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Sul naufragio del piroscafo “Louise” in cui morirono 5 brembillesi.

Prendendo spunto dal bellissimo articolo di Alessandro Pellegrini apparso sul bollettino parrocchiale nel 2011 abbiamo condotto qualche ulteriore ricerca per cercare di aggiungere qualche tassello al misterioso e affascinante puzzle che Sandro ha meritoriamente iniziato. La storia che comincia a delinearsi appare davvero tragica e al contempo molto interessante.

Tutto ha inizio Mercoledì 22 Febbraio 1860,primo giorno di Quaresima. Il vapore “Louise”, 55 metri di lunghezza, della compagnia francese Valery Frères et Fils salpato dal porto di Livorno punta dritto verso il porto di Bastia in Corsica. A bordo ci sono circa ottanta persone compreso l’equipaggio. Tra di loro ci sono lavoratori, gente comune e l’intera compagnia teatrale Gagliardi. Il fondatore Luigi naque a Venezia nel 1819, era figlio di due modesti ma apprezzati comici dell’epoca e anche lui ben presto intraprese la medesima carriera nel mondo del teatro. Luigi e la sua compagnia ebbero una vita disseminata di sventure e sciagure che ebbero inizio già nel 1832 quando appena sbarcati in Sicilia per una serie di spettacoli scoppiò una terribile epidemia di colera e la famiglia Gagliardi e l’intera troupe fu costretta a rifugiarsi a Caltanissetta dove rimasero per molto tempo. Nel 1841 il giovane Luigi decise di lasciare i genitori e la Sicilia per tentare fortuna a Napoli ma il piroscafo sul quale viaggiava venne cannoneggiato da una nave da guerra inglese che si trovava in Sicilia per proteggere lo sbarco dei mille. Scampato a questa prima sciagura cominciò a maturare sentimenti patriottici e nel 1848 , nel pieno del periodo risorgimentale, partecipò alla sfortunata difesa di Vicenza.

Nel 1849 a Ravenna sposò la prima attrice Luisa Cavicchi, figlia di un rinomato Brighella; passato poi a Schio a recitare con lei la Francesca da Rimini di S. Pellico, si diede a declamare davanti a un pubblico entusiasta l’apostrofe all’Italia vietata dalla censura, per cui fu imprigionato nel castello di Mantova. Liberato, tornò al teatro in Piemonte, dove nel 1855, a Vercelli, mentre faceva furore con I briganti calabresi, incorse in una nuova disavventura: l’arena di legno dove si svolgeva la recita andò in fiamme con tutto il materiale di scena (per il quale si era coperto di debiti). Ciò provocò l’annullamento di un lucroso contratto. Tenacissimo, il Gagliardi cercò nuove possibilità e, alla fine dell’inverno 1860 pensò di tentare le piazze della Corsica, ma F. Paladini, suo socio dal 1853, non se la sentì di dividere i rischi dell’impresa, cosicché i due si separarono.

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Con una sua esclusiva compagnia – di cui facevano parte la moglie (accompagnata dai loro due figlioletti Adele ed Ettore), un fratello di lei con la famiglia e vari altri artisti stipendiati Luigi s’imbarcò allora a Livorno per la Corsica sulla nave “Louise”. Questa volta la sfortuna di Gagliardi sfociò in un terribile dramma. Nella notte del 22 Febbraio 1860 sul mare antistante la Corsica si abbattè una tremenda tempesta; per colpa del vento fortissimo e , si dice anche a causa di un’errata manovra, proprio all’ingresso del vecchio porto di Bastia la nave si squarciò sugli scogli, e il mare in tempesta inghiottì tutti i passeggeri, meno il rappresentante della compagnia di navigazione, sei marinai e Luigi Gagliardi. che, forte nuotatore, dopo aver tentato disperatamente ma senza successo di portare in salvo i figli, si trovò stremato a terra. Il giorno seguente immergendosi riuscì a recuperare il cadavere della moglie. Fu sostenuto nella sua disperazione dalle caritatevoli premure della cittadinanza e dell’amministrazione civica di Bastia che lo aiutarono anche finanziariamente.Le cronache francesi dell’epoca riportano un bilancio definitivo piuttosto incerto : alcuni parlano di 44 vittime, altri 50 compresi 28 artisti italiani. Come riportato da Sandro nel suo articolo le vittime brembillesi furono 5 :

• Matteo Valceschini “Murì” di Giuseppe e Orsola Locatelli classe 1809 anni 51 ammogliato, professione contadino di Cavaglia
• Pietro Ferdinando Milesi fu Giuseppe e fu Giovanna Busi di anni 38 nato il 19 gennaio 1822, ammogliato di Cavaglia
• Tommaso Carminati “Misaröl” fu Tommaso e Maria Pesenti anni 32 classe 1828 ammogliato professione contadino di Cadelfoglia
• Giovan Battista Lessi di Giovan Battista e Elisabetta Carminati anni 31 classe 1829 nubile di professione contadino di Cadelfoglia
• Giovanni Battista Valceschini “Reggiore” di Pietro e Domenica Pesenti anni 25 classe 1835 nubile professione contadino di Cadelfoglia

Si salvò dalla tragedia invece Carminati Giovanni “Misaröl “ di Case Sopra.

Infine riportiamo un componimento scritto in occasione di quel terribile naufragio con una grossolana traduzione sotto. Chi volesse aiutarci con una traduzione migliore verrà da noi ricompensato con una fragoroso GRAZIE. Inoltre abbiamo trovato ed ordinato un libro (in francese) che racconta la storia della gloriosa società armatrici Valery Frères et Fils ed i suoi numerosi naufragi. Da questo volume speriamo di conoscere di più sulla storia di questo naufragio. Chi volesse leggerlo e magari , conoscendo il francese, aiutandoci ad aggiungere qualche ulteriore dettaglio a questa storia ce lo faccia sapere. Saremo felici di prestagli il libro. Grazie ancora ad Alessandro Pellegrini per il prezioso lavoro che svolge e per lo stimolo che ci ha dato ad intraprendere questa ricerca.

« Est-ce que je peux me réveiller ? »

Encore si nous n’avions que les tristesses de l’occupation pour nous gâter notre printemps ; mais le plus dur, le plus cruel, c’est ce roulement de canons et de mitrailleuses qui nous arrive dès que le vent souffle de Paris, secouant l’horizon, déchirant sans pitié les matins de brume rose, bouleversant d’orages ces belles nuits de mai si claires, ces nuits de rossignols et de grillons.

Hier soir surtout, c’était terrible. Les coups se succédaient, furieux, désespérés, avec un perpétuel battement d’éclairs. J’avais ouvert ma fenêtre du côté de la Seine, et j’écoutais — le cœur serré — ces bruits sourds qui venaient jusqu’à moi, portés sur l’eau déserte et le silence… Par moments, il me semblait qu’il y avait là-bas, dans l’horizon, un grand navire en détresse, qui tirait son canon d’alarme avec furie, et je me rappelais qu’il y a dix ans, par une nuit semblable, j’étais sur la terrasse d’une hôtellerie de Bastia à écouter une canonnade funèbre que la haute mer nous envoyait ainsi, comme un cri perdu d’agonie et de colère. Cela dura toute la nuit ; puis, au matin, on trouvait sur la plage, dans une mêlée de mâts rompus et de voiles, des souliers à bouffettes claires, une batte d’arlequin et des tas de haillons pailletés d’or, enrubannés, tout ruisselants d’eau de mer, barbouillés de sang et de vase. C’était, comme je l’appris plus tard, ce qui restait du naufrage de la Louise, grand paquebot venant de Livourne à Bastia, avec une troupe de mimes italiens.

Pour qui sait ce qu’est la bataille de nuit avec la mer, la lutte à tâtons et stérile contre l’irrésistible force ; pour qui se représente bien les derniers moments d’un navire, le gouffre qui monte, la mort lente et sans grandeur, la mort mouillée ; pour qui connaît les rages, les espoirs fous suivis d’un abattement de brute, l’agonie ivre, le délire, les mains aveugles qui battent l’air, les doigts crispés s’accrochant à l’insaisissable, cette batte d’arlequin, au milieu d’épaves sanglantes, avait quelque chose de burlesque et de terrifiant. On se figurait la tempête tombant en coup de foudre pendant une représentation à bord, la salle de spectacle envahie par la mer, l’orchestre noyé, pupitres, violons, contre-basses roulant pêle-mêle, Colombine tordant ses bras nus, courant d’un bout de la scène à l’autre, morte d’épouvante et toujours rose sous son fard ; Pierrot, que la terreur n’a pu blêmir, grimpé sur un portant, regardant le flot monter, et dans ses gros yeux arrondis pour la farce, ayant déjà l’horrible vertige de la mort ; Isabelle empêtrée dans ses jupes de cérémonie, tout en larmes et coiffée de fleurs, ridicule par sa grâce même, roulant sur le pont comme un paquet, se cramponnant à tous les bancs, bégayant des prières enfantines ; Scaramouche, un tonnelet d’eau-de-vie entre ses jambes, riant d’un rire hébété et chantant à tue-tête, pendant qu’Arlequin, frappé de folie, continue à jouer la pièce gravement, se dandine, fait siffler sa batte, et que le vieux Cassandre, emporté par un coup de mer, s’en va là-bas, entre deux vagues, avec son habit de velours marron et sa bouche sans dents toute grande ouverte…

Eh bien, ce naufrage de saltimbanques, mascarade funèbre, parade in extremis, toutes ces convulsions, toutes ces grimaces ont passé devant moi hier soir à chaque secousse de la canonnade. Je sentais que la Commune, près de sombrer, tirait sa volée d’alarme. À chaque minute je voyais le flot monter, la brèche s’élargir, et, pendant ce temps-là, les hommes de l’Hôtel de ville, accrochés à leurs tréteaux, continuant à décréter, décréter, dans le fracas du vent et de la tempête ; puis un dernier coup de mer, et le grand navire, s’engloutissant avec ses drapeaux rouges, ses écharpes d’or, ses délégués en robes de juges, en habits de généraux, ses bataillons d’amazones guêtrées, empanachées, ses soldats du Cirque, affublés de képis espagnols, de toques garibaldiennes, ses lanciers polonais, ses turcos de fantaisie, ivres, furieux, chantant et tourbillonnant… Tout cela s’en allait pêle-mêle à la dérive, et de tant de bruit, de folies, de crimes, de pasquinades, même d’héroïsmes, il ne restait plus qu’une écharpe rouge, un képi à huit galons et une polonaise à brandebourgs, retrouvés un matin sur la rive, tout souillés de vase et de sang.

“Mi risveglierò ?”

Anche se abbiamo avuto solo la tristezza della occupazione a rovinare noi la nostra primavera; ma la più difficile, più crudele, questo è lavoro cannoni e mitragliatrici ci succede quando il vento soffia da Parigi, scuotendo l’orizzonte, strappando senza pietà rosa tempeste foschia mattina alterano queste belle così chiare notti di maggio, quelle notti di usignoli e grilli.

Soprattutto la notte scorsa, è stato terribile. I colpi riusciti, furioso, disperato, con un battito continuo di fulmine. Ho aperto la mia finestra sul lato della Senna, e ascoltai – il cuore pesante – questi tonfi che è venuto a me, a bordo del deserto acqua e silenzio … A volte mi sembrava che C’era lì, all’orizzonte, una grande nave in difficoltà, che estrasse la pistola allarme furiosamente, e mi sono ricordato che dieci anni fa, una notte, io ero sulla terrazza un hotel a Bastia per ascoltare una cannonata funebre che ci ha inviato in alto mare, nonché un grido perso in agonia e rabbia. Questo è durato per tutta la notte; poi, la mattina eravamo sulla spiaggia, in una mischia alberi spezzati e vele, rosette chiare scarpe, un arlecchino pipistrello e mucchi di stracci macchiati con nastri d’oro, mentre gocce d’acqua mare, imbrattato di sangue e fango. E ‘stato, come ho appreso in seguito, ciò che rimaneva del naufragio del Louisa, grande transatlantico da Livorno a Bastia, con una troupe di mimi italiani.

Chi sa che cosa la battaglia notturna con il mare, la lotta contro la sterile e tentoni la forza irresistibile; per i quali rappresenta bene gli ultimi momenti di una nave, l’abisso che va, morte lenta e ingloriosa, la morte bagnato; che conosce le impetuose, speranze folli seguita da una riduzione lorda, agonia ubriaco, delirio, mani cieche che battono l’aria, le dita strette a pugno aggrappata alla sfuggente, che pipistrello arlecchino tra sanguinosa relitto era qualcosa di assurdo e terrificante. Hanno immaginato la tempesta fulmine che cade durante una performance a bordo, il teatro invasa dal mare, annegato l’orchestra, scrivanie, violini, contro a basso rotolamento confuso, Columbine torcendosi le braccia nude, ruscello una delle estremità del palco ad un altro, è morto di paura e sempre rosa sotto l’occhio; Pierrot, quel terrore potrebbe spaventare, si arrampicò su un cuscinetto, guardare il sorgere marea, ei suoi grandi occhi arrotondati per l’imbottitura, avendo già la vertigine orribile della morte; Isabelle impigliata nelle sue gonne cerimoniali, tutto in lacrime e indossando fiori, ridicoli anche per la sua grazia, rotolando sul ponte come un pacchetto, aggrappandosi a tutti i banchi, balbuzie preghiere infantili; Scaramouche, un barile di brandy acqua tra le sue gambe, ridendo ridendo e cantando ad alta voce stordita, mentre Arlecchino, colpito da follia, continua a fare la parte sul serio, Waddles, fa il suo fischietto pipistrello, e quel vecchio Cassandra, portato via da un mare va all’improvviso, tra due onde con il suo cappotto di velluto marrone e la sua bocca sdentata spalancata …

Beh, questo acrobati naufragio, funerali sfilata in maschera in extremis, tutte queste convulsioni, tutte queste facce passò davanti a me la notte scorsa ad ogni sobbalzo del cannonate. Ho sentito che il Comune, quasi affondando, ha richiamato il suo volo di allarme. Ogni minuto ho visto la marea montante, il divario si allarga, e durante quel tempo, gli uomini del municipio, aggrappati ai loro cavalletti, continuando a decreto, ordine, nel frastuono del vento e la tempesta; poi un ultimo tiro del mare, e la grande nave, inghiottendo con bandiere rosse, le sue sciarpe oro, delegati giudici abiti, vestiti in generale, i suoi battaglioni di Amazzoni guêtrées, piumato, i suoi soldati Circo, vestiti con cappucci spagnoli, toques Garibaldi, i suoi lancieri polacchi, i suoi turcos fantasia, ubriaco, arrabbiato, cantando e vorticosa … Tutto questo stava andando alla deriva guazzabuglio, e tanto rumore, follie, crimini, satire, anche eroismo, tutto ciò che rimaneva era una sciarpa rossa, berretto otto trecce e alamari polacco, hanno trovato una mattina sulla riva, mentre fango e sangue contaminato.

 

 

1 Commento su Sul naufragio del piroscafo “Louise” in cui morirono 5 brembillesi.

  1. Giovanni Carminati // 8 febbraio 2016 a 21:17 // Rispondi

    Conosco la storia del naufragio poiché il mio omonimo Giovanni Carminati fece costruire una santella (nei mucc) con il dipinto del naufragio, restaurata negli anni 90 dal club amici dell’Atalanta di Cadelfoglia

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