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1° dicembre 1923-in Val di Scalve crolla la diga del Gleno

Come accennato da Canal stamani nei primi passi del viaggio a Sant’Antonio,messo da poco on line,ricorre il 92° anniversario del crollo della diga del Gleno,causando la morte di oltre 300 persone.Abbiamo ricostruito i fatti grazie a wikipedia e ad un articolo de L’Eco di Bergamo dell’anno scorso con racconti dei sopravvissuti.

 

La costruzione

Nel 1907 un certo ingegner Tosana di Brescia richiese una concessione per lo sfruttamento idroelettrico del torrente Povo. La concessione venne in seguito ceduta all’ingegner Gmur di Bergamo, e da questi alla Ditta Galeazzo Viganò di Triuggio.

Nel 1917 il Ministero dei Lavori Pubblici autorizzò la realizzazione di un invaso di 3.900.000 metri cubi in località Pian del Gleno. Pochi mesi dopo, la ditta Viganò notificò l’inizio dei lavori, anche se il progetto esecutivo non era stato ancora approvato dal Genio Civile.

Dopo una serie di proroghe, nel 1919 venne presentato il progetto esecutivo per una diga a gravità, firmato dell’ingegner Gmur, il quale però morì nel 1920 e venne sostituito dall’ingegner Santangelo di Palermo.

Nel settembre 1920, alla prefettura di Bergamo giunse la segnalazione che per la costruzione della diga la ditta utilizzava calcina invece di cemento. Vennero perciò inviati degli ispettori a raccogliere dei campioni di calce, che però non vennero sottoposti ad esame.

Nel 1921 il progetto esecutivo dell’ingegner Gmur fu approvato, ma nel frattempo i lavori procedevano già da qualche anno e la Ditta Viganò aveva appena appaltato alla Ditta Vita & C. le opere di edificazione delle arcate.

Agli inizi di agosto del 1921 l’ingegner Lombardo del Genio Civile eseguì un sopralluogo al cantiere e constatò che la tipologia costruttiva della diga a progetto, cioè a gravità, era stato cambiata in corso d’opera in una diga ad archi multipli: nel cantiere, infatti, erano in costruzione le basi delle arcate e, fatto ancor più grave, quelle della parte centrale della diga non erano appoggiate sulla roccia ma sul tampone a gravità.

Il 12 agosto 1921 il Genio Civile informò quindi il Ministero dei Lavori Pubblici che la costruzione dei sostegni della diga non avveniva più con il sistema a gravità, bensì ad archi. Il 19 giugno 1922 il Ministero ingiunse alla ditta costruttrice la sospensione dei lavori e l’immediata presentazione dei progetti di variante dei sostegni da gravità ad archi multipli. Nonostante ciò, i lavori proseguirono e solo all’inizio del 1923 fu presentata la variante al progetto.

La tragedia

Il 22 ottobre 1923, a causa di forti piogge, il bacino si riempì per la prima volta. Tra ottobre e novembre si verificarono numerose perdite d’acqua dalla diga, soprattutto al di sotto delle arcate centrali, che non appoggiavano sulla roccia. Infine, il 1º dicembre del 1923 alle ore 7:15 la diga crollò.

Sei milioni di metri cubi d’acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota, dirigendosi verso il lago d’Iseo.

Il primo borgo ad essere colpito fu Bueggio. L’enorme massa d’acqua, preceduta da un terrificante spostamento d’aria, distrusse poi le centrali di Povo e Valbona, il ponte Formello e il Santuario della Madonnina di Colere. Raggiunse in seguito l’abitato di Dezzo, composto dagli agglomerati posti in territorio di Azzone e in territorio di Colere, che fu praticamente distrutto. Prima di raggiungere l’abitato di Angolo, l’enorme massa d’acqua formò una sorta di lago – a tutt’oggi sono visibili i segni lasciati dal passaggio dell’acqua nella gola della via Mala – che preservò l’abitato di Angolo, che rimase praticamente intatto, mentre a Mazzunno vennero spazzati via la centrale elettrica e il cimitero.

La fiumana discese quindi velocemente verso l’abitato di Gorzone e proseguì verso Boario e Corna di Darfo, seguendo il corso del torrente Dezzo e mietendo numerose vittime al suo passaggio.

Quarantacinque minuti dopo il crollo della diga la massa d’acqua raggiunse il lago d’Iseo.

I morti furono ufficialmente 356, ma i numeri sono ancora oggi incerti.

Le responsabilità

Re Vittorio Emanuele III nella devastata Darfo

Il 3 dicembre 1923 giunsero a Darfo a commemorare le vittime il Re Vittorio Emanuele III e Gabriele d’Annunzio. A causa dell’impraticabilità delle strade, nessuna autorità poté visitare Angolo Terme e Mazzunno.

Il 30 dicembre 1923 il Procuratore del Re incolpava i responsabili della ditta Viganò ed il progettista ingegner Santangelo per l’omicidio colposo di circa 500 persone.

Dal processo, che ebbe luogo tra il gennaio 1924 e il luglio 1927, emerse che i lavori erano stati eseguiti in modo inadeguato (il titolare della diga era stato il vero direttore dei lavori, nonostante non ne avesse le capacità) ed in economia, che il progetto era stato cambiato più volte in corso d’opera senza le opportune verifiche e che il controllo da parte del Genio civileera stato svolto in maniera approssimativa e superficiale[1].

Il 4 luglio 1927 il Tribunale di Bergamo condannò Virgilio Viganò e l’ingegner Santangelo a tre anni e quattro mesi più 7.500 lire di multa. Verrà poi scontata la pena di soli due anni e annullata la multa.

Secondo testimoni oculari, il crollo era prevedibile[2].

Commemorazioni

Già per l’ottantesimo anniversario del disastro, l’Associazione Radioamatori Italiani della sezione di Bergamo organizza ogni 10 anni una salita presso i ruderi della diga installando più di una stazione radio in banda HF , VHF e UHF. Questa attività si inserisce nel contesto delle celebrazioni che vengono fatte in tutta la Val di Scalve a ricordo di quanto accaduto.

L’ARI bergamasca, in collaborazione con ARI Valle Camonica e Protezione Civile Città di Clusone, in occasione del 90º anniversario, installò diverse postazioni radio sia presso i monumentali resti della diga che su diverse località sede di manifestazioni e commemorazioni.

Il 1º dicembre del 2013 vi fu un singolare collegamento radio in banda HF tra la Diga del Vajont, quella del Gleno e la postazione di Dezzo di Scalve, sede della principale commemorazione religiosa. L’evento venne pianificato al fine di avvicinare due comunità che, a distanza di ben 40 anni, vissero la medesima tragedia. A questo evento, partecipò anche una postazione attivata presso la sala radio della Prefettura di Bergamo, dove il Prefetto in carica trasmise il suo messaggio di cordoglio e vicinanza alla comunità scalvina.

 

«Era come un terremoto, un tuono». «Un rumore come di grosse pietre che rotolano». «Non sapevamo che fosse tutta quell’acqua, faceva paura». I sopravvissuti raccontano davanti alla telecamere i tragici momenti di quel primo giorno di dicembre di 91 anni fa. Il video è stato realizzato nel 2003 a cura di Davide Bassanesi, prodotto dalle Officine Video di Darfo Boario. Commissionato nel 2003 dalla Comunità Montana di Scalve in occasione dell’ottantesimo anniversario del crollo, l’anno successivo fu premiato al festival di Cesena l’anno successivo.

Contiene tante fotografie di quei giorni, immagini della diga in costruzione, della mastodontica barriera che sbarrò la conca del torrente Povo a circa 1.500 metri di quota e formò un lago artificiale. Poi le testimonianze di coloro che mai hanno dimenticato quell’esperienza vissuta da bambini, in cui hanno perso parenti e amici: una ricostruzione di 45 minuti, commovente ed emozionante.

Un’immagine d’epoca di Bueggio e della Valle del Gleno con lo squarcio nella diga
Un’immagine d’epoca di Bueggio e della Valle del Gleno con lo squarcio nella diga

Le vecchie fotografie, insieme a un breve filmato dell’epoca mostrano la costruzione ciclopica, danno il senso dell’ambiente povero di quegli anni, in una Valle di Scalve dove i bambini cominciavano a lavorare nelle miniere quando avevano otto, nove anni, dove tanti giovani partivano, emigravano in cerca di fortuna. Il grande cantiere del Gleno aveva portato un poco di benessere, la manodopera di certo non mancava e i committenti ne approfittarono: i lavoratori restavano sul cantiere per giorni e settimane senza scendere a valle, al punto che il parroco di uno dei paesi della valle denunciò questa situazione.

«Quei ruderi inquietanti fanno ancora da guardia al laghetto e alla vallata – dice la voce narrante negli ultimi minuti del filmato – il tempo e la natura hanno lentamente fatto il loro corso, le ferite del passato sono cancellate, il dolore e la memoria quelle no, quelle non si può».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Informazioni su diego80 (1833 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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