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19 marzo – San Giuseppe e festa del papà

Il 19 marzo da tradizione in Italia si festeggiano i papà, ruolo sempre più messo in discussione dalla società che starebbe tentando, con le unioni civili di parificare i ruoli genitoriali. Il papà resta il caposaldo della famiglia, colui dal quale generalmente la prole ne assume il cognome, ma che deve essere parte integrante del nucleo familiare, in una famiglia in cui c’è sempre bisogno della figura paterna, intesa come ruolo forte e trascinante essendo l’origine della specie, rappresentato poi dalla donna nel concepimento. La festa del papà in Italia viene associata alla giornata di San Giuseppe, sposo di Maria Vergine e padre putativo di Gesù Cristo.

San Giuseppe, secondo il Nuovo Testamento, è lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù, e nella Bibbia è definito come uomo Giusto.

È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Il nome Giuseppe è la resa italiana dell’ebraico Yosef, attraverso il latino Iosephus. Fu dichiarato patrono della Chiesa cattolica dal beato Pio IX l’8 dicembre 1870.

San Giuseppe, Maria e Gesù bambino sono anche collettivamente riconosciuti come la Sacra Famiglia.

I Vangeli e la dottrina cristiana affermano che il vero padre di Gesù è Dio: Maria lo concepì miracolosamente, senza aver avuto rapporti sessuali con alcuno, per intervento dello Spirito Santo. Giuseppe, inizialmente intento a ripudiarla in segreto, fu messo al corrente di quanto era accaduto da un angelo venutogli in sogno e accettò di sposarla e di riconoscere legalmente Gesù come proprio figlio. Perciò la tradizione lo chiama padre putativo di Gesù (dal latino puto, “credo”), cioè colui “che era creduto” suo padre (sulla scorta di Luca 3,23).

Professione

In Matteo 13,55  la professione di Giuseppe viene nominata quando si dice che Gesù era figlio di un “téktón“. Il termine greco téktón è stato interpretato in vari modi. Si tratta di un titolo generico che non si limitava ad indicare i semplici lavori di un falegname ma veniva usato per operatori impegnati in attività economiche legate all’edilizia, in cui si esercitava piuttosto un mestiere con materiale pesante, che manteneva la durezza anche durante la lavorazione, per esempio legno o pietra. Accanto alla traduzione – accettata dalla maggior parte dagli studiosi – di téktón come carpentiere, alcuni hanno voluto accostare quella di scalpellino. Qualche studioso ha ipotizzato che non avesse una semplice bottega artigiana ma un’attività imprenditoriale legata alle costruzioni, dunque in senso stretto non doveva appartenere a una famiglia povera[1].
Se si accettano come veritieri i vangeli apocrifi secondo i quali Maria vergine era figlia di Anna e del ricco Gioacchino, questa interpretazione sulla professione imprenditoriale di Giuseppe meglio si concilia con la condizione economica benestante della sua promessa sposa (rispetto ad avere due genitori di Gesù entrambi discendenti di re Davide, ma con Giuseppe di modeste origini).

Tra gli ebrei dell’epoca, i bambini a cinque anni iniziavano l’istruzione religiosa e l’apprendimento del mestiere del padre, quindi è ipotizzabile che Gesù a propria volta praticò in gioventù il mestiere di falegname[2]. Il primo evangelista ad usare questo titolo per Gesù è stato Marco che definisce Gesù un téktón in occasione di una visita a Nazaret, osservando che i concittadini ironicamente si chiedono: “Non è costui il téktón, il figlio di Maria?”[3]. Matteo riprende il racconto di Marco, ma con una variante: “Non è egli (Gesù) il figlio deltéktón?”[4]. Come è evidente, qui è Giuseppe ad essere iscritto a questa professione.

Nei tempi antichi, i Padri latini della Chiesa hanno però tradotto il termine greco di téktón con falegname, dimenticando forse che nella Israele di allora il legno non serviva soltanto per approntare aratri e mobili vari, ma veniva usato come vero e necessario materiale per costruire case e qualsiasi edificio. Infatti, oltre ai serramenti in legno, i tetti a terrazza delle case israelite erano allestiti con travi connesse tra loro con rami, argilla, fango e terra pressata, tant’è vero che il Salmo 129 descrive come sui tetti crescesse l’erba.

Secondo i Vangeli, Giuseppe esercitò la sua professione a Nazaret, dove viveva con la famiglia. Potrebbe avere lavorato per qualche tempo anche a Cafarnao; a sostegno di questa ipotesi viene citato un passo del Vangelo di Giovanni, in cui Gesù predica nella sinagoga di Cafarnao e i suoi oppositori dicono di lui che è il figlio di Giuseppe (Gv6,41-59), cosa che dimostrerebbe che essi conoscevano Giuseppe. Alcuni studiosi ritengono che potrebbe avere lavorato per un certo periodo, probabilmente insieme a Gesù, anche a Zippori, importante città situata a pochi chilometri da Nazaret[5].

Origini e sposalizio con Maria

Lo Sposalizio della Vergine del Perugino

Le notizie dei Vangeli canonici su san Giuseppe sono molto scarne. Parlano di lui Matteo e Luca: essi ci dicono che Giuseppe era un discendente del re Davide ed abitava nella piccola città di Nazaret[6].

Le versioni dei due evangelisti divergono nell’elencare la genealogia di Gesù, compreso chi fosse il padre di Giuseppe:

  • Luca 3,23-38: Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli
  • Matteo 1,1-16: Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.
Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Genealogia di Gesù.

Secondo la tradizione dei Vangeli apocrifi, in particolar modo il Protoevangelo di Giacomo (II secolo) Giuseppe, discendente dalla famiglia di David e originario di Betlemme, prima del matrimonio con Maria si sposò con una donna che gli diede sei figli, quattro maschi (Giuda, Giuseppe, Giacomo e Simeone) e due femmine (Lisia e Lidia). Rimase però ben presto vedovo e con i figli a carico. Gli apocrifi cercavano in tal modo di giustificare la presenza di fratelli di Gesù nei Vangeli. La Chiesa ortodossa accoglie questa tradizione (come ben mostrato nei mosaici della chiesa di San Salvatore in Chora, a Costantinopoli), mentre la Chiesa cattolica rifiuta questa interpretazione, e sostiene che si trattasse di cugini o altri parenti stretti (in greco antico vi sono due termini distinti: adelfòi, fratelli, e sìnghnetoi, cugini, ma in ebraico e in aramaico una sola parola, ah, è usata per indicare sia fratelli sia cugini.[7][8])

Seguendo ancora la tradizione apocrifa, Giuseppe, già in età avanzata, si unì ad altri celibi della Palestina, tutti discendenti di Davide, richiamati da alcuni banditori provenienti da Gerusalemme. Il sacerdote Zaccaria aveva infatti ordinato che venissero convocati tutti i figli di stirpe reale per sposare la giovane Maria, futura madre di Gesù, allora dodicenne, che era vissuta per nove anni nel tempio. Per indicazione divina, questi celibi avrebbero condotto all’altare il loro bastone, Dio stesso ne avrebbe poi fatto fiorire uno, scegliendo così il prescelto.

Zaccaria entrato nel tempio chiese responso nella preghiera, poi restituì i bastoni ai legittimi proprietari: l’ultimo era quello di Giuseppe, era in fiore e da esso uscì una colomba che si pose sul suo capo[9]. Giuseppe si schermì facendo presente la differenza d’età, ma il sacerdote lo ammonì a non disubbidire alla volontà di Dio. Allora questi, pieno di timore, prese Maria in custodia nella propria casa.

Il dubbio dinanzi alla gravidanza di Maria

La vicenda di Maria e Giuseppe ha inizio nei Vangeli con l’episodio dell’Annunciazione: Nel sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe, la vergine si chiamava Maria[10].

Il sogno di San Giuseppe, di José Luzán

Giuseppe è presentato come il discendente di Davide, sposo della Vergine divenuta protagonista del Mistero dell’Incarnazione. Per opera dello Spirito Santo, Maria concepì un Figlio “che sarà chiamato Figlio dell’Altissimo“. L’angelo a conferma dell’evento straordinario, le disse poi che anche la cugina Elisabetta benché sterile, aspettava un figlio. Maria si recò subito dalla parente e al suo ritorno, essendo già al terzo mese, erano visibili i segni della gravidanza.

In queste circostanze “Giuseppe suo sposo che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di allontanarla in segreto[11]” come dice il Vangelo di Matteo. L’uomo non sapeva come comportarsi di fronte alla miracolosa maternità della moglie: certamente cercava una risposta all’inquietante interrogativo, ma soprattutto cercava una via di uscita da una situazione difficile senza esporre Maria alla pena della lapidazione.

Ecco però che gli apparve in sogno un angelo che gli disse: “Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli salverà il suo popolo dai suoi peccati[12]. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo e prese con sé la sua sposa, accettandone il mistero della maternità e le successive responsabilità.

Giuseppe, custode di Maria e del neonato Gesù

Secondo il racconto del Vangelo di Luca, qualche mese dopo Giuseppe si spostò insieme a Maria dalla città di Nazaret, in Galilea, a Betlemme, in Giudea, a causa di un censimento (vedi Censimento di Quirinio) della popolazione di tutto l’impero, per il quale anche lui doveva registrarsi nella sua città d’origine, insieme alla sposa. Mentre i due si trovavano a Betlemme, giunse il momento del parto e la ragazza diede alla luce il figlio “che fasciato fu posto in una mangiatoia, perché non vi era posto per loro nell’albergo[13].

Giuseppe fu dunque testimone dell’adorazione del piccolo da parte di pastori avvisati da un angelo[14], e più tardi anche di quella dei magi, venuti dal lontano Oriente, secondo l’indicazione ottenuta dagli astri e da una stella in particolare. I magi “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono[15]: Giuseppe non è citato né visto ma certamente era presente all’avvenimento.

Dopo otto giorni dalla nascita, secondo la legge di Mosè, avvenne la circoncisione del bambino, cui Giuseppe impose il nome Gesù. Quaranta giorni dopo lui e Maria portarono il neonato a Gerusalemme per la presentazione al tempio e lì assistettero alla profetica esaltazione del vecchio Simeone che predisse un futuro glorioso per il bambino, segno di contraddizione e gloria del suo popolo Israele. Dopo la presentazione al tempio, l’evangelista Luca ci narra che fecero ritorno in Galilea, alla loro città Nazaret.

La Sacra Famiglia rimase a Betlemme per un periodo non ben determinato, sembra da un minimo di 40 giorni (Luca 2,22;2,39) a un massimo di due anni (Matteo 2,16), dopo di che secondo Matteo, avvertito in sogno da un angelo, Giuseppe con la sposa e il figlio fuggì in Egitto a causa della persecuzione del re Erode che, avendo udito il racconto dei magi, voleva liberarsi di quel “nascituro re dei Giudei“, massacrando tutti i bambini di Betlemme dai due anni in giù. Dopo un periodo di esilio non ben determinato, ricevuto in sogno l’ordine di partire, poiché Erode era morto,(non poteva essere morto prima della nascita di colui che voleva uccidere) tornò con la famiglia a Nazaret, non sostando però a Betlemme a causa della monarchia di Archelao, non meno pericolosa di quella del padre. Luca non menziona il soggiorno in Egitto, ma concorda sul ritorno a Nazaret, dove Gesù visse fino all’inizio della sua vita pubblica.

La vita “nascosta” di Nazaret

I Vangeli riassumono in poche parole il lungo periodo della fanciullezza di Gesù, durante il quale questi, attraverso una vita apparentemente normale, si preparava alla sua missione. Un solo momento è sottratto a questa “normalità” ed è descritto dal solo Luca.

Gesù, a dodici anni, probabilmente in occasione della sua Bar Mitzvah, l’iniziazione religiosa degli ebrei[16], partì come pellegrino insieme coi genitori verso Gerusalemme per festeggiarvi la festa di Pasqua. Trascorsi però i giorni della festa, mentre riprendeva la via del ritorno, Gesù rimase a Gerusalemme, senza che Maria e Giuseppe se ne accorgessero. Passato un giorno se ne resero conto e iniziarono a cercarlo, trovandolo dopo tre giorni di ricerche nel tempio, seduto a discutere con i dottori. Maria gli domandò: “Figlio, perché hai fatto così? Ecco tuo padre ed io, angosciati ti cercavamo“. La risposta di Gesù “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” lasciò i genitori senza parole.

La morte

La morte di San Giuseppe

Tornato a Nazaret, Gesù cresceva giovane e forte, sottomesso ai genitori. Quando iniziò la sua vita pubblica, molto probabilmente Giuseppe era già morto. Infatti, non è mai più menzionato dai Vangeli dopo il passo di Luca sopra citato (talvolta Gesù è chiamato “figlio di Giuseppe”, ma questo non implica che fosse ancora vivente). Maria è presente da sola alla crocifissione di Gesù, cosa che non sarebbe avvenuta se Giuseppe fosse stato vivo[17]. Inoltre, quando Gesù è in croce, affida Maria al suo discepolo Giovanni, il quale “da quel momento la prese nella sua casa”, il che non sarebbe stato necessario se Giuseppe fosse stato in vita.

Mentre i Vangeli canonici non dicono nulla sulla morte di Giuseppe, qualche notizia si trova nei Vangeli apocrifi. Secondo l’apocrifo “Storia di Giuseppe il falegname”, che descrive dettagliatamente il trapasso del santo, Giuseppe aveva ben 111 anni quando morì, godendo sempre di un’ottima salute e lavorando fino al suo ultimo giorno. Avvertito da un angelo della prossima morte, si reca a Gerusalemme e al suo ritorno viene colpito dalla malattia che l’avrebbe ucciso. Stremato nel suo letto, sconvolto dai tormenti, è travagliato nella mente e solo la consolazione di Gesù riesce a calmarlo. Circondato dalla sposa, viene liberato dalla visione della morte e dell’Oltretomba, scacciate subito da Gesù stesso. L’anima del santo viene quindi raccolta dagli arcangeli e condotta in paradiso. Il suo corpo viene poi sepolto con tutti gli onori alla presenza dell’intera Nazaret.

Ancora oggi non sappiamo dove si trovi la tomba del santo, nelle cronache dei pellegrini che visitarono la Palestina si trovano alcune indicazioni circa il sepolcro di San Giuseppe. Due riguardano Nazaret e altre due Gerusalemme, nella valle del Cedron. Non esistono, tuttavia, argomenti consistenti al riguardo.

L’entrata in Cielo di Giuseppe

Grandi santi e teologi si sono mostrati convinti che Giuseppe sia stato assunto in Cielo al tempo della Risurrezione di Cristo. Così Francesco di Sales in un suo sermone:

« Non dobbiamo per nulla dubitare che questo santo glorioso abbia un enorme credito nel Cielo, presso Colui che l’ha favorito a tal punto da elevarlo accanto a Sé in corpo e anima. Cosa che è confermata dal fatto che non abbiamo reliquie del suo corpo sulla terra. Così che mi sembra che nessuno possa dubitare di questa verità. Come avrebbe potuto rifiutare questa grazia a Giuseppe, Colui che gli era stato obbediente tutto il tempo della sua vita?[18] »

A tal proposito, papa Giovanni XXIII – nel maggio del 1960, in occasione dell’omelia per la canonizzazione di Gregorio Barbarigo – ha mostrato la sua prudente adesione a quest’antica «pia credenza» secondo cui Giuseppe, come anche Giovanni Battista, sarebbe risorto in corpo e anima e salito con Gesù in Cielo all’Ascensione. Il riferimento biblico sarebbe in Matteo 27,52 «…e i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E, uscendo dai sepolcri, entrarono nella Città santa e apparvero a molti…»[19]

Il Giuseppe dei Vangeli apocrifi

A partire dal II secolo, vennero composti vangeli apocrifi probabilmente assecondando le sette gnostiche, in cui si nota il desiderio di approfondire misticamente le visioni del padre di Gesù e le parole dell’angelo durante i sogni, e anche di considerare l’esistenza di Giuseppe in rapporto ad alcuni brani profetici e spirituali del­l’Antico Testamento. Nessuno degli antichi scritti è stato accettato come divinamente ispirato dalla Chiesa, in primo luogo per la tardività di tali scritti (II secolo e oltre) e in secondo luogo per le vistose contraddizioni presenti in essi, e rispetto ai vangeli canonici. La notorietà di tali scritti li ha comunque portati a divenire materia per artisti e scrittori, esercitando anche un certo influsso su vari pittori cristiani.

Il Protovangelo di Giacomo (o «Primo Vangelo» o Storia di Giacomo sulla nascita di Maria) è un testo composto nella seconda metà del II secolo, probabilmente in Egitto, con lo scopo di difendere la verginità di Maria. Già nelle prime pagine vi è una narrazione del suo fidanzamento con Giuseppe, all’età di 12 anni. Maria viene soltanto “affidata alla custodia di Giu­seppe[20], non per vivere in futuro relazioni matrimoniali. Però i figli di Giuseppe vengono considerati come “fra­telli di Gesù“. Non si parla dell’età di Giuseppe. È un uomo vecchio, però ancora in grado di lavorare, così egli lascia Maria a casa e si allontana “per costruire costruzioni“, cioè per lavorare alla costruzione di edifici[20]. La frase dice: egli fu muratore.

Segue il racconto molto romanzato dell’Annun­ciazione in cui si riporta di un Giuseppe sofferente e con numerosi sospetti. In questo vangelo si riporta la celebrazione del rito dell’oblazione di gelosia di Numeri 5,11-31. Dopo sei mesi di lavori di costruzione, Giuseppe torna a casa e vedendo Maria, è spaventato dalla sua misteriosa gravidanza. Ma l’angelo gli appare spiegandogli il mistero e obbligandolo a “guardare a Maria“. Così egli parte con lei per Betlemme, dove il bambino nascerà. lì, una donna saggia di nome Salomè viene a visitare Maria e con­stata la sua verginità anche dopo il parto. Segue la narrazione dell’adorazione dei Magi e di altri eventi legati alla natività, ma non si nomina Giuseppe, nel vangelo più volte chiamato “servo obbediente degli ordini del­l’Altissimo” e “fedele custode di Maria“.[senza fonte]

Per l’infanzia di Gesù esi­stono nei vari apocrifi anche altre narrazioni che possono apparire inventate, ma ben accolte dalla devozione popolare nei secoli seguenti. Per esempio, nel cosiddetto Vangelo dell’infanzia di Tommaso, si hanno numerose menzioni del “padre del Sal­vatore che con molta fatica e pazienza si è dedicato all’educazione del bambino Gesù“. Questo Vangelo dell’infanzia, che nella sua forma attuale risale al IV secolo, narra i presunti miracoli compiuti da Gesù fra i 5 e i 10 anni.

Comincia con il racconto di Giuseppe che invia Gesù a scuola per imparare l’alfabeto greco. Quando il bambino ha otto anni, comincia a lavorare con Giuseppe per diventare, come lui, un agricoltore e carpentiere[21]. Quando nel Vangelo dell’infanzia ven­gono riportati i miracoli di Gesù, ripresi probabilmente da quelli compiuti in Egitto, si conclude con la meravi­gliosa guarigione di uno dei figli di Giuseppe mortal­mente ferito da un serpente velenoso[22]. In tutto il vangelo Giuseppe appare come uomo onesto e apprezzato per la sua vicinanza ai propri figli, un padre presentato in modo agiografico attraverso l’uso del termine “Santo Giuseppe”.

San Girolamo smentirà l’idea di un Giuseppe vecchio e già con figli, reputando che il santo non fosse sposato prima di scegliere Maria e che fosse ancora giovane. Nell’esposizione delle sue idee viene detto: Giuseppe “contrasse matri­monio con Maria: questa era sui 14 o 15 anni, lui sui 18 o 20 anni. Queste le età solite per il matrimonio presso gli ebrei… Giuseppe e Maria vivono assieme, sotto il medesimo tetto. I giorni passano, e per Maria si avvicina il tempo del parto“.[senza fonte]

San Giuseppe secondo gli scritti patristici

“San Giuseppe” di El Greco

Scopo prin­cipale dei primi teologi cristiani è stato liberare la figura del Santo dalle varie devozioni ed eresie scaturite dagli Apocrifi e arrivare così, attraverso lo studio dei vangeli, a un accurato esame della genealogia di Gesù, del matrimonio di Giu­seppe e Maria e della costituzione della Sacra Fami­glia. Questi tre momenti essenziali ritornano in tutte le loro ricerche; talvolta si aggiungono anche riflessioni cristologiche, per poter interpretare certe ipotesi che riguardano la legge del matrimonio, la giustizia di Giuseppe, il valore dei suoi sogni ma non si arriva mai a poter presentare un suo profilo biografico.

Il primo autore che ricorda Giuseppe è Giustino. Nel III secolo Origene in un’omelia ha voluto mettere in luce che “Giuseppe era giusto e la sua ver­gine era senza macchia. La sua intenzione di lasciarla si spiega per il fatto di aver riconosciuto in lei la forza di un miracolo e di un mistero grandioso. Per avvicinarsi a esso, egli si ritenne indegno

Nel IV secolo sono stati san Cirillo di Gerusalemme, san Cromazio d’Aquileia e sant’Ambrogio a fare qualche riflessione sulla verginità di Maria, sul matrimonio di Giuseppe con lei, sulla vera paternità del suo sposo. Per esempio, san Cirillo fa un para­gone per spiegare la paternità di Giuseppe e lo riallaccia alla figura di sant’Elisabetta.

L’interpretazione di Cromazio

Di san Cromazio sono rimaste 18 pre­diche che riprendono i primi capitoli del Vangelo di Matteo. Egli afferma: “Non a torto Matteo ha ritenuto di dover assicurare che Cristo Signore nostro è figlio sia di Davide che di Abramo, dal momento che sia Giuseppe sia Maria traggono origine dalla schiatta di Davide, e cioè essi hanno un’origine regale“.

Nella terza predica Cromazio si dedica a un approfondimento teologico del racconto di Matteo 1,24-25: “Continua a narrare l’evangelista: Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli avesse rapporti carnali con lei; partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Dunque, Giuseppe viene illuminato sul sacramento del mistero celeste mediante un angelo: Giuseppe obbedisce di buon grado alle rac­comandazioni dell’angelo; pieno di gioia dà esecuzione ai divini comandi; prende perciò con sé la Vergine Maria; può menare vanto delle promesse che annunciano tempi nuovi e lieti, perché, per una missione unica, qual è quella che gli affida la maestà divina, viene scelta a essere madre una vergine, la sua sposa, come egli aveva meritato di sentirsi dire dall’angelo. Ma c’è un’espressione dell’evangelista: Ed egli non la conobbe fintantoché lei non generò il figlio, che attende una chiarificazione, dal momento che gente senza cri­terio (gli eretici e lettori di libri apocrifi) fanno questioni a non finire; e poi dicono che, dopo la nascita del Signore, la Vergine Maria avrebbe conosciuto car­nalmente Giuseppe. Ma la risposta all’obiezione mossa da coloro, viene sia dalla fede che dalla ragione della stessa verità: l’espressione dell’evangelista non può essere intesa al modo in cui l’intendono quegli stolti! Dio ci guardi dall’affer­mare una cosa simile, dopo che abbiamo conosciuto il sacramento di un sì grande mistero, dopo la condi­scendenza (il concepimento) del Signore che si è degnato di nascere dalla Vergine Maria. Credere che lei possa aver poi avuto dei rapporti carnali con Giuseppe, Cro­mazio lo esclude e, per vincere categoricamente tale opi­nione esistente ai suoi tempi, porta l’esempio della sorella di Mosè, che volle conservare la verginità. Nomina anche Noè che «”sì impose una perenne asti­nenza dal debito coniugale. Se vogliamo un altro esempio, Mosè, dopo aver percepito la voce di Dio nel roveto ardente, anche lui si astenne da qualsiasi rap­porto coniugale per il tempo che seguì. E sarebbe per­messo credere che Giuseppe, che la Scrittura definisce uomo giusto, abbia mai potuto avere relazioni carnali con Maria, dopo che ella aveva partorito il Signore? La spiegazione del testo evangelico: Ed egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, è la seguente: spesso la Scrittura divina suole assegnare un termine a quelle cose che per sé non hanno termine e determinare un tempo per quelle cose che per sé non sono chiuse entro un determinato tempo. Ma anche per questo caso ci viene in soccorso la Scrittura; tra i molti esempi possibili ne scegliamo alcuni pochi“. L’ultima ripresa della figura di Giuseppe è legata al racconto sul ritorno dalla fuga in Egitto.

Secondo Ambrogio ed Agostino

statua di San Giuseppe – Chiesa SS. Crocifisso – S. Maria di Licodia (CT)

Simili interpretazioni si possono dimostrare anche in sant’Ambrogio che, leggendo i racconti degli evangelisti, sottolinea quanto egli fosse sincero e privo di menzogna e nel vivo desiderio di presentare Giuseppe come uomo giusto, Ambrogio avverte che l’evangelista, quando spiega “l’immacolato concepimento di Cristo” vide in Giuseppe un giusto che non avrebbe potuto contami­nare “Sancti Spintus templum, cioè la Madre del Signore fecondata nel grembo dal mistero” dello Spirito Santo“.

Nel commento classico del Vangelo, fatto poco dopo il Natale del 417 da sant’Agostino nel suo Sermone sulla Genealogia di Cristo, vengono riprese preziose notizie e opinioni anteriori. Giuseppe è descritto come uomo sinceramernte giusto, tanto giusto che, quando credeva Maria un’adultera, non volle tenersela né osò punirla espo­nendola al pubblico discredito. Decise di ripudiarla in segreto poiché non solo non volle punirla, ma nemmeno denunciarla. “Molti perdonano le mogli adultere spinti dall’amore carnale, volendo tenerle, benché adultere, allo scopo di goderle per soddisfare la propria passione carnale. Questo marito giusto invece non vuole tenerla; il suo alletto dunque non ha nulla di carnale; eppure non la vuole nemmeno punire; il suo perdono, dunque, è solo ispirato dalla misericordia“.

Agostino mette in luce il significato della sua paternità spiegando come la Scrittura voglia dimostrare che Gesù non nacque per discendenza car­nale da Giuseppe poiché egli era angosciato, perché non sapeva come mai la sposa fosse gravida. Per attestare la non paternità di Giuseppe, Agostino cita l’episodio dello smarrimento di Gesù al tempio quando egli dice: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? “Rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giu­seppe, ma di Dio. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, ango­sciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il consenso d’uomo, aveva un padre e una madre“.

Agostino sente però la necessità di dire che Gesù non disconosce Giuseppe come suo padre e infatti sottolinea come il giovane Nazareno fosse durante l’adolescenza sottomesso ai suoi genitori, quindi sia a Maria che a Giuseppe. Per Agostino è molto importante spiegare la paternità di Giuseppe, poiché le generazioni sono contate secondo la sua linea genealogica e non secondo quella di Maria: “Enumeriamo perciò le generazioni lungo la linea di Giuseppe, poiché allo stesso modo che è casto marito, così è pure casto padre“.

Lo Pseudo-Crisostomo e lo Pseudo-Origene[modifica | modifica wikitesto]

Nel VI secolo, ricordiamo al riguardo le omelie dello Pseudo-Crisostomo e dello Pseudo-Origene. Nel­l’Omelia dello Pseudo-Crisostomo Giuseppe viene messo in luce come uomo giusto in parole e in opere, giusto nel­l’adempimento della legge e per aver ricevuto la gra­zia. Per questo intendeva lasciare segretamente Maria, egli non dubitava delle sue parole ma una grande angoscia riempì il suo cuore e quando gli apparve l’angelo a Giuseppe si domandò perché non si era fatto vedere prima della con­cezione di Maria perché accettasse il mistero senza difficoltà.

Anche nell’Omelia dello Pseudo-Origene si mani­festa l’intenzione di riflettere su un messaggio ante­riore dell’angelo. Egli domanda: “Giuseppe, perché hai dubbi? Perché hai pensieri imprudenti? Perché mediti senza ragionare? È Dio che viene generato ed è la ver­gine che lo genera. In questa generazione sei tu colui che aiuta e non colui dal quale essa dipende. Sei il servo e non il signore, il domestico e non il creatore“.

Negli ultimi secoli del primo millennio si conti­nuano a studiare i diversi aspetti dell’esistenza e della missione di Giuseppe, cercando di esporre l’etimologia del suo nome, la sua discendenza davidica, e soprattutto le solite realtà biblico-teologiche.

Giuseppe nel Medioevo- La nascita d’un primo culto giuseppino

Statua di San Giuseppe con Bambino, custodita nella Concattedrale di Palmi

Nel primo Medioevo, insieme a una più ampia devozione mariana, cominciava lentamente a fiorire anche una devozione a san Giuseppe. Gli scritti dei monaci benedettini costituiscono un valido contributo per arrivare a un inizio del culto giuseppino, rimasto però legato ai loro ambiti reli­giosi, dove si cominciò a inserire il nome di Giuseppe nei loro calendari liturgici o nel loro martirologio.

Testi importanti sulla posizione di Giuseppe nel­l’opera della salvezza, si incontrano nei due grandi mistici benedettini:Ruperto di Deutz (†1130) e san Bernardo di Chiaravalle (†1153). Entrambi hanno tentato di chiamare i fedeli a una vera devozione a Giuseppe: san Bernardo di Chiaravalle ha cer­cato di descrivere con devoto impegno la sua umile e nascosta figura. Nei suoi Sermoni “In laudibus Virginis Mariae“, composte per le feste della Madonna si trovano brani sul santo in cui è espresso che “la fama della Ver­gine Maria non sarebbe integra senza la presenza di Giuseppe“. Sul santo, avverte Bernardo, non esiste “nessun dubbio che sia stato sempre un uomo buono e fedele. La sua sposa era la Madre del Salvatore. Servo fedele, ripeto, e saggio, scelto dal Signo­re per confortare la Madre sua e provvedere al sostentamento di suo figlio, il solo coadiutore fedelissimo, sulla terra, del grande disegno di Dio“.

L’influsso di Bernardo si manifesta anche nella letteratura e poe­sia medioevale, è interessante pensare qui a Dante Alighieri che degnamente invoca il nome di san Giuseppe al ver­tice della Divina Commedia.

Tra i teologi san Bonaventura è stato il primo a ripensare al santo come protettore di Maria e Gesù Bambino nella povera grotta. Un altro francescano, il teologo Duns Scoto, sce­glie alcune questioni intitolate “De matrimonio inter B.V. Mariam et sanctum Joseph“. Propone una nuova spiega­zione del loro sposalizio, ricorrendo alla distinzione tra il diritto sui corpi e il loro uso nel matrimonio che, secondo il teologo, è stato perfetto, sotto tutti gli aspetti, ed è da considerare una “questione divina regolata dallo Spirito Santo“.

Secondo san Tommaso d’Aquino la presenza di Giuseppe era necessaria nel piano dell’Incarnazione poiché senza di lui la gente avrebbe potuto dire che Gesù era un figlio illegittimo, frutto di una relazione illecita. Cristo aveva bisogno del nome, delle cure e della protezione di un padre umano, se Maria non fosse stata sposata, i Giudei l’avrebbero consi­derata un’adultera e l’avrebbero lapidata. Il teologo medievale continua dicendo che il matrimonio di Maria e di Giuseppe fu un vero matrimonio: “essi erano uniti l’uno all’altro dall’amore reciproco, un amore spirituale. Si scambiarono quei diritti coniugali che sono inerenti al matrimonio, anche se, per il loro voto di verginità, non ne fecero uso“.

Alla luce della Redemptoris Custos

Il 15 agosto 1989, nel centenario dell’enciclica di Leone XIII, intitolata Quamquam Pluries, Giovanni Paolo II ha scritto un’esortazione apostolica sulla figura e la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa; essa inizia con le parole Redemptoris Custos (Il Custode del Redentore), che definiscono il rapporto esistente tra Giuseppe e Gesù.

Questo importante documento pontificio, deve essere considerato come la “magna carta” della teologia di san Giuseppe, proposta ufficialmente a tutta la Chiesa, a cominciare dai Vescovi fino a tutti i fedeli. L’esortazione Redemptoris Custos è strettamente collegata con l’enciclica La Madre del Redentore, preceduta dall’enciclica Redemptor Hominis e seguita da un’altra enciclica, intitolata Redemptoris Missio, che si riferisce alla Chiesa. Appare così chiaro che il Magistero della Chiesa considera san Giuseppe inserito direttamente nel mistero della Redenzione, in stretta relazione con Gesù, verso il quale adempie la funzione di padre, con Maria, la Madre di Gesù, della quale egli è sposo, e con la Chiesa stessa, affidata alla sua protezione. Si tratta di un ruolo eccezionale, che fa da supporto alla devozione della quale san Giuseppe ampiamente gode nel cuore dei credenti e che la teologia non deve trascurare.

La teologia

La lode di san Giuseppe è nel Vangelo. Matteo stima talmente san Giuseppe da farne l’introduttore al suo Vangelo, che inizia appunto con la genealogia, la quale ha lo scopo di agganciare Gesù a Davide e ad Abramo proprio attraverso Giuseppe; lo presenta, inoltre, come sposo di Maria, la persona certamente più in vista nella Chiesa apostolica; lo qualifica, infine, come uomo giusto, che comporta l’approvazione della sua condotta. Per questo san Bernardo dice candidamente che la lode di san Giuseppe è nel Vangelo. Nessun santo, eccetto Maria, occupa nel Vangelo un posto così distinto.

Eppure incontriamo ancora oggi chi ripete che il Vangelo ci riferisce poco o nulla di san Giuseppe e che, in ogni caso, la sua figura è marginale; di qui lo scarso interesse negli studi teologici, dove egli è del tutto ignorato.

Statua di San Giuseppe in un cappella della Chiesa Notre-Dame di Amiens

C’è da aggiungere che, fin dai primi secoli, una letteratura che la Chiesa considera apocrifa, perché romanzesca, ha strumentalizzato la figura di san Giuseppe, attribuendogli figli avuti da un precedente matrimonio e un’età veneranda al momento del matrimonio con Maria. Evidentemente lo scopo degli apocrifi era quello di attribuire a lui “i fratelli di Gesù”, nominati nei Vangeli, e garantire la verginità di Maria, sposata da un “vecchio” Giuseppe in seconde nozze. Contro questa letteratura sempre emergente bisogna già predicava san Girolamo, affermando che queste cose non sono “scritte” nei Vangeli e che si tratta solo di “deliri”. Le tante opere letterarie e artistiche che rappresentano san Giuseppe vecchio e quasi marginalmente sono il frutto di questa mentalità. Ecco allora la necessità di conoscere bene san Giuseppe, seguendo il Vangelo e quanto il magistero insegna su di lui attraverso la dottrina e il culto.

Perché la Cristologia non può ignorare san Giuseppe

Chi va a Betlemme, nella basilica della Natività, che risale all’imperatore Costantino, vede sulle pareti due genealogie di Gesù, denominate albero di Iesse e lì rappresentate nel 1169. Se la genealogia di Gesù ci viene tramandata da due evangelisti, Matteo e Luca, è chiaro che doveva essere ritenuta importante nell’annuncio del Vangelo. Nonostante le loro divergenze, che rivelano scopi differenti, in entrambe le genealogie occupano un posto rilevante il re Davide e Giuseppe. Nella Chiesa apostolica interessava, infatti, che Gesù fosse riconosciuto come figlio di Davide, titolo con il quale le folle già si rivolgevano a Gesù, nella convinzione che Egli fosse il Messia, termine che in greco si traduce con Cristo. D’altra parte, con la Pentecoste Gesù si era rivelato Figlio di Dio e ai cristiani era ormai noto che Gesù era stato concepito per opera dello Spirito Santo. Come conciliare, allora, l’origine divina di Gesù, “Figlio di Dio”, con quella umana, “figlio di Davide”? Ci troviamo qui nel mistero dell’Incarnazione, che evidentemente aveva superato i confini delle attese umane. Comprendiamo così perché l’evangelista Matteo, dopo aver collegato tutti gli antenati di Gesù con il verbo “generò”, arrivato a Giuseppe non lo usa più, ma si limita a scrivere: “Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (1,16).

Un matrimonio vero e necessario

La Chiesa crede che Maria ha concepito Gesù in modo miracoloso per opera dello Spirito Santo e la onora come “Madre di Dio”. Se gli evangelisti, dunque, presentano Maria anche come “sposa di Giuseppe” non dovevano certamente mancare i motivi. Tra questi, ossia perché Gesù abbia dovuto nascere da una donna “sposata”, san Tommaso d’Aquino ne indica alcuni non trascurabili: ad esempio, perché gli infedeli non avessero motivo di rifiutarlo, se apparentemente illegittimo; perché Maria fosse liberata dall’infamia e dalla lapidazione; perché la testimonianza di Giuseppe garantisse la nascita di Gesù da una vergine… Matteo, tuttavia, è più interessato al motivo cristologico, che si fonda sulla discendenza di Gesù da Davide. La sua garanzia dipende appunto dal fatto che Giuseppe, “figlio di Davide”, era riconosciuto da tutti come “sposo di Maria”. I figli della moglie, infatti, non sono giuridicamente figli del marito? La legge matrimoniale sta lì proprio per questo, a difesa dell’onore della donna e della prole. Ecco perché Giovanni Paolo II scrive: “Ed anche per la Chiesa, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe” (RC, n.7).

L’autenticità della paternità di san Giuseppe

Accanto alla testimonianza circa l’origine divina di Gesù, incontriamo nei Vangeli anche quella che Gesù era ritenuto il figlio di Giuseppe. Limitiamoci a Filippo, che dice a Natanaele: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Giovanni 1,45). Bisogna anzi apertamente dire che il matrimonio di Giuseppe con Maria aveva talmente affermato la paternità di Giuseppe da nascondere la sua filiazione divina, ossia il Padre celeste. È stato scritto che Giuseppe è l’ombra del Padre, ma in realtà, secondo il piano di Dio, è invece, Giuseppe che ha messo in ombra il Padre. L’esortazione di Giovanni Paolo II afferma apertamente che nella santa Famiglia “Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è ‘apparente’, o soltanto ‘sostitutiva’, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia”[23]. Ciò comporta che “con la potestà paterna su Gesù, Dio ha anche partecipato a Giuseppe l’amore corrispondente, quell’amore che ha la sua sorgente nel Padre”.

Il matrimonio di Giuseppe con Maria e la conseguente legittimazione della sua paternità all’interno della famiglia sono orientate verso l’incarnazione, ossia verso Gesù che ha voluto inserirsi nel mondo in modo “ordinato”. Origene definisce Giuseppe appunto come “l’ordinatore della nascita del Signore”. Il suo matrimonio onora la maternità di Maria e garantisce a Gesù l’inserimento nella genealogia di Davide, come abbiamo visto. Ma la teologia che fa da chiave a tutta l’esortazione apostolica va ben oltre, come richiede l’unità “organica e indissolubile” tra l’incarnazione e la redenzione (n.6). Di qui l’affermazione che “san Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tale modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della redenzione ed è veramente ‘ministro della salvezza’” (n.8). La definizione “Ministro della salvezza” descrive perfettamente la grandezza di san Giuseppe, che ha avuto il singolare privilegio di servire direttamente Gesù e la sua missione, ossia la sua opera salvifica. Tutti gli Angeli e i Santi servono Gesù, ma san Giuseppe, insieme con Maria, lo ha servito “direttamente” come padre. Ciò vuol dire che molte delle opere salvifiche di Gesù, definite come “misteri della vita di Cristo”, hanno avuto bisogno della “cooperazione” di san Giuseppe. Il riferimento riguarda tutti quei “misteri della vita nascosta di Gesù”, nei quali era indispensabile l’intervento paterno. Toccava al padre, infatti, iscrivere il bambino all’anagrafe, provvedere al rito della circoncisione, imporgli il nome, presentare il primogenito a Dio e pagare il relativo riscatto, proteggere il Bambino e la madre nei pericoli della fuga in Egitto. È ancora il padre Giuseppe che ha introdotto Gesù nella terra di Israele e lo ha domiciliato a Nazaret, qualificando Gesù come “Nazareno”; è Giuseppe che ha provveduto a mantenerlo, a educarlo e a farlo crescere, procurandogli cibo e vestito; da Giuseppe Gesù ha imparato il mestiere, che lo ha qualificato come “il figlio del falegname”. Non ci vuole molto sforzo a comprendere quante cose deve fare un padre dal punto umano, civile e religioso. Ebbene, tutto questo lo ha fatto anche Giuseppe.

Il ‘rispetto’ dell’uomo giusto

Nel Vangelo di Matteo leggiamo che a Giuseppe viene attribuito il titolo di “giusto”. Esso qualifica Giuseppe, che aveva deciso di separarsi da Maria quando aveva conosciuto che aveva concepito per opera dello Spirito Santo. Tale decisione non era dettata da un sospetto, come spesso si legge, ma esprimeva, invece, il “rispetto” verso l’azione e la Presenza di Dio, tale da spiegare la fiducia che gli venne conseguentemente accordata, per mezzo dell’angelo, di tenere con sé la sua sposa e di fare da padre a Gesù. La giustizia di san Giuseppe suppone in lui un’adeguata preparazione dello Spirito Santo. Allo stesso modo che Maria non si è trovata per caso a fare da madre a Gesù, ma era stata “progettata” allo scopo, come si ricava dal dogma dell’Immacolata Concezione, così si può logicamente ritenere che “Dio nel suo amore ha predestinato Maria per san Giuseppe, san Giuseppe per Maria, tutti e due per Gesù. Se Dio ha pensato con tanto amore a Maria come madre del Redentore, ciò non fu mai indipendentemente dal suo matrimonio verginale con Giuseppe; egli non ha mai pensato a Giuseppe se non per Maria e per il suo divin Figlio, che doveva nascere verginalmente in quel matrimonio” (C. Sauvé). Ciò è in perfetto accordo con quanto Leone XIII scrive nella sua enciclica Quamquam Pluries: «È certo che la Madre di Dio poggia così in lato, che nulla vi può essere di più sublime; ma poiché tra la beatissima Vergine e Giuseppe fu stretto un nodo coniugale, non c’è dubbio che a quell’altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto mai nessun altro. Poiché il matrimonio è la massima società e amicizia, a cui di sua natura va unita la comunione dei beni, ne deriva che, se Dio ha dato come sposo Giuseppe alla Vergine, glielo ha dato non solo a compagno della vita, testimone della verginità e tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, per mezzo del patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei».

Culto

Il culto di san Giuseppe, padre putativo di Gesù e simbolo di umiltà e dedizione, nella Chiesa d’Oriente era praticato già attorno al IV secolo: intorno al VII secolo la chiesa Copta ricordava la sua morte il 20 luglio. In Occidente il culto ha avuto una marcata risonanza solo attorno all’anno Mille.

Festività

San Giuseppe
San Giuseppe.jpg
Tipo di festareligiosa
Data19 marzo; 1º maggio (san Giuseppe lavoratore)
ReligioneCristianesimo
TradizioniVarianti di luogo in luogo
Tradizioni profanefesta del papà

La Chiesa cattolica ricorda san Giuseppe il 19 marzo con una solennità a lui intitolata. In alcuni luoghi, come in Vaticano e in Canton Ticino, ma non in Italia, è festa di precetto. I primi a celebrarla furono i monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel1324 e dai Francescani nel 1399. Venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V e resa obbligatoria nel 1621 daGregorio XV. Fino al 1977 il giorno in cui la Chiesa cattolica celebra san Giuseppe era considerato in Italia festivo anche agli effetti civili ma con legge 5 marzo 1977 n. 54, questo riconoscimento fu abolito e da allora il 19 marzo divenne un giorno feriale. In Canton Ticino, in altri cantoni della Svizzera e in alcune province della Spagna, questo giorno è considerato festivo agli effetti civili. In Italia sono stati presentati (2008), alla Camera e al Senato, alcuni disegni di legge per il ripristino delle festività soppresse agli effetti civili (San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, SS. Pietro e Paolo e lunedì di Pentecoste).

Un’altra festa è quella dello sposalizio di Maria SS. con S. Giuseppe iniziata in Francia nel 1517, adottata dai Francescani nel 1537, promossa in particolar modo da san Gaspare Bertoni, viene celebrata il 23 gennaio. Il Santo Anello nuziale della Madonna si troverebbe conservato, secondo le tradizioni, nella Cattedrale di Perugia.

Pio IX nel 1847 invece estese a tutta la Chiesa la festa del Patrocinio di San Giuseppe, già celebrata a Roma dal 1478: veniva celebrata la terza domenica dopo Pasqua e fu trasferita in seguito al terzo mercoledì dopo Pasqua. Venne, infine, sostituita nel 1955da papa Pio XII con la festa di San Giuseppe Artigiano, assegnata al 1º maggio, affinché la festa del lavoro potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici[24].

In alcuni luoghi era celebrata, il 17 febbraio, la Fuga in Egitto, conservata ancora oggi nel calendario particolare della Chiesa cattolica in Egitto, mentre i Copti la ricordano il 1º giugno.

Tavola di San Giuseppe a Cocumola Lecce

Tavole di San Giuseppe

In Sicilia e nel Salento[25] sono diffuse usanze denominate “Tavole di San Giuseppe”: la sera del 18 marzo le famiglie che intendono assolvere un voto o esprimere una particolare devozione al santo allestiscono in casa un tavolo su cui troneggia un’immagine del santo e sul quale vengono poste paste, verdure, pesci freschi, uova, dolci, frutta, vino. Sono poi invitati a mensa mendicanti, familiari e amici, tre bambini poveri rappresentanti la Santa Famiglia. Si riceve il cibo con devozione e spesso recitando preghiere, mentre tredici bambine con in testa una coroncina di fiori, dette “tredici verginelle”, cantano e recitano poesie in onore di san Giuseppe. In provincia di Caltanissetta, molto più sentito nella piccola località di Gela,la tradizione vuole che chi intende fare voto debba, mesi prima, bussare ad ogni porta della cittadina e chiedere qualcosa da donare al povero in nome di San Giuseppe (denaro o viveri che siano). Nelle proprie abitazioni si allestiscono grandi altari con strutture in legno, adornati con numerose lenzuola bianche ricamate. All’interno si può trovare qualunque tipo di genere alimentare, dal pane alla pasta, dal vino ai liquori. La “Cena di San Giuseppe”, così chiamata, viene aperta al pubblico il mezzogiorno del 18 marzo, e il 19 marzo tre persone, bisognose d’aiuto, in rappresentanza della Sacra Famiglia, vengono fatte accomodare alla tavola imbandita come dei Re e viene servita a loro la cena. Successivamente, viene divisa tra loro tutta la spesa, donata ed acquistata grazie alle donazioni dei devoti.

Talvolta è un intero quartiere a provvedere e allestire le tavole all’aperto. Alimento tradizionale di questa festa è la frittura, nota con il nome di “frittelle” a Firenze e a Roma, “zeppole” a Napoli e in Puglia, “sfincie” a Palermo. In alcune parti la festa è associata all’accensione di falò.

San Giuseppe è molto onorato in tutta l’isola siciliana. Degni di menzione sono le numerose “mense” a Borgetto, sfarzosi altari ornati di veli e pietanze e gli altari di Salemi, strutture rivestite di foglie e addobbate con innumerevoli ed elaborate forme di pani realizzate a mano.

In Canton Ticino sono tradizionali i “tortelli di San Giuseppe”. A Gravina in Puglia c’è l’usanza di preparare la focaccia di San Giuseppe, “u ruccl” in dialetto gravinese, una sorta di calzone ripieno di cipolle sponsali, uvetta e alici sotto sale o sottolio arrotolato a forma di spirale, preparato con l’impasto della focaccia in tanto olio extravergine d’oliva.

Falò di San Giuseppe

Nella Val Trebbia nel cuore del territorio delle Quattro province si festeggia ancora oggi con la Festa di San Giuseppe il rito serale del Falò, che segna il passaggio dall’inverno alla primavera. Con il falò viene anche bruciato un fantoccio, la “vecchia”, che simboleggia l’inverno. Molti traggono auspici per la primavera prossima da come arde il fantoccio. Il rito risale all’antico popolo dei Liguri, in occasione del particolare momento astronomico dell’equinozio, poi la tradizione pagana si fuse con quella cristiana celtico-irlandese dei monaci di San Colombano, giunti in epoca longobarda. Un tempo in tutte le vallate ardevano migliaia di falò, che infiammavano di un tenue rossore le serate della zona, ora ardono ancora nei centri comunali con piccole sagre e canti. Un dolce tipico sono le frittelle di San Giuseppe (in dialetto farsò) che accompagnano la festa. A Bobbio la festa è una tradizione millenaria[26], infatti furono i monaci irlandesi dell’Abbazia di San Colombano, fondata nel 614, a fondere il rito pagano con quello cristiano, nella luce che sconfigge le tenebre. Anche nel paese di Mormanno sono immemorabili le origini di questa tradizione che vuole che in tutti i quartieri siano accesi grossi falò in onore al Santo seguiti da musiche e balli tradizionali.

A Itri, in provincia di Latina, era uso fino a qualche anno fa che già due mesi prima della festa i ragazzi, spesso accompagnati da persone adulte, si recassero nei vicini boschi a tagliare piante di giovani lecci: lo scopo era di raccogliere quante più piante possibili per poter il giorno della festa accendere il fuoco più grande tra tutti i rioni del paese. Ancora oggi nel giorno di San Giuseppe, all’imbrunire, in tutto il paese si accendono decine e decine di falò nei pressi dei quali si organizzano feste con degustazione di prodotti tipici, tra cui le zeppole di San Giuseppe, fritte direttamente accanto ai fuochi.

A Venafro (IS), in Molise, la sera del 19 marzo si accendo i tradizionali “favor” nelle piazze dei vari rioni del centro storico, ovvero dei falò di varie grandezze. Ogni rione si organizza preparando prodotti tipici e intrattenimenti musicali di vario genere, per poter accogliere al meglio le centinaia e centinaia di visitatori che affollano strade, vicoli e piazze del suggestivo e incantevole centro antico. Tra i prodotti della tradizione non possono mancare i “sciusc”, le zeppole di San Giuseppe e del buon vino locale. È un rito antichissimo che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 stava gradualmente scomparendo; oggi, grazie all’impegno di giovani e meno giovani questa manifestazione sta diventando un evento in grado di richiamare visitatori da tutto il circondario.

Nella città di Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, la tradizione dei falò rionali è ancora viva (notte tra il 18 e il 19 marzo) e si sviluppa tra canti, balli, vino e pietanze legate alla tradizione popolare, rendendo unica e suggestionante l’atmosfera tra le viuzze del centro storico, illuminate di riflesso e a sprazzi dalle alte vampe. Anche a Mattinata, sempre in provincia di Foggia, in occasione della festa di San Giuseppe, fino a dieci anni fa, venivano accesi falò in tutti i rioni. Dal 2000 viene acceso un unico grande falò sul sagrato della chiesa abbaziale di Santa Maria Della Luce, con un programma sia religioso sia civile, con fuochi pirotecnici, balli tradizionali canti e degustazione di prodotti tipici del territorio.

Anche a Serracapriola, piccolo centro dell’Alto Tavoliere alle porte del Molise, continua immutata negli anni la tradizione dei Falò di San Giuseppe. Ogni anno, ragazzi ed adulti, raccolgono dai campi i cosiddetti “ceppi” cioè i rami residui dalla potatura degli olivi secolari, per formare alte pire da accendere la sera della festività del Santo; i più temerari si cimentano nel “salto del falò” a testimoniare coraggio e sprezzo del pericolo.[27]. Durante i falò vengono offerti agli spettatori presenti zeppole salate e vino.

Lo stesso avviene a Torremaggiore, cittadina, anch’ essa, dell’Alto Tavoliere, con le stesse modalità e formazioni, dove l’Associazione Culturale “Tradizione di Fuoco”, dal 2011 ha ridato lustro a questo sentito e maestoso evento, che vede l’intera comunità unirsi nei vari falò, dove le varie associazioni, enti e comitati, nel pieno rispetto delle tradizioni propongono eventi musicali ed eno-gastronomici che attirano pubblico anche da fuori regione. Al rintocco delle campane, che avvertono la fine dei vespri, tutti i falò vengono accesi, mentre il più maestoso,quello appunto dell’Associazione Culturale “Tradizione di Fuoco”, viene ritardato di circa 30 minuti per far sì che tutto il pubblico degli altri falò possa arrivare nella piazza/posteggio sito nelle vicinanze del cinema cittadino, per assistere all’ accensione tecno-pirotecnica del falò, seguito dall’apertura degli stand e l’inizio degli spettacoli di balli e canti della tradizione locale.

Anche a Mottola in provincia di Taranto, nel rione San Giuseppe, ove sorge una Chiesa intitolata al Santo falegname, ogni anno in occasione della festa di San Giuseppe si accendono i “fuochi” e durante la serata vengono “arrostiti” i ceci, piatto tradizionale della festa.

Il fuocarone di san Giuseppe è tradizione antichissima anche a Villa Basilica nella minuscola frazione di Guzzano. Fino a qualche anno fa si accendeva il fuoco proprio il giorno di san Giuseppe, tradizione poi spostata al sabato successivo alla celebrazione. Qualche giorno prima della data del falò gli uomini del paese vanno al bosco alla ricerca di un tronco di pino che abbia le caratteristiche giuste. Il pino, tagliato, viene portato nella piazzola antistante l’abitato e piantato per terra dopo essere stato privato dei rami. Intorno viene costruito il fuocarone, con i rami stessi, la paglia e altro legno, in modo da avere una vera e propria pira alta anche una decina di metri. La sera stabilita, dopo la celebrazione della santa messa in onore del santo, viene appiccato il fuoco e, per ore, intorno ad esso si canta, si suona, si balla e si consumano i cibi tipici delle nostre zone.

Anche in Romagna nella vallata del fiume Montone, a Rocca S.Casciano era tradizione accendere un falò la sera, all’imbrunire della vigilia di S.Giuseppe, bruciando le potature di viti o rami di arbusti; non sembra ci fossero particolari piatti o riti oltre al fuoco, ma sicuramente, anche questo giorno era un buon motivo per stare a veglia con i vicini o conoscenti.

Pratiche devozionali

San Giuseppe è un santo molto onorato dalla Chiesa cattolica e per questo ricevette parecchi riconoscimenti liturgici: nel 1726 il suo nome fu inserito nelle Litanie dei Santi e nel 1815 nella preghiera A cunctis; nel 1833 fu approvata la recita di un piccolo ufficio di San Giuseppe al mercoledì e undici anni dopo il nome del Santo fu annoverato fra le invocazioni nelle preghiere da recitare dopo la Messa. Nel 1889 venne prescritta la preghiera A te o beato Giuseppe, da recitare il mese d’ottobre dopo il Rosario, mentre nel1919 fu inserito nel Messale un prefazio proprio di San Giuseppe. Nel 1962, durante il Concilio Vaticano II, Giovanni XXIII volle inserire il nome di San Giuseppe nel Canone Romano. Nel 2013 Papa Francesco, ratificando quanto già nei desideri di Benedetto XVI, ha stabilito che San Giuseppe fosse invocato dopo la Vergine Maria in tutte le altrepreghiere eucaristiche del Rito Romano.

La più antica pratica devozionale in onore del santo risale al 1536 ed è chiamata “pratica dei Sette dolori e allegrezze di San Giuseppe”; secondo una leggenda, riportata da fra Giovanni da Fano (1469-1539) fu il santo stesso, salvando due naufraghi da una tempesta, a promuovere e creare questa pia pratica.

Nel 1597 furono pubblicate a Roma le prime Litanie di san Giuseppe, nel 1659 approvato il Cingolo o Cordone di san Giuseppe, nel 1850 la Coroncina di san Giuseppe, loScapolare di san Giuseppe nel 1893, per ordine della Santa Sede. Altre pratiche sono quelle del Sacro Manto, dei nove mercoledì, la Novena perpetua, la Corona Perpetua, la Corte Perpetua. I papi Pio IX e Pio XI inoltre consacrarono il mese di marzo a san Giuseppe.

Chiese e patronati

Simulacro di san Giuseppe del XVIII secolo (cartapesta) venerato a Cocumola- Lecce

A Betlemme c’è una piccola chiesa, chiamata Casa di San Giuseppe. Secondo recenti studi questa non è la vera casa dove Gesù fu adorato dai Re Magi, perché la chiesa, ricostruita dai francescani, non può vantare una tradizione anteriore al IV secolo.

In quanto alla casa di Giuseppe a Nazaret, fino al VI secolo rimase nelle mani dei giudeo-cristiani. Vi avevano eretto due chiesine, una dov’era la casa di Maria, e l’altra, dov’era la casa di Giuseppe. Lo attesta il pellegrino francese, Arculfo, che era sacerdote: “Nella chiesina dell’ex-casa di Giuseppe si trovava anche un pozzo lucidissimo dove i fedeli andavano ad attingere acqua per benedizione, tirandola con secchi dal pavimento della chiesa stessa”. Nel VII secolo la pressione musulmana fece spa­rire questo santuario. L’altra chiesa, quella di Maria, non fu distrutta, ma esposta a pericoli. Solo nel XII secolo i crociati ricostruirono solennemente questa chiesa dedicata all’Annunciazione e vi collocarono i ricordi alla sacra famiglia, a Maria, a Giuseppe e alla sua tomba. Edificarono anche su rovine un’altra chiesa, che nella tradizione locale fu considerata come la casa di Giuseppe.

In Italia la chiesa più antica dedicata al santo si trova a Bologna, costruita dai Benedettini nel 1129. A Roma la chiesa più antica è quella di San Giuseppe dei falegnami al Foro Romano, costruita nel 1540. Chiese e santuari dedicati al santo si ritrovano poi in tutto il mondo. Tra i santuari il più imponente è però quello di Montréal, in Canada, fondato nel 1904 dal beato Andrè. In Italia vi sono infine quattro basiliche minori: a Roma (San Giuseppe in Trionfale), a Brescia, a Bisceglie, a Seregno. La concattedrale di Vasto dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto è a lui dedicata.

L’8 dicembre 1870 Pio IX lo proclamò patrono della Chiesa universale, dichiarando esplicitamente la sua superiorità su tutti i santi, seconda solo a quella della Madonna.

Papa Leone XIII scrisse la prima enciclica interamente riguardante il santo: la Quamquam pluries, del 15 agosto 1889.
Il 26 ottobre 1921, Benedetto XV estese la festa della Sacra Famiglia a tutta la Chiesa.

Innumerevoli sono le categorie che lo considerano loro speciale patrono: viene invocato per l’infanzia, gli orfani, i vergini, la gioventù, le vocazioni sacerdotali, le famiglie cristiane, i profughi, gli esiliati. È speciale patrono degli operai in genere e segnatamente dei falegnami e degli artigiani. Si ricorre a lui inoltre per le malattie agli occhi, per gli ammalati gravi ed in particolare per i moribondi.

Nel secolo scorso un monumentale santuario è stato innalzato ai piedi del Vesuvio a San Giuseppe Vesuviano (Napoli), paese che ne porta il nome.

Reliquie

La cintura di San Giuseppe

Non ci sono reliquie di ossa di san Giuseppe. Perugia dal 1477 si vanta di possedere l’anello nuziale di san Giuseppe; esso proviene da Chiusi, dove era stato portato da Gerusalemme nell’XI secolo.

In Francia, nella chiesa di Notre-Dame di Joinville è conservata la cintura di san Giuseppe, là portata da un crociato, nel 1252. AdAquisgrana, in Germania, nel tesoro di Carlo Magno figurano delle bende, ricavate dai calzettoni di san Giuseppe per fasciare Gesù. Nel Sacro Eremo di Camaldoli (Arezzo) si conserva il bastone di san Giuseppe. Esso proviene da Nicea, offerto dal card. Basilio Bessarione, nel 1439. Un po’ ovunque si possono incontrare frammenti del mantello o vesti di san Giuseppe

Nell’arte

Fino al primo Medioevo, le rappresentazioni di Giuseppe nell’arte figurativa sono estremamente rare e sporadiche, per lo più in connessione con i patriarchi e gli antenati di Cristo. La più antica raffigurazione di Giuseppe come santo a sé stante, con l’attributo della verga fiorita, proviene da Taddeo Gaddi (1332-1338, affresco in Santa Croce a Firenze).

A partire dalla fine del XV secolo o dagli inizi del XVI secolo, il culto di Giuseppe inizia a fiorire, promosso soprattutto da Teresa d’Avila e dalla Compagnia di Gesù, e il santo troverà accesso nell’arte figurativa. A partire dal XV secolo egli è dipinto per lo più come uomo anziano, barbuto, in abiti borghesi o da lavoratore, successivamente anche con vestiti di foggia antica. Accanto alla verga fiorita appaiono, come attributi di Giuseppe, il bastone del viandante, gli strumenti del falegname e il giglio, simbolo di purezza.

In Italia s’impone la tipologia della Sacra Famiglia che nel barocco è vista anche come Trinità Terrestre. Il tipo devozionale di Giuseppe, sempre più diffuso a partire dal XVI secolo ha origine in Spagna. Il culto di San Giuseppe ha un suo vertice nella cappella di San José in Toledo, dove si trovava inizialmente anche il quadro di San Giuseppe dipinto da El Greco.

Società e istituti religiosi intitolati a san Giuseppe

  • Congregazione delle Suore di San Giuseppe
  • Congregazione di San Giuseppe (Giuseppini del Murialdo)
  • Figlie di San Giuseppe
  • Figlie di San Giuseppe del Caburlotto
  • Figlie di San Giuseppe di Genoni
  • Figlie di San Giuseppe di Rivalba
  • Francescani Familiari di San Giuseppe
  • Fratelli Giuseppini del Rwanda (Bayozefiti)
  • Giuseppine della Santissima Trinità
  • Giuseppini del Belgio
  • Istituto delle Suore di San Giuseppe
  • Madri degli Abbandonati e di San Giuseppe della Montagna
  • Missionari di San Giuseppe del Messico
  • Oblati di San Giuseppe (Giuseppini d’Asti)
  • Piccole Figlie di San Giuseppe
  • Religiose Ospedaliere di San Giuseppe
  • Serve di San Giuseppe
  • Società di San Giuseppe del Sacro Cuore (Giosefiti)
  • Società Missionaria di San Giuseppe di Mill Hill
  • Suore Carmelitane di San Giuseppe, di Barcellona
  • Suore Carmelitane di San Giuseppe, del Salvador
  • Suore Carmelitane di San Giuseppe, di Saint-Martin-Belle-Roche
  • Suore Carmelitane Teresiane di San Giuseppe
  • Suore del Patrocinio di San Giuseppe
  • Suore di Maria-Giuseppe e della Misericordia
  • Suore di San Giuseppe del Messico
  • Suore di San Giuseppe del Sacro Cuore di Gesù
  • Suore di San Giuseppe dell’Apparizione
  • Suore di San Giuseppe della Pace
  • Suore di San Giuseppe di Annecy
  • Suore di San Giuseppe di Aosta
  • Suore di San Giuseppe di Carondelet
  • Suore di San Giuseppe di Chambéry
  • Suore di San Giuseppe di Cluny
  • Suore di San Giuseppe di Cracovia
  • Suore di San Giuseppe di Cuneo
  • Suore di San Giuseppe di Gerona
  • Suore di San Giuseppe di Lione
  • Suore di San Giuseppe di Philadelphia
  • Suore di San Giuseppe di Pinerolo
  • Suore di San Giuseppe di Saint-Hyacinthe
  • Suore di San Giuseppe di San Marco
  • Suore di San Giuseppe di Tarbes
  • Suore di San Giuseppe di Torino
  • Suore di San Giuseppe Sposo della Beata Vergine Maria
  • Suore Francescane di San Giuseppe
  • Suore Giuseppine della Carità
  • Suore Medico Missionarie di San Giuseppe
  • Suore Murialdine di San Giuseppe
  • Suore Povere Bonaerensi di San Giuseppe
  • Vergini di San Giuseppe (Istituto Tavelli)

Al Cinema

AnnoFilmAttoreNote
1903La vie et la passion de Jésus ChristMonsieur Moreau
1912From the Manger to the Cross; or, Jesus of NazarethMontague Sidney
The Star of BethlehemJames CruzeCortometraggio
1913The Three Wise MenWilliam A. Seiter
1914La PassionGabriel Moreau
1918RestitutionFrederick Vroom
1921Behold the ManMonsieur Moreau
1925A Tale of the ChristWinter Hall
1942HimlaspeletBjörn Berglund
1946Maria di Magdala (María Magdalena, pecadora de Magdala)Arturo Soto Rangel
1948Reina de reinas: La Virgen MaríaLuis Mussot
1949“A Child Is Born”, episodio della serie Actor’s StudioHoward Wierum
1950“A Child Is Born”, episodio della serie Lux Video TheatreAlan Shayne
1951A Time to Be BornJohn Le MesurierFilm TV
“A Child Is Born”, episodio della serie Lux Video TheatreErnest Graves
1952“A Child Is Born”, episodio della serie Lux Video TheatreAlan Shane
“The Play of the Nativity of the Child Jesus”, episodio della serie Studio OnePaul Tripp
1954Il figlio dell’uomoGaetano Diana
1955Away in a MangerTristan RawsonFilm televisivo
1959Ben-Hur (Ben-Hur)Laurence Payne
1960Joyful HourNelson LeighFilm televisivo
1961Bibliska bilderJackie SödermanFilm televisivo
Il re dei re (King of Kings)Gérard Tichy
1964Il Vangelo secondo MatteoMarcello Morante
1965La più grande storia mai raccontata (The Greatest Story Ever Told)Robert Loggia
1966L’enfance du ChristTheodore UppmanFilm TV
1970Hola… señor DiosJosé María Blanco
1972“The Coming of the Kings”, episodio della serie Jackanory PlayhouseBarry Wilsher
1975Il messiaYatsugi Khelil
1977Gesù di NazarethYorgo VoyagisSceneggiato televisivo
Gesù di NazarethRiduzione cinematografica
dello sceneggiato
1978L’asinello (The Small One)Gordon JumpCortometraggio
Nel silenzio della notte (The Nativity)John SheaFilm televisivo
1979De verrijzenis van Ons HeerLeo HaeltermanFilm televisivo
Jesus (Jesus)Joseph Shiloach
Maria e Giuseppe – Una storia d’amore (Mary and Joseph: A Story of Faith)Jeff EastFilm televisivo
Follow the StarMartin SmithFilm televisivo
1980La vida de nuestro señor JesucristoGuillermo Murray
1985The Fourth Wise ManAdam ArkinFilm televisivo
1986L’enfance du ChristWilliam ShimellFilm televisivo
Jesus – Der FilmJürgen Brauch
1987Un bambino di nome GesùBekim FehmiuFilm televisivo
The King Is BornMaikel BaileyUscito in home video
The NativityGregory HarrisonUscito in home video
1993The Visual Bible: MatthewTony Caprari
1995Así en el cielo como en la tierraManuel Alexandre
Marie de NazarethFrancis Lalanne
1999Cosas que olvidé recordarJaime Oriol
Maria, madre di Gesù (Mary, Mother of Jesus)David ThrelfallFilm televisivo
Jesus (Jesus)Armin Mueller-StahlFilm televisivo
2000Maria, figlia del suo figlioNancho NovoFilm televisivo
Gli amici di Gesù – Giuseppe di NazarethTobias MorettiFilm televisivo
The Testaments: Of One Fold and One ShepherdDavid Sturdevant
2003Jesus, min sønEbbe TrenskowUscito in home video
2004The Messiah: Prophecy FulfilledJonathan WattonUscito in home video
AD/BC: A Rock OperaRichard AyoadeFilm televisivo
2005The Silent SaintSerdar KalsinFilm televisivo
The First ChristmasDallyn Vail BaylesUscito in home video
2006The Very First NoelErnie GilbertUscito in home video
Nativity (The Nativity Story)Oscar Isaac
La sacra famigliaAlessandro GassmannFilm televisivo
2010Nemyslís, ZaplatísZdenek Beran
Mary’s SongJames Constantine
The NativityAndrew BuchanMiniserie televisiva
2011Episodio 2×5 della serie Tegen de sterren opJonas Van Geel
2012Maria di NazaretLuca MarinelliFilm televisivo
2013The Immaculate ConfessionEvangelos GiovanisCortometraggio
“Il Messia”, episodio della miniserie La Bibbia (The Bible)Joe CoenMiniserie televisiva
2014The Gospel of MatthewAbdellatif Chaouqi
Son of GodJoe Coen
The Desire of AgesNathaniel Smith
No Ordinary ShepherdAdam JohnsonUscito in home video

 

Festa del papà

La festa del papà o festa del babbo è una ricorrenza civile diffusa in tutto il mondo. In molti Paesi la ricorrenza è fissata per la terza domenica di giugno, ma volendo si può festeggiare anche l’ultima domenica di luglio. In molti Paesi di tradizione religiosa cattolica la festa è invece celebrata il 19 marzo, giorno associato dalla Chiesa a san Giuseppe padre putativo di Gesù Cristo.

Storia

La festa del papà, come la intendiamo oggi, nasce nei primi decenni del XX secolo, complementare alla festa della mamma per festeggiare la paternità e i padri in generale. La festa è celebrata in varie date in tutto il mondo, spesso è accompagnata dalla consegna di un regalo al proprio padre.

La prima volta documentata in cui fu festeggiata sembrerebbe essere il 5 luglio 1908 a Fairmont in Virginia Occidentale, presso la chiesa metodista locale.[1] Fu la signora Sonora Smart Dodd la prima persona a sollecitare l’ufficializzazione della festa; senza essere a conoscenza dei festeggiamenti di Fairmont, ispirata dal sermone ascoltato in chiesa durante la festa della mamma del 1909, ella organizzò la festa una prima volta il 19 giugno del 1910 a Spokane (Washington). La festa fu organizzata proprio nel mese di giugno perché in tale mese cadeva il compleanno del padre della signora Dodd, veterano della guerra di secessione americana.

Data e associazione

La data in generale varia da Paese a Paese. Nei Paesi che seguono la tradizione statunitense, la festa si tiene la terza domenica di giugno. In molti Paesi di tradizione cattolica, la festa del papà viene festeggiata il giorno di san Giuseppe, padre putativo di Gesù, il 19 marzo.

In alcuni Paesi la festa è associata ai padri nel loro ruolo nazionale, come in Russia, dove è celebrata come la festa dei difensori della patria (День защитника Отечества), e in Thailandia, dove coincide con il compleanno dell’attuale sovrano Rama IX, venerato come padre della nazione.[2]

In Italia

Come in molti Paesi di tradizione cattolica, la festa del papà viene festeggiata il giorno di san Giuseppe, padre putativo di Gesù, sposo della Beata Vergine Maria, simbolo di umiltà e dedizione. Nel Martirologio Romano, 19 marzo, n. 1: «Solennità di san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.»

  • La Solennità di san Giuseppe sposo della Beata Vergine Maria, patrono della Chiesa universale è celebrata dalla Chiesa Cattolica il 19 marzo.
  • I primi a celebrarla furono monaci benedettini nel 1030, seguiti dai Servi di Maria nel 1324 e dai Francescani nel 1399.
  • Venne infine promossa dagli interventi dei papi Sisto IV e Pio V, ed estesa a tutta la Chiesa nel 1621 da Gregorio XV.
  • Fino al 1977 il giorno in cui la Chiesa celebra san Giuseppe era considerato in Italia festivo anche agli effetti civili, ma ciò venne eliminato con la legge n. 54 del 5 marzo 1977.
  • In Canton Ticino, in altri cantoni della Svizzera e in alcune province della Spagna, questo giorno è festivo agli effetti civili.
  • In Italia sono stati presentati nel 2008 alcuni disegni di legge per il ripristino delle festività soppresse agli effetti civili: San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, Santi Pietro e Paolo e il Lunedì di Pentecoste.

San Giuseppe, in quanto archetipo del padre, nella tradizione popolare protegge anche gli orfani, le giovani nubili e i più sfortunati. In accordo con ciò, in alcune zone della Sicilia, il 19 marzo è tradizione invitare i poveri a pranzo. In altre aree la festa coincide con la festa di fine inverno: come riti propiziatori, si brucia l’incolto sui campi da lavorare e sulle piazze si accendono falò da superare con un balzo.

Il dolce tipico della festa ha varianti regionali ma per lo più a base di creme e/o marmellate, con impasto simile a quelle dei bignè o dei krapfen.

Esemplare è il dolce napoletano, che prende il nome di zeppola di San Giuseppe. Secondo la tradizione, infatti, dopo la fuga in Egitto, con Maria e Gesù, san Giuseppe dovette vendere frittelle per poter mantenere la famiglia in terra straniera. Sono realizzate con pasta simile ai bignè, di forma schiacciata, e possono essere fritte o al forno; al di sopra viene posta di norma crema pasticcera e marmellata di amarene.

Nell’Italia del nord, invece, dolce tipico della festività è la Raviola (piccolo involucro di pasta frolla o pasta di ciambella richiuso sopra una cucchiaiata di marmellata, crema o altro ripieno, poi cotta al forno o fritta). A Trebbo di Reno, in provincia di Bologna, si tiene ogni anno nella terza domenica del mese di marzo, la tradizionale e multicentenaria “Festa della Raviola” che prevede sia riti religiosi, sia altre manifestazioni che richiamano al paese parenti, visitatori e turisti. In alcune regioni del centro Italia (soprattutto Toscana, Umbria e Lazio) sono diffusi dei dolcetti, sempre fritti, a base di riso cotto nel latte a cui si aggiungono a piacere vin santo, uva passa o canditi e che vengono chiamati frittelle.

In Sicilia, tipici della tradizione catanese e diffusi in tutta l’isola, sono i dolci fritti a forma di tocchetti o bastoncini a base di riso, aromatizzati con buccia d’arancia e miele, noti come zeppole di riso o crispelle di riso.

Informazioni su diego80 (1943 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

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