo, insieme con Giovanni Bentivoglio, alla cerimonia, con la quale il figlio del Manfredi, Astorgio III, fu proclamato signore. Il 4 giugno egli era di nuovo a Faenza col Bentivoglio e con gli Anziani della città, per proteggere forse le mire bolognesi, o al contrario la legittimità della successione e l’indipendenza dei Faentini, quando, interrotta la riunione, con coraggio forse, con leggerezza certo, scese tra la folla che, sobillata anche dal commissario fiorentino, radunatasi per dimostrare la propria inquietudine, ingrossava sempre più minacciosamente, e venne da questa fatto a pezzi, insieme con quattro suoi balestrieri.

 

2 Commenti su Carminati Giovan Pietro

  1. Da Mortesina c’è un sentiero che conduce alla località Castello, e prima di arrivare a Scanucca sulla destra c’è un sentiero che porta alla Contrada CARMINATA, quella contrada da origine al cognome CARMINATI,in quella contrada c’era la dimora di quella ricca famiglia.

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