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Escursioni-Brembilla-Gavazzone-San Piro di Berbenno

Un viaggio tra le escursioni e gli itinerari proposteci dal sito valbrembilla.it

low1996 Gavazzone foto Tito Terzi

Gavazzone nel 1996-Foto Tito Terzi

ITINERARIO  BREMBILLA – GAVAZZONE – SAN PIETRO (San Piro)

QUOTA DI PARTENZA a Brembilla: 417 m.

QUOTA DI ARRIVO a S. Pietro: 933 m.

Dislivello: 516 m.

Tempo di percorrenza da Brembilla in salita: 2 ore

Passeggiata facile, senza nessuna difficoltà o necessità di preparazione o di attrezzatura particolare. Fontane e ruscelli lungo il cammino, sono presenti anche moltissimi alberi di Pungitopo.

In prossimità del confine tra Brembilla e Berbenno, in località Cornagera, ci si incammina sul  sentiero 571 del CAI che dal Monte Ubione porta al Colle S.Pietro.

L’ESCURSIONE

Che fosse una tradizione molto sentita lo dimostrano ancora i ricordi di molti brembillesi che la descrivono come la festa dello svago e della fuga dai doveri di ogni giorno: era una delle poche, ma immancabili giornate degli incontri, dell’allegria e dello stare insieme. La tradizione della Pasquetta a S. Pietro, S.“Piro” nel gergo dialettale, univa i paesi di Brembilla e Berbenno verso la meta dei bellissimi prati del monte Poren o colle S. Pietro, spartiacque naturale tra la Val Brembilla e la Valle Imagna. I sentieri che nei giorni lavorativi vedevano passare uomini, donne, legna, animali e fieno, il giorno successivo alla Pasqua si riempivano di colori e di allegria, assistendo ad una sfilata di uova pasquali, che pian piano salivano verso la cima del colle per poi “rotolare” e venire assaggiate. Era una vera e propria sfida di colori, alla quale i ragazzi dedicavano i giorni precedenti la festa, dipingendo e incartando le uova furtivamente sottratte al pollaio di famiglia.

Ripercorrendo i sentieri della festa ci incamminiamo dal centro di Brembilla verso il cimitero, lasciandoci alle spalle la maestosità della neogotica Chiesa parrocchiale del 1896 che sfoggia all’esterno il campanile del Fornoni, recentemente restaurato e al suo interno una natività del ‘500 dell’Oggioni e una Madonna con i santi Pantaleone, Antonio e Maria Maddalena del Ceresa. In prossimità del cimitero imbocchiamo sulla destra la mulattiera che porta in località “Caros”, incontrando poco dopo ancora la carrozzabile che sale verso le contrade Ripe, Valcava e Vestasso. Siamo costretti a proseguire sulla strada per circa seicento metri, considerando che la mulattiera, ripetutamente tagliata dai tornanti, è ormai inagibile. Giunti nei pressi di una Santella in località S. Carlo, scorgiamo poco più avanti sulla destra l’imbocco della mulattiera per Gavazzone. Siamo in presenza di un sentiero molto ampio e ben pavimentato, costruito con sapienza ed ingegno per far fronte alle necessità dei numerosi abitanti di Gavazzone, ma anche delle persone di Berbenno che utilizzavano la strada per scendere a lavorare a Brembilla o per servirsi del medico e della farmacia. Dopo alcuni tornanti saliamo rapidamente e ci appare in lontananza il centro del paese sempre più lontano, fino a raggiungere la località “Capaolt”, da cui si gode della panoramica della vallata e delle prime montagne della Val Taleggio. Proseguendo sul sentiero, dopo aver incontrato una seconda Santella eretta dalla famiglia Locatelli  nel Settecento, ci inoltriamo in un bosco fitto di rovi, che precede l’accesso agli splendidi prati della località Gavazzone. All’uscita dalla folta vegetazione un senso di stupore ci accompagna nel vedere una così ampia e pianeggiante distesa di pascoli, impensabili in una valle così stretta e ripida. Quassù a soli 20 minuti  dal rumore delle macchine si ritorna ad una atmosfera irreale, accompagnata solo dai suoni della natura e dalle testimonianze di un’epoca ormai lontana. Ultimi custodi di quella vita sono il grazioso roccolo per l’uccellagione con il caratteristico gioco d’incastro di carpini, la contrada ormai disabitata di Gavazzone e la grande selva di castagne che la affianca.

 

Per raggiungere gli abitati della frazione si deve attraversare il lungo pascolo pianeggiante che li contorna e incamminandosi si viene colti da una sensazione di soggezione e di mistero osservando queste case avvicinarsi; ci fanno da cornice tutte le montagne della valle, dalla Corna Marcia al Pizzo Cerro, al Castello della Regina, al Corno, al Sornadello fino alle montagne innevate della Valle Taleggio.  Nel borgo si entra in punta di piedi con il rispetto per un nucleo silenzioso e enigmatico. Segni di un passato non troppo lontano appaiono nella cisterna al centro dell’aia perfettamente riselciata, nelle abitazioni disposte a ferro di cavallo e nella antica cinquecentesca chiesetta. La tipologia delle attuali abitazioni ci fa supporre che nulla della vecchia contrada sia sopravvissuto alla distruzione e alla cacciata dei brembillesi del 1443 e che le prime case ricostruite siano databili intorno alla metà del Cinquecento, come dimostra uno stemma cinquecentesco su una abitazione della contrada Valcava a poche centinaia da qui. La ricostruzione della contrada è avvenuta per mano dei potenti Carminati (Codega), provenienti dalla bassa Valle Imagna, ed è divenuta così il punto d’osservazione privilegiato contro i pericoli per la famiglia, abitante a Laxolo, nella villa a Carbolonch. Della antica funzione di osservazione e avvertimento rimangono solo la campanella della chiesetta e l’abbozzo di fortificazione della contrada. Oggi nel borgo non vive ormai più nessuno, anche i più tenaci hanno ceduto già dagli anni ’60 alle difficoltà di abitare qui; solo d’estate i discendenti dei proprietari salgono per trascorrere le ferie e per effettuare piccoli lavori di manutenzione. Per quanto riguarda la chiesetta dedicata alla Madonna di Loreto non si hanno dati certi sull’epoca di costruzione, ma si è certi della sua presenza nel 1649, anno della visita del vescovo Grimani. All’interno la tela della Madonna è stata sostituita agli inizi del ‘900 con una copia, come anche molti banchi e arredi sacri.

Riprendiamo il nostro cammino attraversando la contrada e calpestando il bellissimo selciato in sassi della chiesa, che disegna inconsuete geometrie. Uscendo dagli abitati imbocchiamo la mulattiera che sale alla Forcella di Berbenno; dopo poche centinaia di metri, nei pressi di un tornante incrociamo il bivio che invita a scendere verso la contrada di Vaccarizzo. Stranamente troviamo la strada sbarrata con della legna; è sicuramente opera del signor Bonaventura Carminati (Vinturì), unico abitante e custode della contrada che per non permettere alle sue mucche di allontanarsi sbarra la mulattiera. Quassù vivere è certamente difficile, ma ci sono ancora persone, come il signor Bonaventura, che non vogliono arrendersi ai nuovi e per loro non stimolanti modi di vivere.

Continuiamo la tranquilla passeggiata sui tornanti silenziosi e suggestivi che portano alla Forcella di Berbenno: dall’alto ammiriamo meglio il lungo piano che circonda e protegge la contrada di Gavazzone, che ora appare in tutto il suo raccoglimento, caratteristica obbligatoria per un luogo di così ampio accesso e quindi scarsamente protetto naturalmente. Giunti in prossimità della stalla del “Düro”, dove la mulattiera spiana per un lungo tratto, dobbiamo con difficoltà incamminarci su un sentiero che ci permette di superare una frana che un paio di anni fa si è portata a valle una cinquantina di metri di sentiero e parte della valletta del Cociàl. Ripresa la mulattiera continuiamo fino alle stalle della località Cornagera e davanti a noi si apre una bella valle che spazia sulla nostra sinistra dalla località di Gambette, vicino Laxolo, alla Forcella di Berbenno, visibile in alto alla nostra destra.

In prossimità delle stalle di Cornagera ci attende una antica fontana in pietra di forma ovale, perfettamente incastonata nel muro a terrazzamento, nella quale il tempo non è riuscito a ledere i perfetti meccanismi di scolo. Ci stupisce anche la perfetta mulattiera che porta al confine di Berbenno, gioiello intatto di ingegneria povera, attiva persino negli scolatoi che a intervalli regolari tagliano l’acqua e la deviano nei prati circostanti. A Cornagera c’è già un po’ d’aria di valle Imagna, perché qui a pochi passi dal confine tra Brembilla e Berbenno, una stalla presenta un tetto in pietra con la classica struttura valdimagnina di lastre addossate l’una all’altra.

Al confine tra i due paesi l’atmosfera cambia completamente. Lasciamo la passeggiata a ritroso nel tempo tra stalle, contrade e silenzio, per immergerci nella carrozzabile del comune di Berbenno che taglia l’antica mulattiera e porta alla contrada Cà di Muri. Il contrasto tra lo sviluppo dei due paesi è molto forte e marcato. Brembilla è ormai lontana, le stalle e il sentiero sono solo la nostalgica testimonianza del tempo passato, che inesorabilmente si consuma. Invece la carrozzabile e la vicinanza con Berbenno sono presupposti per lo sviluppo e per l’adeguamento del luogo alle nuove esigenze; il confine segna così inesorabilmente la diversità dei i due mondi

La mulattiera prosegue scendendo verso Berbenno, invece il nostro itinerario devia a destra prendendo la carrozzabile, che ha sostituito il sentiero verso la contrada Ca di Muri. La strada è segnalata dal CAI con il numero 571, e proviene dal Monte Ubione attraversando tutta la corna Marcia e arriva al Colle S.Pietro. Nei pressi della contrada già si intravede in alto la meta del nostro percorso, il campanile della chiesa di S. Pietro, con alle sue spalle la maestosa figura del Resegone.  Ci accoglie un anziano signore stupito per la nostra presenza, ma dopo aver rivelato la meta della passeggiata, subito ci racconta di come il sentiero per Colle S.Pietro a pasquetta si riempisse di un fiume di gente che iniziava di buon mattino e si concludeva solo a tarda notte, sia salendo da Berbenno, sia da Brembilla; spesso per i giovani dei due paesi era l’unico momento di aggregazione e così nelle piccole osterie dislocate sul percorso ci si tratteneva a ballare fino a notte fonda e per gli abitanti di queste contrade il sonno la sera della festa era quasi impossibile, dato che sulla strada del ritorno i canti e le urla erano una tradizione nella tradizione, come del resto il buon vino, che aiutava le performances canore.

Dopo esserci congedati, continuiamo scendendo verso Berbenno sul sentiero fino a incontrare il provinciale che porta alla località Cat per poi proseguire verso Blello. Dai tornanti della strada appare in basso tutto il paese di Berbenno. Noi però saliamo sulla carrozzabile fino a raggiungere il Cat, dove arriva la mulattiera, che dal centro del paese portava al colle S.Pietro: qui, nei pressi della chiesetta dell’Assunta, si riunivano le persone di Brembilla e Berbenno e confluivano insieme verso il Colle. La Cappelletta fu costruita nel 1634 per un voto alla Vergine da un medico scampato all’aggressione dei lupi conserva all’interno un bellissimo quadro del ‘600 di ignoto dell’Assunzione e all’esterno  un grande portico dove trovavano rifugio i viandanti.

Dopo una breve sosta, imbocchiamo la strada che sale a S.Pietro, segnalata ancora con il numero CAI 571. Con curiosità e smarrimento siamo distratti dalla moltitudine di uccelli che popolano questa costa che sale fino al colle e non possiamo fare a meno di notare i numerosissimi roccoli, a conferma della prosperità di questo luogo, oggi però appena intuibili e immaginabili nella folta schiera di abitazioni, che ci accompagnano salendo. Per raggiungere la vetta del colle, alla fine della carrozzabile si prende sulla sinistra un sentierino ripido e dopo un centinaio di metri si gode dello stupendo panorama sulla valle Imagna e val Brembilla. Il luogo incantevole ripaga degli sforzi della salita, dandoci una sensazione di dominio su tutte le valli che ci fanno da cornice.

 

Qui a sentinella delle valli vigilano la chiesetta e il campanile, distanti l’uno dall’altro quaranta metri: l’accorgimento nasce da una mente ingegnosa al fine di permettere la vista del campanile o della chiesa da ogni luogo nel raggio di molti chilometri, risultato che non si avrebbe se fossero uniti. E considerata la più antica chiesa della Valle Imagna e le sue origini risalirebbero al XIV secolo, quando una non meglio precisata “Confraternita di S.Pietro” si stabilì quassù per adempiere il pietoso compito di seppellire i morti. Potrebbe sembrare strano, ma i defunti della valle compivano il loro ultimo viaggio proprio verso il Colle S.Pietro. Era un misto di fede e di necessità di isolamento per i morti affetti da peste o da malattie contagiose.

Alla chiesetta si addice perfettamente l’aggettivo alpestre, per le sue forme elementari e per la lavorazione grezza dei materiali, provenienti dalla zona; ma proprio questo la rende unica e la inserisce come una perla in maniera ottima nell’ambiente circostante. Negli ultimi anni i lavori di restauro e una visita pesante dei ladri hanno alterato le linee architettoniche originali e depredato l’interno di molte statue e ornamenti floreali del tabernacolo e del confessionale. Rimangono all’interno una tela del Ronzelli del 1622 raffigurante il Cristo risorto, due altari in legno e un confessionale del XVI Secolo.

Il silenzio irreale che ci accoglie arrivando a S.Pietro ci lascia solo immaginare il suono e i rumori del giorno della pasquetta: i prati ricoperti di colori, la gente che si divertiva a far rotolare le uova, le tradizionali piramidi umane dei giovani, la messa imperdibile del pomeriggio e le orchestrine improvvisate con i loro cori. Non mancava nemmeno il ristoro alpino e il tradizionale pastì (venditore di dolci) Salvi Antonio “Pacech”, che di buon mattino imbracciava le sue gerle piene di dolci e saliva al Colle, per la gioia di grandi e piccini. Purtroppo però, vuoi per la tradizione, o più probabilmente per la stagione ancora acerba, il più delle volte il pomeriggio era scandito anche dai tuoni e fulmini del classico temporale primaverile, che “benediva” a modo suo le uova e i numerosi gitanti. Nessuno però a detta di molti era disposto a rinunciare per un po’ d’acqua ad una giornata di svago, in tal modo si tolleravano anche i capricci del tempo, rifugiandosi nelle osterie per continuare a divertirsi fino a notte fonda.

Oggi la tradizione della pasquetta a “S.Piro” rimane ancora forte per gli abitanti di Berbenno, che salgono al colle a piedi per la messa del pomeriggio o per la prima scampagnata dell’anno, rinverdendo così i fasti della passata tradizione. E rimasto intatto l’appuntamento pomeridiano della messa, l’allegria dei giovani, la voglia di cantare a cui si sono aggiunte le improvvisate lotterie e i banchetti benefici. Invece i brembillesi, probabilmente per la lunghezza del percorso o per disaffezione ad una faticosa ma gratificante camminata hanno abbandonato la tradizione dell’ascesa al monte. Chi però non vuole perdersi la messa a “S.Piro”, arriva in macchina fino a Berbenno per poi salire al Colle.

data e incisioni campaniledi S.Piro

data e incisioni campanile di S.Piro

Il campanile settecentesco di S.Piro

Il campanile settecentesco di S.Piro

low1996 Gavazzone

Gavazzone

san carlo cappelletta

Cappelletta di San Carlo

Testo ed immagini prese da

“LA PASQUA A S.PIRO” DA OROBIE  edizioni OROS ,aprile 1998 Testi di Cristian Pellegrini

 

Informazioni su diego80 (2033 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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