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I robot di Isaac Asimov – Abissi d’acciaio

In un post precedente vi ho detto che la domanda che si fa tra appassionati di fantascienza è: hai iniziato con Asimov oppure con Bradbury?

Il mio primo libro di fantascienza è di Asimov. E precisamente è stato “Abissi d’acciaio”.

abissi acciaio

Il primo volume della trilogia originale dei Robot.
Pubblicato nel 1954, penso di averlo letto negli anni ’80. Quando ancora la biblioteca di Brembilla era in via Roma.

Apparentemente un libro di fantascienza, nella narrazione un libro giallo. Quindi in sostanza un libro di fantascienza investigativa!

E’ ambientato sulla sovrappopolata terra, quando già una buona parte dell’umanità si è trasferita su 50 pianeti nello spazio.

Gli umani rimasti sul pianeta di origine hanno dato vita ad una civiltà che costruisce le proprie abitazioni sotto terra. Da qui il titolo dell’opera.
Caratteristica particolare dei terrestri è la paura degli spazi aperti.

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Gli Spaziali invece hanno saputo costruire 50 nuove colonie, con caratteristiche differenti una dall’altra, con specializzazioni particolari. Ma con un unico punto in comune. Il senso di superiorità e l’avversione verso la popolazione rimasta sul pianeta d’origine.

Il tutto inizia con un OMICIDIO. Un importante SPAZIALE esperto di robotica viene assassinato.

Sono incaricati dell’indagine, un terrestre (per competenza territoriale)  e uno spaziale (per l’origine della vittima). Il detective umano è Elijah Baley e lo spaziale è R. Daneel Olivaw.

Inutile sottolineare che alla soluzione del caso ci si arriva con l’analisi delle contraddizioni che si presentano nella narrazione,  e che alla fine portano a risolvere il caso.

Ma nella parte fiale del libro Isaac Asimov ci mette una buona dose di filosofia facendo dire a Eli queste parole:

“Prendi questo Robot. È più alto di me, più forte, più bello. Ha una memoria migliore della mia e sa più cose, non ha bisogno di dormire o di mangiare. Non è tormentato dal mal di pancia, dal panico, dall’amore o dal senso di colpa. Però è una macchina. Posso fargli quello che voglio, se gli do un pugno non me lo rende. Posso ordinargli di puntarsi addosso un fulmine e lo farà. 

Non siamo capaci di costruire robot che valgano quanto un essere umano, nelle cose che contano. Figuriamoci migliori!

Non siamo capaci di costruire robot con il senso della bellezza, dell’etica o della religione. Non c’è modo di elevare il cervello di un robot  di un centimetro sopra il perfetto materialismo.

L’ho detto, non siamo capaci. E continuerà ad essere così finché non capiremo cosa è che muove il nostro cervello, finché esisteranno cose che la scienza non può misurare. Che cosa è la bellezza, o la bontà, o l’arte, o l’amore, o Dio? Ci muoviamo sulla frontiera dell’inconoscibile e cerchiamo di capire ciò che non può essere capito.

È questo che ci fa uomini. 

Il cervello di un automa deve essere finito, limitato, o non potremo costruirlo.
Deve essere tutto prevedibile, tutto calcolabile. Quindi, di che hai paura? Un robot può essere bello come un dio, e non essere più umano di un mucchio di legna.”

E’ questo che ci fa uomini, è questo che ci rende speciali: avere il senso della bellezza, della bontà, dell’arte, dell’amore e di Dio.

PS. Ovvio che il caso di omicidio lo risolve l’umano Lije e non lo spaziale Daneel!

Informazioni su Hieronymus (59 Articoli)
matematica, fisica, meccanica tradizionale, meccanica quantistica, relatività, scienza, libri, fumetti, film, musica.
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