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1° marzo 1938 – Muore il poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio

« Roma, d’innanzi, si profondava in un silenzio quasi di morte, immobile, vacua, simile a una città addormentata da un potere fatale. »
(Gabriele D’Annunzio, Il piacere, 1889)
on. Gabriele D’Annunzio
Stemma del Regno d'ItaliaParlamento del Regno d’Italia
Camera del Regno d’Italia
Gabriele D'Anunnzio.png
Luogo nascitaPescara
Data nascita12 marzo 1863
Luogo morteGardone Riviera
Data morte1º marzo 1938 (74 anni)
Titolo di studioDiploma di maturità classica, Laurea in letteratura honoris causa
Professionescrittore, giornalista
PartitoEstrema destra storica (18971900)
Estrema sinistra storica(1900)
Associazione Nazionalista Italiana (19101920)
Federazione Nazionale dei Legionari Fiumani (19211924)
LegislaturaXX del Regno d’Italia
Pagina istituzionale

Gabriele D’Annunzio, a volte scritto d’Annunzio[1], nome con cui usava firmarsi, dal 1924 Principe di Montenevoso (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1º marzo 1938), è stato uno scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico e giornalista italiano, simbolo del Decadentismo[2] e celebre figura della prima guerra mondiale[3][4].

Firma di D’Annunzio

Soprannominato il Vate, cioè “guida degli altri uomini” cantore dell’Italia umbertina, occupò una posizione preminente nellaletteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924. È stato definito «eccezionale e ultimo interprete della più duratura tradizione poetica italiana […]»[5][6] e come politico lasciò un segno nella sua epoca e una influenza sugli eventi che gli sarebbero succeduti.

Biografia

(LA)« Hoc habeo quodcumque dedi. »(IT)« Io ho quel che ho donato. »
(Motto dannunziano[7])

La famiglia e gli anni di formazione

La casa natale di d’Annunzio a Pescara

Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara il 12 marzo 1863 da una famiglia borghese benestante. Terzo di cinque figli, visse un’infanzia felice, distinguendosi per intelligenza e vivacità. Dalla madre, Luisa de Benedictis (1839-1917), erediterà la fine sensibilità; dal padre, Francesco Paolo Rapagnetta (1831-1893) (il quale acquisì anche il cognome D’Annunzio da un ricco parente che lo adottò, lo zio Antonio D’Annunzio[8]), il temperamento sanguigno, la passione per le donne e la disinvoltura nel contrarre debiti, che portarono la famiglia da una condizione agiata a una difficile situazione economica. Reminiscenze della condotta paterna, la cui figura è ricordata nelle Faville del maglio e accennata nel Poema paradisiaco, sono presenti nel romanzo Trionfo della morte. Ebbe tre sorelle, cui fu molto legato per tutta la vita, e un fratello minore[9]:

  • Anna (Pescara, 27 luglio 1859 – Pescara, 9 agosto 1914)
  • Elvira (Pescara, 3 novembre 1861 – Pescara, 1942)
  • Ernestina (Pescara, 10 luglio 1865 – Pescara, 1938)
  • Antonio (Pescara, 1867 – New York, 1945), direttore d’orchestra, si trasferì negli Stati Uniti d’America, dove perse tutto nellacrisi economica del 1929; D’Annunzio lo aiutò finanziariamente con cospicui prestiti, ma le continue richieste di denaro spinsero Gabriele a rompere i rapporti e a rifiutare di incontrarlo al Vittoriale.

Il giovane D’Annunzio non tardò a manifestare un carattere ambizioso e privo di complessi e inibizioni, portato al confronto competitivo con la realtà. Ne è testimonianza la lettera che, ancora sedicenne nel 1879, scrive a Giosuè Carducci, il poeta più stimato nell’Italia umbertina, mentre frequenta il liceo al prestigioso istituto Convitto Cicognini di Prato. Nel 1879 il padre finanziò la pubblicazione della prima opera del giovane studente, Primo vere, una raccolta di poesie che ebbe presto successo. Accompagnato da un’entusiastica recensione critica sulla rivista romana Il Fanfulla della Domenica, il libro venne pubblicizzato dallo stesso D’Annunzio con un espediente: fece diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. La notizia ebbe l’effetto di richiamare l’attenzione del pubblico romano sul romantico studente abruzzese, facendone un personaggio molto discusso. Lo stesso D’Annunzio poi smentì la falsa notizia.[9] Dopo aver concluso gli studi liceali accompagnato da una notorietà in continua ascesa, giunse a Roma, dove si iscrisse alla Facoltà di Lettere anche se non avrebbe mai condotto a termine gli studi.[9]

Il periodo romano (1881-1891)

Gabriele D’Annunzio

Gli anni 1881-1891 furono decisivi per la formazione di D’Annunzio, e nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano di Roma da poco divenuta capitale del Regno, cominciò a forgiarsi il suo stile raffinato e comunicativo, la sua visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica. La buona accoglienza che trovò in città fu favorita dalla presenza in essa di un folto gruppo di scrittori, artisti, musicisti, giornalisti di origine abruzzese, parte dei quali conosciuti dal poeta a Francavilla al Mare, in un Convento di proprietà del corregionale e amicoFrancesco Paolo Michetti, (fra cui Scarfoglio, Tosti, Masciantonio e Barbella) che fece parlare in seguito di una “Roma bizantina”.[9]

La cultura provinciale e vitalistica di cui il gruppo si faceva portatore appariva al pubblico romano, chiuso in un ambiente ristretto e soffocante — ancora molto lontano dall’effervescenza intellettuale che animava le altre capitali europee — una novità “barbarica”, eccitante e trasgressiva; D’Annunzio seppe condensare perfettamente, con uno stile giornalistico esuberante, raffinato e virtuosistico, gli stimoli che questa opposizione “centro-periferia”, “natura-cultura” offriva alle attese di lettori desiderosi di novità.[9]

D’Annunzio si era dovuto adattare al lavoro giornalistico soprattutto per esigenze economiche, ma attratto alla frequentazione della Roma “bene” dal suo gusto per l’esibizione della bellezza e del lusso, nel 1883 sposò, con un matrimonio “di riparazione” (lei era già incinta del figlio Mario), nella cappella di Palazzo Altemps a Roma, Maria Hardouin duchessa di Gallese, da cui ebbe tre figli (Mario, deputato al parlamento, Gabriele Maria, attore, e Ugo Veniero)[10]. Il matrimonio finì in una separazione legale dopo pochi anni (anche se il poeta e la ex-moglie rimasero in buoni rapporti), per le numerose relazioni extraconiugali di D’Annunzio, tra cui quella con Maria Gravina, da cui ebbe la figlia Renata. Tuttavia, le esperienze per lui decisive furono quelle trasfigurate negli eleganti e ricercati resoconti giornalistici. In questo rito di iniziazione letteraria egli mise rapidamente a fuoco i propri riferimenti culturali, nei quali si immedesimò fino a trasfondervi tutte le sue energie creative ed emotive.[9] Ma la donna viene presto messa in disparte dallo scrittore, che dall’aprile del 1887 guarda con grande passione alla nuova amante Barbara Leoni, destinata a restare il più grande amore anche al di là della loro storia durata cinque anni.

Il grande successo letterario arrivò con la pubblicazione del suo primo romanzo, Il piacere a Milano presso l’editore Treves, nel 1889. Tale romanzo, incentrato sulla figura dell’esteta decadente, inaugura una nuova prosa introspettiva e psicologica[11] che rompe con i canoni estetici del naturalismo e del positivismo allora imperanti. Accanto a lettori ed estimatori più attenti e colti, venne presto a crearsi attorno alla figura di D’Annunzio un vasto pubblico condizionato non tanto dai contenuti, quanto dalle forme e dai risvolti divistici delle sue opere e della sua persona, un vero e proprio star system ante litteram, che lo stesso scrittore contribuì a costruire deliberatamente. Egli inventò uno stile immaginoso e appariscente di vita da “grande divo”, con cui nutrì il bisogno di sogni, di misteri, di “vivere un’altra vita”, di oggetti e comportamenti-culto che stava connotando in Italia la nuova cultura di massa.[9]

D’Annunzio negli anni 1890

Il periodo napoletano (1891-1894)

Tra il 1891 e il 1893 D’Annunzio visse a Napoli, dove compose Giovanni Episcopo e L’innocente, seguiti da Il trionfo della morte (scritto in Abruzzo, fra Francavilla al Mare e San Vito Chietino) e dalle liriche del Poema paradisiaco. Sempre di questo periodo è il suo primo approccio agli scritti di Friedrich Nietzsche. Le suggestioni nietzschiane, liberamente filtrate dalla sensibilità del Vate si ritroveranno anche ne Le vergini delle rocce (1895), poema in prosa dove l’arte «…si presenta come strumento di una diversa aristocrazia, elemento costitutivo del vivere inimitabile, suprema affermazione dell’individuo e criterio fondamentale di ogni atto»[12].

Nel 1892, a seguito di una gara con Ferdinando Russo sulla capacità del poeta di comporre liriche in dialetto napoletano, D’annunzio compone il testo de ‘A vucchella, romanza che verrà pubblicata nel 1907 musicata da Francesco Paolo Tosti, ed eseguita da celebri interpreti come Enrico Caruso e, più tardi, Luciano Pavarotti, e coraggiosi della musica leggera come Roberto Murolo.

Il periodo fiorentino (1894-1904)

Sempre nel 1892 cominciò una relazione epistolare con la celebre attrice Eleonora Duse, con la quale ebbe inizio la stagione centrale della sua vita. Si conobbero personalmente nel 1894 e subito scattò l’amore. Per vivere accanto alla sua nuova compagna, D’Annunzio si trasferì a Firenze, nella zona di Settignano, dove affittò la villa La Capponcina(vicinissima alla villa Porziuncola dell’attrice), trasformandola in un monumento del gusto estetico decadente, definita da lui “la vita del signore rinascimentale”. Frequentò anche il Chianti e conobbe una nobile di San Casciano in Val di Pesa, passò un breve periodo presso il Fedino, una nota villa del luogo. Sono in questi anni che si situa gran parte della drammaturgia dannunziana, piuttosto innovativa rispetto ai canoni del dramma borghese o del teatro, dominanti in Italia, e che non di rado ha come punto di riferimento la figura attoriale della Duse, nonché le sue migliori opere poetiche, la gran parte delle Laudi, e, tra queste, il vertice e capolavoro della poesia dannunziana, l’Alcyone.[9] La relazione dell’artista con Eleonora Duse è stata celebrata a Firenze in un modo molto originale. Alla nascita del quartiere fiorentino di Coverciano (sorto proprio ai piedi della villa dannunziana di Settignano), due importanti arterie stradali della zona vennero inaugurate in memoria dei famosi amanti, prevedendo inoltre un incrocio tra queste vie. Tra il 1893e il 1897 D’Annunzio condusse un’esistenza movimentata che lo portò dapprima nella sua terra d’origine e poi in Grecia, che visitò nel corso di un lungo viaggio.[9] Nel 1897 volle provare l’esperienza politica, vivendo anch’essa, come tutto il resto, in un modo bizzarro e clamoroso: eletto deputato della destra, passò quasi subito nelle file della sinistra, giustificandosi con la celebre affermazione «vado verso la vita», per protesta contro Luigi Pelloux e le “leggi liberticide”; espresse anche vivaci proteste per la sanguinosa repressione dei moti di Milano da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris.[13] Dal 1900 al 1906 fu molto vicino al Partito Socialista Italiano[14].

D’Annunzio e la Massoneria

Il 3 marzo 1901 inaugurò invece con Ettore Ferrari, Gran Maestro della massoneria del Grande Oriente d’Italia, l’Università Popolare di Milano, nella sede di via Ugo Foscolo, dove pronunciò il discorso inaugurale e dove, successivamente, svolse un’attività straordinaria di docenze e lezioni culturali.[15] L’amicizia con Ferrari aveva avvicinato il Vate alla “libera muratoria”: D’Annunzio era infatti massone e 33º grado della Gran Loggia d’Italia degli Alam detta “di Piazza del Gesù”, fuoriuscita nel 1908 dal GOI[16].

Più tardi fu iniziato al Martinismo.[17] Molti dei volontari fiumani erano esoteristi o massoni e tra di essi figuravano in particolare Alceste de Ambris, Sante Ceccherini[18], Marco Egidio Allegri. La bandiera della Reggenza del Carnaro avrebbe contenuto svariati simboli massonici e gnostici, come l’uroboro e le sette stelle dell’Orsa Maggiore.[19][20]

Il trasferimento in Francia (1904-1915)

Eleonora Duse

La relazione con Eleonora Duse si incrinò nel 1904, dopo il tradimento con Alessandra di Rudiní e la pubblicazione del romanzo Il fuoco, in cui il poeta aveva descritto impietosamente la loro relazione. In quell’epoca la vita dispendiosa condotta dal Vate lo portò a sperperare le cospicue somme percepite per le proprie pubblicazioni, che divennero insufficienti a coprire le spese prodottesi. Nel 1910 D’Annunzio si trasferì in Francia: già da tempo aveva accumulato una serie di debiti e per evitare i creditori aveva preferito allontanarsi dal proprio Paese. L’arredamento della villa fu messo all’asta e D’Annunzio per cinque anni non rientrò in Italia. Risale a questo periodo la relazione con l’americana Romaine Beatrice Brooks.[9]

A Parigi era un personaggio noto, era stato tradotto da Georges Hérelle e il dibattito tra decadentisti e naturalisti aveva a suo tempo suscitato un grosso interesse già con Huysmans. Ciò gli permise di mantenere inalterato il suo dissipato stile di vita fatto di debiti e frequentazioni mondane, tra cui quelle con Filippo Tommaso Marinetti e Claude Debussy. Pur lontano dall’Italia collaborò al dibattito politico prebellico, pubblicando versi in celebrazione della guerra italo-turca, inclusi poi in Merope, o editoriali per diversi giornali nazionali (in particolare per il Corriere) che a loro volta gli concedevano altri prestiti.[9]

Nel 1910 D’Annunzio aderì all’Associazione Nazionalista Italiana fondata da Corradini. Nei suoi contributi, inneggiò ad una politica di potenza, opponendo la sua idea di Nazione all’«Italietta meschina e pacifista».[9]

Nel 1914 Gabriele D’Annunzio rifiutò di diventare Accademico della Crusca, dichiarandosi nemico degli onori letterari e delle Università. Ai bolognesi che gli offrivano una cattedra scrisse infatti: “amo più le aperte spiagge che le chiuse scuole dalle quali vi auguro di liberarvi”[21].

Dopo il periodo parigino si ritirò ad Arcachon, sulla costa Atlantica, dove si dedicò all’attività letteraria in collaborazione con musicisti di successo (Mascagni, Debussy), e compose libretti d’opera e soggetti per film (Cabiria).[9]

Partecipazione alla prima guerra mondiale (1915-1918)

D’Annunzio ai primi anni del 1900

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Volo su Vienna e Beffa di Buccari.

Nel 1915 ritornò in Italia, dove rifiutò la cattedra di letteratura italiana che era stata di Pascoli; condusse immediatamente un’intensa propaganda interventista, inneggiando al mito di Roma e del Risorgimento e richiamandosi alla figura di Giuseppe Garibaldi. Il discorso celebrativo che D’Annunzio pronunciò a Quarto il 5 maggio 1915, in seno alle imponenti manifestazioni che si svolsero a Genova in occasione delle celebrazioni del primo maggio, segnò l’inizio di un fitto programma di manifestazioni interventiste, che culminarono con le arringhe tenute a Roma durante tutto il periodo antecendente l’entrata in guerra, durante le cosiddette “radiose giornate di maggio”. Con lo scoppio del conflitto con l’Austria-Ungheria, D’Annunzio, nonostante avesse 52 anni, ottenne di arruolarsi nei Lancieri di Novara partecipando subito ad alcune azioni dimostrative navali e aeree. Per un periodo risiedette a Cervignano del Friuli e Santa Maria la Longa, località vicine al Comando della III Armata, a capo della quale era il suo estimatore Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta.[9]

Uno dei volantini lanciato su Vienna

Allegoria del propagandistico fatto sopra Trieste il 22 agosto 1915

La sua attività in guerra fu prevalentemente propagandistica, fondata su continui spostamenti da un corpo all’altro come ufficiale di collegamento e osservatore.[13]

Ottenuto il brevetto di aviatore, nell’agosto 1915 effettuò un volo sopra Trieste insieme al suo comandante e carissimo amico Giuseppe Garrassini Garbarino lanciando manifesti propagandistici; nel settembre 1915 partecipò a un’incursione aerea su Trento e nei mesi successivi, sul fronte carsico, a un attacco lanciato sul monte San Michele nel quadro delle battaglie dell’Isonzo. Il 16 gennaio del 1916, a seguito di un atterraggio d’emergenza, nell’urto contro la mitragliatrice dell’aereo riportò una lesione all’altezza della tempia e dell’arcata sopraccigliare destra. La ferita, non curata per un mese, provocò la perdita dell’occhio. Passò così un periodo di convalescenza a Venezia, durante il quale, assistito dalla figlia Renata, compose il Notturno. L’opera, interamente dedicata a ricordi e riflessioni legati all’esperienza di guerra, fu pubblicata nel 1921. Dopo la degenza, contro i consigli dei medici, tornò al fronte: nel settembre 1916 partecipò a un’incursione su Parenzo e, nell’anno successivo (1917), con la III Armata, alla conquista del Veliki e al cruento scontro presso le foci del Timavo nel corso della decima battaglia dell’Isonzo. Nel marzo 1918, con il grado di maggiore, assume il comando della Squadra aerea di San Marco[22].

Le imprese aeree contro il porto di Cattaro (1917) e il Volo su Vienna e la partecipazione sui MAS alla Beffa di Buccari (1918) completarono il suo stato di servizio. Al termine del conflitto «egli apparteneva di diritto alla generazione degli assi e dei pluridecorati…»[23]e il coraggio dimostrato, unitamente ad alcune celebri imprese di cui era stato protagonista, ne consolidarono ulteriormente la popolarità. Si congedò con il grado di tenente colonnello ( inusuale, all’epoca, per un militare non di carriera); gli verrà poi anche concesso il titolo onorario di generale di brigata aerea. Nell’immediato dopoguerra D’Annunzio si fece portatore di un vasto malcontento, insistendo sul tema della “vittoria mutilata” e chiedendo, in sintonia con il movimento dei combattenti, il rinnovamento della classe dirigente in Italia. Lo stesso clima a di malcontento portò all’ascesa di Benito Mussolini, che di qui al 1922 avrebbe condotto il fascismo a prendere il potere in Italia.[9]

Durante il conflitto D’Annunzio conobbe il poeta giapponese Harukichi Shimoi, arruolatosi negli Arditi dell’esercito italiano.[24] Dall’incontro dei due poeti-soldati nacque l’idea, promossa a partire dal marzo 1919, del raid aereo Roma-Tokyo, a cui il Vate voleva inizialmente partecipare, e che fu portato a termine dall’aviatore Arturo Ferrarin.[24][25]

L’impresa di Fiume (1919-1921)

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Impresa di Fiume e Reggenza Italiana del Carnaro.

Enrico Marchiani, Ritratto di Gabriele d’Annunzio in uniforme da Ardito. Dipinto esposto al Museo D’Annunzio Eroe del Vittoriale

D’Annunzio in divisa da comandante su una cartolina di Fiume

« Trasformare il cardo bolscevico in rosa d’Italia, Rosa d’Amore. »
(Gabriele D’Annunzio[26])

Nel settembre 1919 D’Annunzio guidò un colpo di mano paramilitare, guidando una spedizione di “legionari”, partiti da Ronchi di Monfalcone (ribattezzata, nel 1925, Ronchi dei Legionari in ricordo della storica impresa), all’occupazione della città di Fiume, che le potenze alleate vincitrici non avevano assegnato all’Italia.[27] Con questo gesto D’Annunzio raggiunse l’apice del processo di edificazione del proprio mito personale e politico.[9]

A Fiume, occupata dalle truppe alleate, già nell’ottobre 1918 si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l’annessione all’Italia,[28] di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. D’Annunzio con una colonna di volontari (tra i quali vi era anche Silvio Montanarella, marito della figlia Renata) occupò Fiume e vi instaurò un “Comando dell’Esercito italiano in Fiume d’Italia”. Il 5 ottobre 1920 aderì al Fascio di combattimento di Fiume[29].

D’Annunzio, che era anche comandante delle Forze Armate Fiumane, e il suo governo, vararono tra l’altro laCarta del Carnaro, una costituzione provvisoria, scritta dal sindacalista rivoluzionario Alceste de Ambris[30] e modificata in parte da D’Annunzio stesso[31], che prevedeva, assieme alle varie leggi applicative e regolamenti varati, numerosi diritti per i lavoratori, le pensioni di invalidità, l’habeas corpus, il suffragio universale maschile e femminile, la libertà di opinione, di religione e di orientamento sessuale, la depenalizzazione dell’omosessualità, delnudismo e dell’uso di droga[32], la funzione sociale della proprietà privata, il corporativismo, le autonomie locali e il risarcimento degli errori giudiziari[33], il tutto molto tempo prima di altre carte costituzionali dell’epoca.[34]

Alle 9 corporazioni originarie ne aggiunse una decima, costituita dai cosiddetti “uomini novissimi”. Gli articoli XLIII e XLIV delineano la figura di un “Comandante” (lo stesso D’Annunzio), eletto con voto palese, una sorta di dittatore romano, attivo per il tempo di guerra, che detiene “la potestà suprema senza appellazione” e “assomma tutti i poteri politici e militari, legislativi ed esecutivi. I partecipi del Potere esecutivo assumono presso di lui officio di segretarii e commissarii.”[35]

Alcuni sostengono che D’Annunzio avesse usato mezzi repressivi per il governo di Fiume, i quali precorsero quelli poi usati dai fascisti. È diffusa l’opinione che l’uso dell’olio di ricino come strumento di tortura e punizione dei dissidenti sia stato introdotto proprio dai legionari di D’Annunzio, poi fatto proprio e reso famoso dalle squadrismo fascista.[36][37]. Altri sostengono invece che l’esperienza non ebbe connotati solo nazionalistici, ma anche liberali e libertari piuttosto netti, e che il poeta non avesse intenzione di costituire un governo personale, ma solo un governo d’emergenza con possibilità di sperimentazioni di diverse idee, aggregate in un programma politico unico grazie al suo carisma.[13][32]Prima della fine dell’esperienza fiumana, la Reggenza del Carnaro sarà il primo stato indipendente al mondo – anche se non ufficiale e autoproclamato – a riconoscere nel 1920 la legittimità della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, che nel 1923, unendosi alle altre repubbliche federali ad essa subordinate, sorte sulle ceneri dell’Impero russodurante la rivoluzione d’ottobre, diverrà l’Unione sovietica; in cambio, i sovietici, guidati da Lenin, furono gli unici al mondo a riconoscere l’indipendenza statale di Fiume dallaJugoslavia.[38] D’Annunzio per un certo periodo guardò con simpatia ai bolscevichi, tanto che il 27 e il 28 maggio 1922 ospitò al Vittoriale Georgij Vasil’jevič Čičerin, commissariosovietico agli affari esteri[39] arrivato in Italia per la conferenza di Genova.[40] Tuttavia nel 1926 esprimerà invece critiche contro il governo sovietico.[41]

Il 12 novembre 1920 venne stipulato il trattato di Rapallo: Fiume divenne città libera, Zara passò all’Italia; ma D’Annunzio non accettò l’accordo e il governo italiano di Giovanni Giolitti il 26 dicembre 1920, fece sgomberare i legionari con la forza, causando numerosi morti, nel cosiddetto “Natale di sangue”. Ai tempi di Fiume D’Annunzio soprannominò sprezzantemente Cagoja l’ex primo ministro Francesco Saverio Nitti, in relazione appunto alla sua contrarietà verso l’annessione di Fiume.[9] Nel 1924 lo Stato libero di Fiume fu infine annesso all’Italia, ed italiano rimase fino al 1945.

L’esilio a Gardone Riviera (1921-1938)

La villa di D’Annunzio, nel complesso monumentale del “Vittoriale degli Italiani”

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Vittoriale degli italiani.

Deluso dall’epilogo dell’esperienza di Fiume, nel febbraio 1921 si ritirò in un’esistenza solitaria nella villa di Cargnacco (comune diGardone Riviera) che pochi mesi più tardi acquistò. Ribattezzata il Vittoriale degli italiani fu ampliata e successivamente aperta al pubblico. Qui lavorò e visse fino alla morte, curando con gusto teatrale un mausoleo di ricordi e di simboli mitologici di cui la sua stessa persona costituiva il momento di attrazione centrale.

D’Annunzio si impegnò inoltre per la crescita e il miglioramento della zona: la costruzione della strada litoranea Gargnano-Riva del Garda(1929-1931) fu fortemente voluta da lui che se ne interessò personalmente, facendo valere il suo prestigio personale con le autorità. La strada, progettata e realizzata dall’ing. Riccardo Cozzaglio, segnò il termine del secolare isolamento di alcuni paesi del Lago di Garda e fu poi classificata di interesse nazionale con il nome di Strada statale 45 bis Gardesana Occidentale. Lo stesso D’Annunzio, presente all’inaugurazione della strada, la battezzò con il nome di Meandro per via della sua tortuosità e dell’alternarsi delle buie gallerie e del lago azzurro.[42]

Il Vate e il fascismo

Il rapporto con il fascismo fu complesso e articolato, benché sostanzialmente organico: i fascisti in ascesa celebrarono D’Annunzio, riutilizzando i motti e i simboli del Vate già utilizzati a Fiume, come uno dei massimi e più fecondi letterati d’Italia, ma lo scrittore, a parte l’adesione iniziale ai Fasci di combattimento, non prese mai la tessera del Partito Nazionale Fascista, probabilmente per mantenere la sua completa autonomia.[9]

Nel 1919 Mussolini avviò una sottoscrizione pubblica per finanziare l’Impresa di Fiume, con la quale raccolse quasi tre milioni di lire. Una prima tranche di denaro, ammontante a 857.842 lire, fu consegnata a D’Annunzio ai primi di ottobre, mentre altro denaro gli giunse in seguito. Una parte cospicua del denaro raccolto invece non fu però consegnata a D’Annunzio, e Mussolini fu accusato da due redattori di averla dirottata per finanziare il proprio partito in vista delle vicine elezioni politiche italiane del 1919 e lo squadrismo.[43]Per controbattere alle accuse D’Annunzio inviò una lettera a Mussolini in cui ne attestò pubblicamente l’autorizzazione[44]. Il poeta certificò che parte della somma raccolta fu utilizzata per finanziare lo squadrismo a Milano.

« Mio caro Benito Mussolini, chi conduce un’impresa di fede e di ardimento, tra uomini incerti o impuri, deve sempre attendersi d’essere rinnegato e tradito “prima che il gallo canti per la seconda volta”. E non deve adontarsene né accorarsene. Perché uno spirito sia veramente eroico, bisogna che superi la rinnegazione e il tradimento. Senza dubbio voi siete per superare l’una e l’altro. Da parte mia, dichiaro anche una volta che — avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari bene scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica — io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti. Contro ai denigratori e ai traditori fate vostro il motto dei miei “autoblindo” di Ronchi, che sanno la via diritta e la meta prefissa.Fiume d’Italia, 15 febbraio 1920 Gabriele D’Annunzio. »

Incontro tra Mussolini e D’Annunzio

D’Annunzio, assieme a Filippo Tommaso Marinetti, fu uno dei primi firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato il 21 aprile 1925. Il deputato socialista Tito Zaniboni, più tardi noto per aver organizzato un attentato contro Mussolini il 4 novembre 1925, comunicò al giornale Il Mondo, la notizia che D’Annunzio, in una lettera indirizzata a un legionario fiumano avrebbe scritto in maniera critica sulla questione:

« Sono molto triste di questa fetida ruina »
(Gabriele D’Annunzio secondo Tito Zaniboni[45])

All’indiscrezione D’Annunzio rispose il 5 novembre su “La provincia di Brescia”:

« A tutti i politicastri, amici o nemici, conviene dunque ormai disperare di me. Amo la mia arte rinovellata, amo la mia casa donata. Nulla d’estraneo mi tocca, e d’ogni giudizio altrui mi rido »
(Gabriele D’Annunzio[46])

Il Vittoriale: è segnata con la X la finestra dalla quale D’Annunzio cadde nel 1922

D’Annunzio nel 1922, in uniforme da ufficiale del Regio Esercito

Nel 1937 fu eletto Presidente dell’Accademia d’Italia, ma non andò mai a presiedere alcuna riunione (la nomina fu quasi imposta da Benito Mussolini, con la contrarietà di D’Annunzio). D’Annunzio fu anche Presidente onorario della SIAE dal 1920 al 1938.[47] Per molti il Duce, temendo la popolarità e la personalità indipendente del poeta, tentò di metterlo risolutamente da parte, ricoprendolo di onori.[48] Mussolini arrivò a finanziarlo con un assegno statale regolare, che gli permise di far fronte ai numerosi debiti, in cambio D’Annunzio evitò di esternare troppo il disprezzo che provava per la trasformazione del fascismo-movimento, che aveva ammirato, in un regime dittatoriale.[49] Di certo vi era la scomodità del personaggio: già nel 1922, tre mesi prima della Marcia su Roma, quando D’Annunzio cadde dalla finestra della sua villa rischiando la vita (vicenda soprannominata “il volo dell’arcangelo”), qualcuno parlò di attentato ordito dal primo ministro Francesco Saverio Nitti o addirittura dai fascisti; il funzionario Giuseppe Dosi indagò sulla caduta “accidentale” di D’Annunzio, che quasi ne provocò la morte, e scrisse:

« Sicuramente qualcuno che ha visto nell’evento la volontà di non far presiedere a D’Annunzio l’incontro con Nitti e Mussolini e quindi cerca la traccia di un complotto. La principale indiziata è Luisa Baccara (compagna di D’Annunzio all’epoca, ndr) o sua sorella Jolanda ovvero tutte e due insieme. Nasce l’ipotesi che Luisa Baccara (che delle due sorelle ha maggiore personalità) sia la carceriera del Comandante; che sia una spia di Nitti o una fascista celata, ma anche che abbia lo scopo finale di uccidere D’Annunzio per toglierlo di mezzo, posto che sia diventato ingombrante per tutti. Certo gli eventi portano molta acqua al mulino di queste ipotesi.[50] »

Renzo De Felice afferma che D’Annunzio fu posto poi sotto controllo di agenti fascisti[51], visti anche i buoni rapporti del Vate con esponenti del mondo libertario, socialista erivoluzionario[34], tra cui l’ex legionario fiumano e poi socialista Alceste de Ambris (che avvicinò il nazionalista D’Annunzio all’anarco-individualismo[34][52]) e il politico Aldo Finzi,fascista di sinistra (poi partigiano antifascista) che prese parte con il poeta al volo su Vienna.[53] Nel 1937-38 D’Annunzio si oppose all’avvicinamento dell’Italia fascista al regimenazista, bollando Adolf Hitler, già nel 1934, come “pagliaccio feroce”.[54] A partire da questo periodo, D’Annunzio cominciò a propagandare la necessità di completare l’irredentismo con una nuova “impresa fiumana” sulla Dalmazia. Mussolini e Starace lo fecero mettere segretamente sotto stretta sorveglianza, non fidandosi di lui e delle sue iniziative.[55]

Nel 1937 D’Annunzio si recò alla stazione di Verona per incontrarsi con Mussolini

La sua influenza sulla cultura italiana ed europea nei primi decenni del Novecento fu indiscutibile. Sempre attento ai movimenti dei giovani, fu tra i massimi ispiratori del Fondaco di baldanza, della Federazione Italiana Universitaria e di La Fionda, associazione goliardica e casa editrice.

La sua salute cominciava ormai a declinare, D’Annunzio riceveva sempre le sue numerosi amanti, ma nonostante il carisma intatto e il fascino che esercitava il suo mito, egli le aspettava in camicia da notte o nella penombra, per nascondere il fisico invecchiato. Faceva spesso uso di stimolanti (come la cocaina[49]), medicinali vari e antidolorifici, visibili tuttora negli armadietti del Vittoriale.[56]

Il 1º marzo 1938, alle ore 20:05, Gabriele D’Annunzio morì nella sua villa per un’emorragia cerebrale, mentre era al suo tavolo da lavoro; sullo scrittoio era aperto il Lunario Barbanera, con una frase da lui sottolineata di rosso, che annunciava la morte di una personalità.[56] Il ricercatore Attilio Mazza[57] ha sostenuto che il poeta possa essere morto per overdose di farmaci, accidentale o volontaria, dopo un periodo di depressione[56]; all’amica Ines Pradella aveva scritto pochi mesi prima:“Fiammetta, oggi patisco uno di quegli accessi di malinconia mortali, che mi fanno temere di me; poiché è predestinato che io mi uccida. Se puoi, vieni a sorvegliarmi”.[56] Il certificato medico di morte, scritto dal dottor Alberto Cesari, primario dell’ospedale di Salò, e dal dottor Antonio Duse, medico curante del poeta, ufficializzò comunque la morte per cause naturali.[56]

Ai funerali di Stato, voluti in suo onore dal regime fascista, la partecipazione popolare fu imponente. Il feretro, avvolto dalla bandiera del Timavo[58] era seguito da «…la folla innumerevole degli ex legionari, degli ammiratori, dei devoti alla sua gloria e alla sua fama…».[59] È sepolto nel mausoleo del Vittoriale.[9]

Luoghi dannunziani

Molti sono i luoghi visitati da Gabriele D’Annunzio, tra i quali l’Abruzzo, Pescara, Ortona, San Vito Chietino, la Toscana, Firenze, Settignano, Roma, Napoli, Venezia e altri posti all’estero. Alcuni dei quali sono descritti dal poeta nelle sue opere Il piacere, Primo vere, Canto novo, Il fuoco, Le novelle della Pescara, e Il trionfo della morte, nelle tragedie La figlia di Jorio e La fiaccola sotto il moggio, e nella raccolta a più volumi delle Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi.

In Abruzzo

Trabocco ad Ortona

Entrata dell’abbazia di San Clemente

  • Pescara: il rione di Castellammare Adriatico, la Cattedrale di San Cetteo, la casa natale.
  • Chieti: Piazza della Cattedrale di San Giustino, Corso Marrucino.
  • Francavilla al Mare: Convento Michetti e Villa Schifanoia.
  • Guardiagrele: borgo antico, la Collegiata di Santa Maria Maggiore con le effigi degli antenati del protagonista de Il trionfo della morte, la Majella e il Torrione Orsini.
  • Costa dei Trabocchi: i centri di San Vito Chietino e Fossacesia, con i trabocchi da pesca, l’Abbazia di San Giovanni in Venere e l’eremo dannunziano nella località Portelle.[60]
  • Ortona: il castello aragonese, il Palazzo Farnese, visitato da d’Annunzio con l’amico Francesco Paolo Tosti, e la Cattedrale di San Tommaso Apostolo, dove è descritto un pellegrinaggio nelle Novelle della Pescara.
  • Casoli: il borgo e il Castello Ducale Orsini, dove il poeta risiedette con l’amico Pasquale Masciantonio.
  • Casalbordino: i trabocchi, e il Santuario della Madonna dei Miracoli.
  • Lama dei Peligni: il borgo e la Grotta del Cavallone.
  • Miglianico: il pellegrinaggio di San Pantaleone nella cattedrale omonima, narrato nelle Novelle della Pescara.
  • Anversa degli Abruzzi: il castello normanno di Sangro, il borgo di Castrovalva e le gole del Sagittario.
  • Castiglione a Casauria: l’Abbazia di San Clemente a Casauria, visitata con gli amici Masciantonio, Tosti e Michetti.
Altrove

Vittoriale degli Italiani

  • Atene, Corinto, Micene nella crociera in Grecia.
  • Firenze: centro, visitato con la Duse.
  • Settignano: Villa La Capponcina, dove visse con la Duse.
  • Roma: Palazzo Zuccari, Piazza di Spagna, Pincio, dove visse con la Leoni.
  • Venezia: Piazza San Marco, descritta nel Fuoco.
  • Napoli: centro, visitato con Masciantonio.
  • Parigi: centro, dove visse in esilio nel 1912-1914.
  • Arcachon in Gironda (Francia).
  • Buccari, dove compì la “beffa”.
  • Quarto dei Mille.
  • Ronchi dei Legionari.
  • Fiume (Croazia), dove il poeta occupò la città nel 1920.
  • Gardone Riviera: Vittoriale degli italiani, dove visse gli ultimi anni.

Opere principali

Corrispondenza erotica con Evelina Morasso

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Opere di Gabriele D’Annunzio.

La produzione letteraria di D’Annunzio fu stampata integralmente fra il 1927 e il 1936 da un Istituto nazionale creato appositamente sotto l’egida dello Stato italiano per la pubblicazione della sua Opera Omnia. Il Vate collaborò attivamente alla realizzazione dell’ambizioso progetto, come collaborò alla pubblicazione di un’edizione economica (L’Oleandro) che ricalcava la precedente, realizzata anch’essa quando egli era ancora in vita, fra il 1931 e il 1937. Subito dopo la sua morte e cioè fra il1939 e il 1942 la Fondazione del Vittoriale degli Italiani provvide a ristampare quasi integralmente la produzione dannunziana: 42 volumi su un totale di 46 (gli ultimi quattro non uscirono per le note vicende belliche che desolarono l’Italia nel 1943). Nel secondo dopoguerra merita una particolare menzione la pregevole edizione dell’Opera Omnia apparsa, a partire dal 1950, nei Classici Contemporanei Italiani di Arnoldo Mondadori Editore. Fra le opere più significative di Gabriele D’Annunzio segnaliamo:

  • Primo vere
  • Canto novo
  • Intermezzo di rime
  • Il piacere
  • L’innocente
  • Poema paradisiaco
  • Il trionfo della morte
  • Le vergini delle rocce
  • La città morta
  • La Gioconda
  • Il fuoco
  • Laudi
  • Le novelle della Pescara
  • La figlia di Iorio
  • La fiaccola sotto il moggio
  • La nave
  • Forse che sì forse che no
  • Notturno
  • Il libro segreto
  • La pioggia nel pineto (celeberrima lirica contenuta nel terzo libro delle succitate Laudi: Alcyone)

Estetismo e pensiero dannunziano

Luisa Baccara, una delle sue amanti

(LA)« Habere, non haberi »(IT)« Possedere, non essere posseduto »
(Gabriele D’Annunzio, massima del padre di Andrea Sperelli ne Il Piacere)

Le fonti dell’immaginario d’annunziano

Il mondo letterario francese

Alcune volte la fortuna di cui un autore gode è il frutto di scelte consapevoli, di una capacità strategica di collocarsi nel centro di un sistema culturale che possa garantirgli le migliori opportunità che il suo tempo ha da offrirgli. D’Annunzio aveva cominciato a “immaginarsi” poeta leggendo Giosuè Carducci negli anni del liceo; ma la sua sensibilità per la trasgressione e il successo dal 1885 lo portò ad abbandonare un modello come quello carducciano, già provinciale e superato in confronto a quanto si scriveva e si dibatteva in Francia, culla delle più avanzate correnti di avanguardia – Decadentismo e Simbolismo. Il suo giornale gli assicurava l’arrivo di tutte le riviste letterarie parigine, e attraverso i dibattiti e le recensioni in esse contenuti, D’Annunzio poté programmare le proprie letture cogliendo i momenti culminanti dell’evoluzione letteraria del tempo.[61]

Fu così che conobbe Théophile Gautier, Guy de Maupassant, Max Nordau e soprattutto Joris Karl Huysmans, il cui romanzo À rebours costituì il manifesto europeo dell’estetismo decadente. In un senso più generale, le scelte di D’Annunzio furono condizionate da un utilitarismo che lo spinse non verso ciò che poteva rappresentare un modello di valore “alto”, ideale, assoluto, ma verso ciò che si prestava a un riuso immediato e spregiudicato, alla luce di quelli che erano i suoi obiettivi di successo economico e mondano.[61]

La filosofia tedesca e il vitalismo

D’Annunzio non esitava a “saccheggiare” ciò che colpiva la sua immaginazione e che conteneva quegli elementi utili a soddisfare il gusto borghese e insieme elitario del “suo pubblico”. D’altronde, a dimostrazione del carattere unitario del “mondo dannunziano”, è significativo il fatto che egli usò nello stesso modo anche il pensiero filosofico, soprattutto tedesco.[61]

Fra i filosofi contemporanei più letti in Europa negli anni 1880 e 1890 furono senza dubbio Schopenhauer e Nietzsche. Da quest’ultimo soprattutto lo scrittore trasse alcuni importanti spunti e motivi per nutrire un universo di sentimenti e valori che appartenevano già a lui da sempre, e che facevano parte dell’atmosfera culturale che si respirava in uncontinente agitato da venti di crisi nazionalistiche, preannunzio della Grande guerra.[61]

Friedrich Nietzsche

Molto si è discusso su un preteso stravolgimento della filosofia nietzschiana da parte di D’Annunzio, ma tali elucubrazioni in realtà non hanno ragione di essere. La scoperta di Nietzsche da parte del poeta abruzzese non avviene infatti sul piano ideologico, ma si configura come una suggestione letteraria[12]. Le preoccupazioni del Vate erano infatti di indole artistica, non filosofica. D’altra parte il pensiero di Nietzsche, pur essendo stato talvolta oggetto di una generica adesione da parte di D’Annunzio, non fu mai sviluppato organicamente nelle creazioni del Vate che oltretutto non ebbe mai la pretesa di interpretarlo.[61]

In particolare, la rielaborazione della figura del superuomo da parte di D’Annunzio avviene secondo una visione personale e una sensibilità che non sono quelle del filosofo tedesco. I raffinati esteti che popolano i romanzi dannunziani sono ben lontani dall’oltreuomo nietzschiano che raggiunge una conoscenza superiore perseguendo un cammino personale e una dura disciplina di vita. D’Annunzio, nonostante si fosse dichiarato ateo in gioventù[62][63], era affascinato dalle varie culture religiose, sia dal paganesimo sia dal cristianesimo (in particolare dalfrancescanesimo) fino all’occultismo e al panteismo, interpretate in un modo personalissimo, e non mutuò quindi da Nietzsche gli aspetti dinichilismo derivati dal concetto della morte di Dio, proclamata dal tedesco; adottata una visione agnostica in campo religioso[64], come quella del collega Pascoli, probabilmente si riavvicinò alla fede negli ultimi anni di vita.[65][66] Da ciò il suo panismo e il suo vitalismo, che permea tutta la sua opera: la pulsione vitale e sensuale che spinge l’esteta-superuomo alla conoscenza piena e alla fusione nel mondo e nella natura.[61]

I nuovi modelli narrativi

La scelta di nuovi modelli narrativi e soprattutto linguistici – elemento questo fondamentale nella produzione dannunziana – comportò anche, e forse soprattutto, l’attenzione verso nuove ideologie. Ciò favorì lo spostamento del significato educativo e formativo che la cultura positivista aveva attribuito alla figura dello scienziato verso quella dell’artista, diventato il vero “uomo rappresentativo” di fine ottocento – primo novecento: “è più l’artista che fonde i termini che sembrano escludersi: sintetizzare il suo tempo, non fermarsi alla formula, ma creare la vita”.[61]

L’amore per la Duse

Spregiudicatezza e narcisismo, slanci sentimentali e atteggiamenti dettati da puro calcolo furono alla base anche dei rapporti di D’Annunzio con le numerose donne della sua vita. Quella che sicuramente più di ogni altra rappresentò per lo scrittore un nodo intricato di affetti, pulsioni e di artificiose opportunità fu Eleonora Duse, l’attrice di fama internazionale con cui egli si legò dal 1898 al 1901. Non c’è dubbio infatti che a questo nuovo legame debba essere fatto risalire il suo nuovo interesse verso il teatro e la produzione drammaturgica in prosa (Sogno di un mattino di primavera, La città morta, Sogno di un tramonto D’Autunno, La Gioconda, La gloria) e in versi (Francesca da Rimini,La figlia di Iorio, La fiaccola sotto il moggio, La nave e Fedra). In quegli stessi anni, la terra toscana ispirò al poeta la vita del “signore del Rinascimento fra cani, cavalli e belli arredi”, e una produzione letteraria che rappresenta il punto più alto raggiunto da D’Annunzio nel repertorio poetico.[61]

Poetica

Il percorso poetico di D’Annunzio, cominciato precocemente con Primo vere (1879), raccolta non priva di interesse e che si ispira all’opera carducciana, trova una sua prima autonomia espressiva in Canto novo, dove già si iniziano chiaramente a delineare alcune componenti essenziali della sua arte: la capacità di assimilare e rielaborare in forme del tutto personali le suggestioni e gli stimoli più svariati, provenienti sia dalla storia e dalla mitologia sia dalle correnti letterarie e filosofiche contemporanee; una visione vitalistica e sensuale della realtà di matrice classica o classicheggiante; l’elaborazione di un linguaggio il cui splendore e preziosità suggestiona e seduce ed è esso stesso parte integrante di un mondo poetico espresso da una sensibilità squisita e raffinata.[61] Tali componenti saranno ulteriormente sviluppate e approfondite nelle raccolte poetiche successive e in particolare nelle Elegie romane (1892), caratterizzate da un gusto eclettico di matrice decadentista in cui traspaiono gli echi più eterogenei, da Ovidio a Dante e Petrarca, daGoethe (che qui costituisce il modello per D’Annunzio sotto il profilo metrico) a Algernon Swinburne.

D’Annunzio che legge

Nel 1903 vennero pubblicati i primi tre libri delle Laudi, che secondo molti critici costituiscono il momento più alto dell’arte dannunziana e forse l’opera in versi più celebre e celebrata di D’Annunzio. In particolare nell’Alcyone, si riflettono i momenti più felici della sua panica immersione nelle atmosfere dell’antichità classica (Ditirambi, L’oleandro), in quelle della sua terra di origine, l’Abruzzo (I Pastori) e, soprattutto, nei paesaggi toscani del Valdarno (Bocca d’Arno), del Pisano e della Versilia (La pioggia nel pineto).[61] Ai consueti stimoli letterari (Ovidio, Dante, Carducci, i simbolisti, ecc.) e filosofici (in primo luogo Nietzsche) si aggiungono nell’Alcyone i sussidi derivanti da letture più tecniche (dal dizionario botanico di Caruel ai trattati di agricoltura del Palladio)[67] che fanno della raccolta un unicum nel panorama poetico del Novecento europeo. Per taluni critici l’Alcyone comincia ad aprire la strada a un altro capolavoro assoluto del D’Annunzio maturo: il Notturno. Fondamentale nell’Alcyone è la musicalità della lirica dannunziana, con l’ampio uso di parole onomatopeiche[61], come ne La pioggia nel pineto:

« Taci. Su le soglie / del bosco non odo / parole che dici / umane; ma odoparole più nuove / che parlano gocciole e foglie / lontane. »

D’Annunzio e Giovanni Pascoli, l’altro grande poeta del Decadentismo italiano, si conoscevano personalmente, e, benché caratterialmente e artisticamente molto diversi, il Vate stimava il collega e recensì positivamente le liriche pascoliane; Pascoli, dal canto suo, considerava D’Annunzio come il suo fratello minore e maggiore. Alla morte del Pascoli (1912) D’Annunzio gli dedicò l’opera Contemplazione della morte.[61]

La narrativa dannunziana

Le giovanili Novelle della Pescara si ispirano al Verga pur presentando la propria gente abruzzese in uno stile barbaramente violento.[61]

D’Annunzio raggruppò i suoi romanzi in tre cicli[61]:

  • i “‘romanzi della rosa”‘ (Il Piacere, L’innocente, Il trionfo della morte), che rappresentano lo sforzo per vincere la sensualità di fronte alla quale però cedono i protagonisti (rispettivamente Andrea Sperelli, artista raffinato vinto dall’amore per Elena Muti; Tullio Hermil che, nonostante la pietà umana, farà morire l’innocente nato da una relazione con la moglie; Giorgio Aurispa dominato dalla lussuria);
  • i “romanzi del giglio”, che rappresentano la purificazione dalla passione: scrisse solo Le vergini delle rocce, il cui protagonista, Claudio Cantelmo, è incerto fra tre fanciulle, quale sarà degna di generare il superuomo futuro rigeneratore della stirpe latina;
  • i “romanzi del melograno”, simbolo della rinata volontà: scrisse solo Il fuoco, in cui il protagonista Stelio Effrena riceve dalla giovane Foscarina l’ispirazione per la sua opera teatrale.

La struttura “ciclica” dei romanzi fu ideata anche da altri scrittori, per esempio Honoré de Balzac (i “cicli” de La Commedia umana); Verga (Ciclo dei Vinti); Fogazzaro (tetralogia:Piccolo mondo antico, Piccolo mondo moderno, Il santo, Leila); Émile Zola.

Estranei ai tre cicli sono il romanzo Giovanni Episcopo, che risente dello psicologismo della narrativa russa (in particolare Fëdor Dostoevskij), e Forse che sì forse che no, che esalta il mito eroico dell’aviazione.[68]

Oratoria politica

Francobollo di Fiume con ritratto di D’Annunzio (1920)

« Italia, Italia, / sacra alla nuova Aurora / con l’aratro e la prora! »
(Canto augurale per la nazione eletta[69])

Negli anni immediatamente precedenti il Primo conflitto mondiale, nella mentalità collettiva e negli ambienti culturali di tutta l’Europa si affermò un diffuso atteggiamento ottimistico e di esaltazione, non di rado accompagnato da contenuti politico-ideologici. Questo stato d’animo generale, legato al clima culturale della Belle Époque d’inizio secolo, fu poi ribattezzato Superomismo, sulla base di una lettura personale dei testi di Nietzsche; tutt’oggi il dibattito su quest’argomento non è ancora concluso. D’Annunzio intuì lo smisurato potere che si può trarre dai mezzi di comunicazione di massa e compartecipò a questo fenomeno fino a divenirne uno dei maggiori propugnatori.[61]

Il piacere fisico e gestuale della parola ricercata, della sonorità fine a sé stessa, della materialità del suono proposta come aspetto della sensualità, aveva già caratterizzato la poetica delle Laudi; ma con le opere teatrali egli aveva maturato uno stile il cui scopo era conquistare fisicamente il pubblico in un rapporto sempre più diretto e meno letterario. Facendo leva sul mito di Roma e su una vasta mitologia nazionale post-risorgimentale, creò un modulo retorico dall’aspetto al contempo combattivo ed elitario: l’abbandono della prosa letteraria e l’immersione nel rito collettivo della guerra si presentò come un tentativo di conquistare la folla, da un lato per dominarla dall’altro per annullarsi in essa, nell’ideale comunione totale tra capo e popolo. E in queste orazioni il popolo prendeva le forme impressionistiche dell’«umanità agglomerata e palpitante», mentre il capo era un re-filosofo, ora riproposto come profeta della patria.[61]

La retorica bellica di D’Annunzio trovò un largo consenso nella popolazione, affascinata dal suo carisma e dall’aura di misticità che lo circondava. Egli elaborò in questo modo un immaginario per la propaganda interventista, la quale sarà la premessa e il prototipo della propaganda fascista nel primo dopoguerra.[61]

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Motti dannunziani.

D’Annunzio e la musica

Giuseppe Verdi, spesso celebrato da D’Annunzio

Sin dall’infanzia, Gabriele D’Annunzio ebbe un rapporto strettissimo con la musica, tanto da prendere lezioni di pianoforte e contemporaneamente di violino dietro suggerimento del padre. D’Annunzio possedeva un violino prodotto probabilmente da Jakobus Steiner (1617 – 1683), uno dei più illustri liutai del Tirolo.[70] Il Vate era più legato a Gasparo da Salò che al sommo Antonio Stradivari. L’amore per Gasparo da Salò e per il violino è rintracciabile anche nelle stanze e nei giardini del Vittoriale. Nella villa di Gardone Riviera c’è una parte del giardino che ha la forma di un violino ed è chiamata giardino delle danze. La stanza della musica, quella che ospitava le esecuzioni intime diLuisa Baccara al pianoforte, recava inizialmente il nome di Camerata di Gasparo , proprio in onore al padre del violino moderno.[70] D’Annunzio sapeva suonare anche la chitarra e spesso trascorreva il pomeriggio con essa. Era un finissimo conoscitore dell’opera musicale: privilegiava il sinfonismo di Ludwig van Beethoven, la poesia pianistica di Fryderyk Chopin e di Robert Schumann, il lirismo di Giuseppe Verdi e non dimenticava mai di prestare attenzione anche ai capolavori e alle innovazioni della sua epoca. Disdegnava la banda di Pescara, da lui definitabrigantesca, e frequentava i concerti dei quintetti sgambatiani che Giovanni Sgambati, discepolo di Franz Liszt, teneva a Roma nella Sala Dante, alla presenza della Regina Margherita.[70]

Amicizie, collaborazioni e inimicizie

Era intimo amico di Francesco Paolo Tosti, il cosiddetto Re della romanza. D’Annunzio fornì a Tosti numerosi testi da musicare. Il più famoso è uno dei capolavori della canzone napoletana: ‘A vucchella. Scritta da D’Annunzio nel 1892, in seguito ad una scommessa con Ferdinando Russo al tavolino del Caffè Gambrinus di Napoli, divenne un successo internazionale quando fu cantata da Enrico Caruso.[70] Russo diede il testo a Tosti, che lo musicò, e la celeberrima canzone fu pubblicata da Ricordi nel 1904 con la sua data di composizione. Tra le altre romanze di Tosti, con i versi di D’Annunzio, merita d’esser ricordata ancheL’alba separa dalla luce l’ombra, famosissima lirica tratta dalle Quattro canzoni dell’Amaranta. D’Annunzio intuì il valore dell’opera verista, ma fu sempre riluttante nei suoi confronti. Definì Pietro Mascagni il capobanda e scrisse un pamphlet dallo stesso titolo che apparve su Il Mattino di Napoli il 3 settembre 1892. D’Annunzio reclamava un ritorno all’antica musicalità d’origine classica.[70]

Divenne amico di Giacomo Puccini e col grande compositore si tentò la collaborazione per comporre due drammi storici: Rosa di Cipro e La crociata dei fanciulli. Il carteggio tra i due, di recente pubblicazione, mostra proprio queste due forze culturali, tutte tese a entrare in contatto per creare un assoluto capolavoro.[70]

D’Annunzio legò anche con Arturo Toscanini e memorabile è il concerto che Toscanini tenne con l’orchestra del Teatro alla Scala nel 1920 a Fiume. D’Annunzio scrisse a Toscanini nel giugno di quell’anno: «… Venga a Fiume d’Italia, se può. È qui oggi la più risonante aria del mondo. E l’anima del popolo è sinfoniale come la sua orchestra. I Legionari attendono il Combattente che un giorno condusse il coro guerriero».[70] Toscanini fu accompagnato nella città dannunziana da Leone Sinigaglia e Italo Montemezzi. La città di Fiume era una sorta di città musicale. La musica era la più intima compagna dei cittadini e nello statuto della città v’era scritto: «Excitat auroram», eccita l’alba.[70]D’Annunzio disse ai suoi legionari dopo l’esercitazione del mattino: «Guardatelo, guardategli la mano che tiene lo scettro. Il suo scettro è una bacchetta, leggera come una verga di sambuco; e solleva i grandi flutti dell’orchestra, sprigiona i grandi torrenti dell’armonia, apre le cateratte della grande fiumana, scava le forze dal profondo e le rapisce al sommo, frena i tumulti e li riduce in sussurri, fa la luce e l’ombra, fa il sereno e la tempesta, fa il lutto e il giubilo». Quella stessa sera vi fu il concerto che prevedeva musiche di Beethoven, Giuseppe Verdi (I vespri siciliani), Wagner, Sinigaglia (Suite Piemonte) e di Respighi (Le fontane di Roma). Il legame con Toscanini non terminò dopo l’esperienza di Fiume. Il Vate invitava spesso Toscanini e sua figlia al Vittoriale.[70]

D’Annunzio prestò numerosi suoi testi alla scena musicale. La figlia di Iorio fu musicata da Alberto Franchetti, famoso per aver concesso ad Umberto Giordano il testo dell’Andrea Chenier; Francesca da Rimini da Riccardo Zandonai che ne trasse un’opera dal valore autentico, Parisina da Pietro Mascagni, La Pisanella e La Nave ad Ildebrando Pizzetti, il più grande compositore influenzato dal dannunzianesimo assieme a Gian Francesco Malipiero e autore della Sinfonia del Fuoco per Cabiria, il kolossal cui aveva collaborato anche D’Annunzio. Non solo agli italiani finirono i grandi capolavori scenici del Vate: le musiche di scena per Fedra vennero composte da Arthur Honegger, mentre Claude Debussy ebbe il privilegio di musicare Il martirio di San Sebastiano.[70], tragedia pagana mista a simboli cristiani.

Profonda amicizia lo legò anche al pittore Adolfo De Carolis, marchigiano, suo illustratore preferito, cui affidò l’illustrazione di molte opere letterarie, tra cui La figlia di Iorio, le Laudi, la Francesca da Rimini, la Fedra e il Notturno. D’Annunzio per l’illustrazione delle sue edizioni era molto esigente e controllava lo stile e ogni particolare dell’opera, al fine di dar loro un aspetto ricercato e prezioso, sull’esempio delle opere più celebri del Rinascimento.

Composizioni da camera su testi dannunziani

  • I sonetti delle fate – (Gian Francesco Malipiero)
  • La sera fiesolana – (Alfredo Casella)
  • La sera – (Ottorino Respighi)
  • La najade – (Ottorino Respighi)
  • Mattinata (Spandono le campane) – (Ottorino Respighi)
  • Sopra un’aria antica – (Ottorino Respighi)
  • O falce di luna calante – (Ottorino Respighi)
  • Un sogno (Ottorino Respighi)
  • Van li effluvi de le rose da i verzieri – (Ottorino Respighi)
  • ‘A vucchella (Sì, comm’a nu sciorillo) – (Francesco Paolo Tosti)
  • Ancóra qualche rose è ne’ rosai (Francesco Paolo Tosti)
  • Arcano! (Io credo udir tra li alberi un susurro) – (Francesco Paolo Tosti)
  • Buon Capo d’Anno (O dame che le Folgori degli occhi) – (Francesco Paolo Tosti)
  • Che dici, o parola del Saggio – (Francesco Paolo Tosti)
  • Chi sei tu che mi parli ove non s’ode – (Francesco Paolo Tosti)
  • Dorme la selva, e tra l’ombrose fronde – (Francesco Paolo Tosti)
  • E quale cosa eguaglia ne la vita – (Francesco Paolo Tosti)
  • En hamac (J’entends tomber des branches) – (Francesco Paolo Tosti)
  • Visione (Il sole ride: le nubi serene) – (Francesco Paolo Tosti)
  • In amaca (Mi cantano i rami) – (Francesco Paolo Tosti)
  • In van preghi, in vano aneli – (Francesco Paolo Tosti)
  • Arcano! (Io credo udir tra li alberi un susurro) – (Francesco Paolo Tosti)
  • Notte bianca (La mia lunga romanza in mi minore) – (Francesco Paolo Tosti)
  • L’alba separa dalla luce l’ombra – (Francesco Paolo Tosti)
  • Lasciami! Lascia ch’io respiri, lascia – (Francesco Paolo Tosti)
  • L’ora è tarda; deserto il mar si frange – (Francesco Paolo Tosti)
  • Ma chi vide più larghi e più profondi – (Francesco Paolo Tosti)
  • Mentre che fra le tende scolorate – (Francesco Paolo Tosti)
  • Mi cantano i rami (In amaca) – (Francesco Paolo Tosti)
  • Ninna nanna – (Francesco Paolo Tosti)
  • Non pianger più. Torna il diletto figlio – (Francesco Paolo Tosti)
  • Or dunque addio! Con le pupille ardenti – (Francesco Paolo Tosti)
  • Perché ti neghi con lo sguardo stanco – (Francesco Paolo Tosti)
  • Piangi, tu che hai nei grandi occhi la mia – (Francesco Paolo Tosti)
  • Quanto ha dormito, il cembalo! Mancava – (Francesco Paolo Tosti)
  • Se ancora col più dolce tuo sorriso (Por morire) – (Francesco Paolo Tosti)
  • Settembre di’: l’anima tua m’ascolta – (Francesco Paolo Tosti)
  • Sogna, sogna, mia cara anima! Tutto – (Francesco Paolo Tosti)
  • Tanto accadrà, ben che non sia d’aprile – (Francesco Paolo Tosti)
  • Vorrei (Vorrei, allor che tu pallido e muto) – (Francesco Paolo Tosti)
  • Vuol note o banconote? – (Francesco Paolo Tosti)
  • Wenn lichter Mondenschein – (Max Reger)
  • Canto dell’ospite (Si frangono l’acque odorose) – (Leone Sinigaglia)
  • Sommerfahrt – (Leone Sinigaglia)

Opere teatrali e musiche di scena su soggetti dannunziani

  • La figlia di Iorio, tragedia pastorale in 3 atti – (Alberto Franchetti)
  • Francesca da Rimini, opera drammatica – (Riccardo Zandonai)
  • Parisina, tragedia lirica in 4 atti – (Pietro Mascagni)
  • Fedra – (Ildebrando Pizzetti)
  • La figlia di Iorio – (Ildebrando Pizzetti)
  • La Pisanella, musiche di scena – (Ildebrando Pizzetti)
  • La nave, musiche di scena – (Ildebrando Pizzetti)
  • Phaedre, musiche di scena – (Arthur Honegger)
  • Il martirio di San Sebastiano, musiche di scena – (Claude Debussy)

La musica nelle opere di D’Annunzio

La maggior parte delle opere scritte da D’Annunzio contiene riferimenti espliciti alla musica. Il piacere divenne ben presto il testo sacro dell’estetismo, assieme al Dorian Gray diWilde e A rebours di Huysmans. Il suo protagonista, l’esteta e raffinato Andrea Sperelli, conosce ad un concerto Elena Muti, la donna che amerà. La cornice dell’innamoramento è Beethoven. La Sonata al chiaro di luna diventa il simbolo ed emblema di un amore che sta scoccando. D’Annunzio immortala il momento magico, fatato, attraverso le note dell’andante sostenuto. Il romanzo contiene altri riferimenti a brani celebri e non. Maria Ferres, la seconda amata di Sperelli, è un’abile pianista che esegue preludi di Bach e pezzi sognanti di Schumann. D’Annunzio sembra quasi farsi beffe dei lettori poco esperti dell’arte: in un passo, si parla di una Gavotta delle dame gialle composta da Jean-Philippe Rameau, ma il francese non ha mai composto nessun pezzo con questo titolo.[70][71]

Ne Il trionfo della morte, Giorgio Aurispa, il protagonista, si imbatte in una stanza del suo palazzo, colma di memorie d’arte musicali[70]: «Nella terza stanza, severa e semplice, le memorie erano musicali, venivano dai muti strumenti. Sopra un lungo cembalo levigato, di palissandro, ove le cose si riflettevano come in una sfera, riposava un violino nella sua custodia. Sopra un leggio una pagina di musica si sollevava e si abbassava ai soffli dell’aria, quasi in ritmo con le tende.
Giorgio si avvicinò. Era una pagina di un Mottetto di Felix Mendelssohn: Dominica II post Pascha…
Giorgio aprì la custodia, guardò il delicato strumento che dormiva in un velluto color d’oliva, con le sue quattro corde intatte. Preso come da una curiosità di svegliarlo, egli toccò il cantino che diede un gemito acuto facendo vibrare tutta la cassa. Era un violino di Andrea Guarneri, con la data del 1680.
La figura di Demetrio, alta, smilza, un po’ curva, con un collo lungo e pallido, con i capelli rigettati indietro, con la ciocca bianca sul mezzo della fronte, riapparve».

Un’altra memoria musicale del romanzo è, senza dubbio, il ricordo del Tristano e Isotta, in cui il protagonista si getta nella memoria profonda cercando di godere ancora della scena passionale e magica.[70]

Le vergini delle rocce è il suo unico romanzo in cui non compare nessun riferimento preciso alle composizioni, ma la musica qui è data dalla glorificazione della bellezza sonora scaturita dall’acqua[70]:

« L’acqua non è più l’acqua; diventa un’anima perduta che urla, che ride, che singhiozza, che balbetta, che sbeffa, che si lagna, che chiama, che comanda. Incredibile!, dice Antonello per giustificarsi di avere imposto il silenzio ai giuochi degli zampilli. Ma quando Anatolia richiama a vita la grande fontana marmorea – componimento pomposo di cavalli nettunii, di tritoni, di delfini e di conche in triplice ordine, dandole l’acqua, ecco che il narratore Claudio immagina la voluttà della pietra invasa dalla fresca e fluida vita: e finge in sé medesimo «l’impossibile brivido.Le buccine dei tritoni soffiavano, dice Claudio, le fauci dei delfini gorgogliavano. Dalla sommità uno zampillo eruppe sibilando, lucido e rapido come un colpo di stocco vibrato contro l’azzurro; si franse, si ritrasse, esitò, risorse più diritto e più forte; si mantenne alto nell’aria, si fece adamantino, divenne uno stelo, parve fiorire. Uno strepito breve e netto come lo schiocco di una frusta echeggiò da prima nel chiuso; poi fu come uno scroscio di risa poderose, fu come un rovescio di pioggia… – Senti, esclamò Antonello che guardava quel trionfo con occhi di nemico – ti sembra tollerabile a lungo questo frastuono ? – «Ah, io starei ore e giorni ad ascoltarlo – parvemi dicesse Violante mettendo su la sua voce un velo più grave – nessuna musica vale questa per me». »
(G. D’Annunzio, Le vergini delle rocce)

Nei Taccuini e ne Le faville del maglio sono numerose le citazioni di compositori antichi poco noti, come i due madrigalisti ferraresi Filippo Nicoletti e Giovanni Maroni. Queste citazioni hanno il carattere di un gioco di erudizione e di ricerca del “testo raro”, come spiegato da Gian Francesco Malipiero nel suo saggio Ariel Musicale[72].

L’opera poetica, infine, è tutta permeata da una musicalità eccezionale, riscontrabile in maniera molto chiara anche nella prosa dannunziana. Le liriche dell’Elettra, invece, contengono alcuni omaggi ai grandi ingegni musicali dell’Italia (Giuseppe Verdi e Bellini). L’Alcyone, però, è il capolavoro della musicalità lirica di D’Annunzio: basti pensare alla grandezza de La pioggia nel pineto, il più grande esempio di partitura musicale dannunziana.[73]

D’Annunzio e Wagner

Richard Wagner

« … Nell’orchestra parlavano tutte le eloquenze, cantavano tutte le gioie, piangevano tutti i dolori, che mai voce umana espresse. Su dalle profondità sinfoniche le melodie emergevano, si svolgevano, si interrompevano, si sovrapponevano, si mescevano, si stemperavano, si dileguavano, sparivano per riemergere. […] Nell’impeto delle progressioni cromatiche era il folle inseguimento d’un bene che sfuggiva ad ogni presa pur da vicino balenando. Nelle mutazioni di tono, di ritmo, di misura, nelle successioni di sincopi era una ricerca senza tregua, era una bramosia senza limiti, era il lungo supplizio del desiderio sempre deluso e mai estinto. »
(Il trionfo della morte)
« Nel preludio del Tristano e Isolda l’anelito dell’amore verso la morte irrompeva con una veemenza inaudita, il desiderio insaziabile si esaltava in una ebrezza di distruzione. Per bere laggiù in onor tuo la coppa dell’amore eterno, io voleva consacrarti con me sul medesimo altare alla morte. »
(Il trionfo della morte)

D’Annunzio pubblicò tre articoli nel 1893: gli articoli apparsi su “La Tribuna”, il 23 luglio, il 3 e il 9 agosto, erano dedicati a Il caso Wagner. In questi articoli D’Annunzio prende ufficialmente le difese del compositore e va contro Friedrich Nietzsche, uno dei suoi filosofi d’elezione. D’Annunzio difende il lavoro moderno di Wagner e dice: «Il filosofo si mette fuori del suo tempo, mentre l’artefice rientra nel suo tempo. Ma l’uno, pur glorificando la vita, spazia in un dominio puramente speculativo; mentre l’altro realizza le sue astrazioni nella forma concreta dell’opera d’arte… Pel Nietzsche, quindi, l’autore del Parsifal non è un artefice di musica… egli concede che in questo il Wagner possa a buon diritto apparirci come un creatore e un novatore di primo ordine, avendo infinitamente aumentato la potenza espressiva della musica. Ma la concezione è subordinata all’ipotesi che la musica possa talora non essere musica, sì bene un linguaggio, una specie di ancilla dramaturgica. Togliete la musica wagneriana dalla protezione dell’ottica teatrale – egli dice – e avrete semplicemente della cattiva musica, la peggior musica che sia mai esistita. Qui è il grossolano errore, o la vana ingiustizia. Per me, e per i miei pari, la superiorità di Riccardo Wagner sta appunto in questo: che la sua musica è, in gran parte, bellissima ed ha un alto e puro valore di arte indipendentemente dalla faticosa macchinazione teatrale e dalla significazione simbolica sovrapposta».
La musica di Wagner è riccamente citata nel Trionfo tanto che il Tristano diventa fonte di ispirazione per l’opera ma anche follia per il protagonista.[74] Il fuoco è il romanzo in cui la musica troneggia. Uno dei personaggi è addirittura Richard Wagner stesso, vecchio, prossimo alla morte (nel romanzo si fanno anche riferimenti a Claudio Monteverdi, aCaccini, alla sinfonia dell’Arianna di Benedetto Marcello, ma è il compositore tedesco il vero protagonista musicale).[70] D’Annunzio si identifica col protagonista, Stelio Effrena, come uno dei portatori della bara di Wagner, dopo la sua morte avvenuta a Venezia, fatto che in realtà non avvenne, poiché lo scrittore non era nella città lagunare nel febbraio 1883.[75]

D’Annunzio e la cucina

« O Vita, o Vita, / dono dell’Immortale / (…) alla mia fame vorace (…) O mondo, sei mio! / Ti coglierò come un pomo, / ti spremerò alla mia sete, / alla mia sete perenne. »
(Inno alla vita, in Laudi, Maia)

Si racconta come, poco più che adolescente al Collegio Cicognini, D’Annunzio abbia capitanato una rivolta contro la polpetta. Sin dall’inizio il poeta era noto come intenditore di cucina. Al Vittoriale, se doveva prender parte ad un pasto, si isolava nella Stanza della cheli, la sala da pranzo dal pesante decoro in cui troneggia ancora oggi la tartaruga di bronzo, ricavata dal guscio della vera Cheli, la tartaruga del Vate che morì per indigestione di tuberose, monito all’ingordigia. Il Vate amava regalare alle sue amanti dolci, cioccolatini e marrons glacés, di cui era particolarmente ghiotto; non apprezzava molto il vino, preferendo la semplice acqua, da sempre lodata nelle sue composizioni. Ottima è l’acqua: il verso di Pindaro faceva mostra di sé sulle pareti del bagno al Vittoriale. Tuttavia durante il periodo francese bevve il vino (vini di Bordeaux e tra gli champagne il Mumm Cordon Rouge).
Per il poeta il cibo è una raffinata e stimolante metafora della seduzione; esso anticipa, richiama o sublima l’incontro d’amore (“La finezza dei cibi aiuta l’armonia mentale”, scrisse):

« …Scalise, il calabrese, mi ha mandato l’uva passa avvolta nelle foglie legate: quella che già celebrai nella Licenza della Leda. Magicamente la mia sensualità si trasfonde nelle mie dita che cercano gli acini dentro l’involucro. È un viluppo femminino. Una voluttà creata dall’immaginazione, nel separare acino da acino, nella massa aderente. L’umidità viscosa come quella della fica dopo il piacere. L’orgoglio di trovare un godimento ancor più profondo e raro, senza la presenza opaca e pesante. Una nuova specie di piacere solitario, inspirato da una Musa che arrossisce e impallidisce a volta a volta?… »
(Di me a me stesso, appendice al Libro segreto)

Durante gli anni del Vittoriale, i pranzi venivano prodotti da Albina, governante veneta chiamata Suor Intingola, Suor Albina e Santa Cuciniera, mentre chiamava sé stesso il Priore.[76] Albina ha il compito di esaudire i desideri culinari del Vate, mentre Amelie Mazoyer, detta “Aelis”, è la governante delle donne di servizio, dette “Clarisse”. Ogni tanto arrivano anche delle “badesse” di passaggio, ossia ammiratrici e donne di compagnia, che dovevano soddisfare i gusti sessuali del Comandante.[56]

D’Annunzio fu anche cuoco: sappiamo di una speciale salsa:

« …Ti ricordi tu quando scendevamo insieme per la scala portando le bottiglie, i barattoli, e quella famosa saliera uscita dalle fabbriche di Sevres? Ti ricordi com’eravamo allegri e come ridevamo e di quanti baci intramezzavamo la faccenda? Ti ricordi di tutto? E anche di quella salsa miracolosa che io feci una sera pestando per due ore un pezzo di tonno?… E poi, mentre le vaste tazze di caffè fumigavano, tu perseguitavi le farfalle dagli occhi di rubino, che svolazzavano intorno al lume. E io aspettavo impaziente che tu dicessi alla fine: – Vuoi che andiamo? / E allora incominciava un altro piacere… »
(da alcune lettere a Barbara Leoni[77])

La stanza della cheli, nella Prioria del Vittoriale, era la sala da pranzo di D’Annunzio

D’Annunzio amava circondarsi di bicchieri di vetro soffiato, laccato, bordato, finemente decorato, di argenti singolari: tartarughe e pavoni segnaposto, tempestati di gemme, passerotti per stecchini, spremilimoni da piatto, pulcini portauovo. Amava il riso, la carne alla griglia quasi cruda, tutti i pesci, pernici e cacciagione e tartufi. Tra i formaggi gustava il cacio e tra i salumi amava il salamino pepato.[78]Mangiava giornalmente 4-5 uova e fu un cultore della bistecca.[79] Divorava la frutta, cotta o cruda, ad ogni pasto e fuori dai pasti. Preferiva le pesche-noci, l’uva, i mandarini, le banane ma soprattutto le fragole. Gli piaceva una macedonia composta di fette d’arancio e qualche goccia di liquore. Quando non era osservato, amava divorare una dozzina di gelati di seguito; il preferito era il sorbetto al limone. Cioccolatini erano sempre alla sua portata in una coppa sulla scrivania e apprezzò a tal punto il parrozzo (tipico dolce abruzzese) da dedicargli dei versi.[80]

Il pomeriggio era solito prendere il tè o un caffè e latte (tè e caffè sempre con moderazione). Negli ultimi anni si ritirava nello studio verso mezzanotte e si faceva portare biscotti inglesi, mele cotte e il latte. Alle tre di notte capitava che il poeta mandasse agli amici cioccolatini, fiori e inviti a pranzo per il giorno dopo.[70]

Ai grandi ristoranti preferiva le trattorie, sempre lodandone la familiarità con cui venivano preparate le pietanze.[81]

Citazioni erroneamente attribuitegli[

  • Nando Martellini, celebre telecronista sportivo e giornalista, lodando il lungomare principale di Reggio Calabria quello che sarà poi chiamato lungomare Falcomatà (in onore del sindaco della città calabrese Italo Falcomatà), il quale rappresenta una “passeggiata” dove arte e natura si fondono, attribuì a Gabriele D’Annunzio la definizione dello stesso come il più bel chilometro d’Italia, anche per via del miraggio della fata morgana, un fenomeno ottico stranissimo che permette di vedere immagini ravvicinate della Sicilia riflesse dal mare tanto nitide da sembrare vere. In realtà la citazione è apocrifa e D’Annunzio non visitò mai Reggio Calabria.[82]

Omaggi

  • Gabriela Mistral, poetessa cilena, assunse questo pseudonimo in onore dei suoi due poeti preferiti, Frédéric Mistral e Gabriele D’Annunzio, appunto.[83]
  • Dal 21 al 23 giugno 2013 si è tenuto a Gardone Riviera, in occasione del 150º Anniversario dalla nascita del Vate, una manifestazione sportiva e culturale con automobili d’epoca (grande passione che il poeta D’Annunzio manifestò durante il suo soggiorno proprio a Gardone Riviera dove tuttora rimangono custodite due delle sue numerose automobili). La manifestazione, denominata Coppa Gabriele D’Annunzio, prevede anche la sosta presso la dimora del Vate e il pranzo all’interno del Parco del Vittoriale.
  • Il portale web dell’Aeronautica Militare ha proposto una pagina, intitolata “I grandi aviatori“, dove vengono citate le maggiori personalità storiche dell’aviazione italiana, ponendo D’Annunzio tra di esse.[84]
  • Lo scrittore e paramilitare giapponese Yukio Mishima tradusse nella sua lingua Il martirio di San Sebastiano e venne soprannominato il “D’Annunzio giapponese”.[85]

Neologismi da lui coniati

Fu lui a stabilire in Italia, tra le tante varianti che allora si usavano, che la parola “automobile” fosse di genere femminile: lo fece in una lettera inviata a Giovanni Agnelli che gli aveva posto l’annosa questione (“L’Automobile è femminile. Questa ha la grazia, la snellezza, la vivacità di una seduttrice; ha inoltre una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza”).[86] Fu D’Annunzio che italianizzò il sandwich chiamandolo tramezzino.[87] Fusoliera, velivolo e folla oceanica sono espressioni che introdusse lo stesso Vate.[22]Arzente, italianizzazione del termine cognac, per Gabriele D’Annunzio avrebbe dovuto essere derivato da “arzillo” e da ardens (ardente) a indicare lo stato di euforia indotto dall’ebbrezza, o il calore che derivava dal bere l’alcolico.[88] Inventò il nome proprio Cabiria per l’eroina dell’omonimo film muto del 1914 del quale firmò la sceneggiatura, il nome proprio Ornella e lo pseudonimo della scrittrice di romanzi rosa Amalia Liana Negretti Odescalchi, in arte Liala: il suo nome d’arte si deve proprio a un suggerimento di D’Annunzio: “Ti chiamerò Liala perché ci sia sempre un’ala nel tuo nome“.[89]. Fu D’Annunzio a coniare il termine Milite ignoto (dal latino miles ignotus, cioè “soldato sconosciuto”)[41] e, verso la fine della Grande guerra, vista la vittoria italiana sul Piave, il poeta decise che il sacro fiume d’Italia doveva cambiare l’articolo: se in passato il fiume era conosciuto come la Piave, fu dopo l’intervento di D’Annunzio che il fiume si chiamerà il Piave. D’Annunzio ebbe questa idea per celebrare la potenza maschia del fiume che resistette al nemico e il Piave fu elevato a fiume sacro della Patria.[90] Nel 1917 ribattezzò la Rinascente dopo la ricostruzione seguita all’incendio che l’aveva completamente distrutta.

L’attività pubblicitaria di D’Annunzio

D’Annunzio fu un grande pubblicitario oltre che coniatore di neologismi. Anche il nome de La Rinascente, per gli omonimi attuali grandi magazzini di Milano, fu suggerito da Gabriele D’Annunzio a Senatore Borletti quando quest’ultimo rilevò l’attività commerciale ivi presente, i magazzini “Aux Villes d’Italie”. (Il nome si rivelò poi particolarmente indovinato quando la Rinascente fu distrutta da un incendio e completamente ricostruita).[91] Fu testimonial dell’Amaro Montenegro che definì «liquore delle virtudi»[92] e dell’Amaretto di Saronno.[93] D’Annunzio lanciò una propria linea di profumi, l’Acqua Nunzia.[94] Coniò il nome Saiwa per l’azienda di biscotti.[92] D’Annunzio coniò inoltre il termine “fraglia”, unione dei termini “fratellanza” e “famiglia”, che indica oggi molte associazioni veliche, tra cui la Fraglia della Vela di Riva del Garda.[95] Per la famiglia di industrialiCaproni, pionieri del volo, coniò il motto, scritto sopra un caprone rampante: “Senza cozzar dirocco”.[96]

Cinema

Maciste, il nuovo eroe di D’Annunzio

Bartolomeo Pagano in una scena del primo Maciste (1915)

D’Annunzio creò anche un celebre eroe cinematografico: Maciste.[97] Tra il 1913 e il 1914 D’Annunzio firma un contratto cinematografico con il regista Giovanni Pastrone e l’attore Bartolomeo Pagano per la creazione di un kolossal italiano che faccia testa alle grandi opere dell’americano David W. Griffith. Il soggetto è tratto dal romanzo Cartagine in fiamme di Emilio Salgari (morto suicida da qualche anno), dal romanzo Salammbô di Gustave Flaubert e da alcune cronache dell’Ab Urbe Condita dello scrittore augusteo Tito Livio. Il titolo, scelto dallo stesso D’Annunzio sarà Cabiria in merito del nome della protagonista “nata dal fuoco” della guerra tra Roma e Cartagine; tuttavia mancava un protagonista maschile che tenesse testa a quello femminile. Studiando gli archivi della storia, D’Annunzio scoprirà un poco noto eroe dell’antica Grecia di nome Mecisteo: uomo il quale si diceva avesse una forza sovraumana.[97] D’Annunzio allora, come i moderni Superman e Spiderman creerà un eroe forzuto e vendicativo però dal cuore tenero dedito soltanto a proteggere le belle fanciulle e gli indifesi dai soprusi dei potenti e dei malvagi.[97] Nasce così, per il film, Maciste, l’eroe dal cuore d’oro, sullo sfondo del disgraziato Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes e dei cavalieri paladini dell’epoca di Carlo Magno e del ciclo bretone e arturiano di romanzi d’avventura.[97]
Nel 1915 Pagano e Pastrone, sempre ispirandosi al soggetto di D’Annunzio, gireranno il film Maciste, l’eroe buono, con protagonista il fortunato personaggio.[97] Tale figura sarà la star di molti fortunati film muti che si propagheranno dal periodo degli anni venti fino al 1965. Nei soggetti originali Maciste è uno scaricatore di porto (forse ispirato da una figura reale, uno dei camalli del porto di Genova)[97] del presente il quale sconfigge dei banditi e dei crudeli imprenditori, mentre dagli anni cinquanta ai sessanta, con l’avvento in Italia del cinema peplum e kolossal, il personaggio di Maciste verrà condotto indietro nel tempo all’epoca della Grecia mitologica di Omero ed Esiodo, venendo spesso confuso nelle azioni e nelle sceneggiature con l’eroe forzuto Eracle (Ercole).[97]

Filmografia di e su Gabriele D’Annunzio

Locandina originale del kolossal Cabiria (1914), scritto e sceneggiato da D’Annunzio

Film biografici

Oltre ai film tratti da sue opere, D’Annunzio è apparso anche in film biografici e storici, tra cui:

  • D’Annunzio (1986) di Sergio Nasca

Film tratti dai soggetti di D’Annunzio e da lui sceneggiati

  • Francesca di Rimini (The Two Brothers, 1908) di James Stuart Blackton
  • Francesca da Rimini (1910) di James Stuart Blackton (remake)
  • L’innocente (1911) di Edoardo Bencivenga
  • La nave (1912) di Edoardo Bencivenga
  • Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone
  • Maciste (1915) di Luigi Romano Borgnetto
  • The Devil’s Daughter (La figlia del Diavolo – 1915) di Frank Powell
  • La crociata degli innocenti (1917) di Alessandro Blasetti
  • La nave (1921) di Gabriellino D’Annunzio (remake)
  • Il delitto di Giovanni Episcopo (1947) di Alberto Lattuada
  • L’innocente (1976) di Luchino Visconti

Altro

Un film softcore erotico del 1921, con le didascalie attribuite a Gabriele D’Annunzio (in realtà opera dei due registi, che si finsero invece essi stessi il figlio Gabriellino D’Annunzio), ha tra i protagonisti un attore-sosia, che interpreta un frate, e viene spacciato per D’Annunzio stesso.[98][99]Il regista erotico Tinto Brass ha dichiarato invece di voler girare un film, che vorrebbe intitolare Eja, eja, alalà, e dovrebbe raccontare la notte di D’Annunzio precedente l’impresa di Fiume.[100]

Citazioni nella cultura di massa

  • Il cantautore abruzzese Ivan Graziani cita D’Annunzio due volte nelle sue canzoni: nell’omonimo pezzo Gabriele D’Annunzio, che parla di un rozzo contadino che è curiosamente omonimo del celebre poeta, e in Signora bionda dei ciliegi, nel quale viene nominato un “divano dannunziano”.[101] Inoltre, la canzone Il lupo e il bracconiere è ispirata a una novella di D’Annunzio.[102]

Onorificenze

Onorificenze italiane

Cavaliere dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere dell’Ordine militare di Savoia
«Cielo del Carso, 19-26 agosto 1917»
— 3 giugno 1918,[103] R.D. n. 72/1918
Ufficiale dell'Ordine militare di Savoia - nastrino per uniforme ordinariaUfficiale dell’Ordine militare di Savoia
«Cielo di Vienna, 9 agosto 1918»
— 10 novembre 1918,[103] R.D. n. 87/1918
Croce al merito di guerra (3 volte) - nastrino per uniforme ordinariaCroce al merito di guerra (3 volte)
Medaglia d'Oro al Valor Militare - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia d’Oro al Valor Militare
«Volontario e mutilato di guerra, durante tre anni di aspra lotta, con fede animatrice, con instancabile opera, partecipando ad audacissime imprese, in terra, sul mare, nel cielo, l’alto intelletto e la tenace volontà dei propositi – in armonia di pensiero e d’azione – interamente dedicò ai sacri ideali della Patria, nella pura dignità del dovere e del sacrificio.»
— Zona di Guerra, Maggio 1915-Novembre 1918
Medaglia d'argento al valor militare (5 volte) - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia d’argento al valor militare (5 volte)
— Adriatico, Maggio 1915-Febbraio 1916, Veliki-Faiti, 10 ottobre-3 novembre 1916 – Cielo Carsico, Maggio 1917 – Buccari 10-11 febbraio 1918, Cielo Carsico-Timavo, Maggio 1917
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia di bronzo al valor militare
— Bocche di Cattaro 4-5 ottobre 1917
Promozione per merito di guerra (3 volte) - nastrino per uniforme ordinariaPromozione per merito di guerra (3 volte)
— Veliki e Faiti, Azione notturna su Pola, Organizzazione 1º Squadriglia aeronavale (Sufficit Animus)
Mutilato e Invalido per Servizio prestato in Campagna - nastrino per uniforme ordinariaMutilato e Invalido per Servizio prestato in Campagna
Medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna) - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915 – 18 (4 anni di campagna)
Medaglia commemorativa dell'Unità d'Italia - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia commemorativa dell’Unità d’Italia
Medaglia commemorativa italiana della vittoria - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia commemorativa italiana della vittoria
Medaglia d'oro commemorativa della Spedizione di Fiume - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia d’oro commemorativa della Spedizione di Fiume

Onorificenze straniere

Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore francese - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere dell’Ordine della Legion d’Onore francese
— 19151918
Croce di Guerra 1914-1918 francesi (3 volte) - nastrino per uniforme ordinariaCroce di Guerra 1914-1918 francesi (3 volte)
— 19141918
Cavaliere d'Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere d’Onore e Devozione del Sovrano Militare Ospedaliero Ordine di Malta

Military cross nastrino.png | Military Cross

Titoli nobiliari e militari

immagine del nastrino non ancora presentePrincipe di Montenevoso
— Conferito con Regio Decreto del 15 marzo 1924 / 19151920
generale Onorario di Brigata Aerea - nastrino per uniforme ordinariagenerale Onorario di Brigata Aerea
— Conferito con Regio Decreto del 1925 / 19151918
Appuntato ad honorem della Guardia di Finanza - nastrino per uniforme ordinariaAppuntato ad honorem della Guardia di Finanza
— Conferito con Regio Decreto del 1925 / Fiume 25 giugno 1920
Informazioni su diego80 (2033 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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