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Simone Moro: anatomia di un fenomeno

La nostra provincia bergamasca ha un recordman dell’alpinismo di cui da decenni ne va fiera: le imprese di Simone Moro, un uomo qualunque del capoluogo diventato un eroe di tutti, non finiscono di stupire. Recentemente ha stabilito un altro primato oltre a quelli che già detiene: è stato l’unico a raggiungere d’inverno, con vetta raggiunta il 26 febbraio, la cima del monte Nanga Parbat, in Pakistan,secondo ottomila (dopo l’Annapurna) per indice di mortalità, ovvero rapporto tra vittime ed ascensioni tentate, con un valore che si aggira intorno al 28%, tanto da essere spesso soprannominata anche the killer mountain (la montagna assassina). Insieme a lui c’erano nella stessa cordata lo spagnolo Alex Txicon, ed il pakistano Ali Sadpara. Il quarto componente della spedizione, l’italiana Tamara Lunger, si ferma invece pochi metri sotto la vetta.

Per Simone si tratta della quarta vetta oltre gli ottomila metri raggiunta d’inverno, dopo lo Shisha Pangma (Himalaya, Tibet) nel 2005, il Makalu ( Himalaya, Nepal-Tibet)nel 2009 ed  il Gasherbrum II (K4, Himalaya, Karakorum) nel 2011. E’ l’unico alpinista al mondo ad esserci riuscito. Non pago dei record su scalata, ha ottenuto primati straordinari anche come aviatore, essendo anche pilota di elicottero, specializzato in salvataggi estremi.

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Il Nanga Parbat in una veduta aerea

Biografia

Nato a Bergamo il 27 ottobre 1967, ha iniziato a praticare arrampicata all’età di 13 anni, cominciando sulle montagne di casa e spostandosi successivamente sulle Dolomiti. Nel 1985 ha cominciato a dedicarsi all’arrampicata sportiva realizzando nel 1987 la sua prima via di grado di difficoltà 8a e, nel 1989, circa trenta salite sino all’8b+. Nel 1990 parte per il servizio militare, frequentando il 138º corso AUC alla Scuola Militare Alpina di Aosta. Dopo aver terminato i sei mesi di corso come allievo, svolge il rimanente periodo di servizio con il grado disottotenente degli Alpini. Al termine dei quindici mesi di servizio militare ritorna all’arrampicata ricoprendo il ruolo di allenatore della nazionale dal 1992 al 1996.

Nel 1992 inizia la sua esperienza di alpinista himalayano, diventata poi preponderante nella sua attività alpinistica. Ha realizzato oltre 36 spedizioni alpinistiche extraeuropee ed è giunto in cima a otto dei quattordici ottomila. Ha raggiunto quattro volte la vetta dell’Everest di cui ha anche compiuto la traversata sud-nord nel maggio 2006. Molte di queste ascensioni sono state compiute “in velocità”.[2] Al suo attivo ci sono inoltre sei salite su cime di 7000 metri e altrettante su cime di 6000 metri. Ha compiuto inoltre altre salite nella stagione invernale, come quella sulla parete sud dell’Aconcagua nel 1993. Ha tentato due volte l’Annapurna senza raggiungere la vetta: nel dicembre 1997, quando una valanga lo travolge insieme ai suoi due compagni di spedizione Dimitri Sobolev e Anatoli Boukreev, che non sopravvivono, e nel 2004 quando deve ritirarsi a poca distanza dalla cima per problemi di salute.[3]

Nel 2001 tenta con Denis Urubko il concatenamento del Lhotse e dell’Everest. La notte prima dell’attacco alla vetta del Lhotse, mentre si trova in tenda a 8000 metri con Urubko e alpinisti di un’altra spedizione, riceve una richiesta di soccorso per Tom Moores, giovane scalatore inglese caduto dalla parete. Moro decide di partire, in solitaria e in notturna, alla ricerca dell’alpinista. Lo trova ferito, senza guanti e ramponi. Lo lega e tirandolo risale per 200 metri di dislivello per evitare di rimanere esposto alle valanghe, per portarlo poi sino alle tende.[4][5] Per questo salvataggio Moro riceve nel 2002 la medaglia d’oro al valor civile e altri riconoscimenti. Il giorno successivo deve abbandonare la scalata del Lhotse a 8300 metri per le troppe energie spese nella notte. Urubko sale in cima al Lhotse da solo, ridiscende al colle Sud, ma poi in segno di amicizia verso Moro abbandona la scalata dell’Everest affermando poi: “Siamo un team, riproveremo insieme”.[6]

Nel 2003, insieme a Jean-Christophe Lafaille, apre una nuova via sul versante Diamir del Nanga Parbat, ma deve ritirarsi prima della vetta a causa della scarsa acclimatazione.[7]Nello stesso anno si laurea con 110 e lode in scienze motorie all’Università di Bergamo, con una tesi sull’alpinismo ad altitudini estreme[8][9].

Il 14 gennaio 2005, con il polacco Piotr Morawski, effettua la prima ascensione invernale dello Shisha Pangma, 8027 m.[10]

Il 1º agosto 2008, in compagnia dell’alpinista valdostano Hervé Barmasse, effettua la prima ascensione del Beka Brakai Chhok, montagna del Karakorum (Pakistan) alta 6940 m, dopo gli infruttuosi tentativi effettuati da spedizioni inglesi e neozelandesi.[11]

Il 9 febbraio 2009, insieme al kazako Denis Urubko, realizza la prima salita invernale del Makalu, 8463 m s.l.m., uno dei sei ottomila ancora inviolati in inverno. La salita è effettuata in puro stile alpino e, in ragione della stagione, in condizioni avverse: vento gelido ad oltre 100 km/h e temperature fino a -40 gradi con 3000 metri di dislivello da superare a partire dal campo base avanzato (5400 m s.l.m.).[12] Reinhold Messner si è complimentato per l’impresa in un articolo sul La Gazzetta dello Sport:

« Il vento che spazza la parete è davvero tremendo e Simone me l’ha confermato. Ma lui e il suo compagno sono stati capaci di salire ugualmente. E soprattutto lo hanno fatto con una spedizione ridottissima, senza aiuti, in stile alpino. Davvero una delle grandi ascensioni degli ultimi anni. »
(Reinhold Messner, articolo su la Gazzetta dello sport del 15 febbraio 2009[13])

Il 2 febbraio 2011, sempre insieme a Denis Urubko e allo statunitense Cory Richards, realizza la prima salita invernale del Gasherbrum II, 8035 m s.l.m.[14] La salita rappresenta anche la prima invernale di un 8000 del Karakorum. Con questa ascensione, inoltre, Moro diventa l’unico alpinista insieme ai polacchi Krzysztof Wielicki e Jerzy Kukuczka ad aver salito tre ottomila in prima invernale assoluta. Durante la discesa dal campo 1 al campo base, i tre alpinisti vengono travolti da una valanga sotto il Gasherbrum V. All’arrivo di quest’ultima i tre si siedono aspettando di essere travolti, per cercare di restare a galla, nuotando nella neve e senza respirare per evitare di inalare la polvere di ghiaccio. Moro riesce a liberarsi per primo e raggiunge ed estrae dalla neve i due compagni, riusciti a tenere fuori dalla neve solamente la testa. Sopravvissuti senza danni, rientrano al campo base.[15]

Nell’inverno 2011-2012 tenta insieme a Denis Urubko la prima ascensione invernale del Nanga Parbat, tentando inoltre l’apertura di una nuova via. È costretto a rinunciare a causa del maltempo persistente e della gran quantità di neve fresca depositatasi sulla montagna.[16]

Nella primavera del 2012 progetta di concatenare la salita dell’Everest e del Lhotse, sempre senza l’uso di ossigeno, ma vi rinuncia il 23 maggio a causa dell’eccessivo affollamento della montagna. C’erano infatti oltre 200 persone sulla via, il che la rendeva estremamente pericolosa.[17] Nella primavera 2013 è di nuovo sull’Everest per tentare la salita di una nuova via assieme a Ueli Steck e Jon Griffith, tuttavia il gruppo viene coinvolto in una violenta rissa con circa un centinaio di sherpa locali durante uno dei primi giorni di salita;[18] in seguito a tale episodio (senza precedenti nella storia dell’alpinismo himalayano) il gruppo decide di sospendere la spedizione.[19]

Nell’inverno 2013-2014 tenta nuovamente la scalata invernale del Nanga Parbat, desistendo a 6500 metri di quota dopo tre tentativi, effettuati in parte collaborando con una spedizione di polacchi.[20]

Nell’inverno 2014/2015, a causa delle abbondanti nevicate, rinuncia al progetto di concatenamento Manaslu (8163 mt.) vetta principale – Pinnacolo Est (7992 mt.), tentativo effettuato con Tamara Lunger.[21]

Nell’inverno 2015/2016, dopo i tentativi falliti degli anni precedenti, torna al Nanga Parbat, riuscendo stavolta a realizzare la prima salita invernale il 26 febbraio insieme allo spagnolo Alex Txicon, e al pakistano Ali Sadpara. Il quarto componente della spedizione, l’italiana Tamara Lunger, si ferma invece pochi metri sotto la vetta.

L’Everest, visto da nord, su cui Simone Moro è salito quattro volte

Ottomila

  • 1996: Shisha Pangma in 27 ore A/R
  • 1997: Lhotse (con A. Boukreev)
  • 2000: Everest da sud[23]
  • 2002: Cho Oyu (in velocità)[24]
  • 2002: Everest da nord[25]
  • 2003: Broad Peak (in velocità)[26]
  • 2005: Shisha Pangma (prima ascensione invernale, con Piotr Morawski)[10]
  • 2006: Everest (traversata sud-nord, con ascensione in velocità)[27]
  • 2009: Makalu (prima ascensione invernale, con Denis Urubko)[12]
  • 2010: Everest da sud[28]
  • 2011: Gasherbrum II (prima ascensione invernale, con Denis Urubko e Cory Richards)[14]
  • 2016: Nanga Parbat (prima ascensione invernale, con Alex Txicon e Ali Sadpara)[22]

Pilota di elicottero

Nel 2009 Moro diventa pilota di elicottero[29] e si specializza nel soccorso alpino sulle montagne del Nepal[30][31], diventando il primo europeo a volare sull’Himalaya[32]. Nel 2011 entra nel team di elisoccorso di una compagnia privata nepalese[33].

Il 18 maggio 2012 effettua insieme al pilota Piergiorgio Rosati un recupero in long line sul Tengkangpoche a oltre 6400 m, riconosciuto essere probabilmente il più alto recupero in parete con elicottero mai effettuato[34][35]. Il 19 maggio 2013 batte il suo stesso record insieme a Maurizio Folini e Armin Senoner, effettuando un recupero in long line a quota 23000 ft (circa 7000 m) e realizzando il più alto avviamento a quota 5300 m. Entrambi i record sono stati realizzati con un AS-350[36].

Il 25 ottobre 2015 realizza un nuovo record partendo dall’aeroporto di Bolzano, volando sulle Dolomiti raggiunge la quota di 6 705 m s.l.m., ottenendo quindi il primato mondiale per la quota più alta raggiunta con un elicottero biposto con motore a turbina e della categoria E-1a (elicotteri con peso al decollo meno di 500 kg) battendo il precedente record del francese Jean Dabos che nel 1953 arrivò alla quota di 4 879 m s.l.m. L’elicottero utilizzato è l’AvioTecnica ES-101 Raven, un biposto dotato di turbina che pesava al decollo meno di 450 kg. La quota raggiunta da Moro è superiore anche al record di quota realizzato con elicotteri con motore a pistoni della medesima categoria, detenuto dal francese Olivier Gensse con 6 658 m s.l.m.[37]

Televisione

Dal 9 novembre 2015 conduce assieme a Caterina Balivo il reality show Monte Bianco – Sfida verticale, in onda su Rai 2.[38]

Pubblicazion

  • Nel 2003 pubblica Cometa sull’Annapurna, nel quale racconta la spedizione dell’inverno 1997 sull’Annapurna. In quel frangente Moro e i suoi due compagni, Anatoli Boukreeve Dimitri Sobolev, furono travolti da una valanga che li fece rotolare per 800 metri per la parete est dell’Annapurna: Moro riuscì a salvarsi, gli altri invece morirono.
  • Nel 2008 pubblica 8000 metri di vita, nel quale ripercorre tutte le fasi esplorative alle cime di 8000 metri, mostrando le immagini di ogni versante dei colossi himalaiani e riportando le vie di salita.
  • Nel 2012 pubblica La voce del ghiaccio. Gli ottomila in inverno: il mio sogno quasi impossibile.
  • Nel 2013 pubblica Everest. In vetta a un sogno.
  • Nel 2014 pubblica In ginocchio sulle ali. La passione per il volo, la missione di soccorso in quota: non voglio smettere di sognare , nel quale racconta le sue vicende come pilota di elicottero.

Onorificenze

Medaglia d'oro al valor civile - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia d’oro al valor civile
«Con grande coraggio, rinunciando al compimento di un’ardua impresa alpinistica, interveniva in soccorso di un giovane rocciatore inglese precipitato lungo la parete di un monte, a circa 8000 metri di altitudine e con un elevatissimo rischio di valanghe. Dopo notevoli difficoltà, con il buio e il freddo, raggiungeva il ferito, il quale giaceva immobile ed in stato di shock, con il viso insanguinato e quasi assiderato. Quindi lo legava a sé e tirandolo di forza, con estenuante e lunghissima fatica, riusciva a portarlo in salvo. Nobile esempio di elette virtù civiche ed esemplare spirito di solidarietà. 22 maggio 2001 – Lhotse-Everest (Nepal)»

[39]

Per il medesimo episodio ha ricevuto a Parigi, dal segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, il “David A. Sowles Award”, premio istituito nel 1981 dall’American Alpine Club, assegnato quattro volte in più di vent’anni.[40]

Nel 2010 ha ricevuto il premio “Adventurer of the year”, organizzato dalla rivista statunitense Outside Magazine congiuntamente alla fiera “Outdoor & Adventure” di Stoccolma.[41]

Informazioni su diego80 (1946 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

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