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Comuni della Bergamasca – Almenno san Salvatore

Almenno San Salvatore
comune
Almenno San Salvatore – StemmaAlmenno San Salvatore – Bandiera
Almenno San Salvatore – Veduta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneRegione-Lombardia-Stemma.svg Lombardia
ProvinciaProvincia di Bergamo-Stemma.png Bergamo
Amministrazione
SindacoGianluigi Brioschi (lista civica) dal 26-5-2014
Territorio
Coordinate45°45′00″N 9°35′15″ECoordinate: 45°45′00″N 9°35′15″E (Mappa)
Altitudine328 m s.l.m.
Superficie4,73 km²
Abitanti5 778[1] (31-12-2014)
Densità1 221,56 ab./km²
Comuni confinantiAlmè, Almenno San Bartolomeo, Paladina,Strozza, Ubiale Clanezzo,Villa d’Almè
Altre informazioni
Cod. postale24031
Prefisso035
Fuso orarioUTC+1
CodiceISTAT016007
Cod. catastaleA217
TargaBG
Cl. sismicazona 4 (sismicità molto bassa)
Nome abitantialmennesi
Patronosantissimo Salvatore eCandelora
Giorno festivo6 agosto e 2 febbraio
Cartografia

Mappa di localizzazione: Italia

Almenno San Salvatore
Almenno San Salvatore
Posizione del comune di Almenno San Salvatore nella provincia di Bergamo
Posizione del comune di Almenno San Salvatore nella provincia di Bergamo

Almenno San Salvatore (Almèn o San Salvadùr in dialetto bergamasco[2][3]) è un comune italiano di 5 778 abitanti della provincia di Bergamo, in Lombardia. Via di mezzo tra valle Imagna (con la quale confina con il comune di Strozza) e valle Brembana, dista circa 12 chilometri dal capoluogo orobico ed è ubicato a nord-ovest di quest’ultimo.

Cenni storici

Il toponimo “Almenno San Salvatore” deriva da “Lemine”, la cui etimologia è incerta. Già in epoca romana, Almenno S.S. era già dotato di un ampio comprensorio territoriale strutturato in pagus . Il centro amministrativo si trovava nell’area del Castello in prossimità del ponte di Lemine, noto come Ponte della Regina[4].

Il territorio almennese, antropizzato fin dalla protostoria, ha visto il passaggio dei Celti, dei Galli Cenomani, dei Romani, che oltre al ponte sul Brembo lasciarono diverse testimonianze archeologiche, per diventare, dopo la conquista longobarda, una corte regia.

Dopo la caduta del regno longobardo il territorio della curtis fece parte della contea di Lecco fino alla fine dell’XI secolo quando passò come beneficium all’episcopato di Bergamo nel cui possesso rimase fino al 3 marzo 1220, anno in cui i dritti feudali passarono al nascente comune.

Guelfi e Ghibellini

Le lotte tra i Guelfi e i Ghibellini interessarono la comunità almennese e il 26 gennaio 1393 si arrivò alla divisione del comune. La ghibellina Lemine Inferiore dei Visconti e la guelfa Lemine Superiore di Venezia. Tradizionalmente alleate, le due erano spesso in violento e cruento contrasto tra loro.

Dopo il passaggio di Bergamo sotto il dominio veneziano nel 1441 la parte ghibellina subì la rivalsa di quella guelfa. La battaglia terminò il 13 agosto 1443 con la distruzione della Lemine Inferiore per ordine del podestà di Bergamo, Gritti.

Di Lemine Inferiore restarono soltanto la Pieve, la chiesa di San Giorgio e alcune edicole religiose, I ghibellini esiliarono.

Le due Almenno

Lemine Superiore, sopravvissuta alle lotte tra guelfi e Ghibellini, si trovò ad avere una comunità molto ampia che portò alla nascita di un’altra parrocchia oltre il torrente Tornago, quella di San Bartolomeo.

Tra le due comunità, coagulate attorno alle due parrocchie, si manifestarono presto interessi differenti e divergenti che resero inevitabile l’ultima scissione di Almenno.

Il 30 marzo 1601 fu rogato l’atto notarile che statuiva la suddivisione di Almenno nei due comuni di Almenno San Bartolomeo, costituito dai territori di Albenza, Longa e Pussano, e Almenno San Salvatore, costituito dalle contrade di Porta, Borgo e Sotto.

Edifici notevoli

S. Giorgio, chiesa romanica XII

Nel territorio di Almenno San Salvatore sono presenti diversi edifici di rilevante valenza storico-aritistica.

Particolarmente importante è il complesso della Pieve e dell’annessoSantuario della Madonna del Castello con affreschi risalenti al X secolo, la prima, e pitture di Andrea Previtali e di Gian Paolo Cavagna, il secondo.

La chiesa di San Giorgio costituisce un raro gioiello architettonico romanico i cui affreschi superstiti, di grande bellezza, sono una eccezionale testimonianza della pittura romanica bergamasca.

L’Umbriana e la Chiesa di San Nicola ad Almenno San Salvatore

Il convento degli Agostiniani e la chiesa di Santa Maria della Consolazione, parti di un unico complesso religioso appartengono al periodo rinascimentale.

La chiesa presenta alcuni affreschi del XVI secolo tra i quali spiccano laTrinità di Andrea Previtali, una deliziosa Annunciazione cinquecentesca di autore ignoto e lo sposalizio mistico di Santa Caterina di Antonio Boselli.

Altri monumenti di rilievo sono le parrocchiali di San Salvatore Nuovo. Sorta nel 1455 circa, è stata pesantemente ristrutturata nella prima metà del Settecento.

Amministrazione[

PeriodoPrimo cittadinoPartitoCaricaNote
14 giugno 20047 giugno 2009Ivano LocatelliLega NordSindaco
8 giugno 200925 maggio 2014Carlo NataliLega NordSindaco
26 maggio 2014in caricaGianluigi Brioschilista civicaSindaco

Società

Evoluzione demografica

Abitanti censiti[5]

Persone legate ad Almenno San Salvatore

  • Ennio Vanotti, ciclista (1955)
  • Tomas Locatelli, calciatore (1976)

Ponte di Lemine

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il ponte di Lemine, imponente opera militare romana oltre che stradale, si trovava nelle immediate vicinanze dell’attuale Almenno San Salvatore in provincia di Bergamo. Non si hanno notizie certe sulla sua data di costruzione che, tuttavia, è stata fatta risalire all’epoca[1] di Traiano.

Ponte di Lemine

 

Il Pagus Lemennis

Lemine, un vasto comprensorio a occidente di Bergamo o più esattamente ad occidente del fiume Brembo, rivestiva una particolare importanza strategico-militare per Roma in quanto area di congiungimento con il territorio di Como e quindi con l’Europa centrale.

Questo territorio era, infatti, attraversato dalla strada militare che, passando per Bergamo, collegava il Friuli alla Rezia inserendosi così nella ragnatela stradale che faceva capo a Roma.

Ara al dio Silvano

Il punto più importante del segmento che interessava Lemine era costituito dal ponte con cui scavalcava il Brembo. Attorno a questa opera e a sua difesa i Romani costruirono diverse opere difensive, castra, che indussero inevitabilmente un’immigrazione e un aumento demografico che si sovrappose all’originaria popolazione costituita dai Galli Cenomani, tradizionali alleati di Roma.

Dell’insediamento romano rimangono numerose testimonianze archeologiche la più importante delle quali è un’ara dedicata al dio Silvano trovata proprio nell’area circostante il ponte.

La strada

Questa strada militare che attraversava tutto il territorio di Lemine e di cui non rimane traccia è documentata dalla cosiddetta Tavola Peutingeriana[2]

La strada usciva da Bergamo dalla porta di San Lorenzo e, dopo avere attraversato gli attuali territori di Valtesse, Petosino, Almè, Almenno San Salvatore, Almenno San Bartolomeo, Barzana raggiungeva Cisano Bergamasco per proseguire in direzione di Como.

Il percorso successivo a Cisano è controverso: alcuni autori hanno sostenuto che dopo Cisano deviasse per la val San Martino e, attraversatiCalolziocorte e Vercurago, raggiungesse Lecco e quindi Como; altri invece hanno sostenuto che dopo Cisano continuasse per Brivio, scavalcandovi l’Adda, per raggiungere poi Como.

Questa seconda ipotesi appare la più logica e attendibile in quanto rappresenta il tragitto più breve e veloce per raggiungere Como, essenziale per una strada militare.

Il ponte

Il punto nevralgico di questa strada, come si è visto, era costituito dal ponte, un’opera imponente e solida tanto da durare e svolgere la sua funzione fino al XV secolo.

Il ponte aveva una lunghezza di circa 184 metri, poggiava su otto arcate di cui sei avevano una corda di circa 15 metri e due di circa 21, un’altezza di oltre 24 metri e unalarghezza di quasi 6 metri. Queste misure, per altro non certe in quanto calcolate sui ruderi superstiti, danno l’idea della struttura del ponte,

« […] un’opera grandiosa, singolarmente somigliante a quello sul Tago ad Alcántara »
(P. Manzoni, op. cit.)

Anche dopo la caduta dell’pero romano d’Occidente il ponte mantenne la sua importanza, ora prevalentemente viaria, e continuò a essere usato per tutto il Medioevo come è provato dalle spese di manutenzione previste e imposte dagli statuti di Bergamo. Il suo crollo avvenne il 31 agosto 1493 a causa di un’eccezionale piena del Brembo che aveva colpito e devastato tutta la valle Brembana.

« Machina illa ingens in nostro flumine, pontis est opus illius, qua vada nulla fero. Pene ruit dudum rapidarum vortice aquarum livor edax fluvios nos quoque saepe movet; sed tamen antiquae decus et vestigia laudis hactenus ostentat truncaque membra minax. »
(A. Muzio, Theatrum, ex P. Manzoni, op, cit.)

Del ponte di Lemine, una volta orgoglio dell’architettura militare romana, sopravvivono pochi resti lapidei e il suo ricordo che, ironia della storia, lo ha tramandato con il nome di ponte della Regina attribuendone la costruzione alla regina longobarda Teodolinda..

Il ponte della Regina

Dalla sua costruzione e per tutto il Medioevo il ponte di Lemine era conosciuto e denominato, nei diversi atti a noi pervenuti, con tale nome.

Un codice del 1493 lo descrive come […] ponte di Almenno, fabbricato ha più di mill’anni[3] certificandone così, fino a tale data, non solo il nome d’uso ma anche l’attribuzione della sua costruzione ai romani.

Solo dopo il suo crollo iniziò a essere indicato con il nome di ponte della Regina e questo senza alcuna spiegazione logica se non quella del mito e della credenza popolare che voleva tutti i resti di opere antiche come volute e create dai Longobardi o dai loro esponenti più prestigiosi.

Quando del ponte rimasero solo

« le solitarie rovine e nuovi passaggi si stabilirono, era anche naturale che da quelle rovine fosse colpita la immaginazione popolare, la quale, facile creatrice di leggende, ricorse a una regina. »
(B. Belotti, op. cit.)

Alcuni individuarono questa regina in Teodolinda altri in Teutperga, la moglie ripudiata del franco Lotario II, con una preferenza per la prima, tutti accomunati, però, nell’oblio della matrice romana dell’opera.

Ancora oggi per individuarne i resti occorre chiedere, agli organi del comune di Almenno San Salvatore come alla gente comune, del ponte della Regina e non altrimenti, tanto forte è stato ed è il mito.

Corte di Lemine

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La Corte regia longobarda di Lemine era costituita da un complesso territoriale appartenente al patrimonio regio longobardo, ufficialmente attestata come tale da un diploma del re Astolfo del 755.

Crocette longobarde

Nello stesso atto è nominato per la prima volta il toponimo Lemennis che sarebbe diventato successivamente l’odierno Almenno.

Lemine

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Lemine.

Lemine era un ampio comprensorio territoriale che si estendeva tra il fiume Brembo a est, la Valle Taleggio a nord, il fiume Adda a ovest e il territorio di Brembate a sud, una struttura triangolare capovolta il cui vertice era costituito dalla confluenza del Brembo nell’Adda.

Lemine era stata interessata da una certa antropizzazione fin dalla protostoria. In epoca storica è documentata la presenza dei Galli Cenomani, tradizionali alleati di Roma, come testimoniato, oltre che da Tito Livio, anche da Strabone.

(GRC)« […] οἱ μὲν πολέμιοι τοῖς Ῥωμαίοις ὑπῆρξαν, Κενομάνοι δὲ […] συνεμάχουν και πρὸ τῆς Ἀννίβα στρατείας, ἡνίκα Βοίους καὶ Συμβρίους ἐπολέμουν, καὶ μετὰ ταῦτα »(IT)« […] alcuni furono ostili ai Romani, i Cenomani invece […] combatterono a fianco dei Romani sia prima della campagna di Annibale, quando facevano guerra ai Boi e ai Simbri, sia dopo. »
(Strabone, Geografia, V 1 9, trad. M. Biraschi, Milano, BUR, 1988)

Ponte di Lemine

Pagus romano, particolarmente importante per la posizione geografica, era attraversato da una strada militare che collegava Bergamo a Como e che scavalcava il Brembo, in prossimità di un’altura difesa da un castrum, con il grandioso Ponte di Lemine.

Corte longobarda

Lemine, dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, del regno gotico e dopo l’invasione longobarda condotta daAlboino, 569, entrò a fare parte del ducato di Bergamo retto da Wallari, primo duca di Bergamo.

(LA)« […] Langobardi per annos decem regem non abentes, sub ducibus fuerunt. Unuisquisque enim ducum sua civitatem obtinebat: Zaban Ticinum,Wallari Bergamum, Alichis Brexiam, Eoin Trientum, Gisulfus Forumiuli. »(IT)« […] i Longobardi non avendo un re per dieci anni furono governati da duchi. Ciascuno di loro aveva la sua città: Zaban Pavia, Wallari Bergamo, Alichis Brescia, Evin Trento, Gisulfo Cividale del Friuli »
(Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, II, XXXII)

Dopo la morte di Clefi, successore di Alboino, e i dieci anni della cosiddetta anarchia longobarda, i duchi restaurarono nel 584 la monarchia; elessero re Autari, figlio di Clefi, e costituirono un patrimonio regio cedendo la metà dei propri possedimenti.

Il duca Wallari cedette la parte del Ducato di Bergamo a occidente del Brembo, il comprensorio di Lemine, trattenendo per sé la parte orientale.

Lemine, che aveva mantenuto durante l’epoca romana e gota una propria individualità geopolitica, divenne con i Longobardi una corte regia anche per la presenza occasionale del re, che ne evidenziava l’importanza.

« Flavius Aistulf. vir excell. rex basilice beatissimi levite et martiris Christi Laurenti sita foris muros castri nostri bergomatis et venerabili viro Benedicto presbitero. […] Scripsi ego Radoald notarius.
Acto in curte Lemennis vigisima die mensis Julii filicissimi regni nostri in Dei nomine septimo per indictione octaba Feliciter
. »
(B. Belotti, op. cit. in bibliografia.)

Umbone longobardo

Il centro politico-amministrativo longobardo di Lemine si trovava sul rilievo orografico, che era stato sede del castrum più importante del territorio, sovrastante il ponte romano, l’attuale piazza Madonna del Castello di Almenno San Salvatore, che nel nome stesso ne ricorda l’ascendenza politico-militare.

Questo sito divenne sede degli edifici del potere longobardo il più importante dei quali era il Sacrum Palatium che svolgeva prevalentemente funzioni di centro della fiscalità longobarda.

Nulla degli edifici longobardi è sopravvissuto alla distruzione di Lemine Inferiore del 1443 voluta da Andrea Gritti, podestà veneto di Bergamo, per ritorsione contro i ghibellini del posto che si erano schierati con i Visconti nella guerra con li opponeva alla Serenissima.

Con la sconfitta di Desiderio, l’ultimo re longobardo, ad opera di Carlo Magno, 774, la corte regia di Lemine fu acquisita al patrimonio deire franchi.

Il 26 febbraio 875 Ludovico il Germanico concesse alla nipote Ermengarda, figlia dell’imperatore Ludovico II, la Lemin curtis, che da corte regia divenne un mero bene patrimoniale.

Della presenza longobarda in Lemine e della loro corte sono rimaste solo notizie documentali e pochi resti archeologici oltre il loro ricordo nella popolazione.

Ancora oggi la gente del posto tende ad attribuire ai Longobardi quasi ogni cosa che sa di antico come il ponte romano di Lemine che è indicato, anche presso gli organi istituzionali, come il Ponte della Regina per esserne stata attribuita erroneamente la costruzione alla regina longobarda Teodolinda.

Organo della chiesa di San Nicola ad Almenno San Salvatore

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’organo Antegnati della chiesa di San Nicola di Almenno San Salvatore costituisce uno dei pochissimi esempi di organi rinascimentali di scuola italiana e di attribuzione certa sopravvissuti nella loro struttura originaria e recuperato all’uso musicale grazie ad un restauro conclusosi nel 1996 e condotto a termine con criteri rigorosamente filologici.

Le origini

L’organo Antegnati

Nel 1588, ad un secolo esatto dalla posa della prima pietra della chiesa di Santa Maria della Consolazione (San Nicola) di Almenno San Salvatore (BG) settant’anni dopo la sua consacrazione, gli Agostiniani Eremitani decidono di dotare la chiesa di un organo con la funzione primaria di dare l’intonazione e di alternare con il coro l’esecuzione in canto gregoriano della messa e delle varie ore dell’ufficiatura. I religiosi decidono di commissionare il nuovo strumento agli Antegnati, i celebri maestri organari bresciani del Rinascimento, simbolo dell’eccellenza della tradizione organaria classica italiana, a quel tempo sicuramente gli artisti più quotati, cui davano la preferenza gli organisti migliori e i committenti più raffinati. Costanzo (1549 – 1624), rappresentante più celebre della nobile dinastia di organari e autore del manufatto, allorché nella bottega aveva «maneggio & cura» sotto la guida del padre Graziadio, ne fa chiara menzione ne l’Arte Organica, il suo famoso trattato, fonte diretta e importante per conoscere l’operato degli Antegnati ed avvicinare la pratica organistica italiana del periodo classico.

Lo strumento

L’organo – di otto piedi, «proportionato alla giesa» – viene collocato sopra la quinta cappella di destra, interrompendo il matroneo che corre a metà altezza della navata per far posto alla cantoria e alla cassa, riccamente intagliata e decorata, completa di due portelle con tele dipinte intus et extra, atte a coprire il magnifico prospetto, costituito da 25 canne di stagno del registro Principale, suddivise in 5 campate (5/5/5/5/5) tutte disposte a cuspide, munite di “organetti morti” (canne mute) sopra le campate minori con pari numero di canne. L’ambito della tastiera è di 45 note (Do1Do5) con prima ottava corta, mentre quello della pedaliera, a leggio, (sempre con prima ottava corta) è di 14 note (Do1Fa2). I tre mantici, che alimentano il somiere a “vento” di nove pettini – sormontato dal crivello con superficie in cuoio – sono collocati sul matroneo. Unico accessorio è il Tremolo, ubicato a sinistra della tastiera.

La selezione rigorosa, volutamente ristretta, della concezione sonora antegnatiana, pensata per raggiungere con pochi registri «tale excellentia che siano (gli organi) perfetti, sonori et consonanti» consta della seguente disposizione fonica:

Manuale


Principale[8′]
Ottava
Decimaquinta
Decimanona
Vigesimaseconda
Vigesimasesta
Cornetto[1][2]
Flauto in VIII
Flauto in XII
Voce umana[3]
Contrabbassi[2]

I religiosi, e con loro tutta la popolazione almennese, fanno fronte a un impegno economico non indifferente, ma senza dubbio giustificato, poiché l’organo «per quei tempi era pregevole sia per la messa di voci sia per la cantoria tutta a pittura e a oro».

Verosimilmente attorno alla metà del Settecento, lo strumento è sottoposto ad un radicale intervento di manutenzione e all’originale disposizione fonica vengono aggiunti due nuovi timbri: il Cornetto a tre canne per tasto e i Contrabbassi. L’autore dell’operazione è ignoto, ma certamente di scuola lombarda. In questo periodo nella Bergamasca simili lavori sono effettuati da Giuseppe Serassi, fondatore della celebre famiglia organaria, e da Antonio Bossi, suo illustre collega e concorrente nella costruzione di organi. Verso la fine dell’Ottocento, per il glorioso Antegnati inizia una parabola discendente: già agli inizi di questo secolo versa in condizioni precarie; il disuso lo rende, attorno al 1930, certamente inefficiente; l’asportazione di parte delle canne ci ha consegnato lo strumento in pietose condizioni di abbandono. Risultati di ricerche rese pubbliche nel 1990 iniziano a diffondere ed alimentare un certo interesse. È l’inizio della rinascita.

Il restauro

L’organo Antegnati con le portelle chiuse

Tra studi preliminari ed esecuzione vera e propria delle opere, approvate dalle Soprintendenze competenti, il restauro dell’Antegnati, portato a termine nel 1996 dall’organaro Marco Fratti di Campogalliano (Mo) e dedicato alla memoria di Giampiero Lurani Cernuschi, è il frutto di sei anni di lavoro oltremodo impegnativo e rigoroso.

Nomi illustri nel campo organistico – primo tra tutti quello di Luigi Ferdinando Tagliavini – organologico e pittorico, coinvolti gratuitamente nell’ambizioso progetto, hanno riconosciuto l’indiscussa rarità dello strumento, ne hanno raccomandato l’irrinunciabile e urgente ripristino. La Parrocchia di Almenno San Salvatore, la famiglia Lurani Cernuschi e la Sezione di Bergamo di Italia Nostra – promotori del “Comitato per il restauro dell’organo Antegnati”, presieduto da Maddalena Fachinetti Maggi, hanno seguito con scrupolosa attenzione tutte le varie fasi dell’operazione fino al suo compimento, supportati dalla già menzionata consulenza altamente qualificata. Il restauro ha interessato anche la cassa, la cantoria, i quattro dipinti su tela delle portelle attribuite a Pier Maria Bagnadore, la porzione di soffitto soprastante e parte delle due pareti interne delle arcate adiacenti la struttura. L’operazione è stata realizzata dal Laboratorio di Antonio Zaccaria e Marzia Daina di Bergamo.

Come coronamento all’intero progetto, un’elegante pubblicazione ha presentato le relazioni, gli studi, le analisi, i rilievi e una ricca documentazione fotografica di questa testimonianza organologica di prim’ordine.

Santuario della Madonna del Castello

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Santuario della Madonna del Castello
AlmennoSS1.jpg

Madonna del Castello

StatoItalia Italia
RegioneLombardia
LocalitàAlmenno San Salvatore
ReligioneCattolica
DiocesiDiocesi di Bergamo
Stile architettonicoRomanico-bergamasco
Inizio costruzioneXI-XII secolo

Coordinate: 45°44′47.31″N 9°36′12.65″E (Mappa)

Il santuario della Madonna del Castello si trova nella omonima località del comune di Almenno San Salvatore, in provincia di Bergamo.

Si tratta di un edificio ecclesiale cinquecentesco molto particolare in quanto costituisce un insieme con la pieve di Lemine a cui è addossato e che ha inglobato.

La storia

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Lemine.

Il portale, XVI secolo

Nel XIV e XV secolo Lemine, l’antico comprensorio territoriale già corte longobarda, aveva raggiunto un’identità topografico-politica definita.

Il suo centro amministrativo faceva capo a quell’agglomerato urbano, le cui radici risalivano alla presenza romana nei pressi del ponte di Lemine, che grosso modo corrisponde all’attuale Almenno San Salvatore.

Alla fine del XIV secolo, il 26 gennaio 1393, la comunità, nel cui interno si erano formate le due fazioni contrapposte e reciprocamente ostili dei Guelfi e dei Ghibellini, si suddivise formalmente nei due comuni di Almenno[1]Superiore e Almenno Inferiore, rispettivamente guelfo il primo e ghibellino il secondo.

Questi secoli furono un periodo di lotte fratricide violente e sanguinose tra le due comunità, lotte che si aggravarono con l’avvento nella bergamasca della signoria viscontea, di cui erano tradizionali alleati i ghibellini di Almenno Inferiore.

La guerra quattrocentesca che oppose Venezia ai Visconti vide impegnate su opposti fronti le due comunità leminesi ormai separate dagli odi personali che si erano accumulati e dai lutti e distruzioni che si erano reciprocamente inferti.

La vittoria di Venezia e dei suoi alleati di Almenno Superiore portò, nel 1443, alla distruzione di Almenno Inferiore e alla dispersione dei suoi abitanti: uno dei pochi edifici sopravvissuti fu la pieve.

Il miracolo

Madonna, dettaglio

Dopo la distruzione di Lemine Inferiore la pieve cadde in uno stato di abbandono materiale e religioso assoluto, destinata probabilmente a scomparire se non fosse intervenuto alla fine del XIV secolo un intervento straordinario.

Un assestamento dell’edificio aveva fatto spostare un muro di rinforzo che copriva l’affresco di una Madonna col Bambino di cui si era persa la memoria.

La riapparizione dell’affresco fu ritenuto un evento miracoloso, un segno divino diretto alla riappacificazione della comunità, che gli attribuì effetti miracolosi.

La profonda fede della gente, provata da faide fratricide, produsse una notevole messe di offerte e donazioni non solo da parte dei fedeli locali ma anche di quelli delle zone limitrofe.

Si determinò così la volontà di costruire una nuova chiesa per onorare il miracolo della riapparizione della Madonna col Bambino, non più del suo affresco, nello stesso posto in cui l’evento si era verificato, addossandola cioè alla vecchia pieve che veniva a fare parte del nuovo edificio e recuperava così l’importanza religiosa perduta.

La struttura

La costruzione della nuova chiesa, piuttosto lenta, probabilmente a causa di difficoltà di ordine finanziario, fu consacrata il 4 giugno 1590e dedicata alla Madonna del Castello,

« […] CONSACRATIO HUIUS TEMPLI
S. MARIAE DE CASTELLO
DIE QUARTA JUNII 1590 […]
.[2] »

La sua struttura architettonica ha caratteristiche cinquecentesche, con un elegante portale in marmo bianco che si inserisce bene nella facciata esterna dalle linee rigorose e austere, ingentilite tuttavia da due snelle monofore e da un rosone.
Le monofore e il rosone, racchiusi da sottili cornici di marmo bianco, alleggeriscono il rigore della facciata in cui sono inseriti.

Il tempietto

L’interno si sviluppa su pianta rettangolare in un’unica navata a quattro campate unite da ampi archi a sesto acuto di tipo gotico.

La parete di fondo è costituita da quella che era la facciata della pieve e che ora la separa da essa pur mettendovela in comunicazione tramite un’apertura alla destra dell’altare. Il risultato è un edificio unico, ma composito per diversità di stilie origini, di grande effetto artistico e scenografico, sicuramente raro in area lombarda.

Al centro della parete campeggia l’altare particolarmente bello e originale per la sua composizione architettonica. L’altare, infatti, è racchiuso dentro un piccolo tempio ottagonale in marmo bianco che ne fa quasi un’altra chiesa incastonata in una parete multicolore per le pitture che la ornano. La copertura di questa graziosa struttura è costituita da un tamburo, anch’esso ottagonale, che termina con una lanterna su cui svetta il Creatore in postura benedicente.

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GiorcesMadonnaCastello12.jpgGiorcesMadonnaCastello10.jpg

Le facce del tamburo sono ornate da coppie di Sibille che tengono un cartiglio[3].
Queste immagini di grande bellezza e di ottima fattura sono state attribuite al Previtali[4], altri vi vedono la mano del Cariani[5].

L’interno del tamburo è interamente dipinto con scene della vita della Vergine, di incerta attribuzione, databili attorno all’inizio del ‘500.

Sulla parete immediatamente sopra l’altare, all’interno del tempietto, si trova l’affresco, ritenuto miracoloso, della Madonna con il Bambino in braccio; la Madonna è coronata da due angeli mentre il Bambino benedicente tiene un vangelo. L’affresco, nel quale sono ancora perfettamente leggibili le dediche SCA MARIA e IHS[6], restituisce una scena di particolare dolcezza e leggiadria.

Di difficile datazione, anche perché ha subito alcuni ritocchi, l’affresco è stato attribuito a un periodo antecedente al 1100.

Il tempietto, in posizione rialzata, è separato dal pavimento da tre gradini, mentre il suo tamburo poggia tramite delle colonne su una bassa balaustra che quasi isola la struttura dal resto dell’ambiente.

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La parete di fondo è ornata, alla destra del tempietto, da raffigurazioni della vita di Gesù, che facendo da quinta pittorica al tempietto stesso lo esalta maggiormente creando un effetto scenografico di grande fascino.

Sulle pareti laterali interne ci sono, a destra, una tela che raffigura San Giovanni Battista, attribuito alCavagna da alcuni e a discepoli del Moroni da altri, e sulla parete di sinistra un ottimo dipinto del Cavagna[7] che raffigura San Carlo Borromeo con a fianco San Rocco e San Pantaleone.

Il miracolo artistico

Recenti ispezioni artistiche hanno rilevato la presenza di un affresco sotto quello della Madonna col Bambino, di datazione ben più antica. Si è posto così il problema della possibilità di riportarlo alla lucesenza danneggiare quello della Madonna, sia per non rovinare un’opera d’arte di grande pregio sia per non offendere la devozione dei fedeli tuttora molto viva.

Madonna del castello e santi

L’affresco della Madonna raffigura una scena che richiama nella sua ieraticità le posture fisse bizantine ma reinterpretate dalla sensibilità locale che ne addolcisce il linguaggio. La Madonna regge con la destra il Bambino e con la sinistra indirizza a lui e al messaggio che tiene in mano, il rotolo del Vangelo.

Fanno da cornice due affreschi cinquecenteschi raffiguranti, quello di destra, un incontro con il San Giovannino e, quello di sinistra, un’adorazione dei re Magi; pure cinquecenteschi sono gli angeli che celebrano la Madonna nell’affresco principale.

La fusione di stili ed epoche artistiche diverse esalta la composizione che risulta di grande impatto visivo ed emotivo: un miracolo artistico.

Pieve di Lemine

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La pieve di Lemine, dedicata alla Madonna e al Salvatore, si trova nella località Castello del comune di Almenno San Salvatore in provincia di Bergamo.

Si tratta di una delle prime pievi lombarde, storicamente documentata come anteriore all’anno 1000.

Cristo Pantocratore

 

Lo scenario

L’evangelizzazione di Bergamo era abbastanza affermata, quanto meno nella comunità urbana, già nel IV secolo come è provato dalla chiesa costruita sulla tomba di sant’Alessandro, la prima chiesa della città.

Nel territorio extracittadino la diffusione del cristianesimo fu più lenta, ma significativa negli agglomerati demografici più consistenti,

Cristo e sant’Antonio abate

superstiti dell’età romana, dislocati lungo percorsi militari o commerciali.

Piccoli luoghi di culto dovettero sorgere nelle vicinie più attive per l’esercizio delle funzioni liturgiche essenziali quali la somministrazione del battesimo o la sepoltura dei morti.

Nel VII secolo il cristianesimo era ampiamente consolidato nel contado bergamasco e con esso la presenza di chiese plebane, piccole o grandi a seconda della minore o maggiore capacità demica dei siti su cui esplicavano la propria giurisdizione ecclesiale.

Lemine[

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Lemine.

Questo processo storico-religioso si ebbe anche nel territorio di Lemine, il vasto comprensorio a occidente del fiume Brembo che già in epoca romana aveva una propria individualità topografica poi più compiutamente definita in età longobarda quando Wallari, il primo ducadi Bergamo, cedette la parte dei territori del suo dominio bergamasco al di là della sponda sinistra del Brembo per la costituzione delpatrimonio regale.

(LA)« […] Huius in diebus ob restaurationem regni duces qui tunc erant omnem substantiarum suarum medietatem regalibus usibus tribuunt, ut esse possit, unde rex ipse sive qui ei adhaererent eiusque obsequiis per diversa officia dediti alerentur. »(IT)« […] Ai suoi giorni per restaurare il regno coloro che erano duchi attribuirono per gli usi regi la metà dei propri beni affinché fosse possibile al re, al suo seguito e ai dipendenti con incarichi diversi vivere »
(P. Diacono, Storia dei Longobardi, III, XVI)
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Questo complesso comprendeva approssimativamente il triangolo territoriale racchiuso dalla valle Taleggio a nord e dai fiumi Brembo e Adda rispettivamente a est e a ovest, confluenti nell’attuale Brembate, la stessa circoscrizione che in epoca romana costituiva il pagus lemennis.

Nell’VIII secolo Lemine era già una corte regia longobarda e aveva il suo centro politico-amministrativo su quell’altura sopra il Brembo che, per la prossimità del ponte di Lemine e per l’antica strada romana che l’attraversava, aveva coagulato l’insieme demografico più importante del territorio.

Su questa altura, già utilizzata dai romani che vi avevano organizzato il castrum, sorsero gli edifici della corte longobarda e la pieve a cui nel ‘500 fu addossato il Santuario della Madonna del Castello, che nel nome ricorda l’antica destinazione del sito.

Nulla è rimasto degli edifici dell’epoca se non la pieve e la sua cripta.

La pieve

Non si hanno notizie certe sulla datazione della pieve se non quelle indirette che derivano da un atto dipermuta di terreni dell’867 in cui era fatta menzione di quattro cappelle che testimoniavano la presenza di una comunità consistente e organizzata e quindi della

« pieve, la quale come chiesa madre da cui presero vita tutti gli altri luoghi di culto del pagus lemennis, è ovviamente ad essi anteriore. »
(P. Manzoni, op. cit. in bibliografia)

La pieve di Lemine riveste un’importanza particolare come esempio di architettura religiosa preromanica quasi integralmente conservata seppure con le modifiche e le addizioni avute nel corso dei secoli.

La struttura

La cripta

La pieve ha una struttura basilicale romanica a tre navate separate da una doppia coppia di pilastri a pianta rettangolare, che nel XIII secolo sono stati robustamente rafforzati e uniti da ampi archi a tutto sesto.

La facciata esterna presentava un esonartece[1] che la concludeva, poi eliminato dall’aggiunta del cinquecenesco santuariodella Madonna del Castello.

Il presbiterio[2], particolarmente grazioso, è suddiviso in tre settori; nella parte centrale della sua volta campeggia l’affrescodi un Cristo Pantocratore molto ben conservato.

L’elemento più interessante sotto l’aspetto storico-artistico e al tempo stesso affascinante, quasi magico, è costituito dalla cripta conservatasi intatta.

Si tratta di un piccolo locale poco luminoso posto sotto il presbiterio in cui quattro colonne separano longitudinalmente l’area destinata all’altare da quella per i fedeli.

Le colonne e i capitelli, diversi uno dall’altro, sono molto interessanti in quanto reperti romani recuperati e riutilizzati e perché in quanto tali costituiscono un’ulteriore prova della presenza romana sul territorio.

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La loro ricomposizione è stata occasionale, con il fusto che non coincide con la base dei capitelli, alcuni dei quali di tipo corinzio, in una miscellanea di stili poco attenta dal punto di vista artistico ma deliziosa e ingenua manifestazione del pragmatismo dei costruttori del tempo e di un eclettismo artistico involontario dovuto alla difficoltà di reperimento di materiale costruttivo[3].

Alla cripta si accede tramite due strette e brevi scalinate poste ai lati del presbiterio. La penombra ne accentua il fascino e ne esalta la magia del ricordo di tempi lontani, ben oltre il millennio.

Il soffitto si sviluppa in una serie di piccole e basse volte a crociera che con le colonne sui cui sono appoggiate creano un gioco d’ombre affascinante, analogo a quello della rotonda di San Tomè poco distante.

Sulla lunetta, sopra il piccolo altare, è affrescata una Crocifissione del XV secolo e una più antica scritta dedicatoria.

La cripta, il luogo più intimo e più sacro della pieve conservava le reliquie della Vergine e della Croce, particolarmente venerate dai fedeli del pagus, tradizione sopravvissuta fino ai nostri giorni.

L’arte

Sulle pareti interne e sui pilastri sono presenti degli affreschi di ottima fattura anche se di ignota attribuzione, probabilmente opere di artisti locali, databili quelli del presbiterio ai secoli XII e XIII, e gli altri dal XIV al XVI secolo.

L’ambone

Risale al XII secolo il ambone,[4] in arenaria, costruito sopra la volta della scaletta di sinistra che porta alla cripta.

È un’opera scultorea romanica di eccellente fattura, esempio eccezionale, in ambito europeo, per bellezza e stato di conservazione.

L’ambone poggia, nella parte anteriore, su due colonnine sormontate da capitelli corinzi; su quello di destra sono inserite delle faccette, un particolare dalla simbologia misteriosa che si riscontra anche in altri edifici romanici come la non lontana basilica di Santa Giulia di Bonate Sotto.

Sulla parte centrale sono scolpiti, a tutto rilievo, i simboli degli evangelisti, espressioni di un’arte romanica con chiare influenze franche, disposti secondo un ordine non casuale tipico di un sentimento religioso, diffuso e consolidato, fatto proprio dall’artista.

La disposizione dei simboli segue una figura romboidale adagiata longitudinalmente sul cui vertice si impone l’aquila di Giovanni, a testimoniare la preminenza ideologico-spirituale del suo vangelo e il particolare affetto che lo legava al Cristo, il tutto sostenuto dall’angelo di Matteo che ne simboleggia l’umanità.

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All’aquila si rivolgono, da posizione ribassata e in forma quasi orante, piuttosto che rampante, il vitelloalato di Luca, ossia la tenerezza, la mansuetudine e il leone di Marco che rappresenta la regalità e la forza: simbologie diverse che i rispettivi vangeli esaltano nel Cristo.

Tutta la scena è sostenuta dall’angelo di Matteo ossia dalla natura umana del Cristo, rappresentata scenograficamente come il fondamento della religione cristiana.

La finezza di quest’opera si contrappone alla semplicità degli affreschi che pur non raggiungendo il livello di quelli della vicina San Giorgio contribuiscono ad arricchire il patrimonio artistico bergamasco.

Declino e rinascita

La pieve seguì l’evoluzione politico-demografica di Lemine di cui costituiva il centro religioso. La sua prossimità ai palazzi del potere, il Castello, ne aumentò l’influenza, l’importanza e la capacità economica, comprovate dalla presenza di un clero numeroso che vi svolgeva vita comunitaria in forma canonicale[5]sottoposta a un prepositus.

« Andreas presbiter et prepositus de ordine et canonica ecclesia Sancti Salvatoris sita Castro Leminne »
(M. Lupi, op. cit, ex Manzoni, op. cit.)

Fino a tutto l’XI secolo si presentava in pieno sviluppo come documentato da diversi atti di transazione immobiliare.
Nei secoli successivi la pieve sofferse le lotte fratricide fra guelfi e ghibellini, trasformatisi, nel corso del XIV e XV secolo, nelle fazioni contrapposte dei fautori della Serenissima e dei Visconti in guerra tra loro.
Tali partiti facevano capo rispettivamente ai due comuni di Lemine Superiore e Lemine Inferiore in cui si era divisa la comunità.

La lotta sfociò in vere e proprie azioni belliche dal carattere violento e sanguinario che portarono alla distruzione di Lemine Inferiore nel 1443. Da questa data iniziò il declino della pieve che ebbe un ruolo religioso sempre più marginale fino a cadere nel più completo abbandono.

Solo nel XVI secolo un evento ritenuto miracoloso richiamò l’attenzione della popolazione su di essa.

Madonna del Castello

L’apparizione di un affresco della Madonna su un muro, che un cedimento strutturale aveva riportato alla luce, fu interpretato come un segno divino e riaccese la devozione popolare verso la pieve, al punto da volere una nuova chiesa unita alla pieve stessa.
La nuova costruzione fu addossata alla facciata della pieve che ne divenne la parete di fondo, costituendo un tutt’uno in una simbiosi stilistica bizzarra ma straordinaria.

La nuova struttura comprende, così, il nuovo edificio ecclesiale, ora Santuario Madonna del Castello, e la vecchia pieve, unendo in sé l’architettura preromanica di quest’ultima con le sue opere d’arte del X-XVI secolo e l’architettura cinquecentesca della nuova chiesa in un mix di rara bellezza: due chiese diverse e di epoche diverse unite e intercomunicanti.

Chiesa di San Giorgio in Lemine

La chiesa di san Giorgio in Lemine è un luogo di culto cattolico situato nel territorio del comune di Almenno San Salvatore, inprovincia di Bergamo.

Si tratta di un edificio ecclesiale romanico a struttura basilicale a tre navate[1], risalente all’XI-XII secolo, che assieme alla Rotonda di San Tomè si inserisce nel ciclo romanico tipico dell’arte bergamasca medievale.

Il contesto del Lemine altomedioevale

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Lemine.

Ara al dio Silvano

Il territorio su cui è stata costruita la chiesa di san Giorgio faceva parte di un più vasto comprensorio, Lemine, già abitato in epoca protostorica e assurto a particolare importanza con l’espansione romana[2].

L’area di Lemine si allargava tra la sponda occidentale del fiume Brembo e quella orientale dell’Adda, comprendendo a nord la Valle Imagna e incuneandosi a sud verso l’attuale Brembate.

Il territorio si prestava allo sviluppo demografico sia per la presenza di diversi corsi d’acqua, quali il Begonia, il Lesina, il Tornago, il Terzago, ilPussano, il Mutium, il Rium, oltre naturalmente al Brembo[3], sia per la fertile area pianeggiante che si estendeva verso sud, al centro della quale era l’ager, poi corrotto in Agro[4]. In questa pianura, leggermente sopralzata sul Brembo, si sviluppò la centuriazione, creandosi così i presupposti per la sua trasformazione nel centro politico-amministrativo dell’intero territorio: il vicus, caposaldo del ben più ampio Pagus Lemennis.

Lemine[5] fu sin dal Medioevo la denominazione di questo territorio e tale si mantenne anche nelle sue attuali forme corrotte di Almenno o Almè.

La conformazione orografica, la vicinanza del ponte erroneamente attribuito alla Regina Teodolinda da cui prese il nome, Ponte della Regina, l’adiacenza di una pianura fertile consentirono la presenza e lo sviluppo di un centro popolato anche dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, le invasioni barbariche, gote, longobarde e la conquista franca[6].

La presenza romana su quello che sarebbe stato il pagus lemennis si sovrappose sugli abitanti indigeni, i Galli Cenomani, inglobandoli e assimilandoli gradualmente nel nuovo sistema politico-culturale romano. Numerosi reperti archeologici, quali un’ara votiva alla dio Silvano e i resti di un imponente ponte a otto arcate sul Brembo, entrambi nei pressi della chiesa di san Giorgio, testimoniano l’importanza che i romani attribuirono al sito.

Il ponte che consentiva il collegamento[7] alla Rezia, attraverso Bergamo, della parte orientale della pianura padana, costituiva per i Romani uno snodo di vitale importanza strategica per il controllo delle vie di accesso e di transito verso l’Europa centro-meridionale[8].

Roma si impose dapprima militarmente, disseminando sul territorio accampamenti militari, i castra di cui sono rimasti diversi toponimi[9], e poi con un’opera di colonizzazione intensa, agevolata fra l’altro dalla popolazione cenomane alleata e tradizionalmente fedele.

Con i longobardi l’ager, che può essere considerato il capoluogo del Pagus Lemennis, fu sede di una corte regia, mentre sotto i franchi divenne un punto fortificato con il castello fattovi costruire, nel X secolo, dal conte Radaldo[10].

Crocette longobarde

Durante il periodo franco il territorio di Lemine, attualmente parte della provincia di Bergamo, era un possesso dei conti franchi di Lecco e lo rimase fino al 975 quando alla morte dell’ultimo conte di Lecco, Attone, passò in base ad una dubbia disposizione testamentaria, molto probabilmente apocrifa, al Vescovo di Bergamo.

Lemine rimase feudo del Vescovo di Bergamo fino alla nascita del comune di Almenno, 1220, di cui seguì le vicende storiche assieme a quelle dell’episcopato.

San Giorgio subì, assieme al suo territorio, il disastro delle lotte tra guelfi e ghibellini che vide questi ultimi perdenti ed entrò nell’oblio dopo il 1443, quando la Repubblica di Venezia epurò ed esiliò i ghibellini[11].

La nascita di nuove parrocchie, lo sviluppo di nuovi agglomerati rionali, la suddivisione di Lemine, ormai Almenno, nei due comuni di Almenno San Salvatore e Almenno San Bartolomeo emarginarono San Giorgio fino all’età contemporanea.

Fondazione

Madonna in trono e San Giovanni Battista

Non c’è una documentazione certa sulla fondazione né sulla datazione della chiesa di San Giorgio[12]: gli studiosi si sono esercitati in una serie di ricerche storico-archeologiche per individuarne la data, il patrocinatore e i motivi che vi presiedettero, senza giungere a una conclusione univoca.

L’unica data certa è il 1171[13], in cui risulta, da documenti storici, che la chiesa esisteva, mentre si può ragionevolmente escludere una iniziativa popolare nella sua costruzione, poiché il comprensorio era sottoposto secondo un rapporto feudale all’episcopato di Bergamo, istituzione potente sia sotto l’aspetto politico-militare che economico.

Solo il vescovo era in grado di sostenere la costruzione di un edificio ecclesiale in un territorio a lui sottoposto, mentre è plausibile che la sua iniziativa sia stata motivata dalle nuove esigenze devozionali e liturgiche di una popolazione accresciuta. Fu, infatti

« […] un forte gesto politico-religioso, di potere e grazia. »
([14])

L’edificio ecclesiale fu costruito in due momenti con materiali e tecniche diverse, migliori e più curati prima, più dozzinali e quasi occasionali dopo. Ciò può essere ascritto alle difficoltà politiche del periodo, che videro il vescovo Gerardo, suo presunto ispiratore, scomunicato nel 1167 per avere appoggiato l’impero e la concomitanza del contrasto tra la Lega Lombarda e Federico Barbarossa. A tutto ciò potrebbero essersi aggiunte difficoltà economiche e di reperimento dei primitivi materiali di costruzione.

XIV e XV secolo

San Giorgio visse il suo periodo migliore dalla seconda metà del XIV secolo alla prima metà del XV[15]. Seppure non avesse il rango di parrocchia o di canonica ma di chiesa sussidiaria della Pieve di Lemine ne assunse, a partire dal Trecento, gradualmente le funzioni fino a sostituirsi ad essa[16].

La Madonna e il Bambino

A favore di San Giorgio giocarono fattori demografici e politici: da una parte l’aumento della popolazione, dall’altra le lotte tra i guelfi di Lemine superiore e i ghibellini di Lemine inferiore, le due entità in cui di fatto si era suddiviso il territorio. Queste lotte, il più delle volte sanguinarie, avevano indebolito la posizione della Pieve, di difficile accesso perché arroccata nel castello, spingendo a privilegiare San Giorgio alla cui costruzione e abbellimento aveva contribuito il popolo.

Lentamente San Giorgio si staccò dalla Pieve fino a raggiungere una certa autonomia non solo liturgica ma anche economica per i numerosi lasciti e donazioni diretti non solo alla sua gestione ma anche al suo abbellimento. Buona parte dei donativi furono destinati dagli offerenti al finanziamento degli affreschi che avrebbero ricoperto integralmente le pareti interne della chiesa[17].

Disciplinati

Nella prima metà del Quattrocento San Giorgio era divenuto il centro non solo dell’attività religiosa ma anche un punto di incontro della comunità per la trattazione di affari di ordine civile.

Alla chiesa si appoggiò anche una confraternita di civili devoti, chiamati Disciplinati[18] o Disciplini, che oltre alle preghiere si dedicavano al proselitismo e alla propria flagellazione per purgare i peccati e impetrare il perdono divino, ricercando le stesse sofferenze della Passione di Cristo.

Su di essi ebbe una grande influenza la predicazione del domenicano Venturino da Bergamo che a partire dal 1335 percorse l’Italia settentrionale e centrale invocando la pace e prescrivendo la penitenza[19].

Deposizione dalla Croce

I Disciplinati svolgevano anche attività di carattere sociale come l’assistenza ai bisognosi e l’intervento diretto per sedare le lotte endemiche del periodo che sconvolgevano la comunità sia per le uccisioni che per la devastazioni dei beni che ne seguivano.

Il punto di riferimento di questi penitenti divenne il portico di San Giorgio, oggi non più esistente, essendo loro interdetto dalle norme canoniche l’uso dell’interno della chiesa[20].

Alcuni autori ritengono che i cosiddetti Disciplinati di San Giorgio si svilupparono tra il XIV e il XV secolo, in momenti di grande e drammatica tribolazione politica aggravati dalle ricorrenti pestilenze, che favorirono la nascita e la diffusione un po’ dappertutto di questo genere di movimenti penitenziali.
In questa seconda ipotesi avrebbero influito più che le parole di Venturino da Bergamo quelle irruenti di Bernardino da Siena[21].

Decadenza

L’inizio della decadenza di San Giorgio coincise con l’aumentare della virulenza delle lotte intestine tra i Guelfi e i Ghibellini, i primi fautori di Venezia, che li sosteneva, i secondi alleati dei Visconti in quell’annosa lotta che avrebbe visto ancora a lungo Venezia e Milano contrapposti.
Nei primi decenni del Quattrocento Lemine[22] fu spettatrice di ruberie, devastazioni delle proprietà, uccisioni e attentati intestini che i contrasti tra Venezia e Milano viscontea esaltavano fornendo di volta in volta la copertura politica.

Nel 1438 i guelfi

« […] de Rota expulsi fuerunt per gentes domini ducis mediolani »
([23])

con le consuete confische dei beni.

San Cristoforo

Prevalsero alla fine i guelfi di Lemine superiore, o per meglio dire Venezia, e scoppiarono ritorsioni nei confronti dei ghibellini di Lemine inferiore che culminarono nella distruzione dell’abitato di questa, ordinata il 13 agosto 1443 da Andrea Gritti podestà di Bergamo, e nella dispersione della sua comunità[24].

Dopo questa data vennero a mancare a San Giorgio il suo substrato umano e i suoi sostenitori mentre di contro si sviluppava la parte settentrionale del paese.

La sconfitta dei ghibellini causò lo spostamento del baricentro della comunità verso Lemine superiore, il che comportò la costruzione di nuove chiese distogliendo l’attenzione da San Giorgio, abbandonata all’incuria e all’oblio.

La chiesa di San Giorgio rimase isolata in un’area spopolata e Venezia vendendo ai propri sostenitori le proprietà confiscate ai perdenti la condannava alla decadenza, come è testimoniato dalle relazioni delle diverse visite pastorali che vi si succedettero fino al XVII secolo[25].

Peste

Fu con la peste manzoniana del 1630 che San Giorgio, in un certo senso, rinacque[26]. Questa peste colpì duramente il territorio di Lemine, ora Almenno, causando un impressionante numero di morti, quasi un terzo della popolazione, ai quali bisognava dare sepoltura e per questa funzione San Giorgio con il suo piccolo cimitero risultò particolarmente idonea: isolata nei campi ma facilmente raggiungibile rappresentò la soluzione ideale. Da allora si caratterizzò come la chiesa dei Morti mantenendo questa funzione anche dopo la fine della peste e si creò, in maniera inconsapevole, l’usanza di seppellire i propri morti nel cimitero di San Giorgio, quasi una moda che crebbe al punto da farvi istituire, nel 1761, una cappellania per i suffragi funebri[27].

Da ciò derivò una più ampia devozione e una maggiore attenzione per la manutenzione dell’edificio ecclesiale che fortunatamente non portò all’imbiancatura della pareti interne salvando così gli affreschi superstiti[28].

Tempi nuovi

San Giorgio attraversò l’Ottocento tra alterne vicende, momenti di cura e di abbandono si susseguirono in funzione della maggiore o minore attenzione dei prevosti incaricati, riducendosi tuttavia a quasi rudere agli inizi del XX secolo. Solo a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso si riaccese l’interesse storico-artistico verso San Giorgio di cui si iniziavano a riscoprire e rivalutare gli affreschi come uno dei più importanti esempi di quest’arte nell’area lombarda.

Uno dei più appassionati ed esperti cultori degli affreschi di San Giorgio fu don Angelo Rota

« […] soprannominato Gratamür per la sua perizia nella scoperta e nello strappo degli affreschi antichi »
([29])

Madonna in trono

Il Rota si prodigò per la sua rinascita, avendone compreso il valore artistico e storico, e riuscì a coinvolgere negli anni sessanta-settanta la Commissione Diocesana di Arte Sacra, la Soprintendenza alle Belle Arti e alcuni sostenitori privati nel restauro della chiesa e nel recupero dei suoi affreschi. Di questi alcuni furono salvati con la tecnica dello strappo ma diversi furono sottratti indebitamente e non più ritrovati nonostante un processo per furto, 24 settembre 1976, ne riconobbe il colpevole[30].

Dopo la morte di don Rota, 1982, fu effettuato nel 1989 un ulteriore ciclo di restauri a carattere prevalentementearchitettonico che restituì San Giorgio nella stesura attuale al godimento degli amanti dell’arte in genere e di quellaromanica di cui assieme a San Tomè è uno degli esempi più belli del territorio lombardo e in particolare di quello bergamasco[31].

Chiesa di Santa Maria della Consolazione (Almenno San Salvatore)

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La chiesa di Santa Maria della Consolazione detta di San Nicola sorge nel territorio del comune di Almenno San Salvatore, collocata presso la contrada denominata “la Porta” e circondata dai vigneti della collina Umbriana.

La storia

Le origini

Facciata della chiesa

La sua nascita è dovuta ad una pestilenza che imperversava negli anni 1483-84. Gli Almennesi fecero voto a Dio che avrebbero costruito una cappella in onore dei santi Sebastiano e Rocco, tradizionali protettori contro le malattie infettive, se il contagio fosse finito presto, come effettivamente avvenne.

Nel 1485, mentre già si pensava di avviare i lavori, la predicazione del frate agostiniano Alberto da Sarnico convinse la popolazione ad edificare, invece della cappella progettata, una chiesa intitolata a Santa Maria della Consolazione e un monastero per gli Agostiniani Eremitani. Il comune donò a fra’ Alberto un terreno di 10 pertiche in località “Bastia o Castello” ad Almenno Alto, per fondarvi la chiesa e il monastero. Promise inoltre un ulteriore stanziamento di 1.000 ducati d’oro, dopo che si fosse ottenuta l’approvazione dalla Congregazione Lombarda degli Agostiniani.

Con il consenso dei superiori, ottenuto nel 1487, i frati preferirono far sorgere il convento nella contrada della Porta, in un luogo aperto sulla collina di Umbriana. Qui dapprima acquistarono un terreno di 9 pertiche, sul quale edificarono un primo “Conventino” con cappella e alcune stanze per i religiosi, edificio che è tuttora visibile sulla piazza antistante la chiesa. Più tardi, acquistati con le elemosine raccolte alcuni terreni poco discosti, il 10 agosto 1488 vi fondarono la chiesa ed il monastero di Santa Maria della Consolazione. I lavori di costruzione si protrassero per diversi anni e si conclusero intorno al 1510. Il monastero venne edificato contemporaneamente, addossato al fianco sud della chiesa, che fu consacrata il 16 novembre 1518.

Il Cinquecento

La navata centrale della chiesa

Nel Cinquecento il complesso di Santa Maria della Consolazione visse il momento più luminoso della sua storia. Vi dimoravano stabilmente in media sette frati, dediti alla preghiera, allo studio e alla predicazione, e conducendo una vita generalmente irreprensibile. Nei primi decenni del secolo le famiglie più ricche ottennero dai frati di poter avere in chiesa una cappella di famiglia con il relativo sepolcro. Provvidero inoltre a proprie spese a realizzare gli undici altari nei fianchi della navata, ingaggiando artisti di talento per abbellirli, e disposero lasciti perpetui a favore delle cappelle laterali per la celebrazione, talora giornaliera, di messe.

La popolazione di Almenno aveva una grandissima devozione per la chiesa. Una scola, confraternita laica del SS.mo Sacramento, provvedeva al suo buon governo collaborando con i frati mentre persone di ogni ceto sociale facevano offerte e disponevano lasciti per le opere di culto e per l’abbellimento dell’edificio. Nel volgere di mezzo secolo il monastero si arricchì in modo considerevole, favorito in questo sia dalle esenzioni fiscali che gli furono accordate dal comune di Almenno nel 1535 e dalle Autorità Venete nel 1548, sia dalle donazioni di terreni, case e denaro, che portarono alla costituzione di un patrimonio fondiario notevole, soprattutto ad Almenno e aBariano, località in cui i frati nel 1568 possedevano più di 300 pertiche di terra. Altri capitali, aggiuntisi grazie alle rendite dei terreni, venivano prestati a privati o ad altri conventi con interessi del 3-4 per cento, secondo una consuetudine diffusa a quei tempi e contro la primitiva povertà. Il periodo di splendore raggiunse l’apice negli ultimi decenni del secolo, quando nel 1588 fu avviata la costruzione del prezioso organo Antegnati e venne portato a termine il completamento del campanile.

Il Seicento

Veduta dal matroneo con statua di Sant’Anna

Nel Seicento il monastero, pur continuando ad essere luogo di preghiera e di meditazione, centro propulsore di fede e di carità, andò gradualmente perdendo in vitalità e fervore. La comunità religiosa dimorante nel chiostro ridusse il numero dei propri appartenenti a non più di cinque frati. Inoltre, nel corso del secolo, si verificarono alcuni fatti incresciosi che turbarono gravemente lo svolgimento tranquillo della vita monastica. Alcuni priori si trovarono irretiti in contrasti con i parroci locali per questioni di giurisdizione ecclesiastica; nel 1628 il priore Emilio Bottani fu assassinato nel chiostro da ignoti e alcuni frati furono pesantemente sospettati di essere i responsabili del delitto; nel 1630, in occasione delle peste, il monastero rischiò di essere abbandonato dai religiosi, che intendevano allontanarsi da Almenno, ufficialmente “per ordine dei suoi superiori”; nel 1673 fu rubata una somma di denaro tenuta sottochiave dal priore nella propria stanza.

Ciononostante non diminuì la frequentazione della chiesa e la generosità da parte della popolazione locale. Non cessarono le donazioni e i lasciti, particolarmente numerosi nel periodo della peste. Si continuò ad arricchire la chiesa di opere d’arte e di nuovi abbellimenti, non sempre felici negli esiti, come quando negli anni 1656-1663 si coprirono di stucchi barocchi varie cappelle, deturpando l’aspetto originario dell’edificio. Si affermarono o consolidarono alcune devozioni tipiche degli Agostiniani: le feste di Sant’Anna, di San Nicola da Tolentino e della Beata Vergine della Cintura furono celebrate ogni anno con grande solennità e concorso di popolo.

Il culto a San Nicola ebbe tale successo che, a partire dalla seconda metà del Seicento, la chiesa stessa cominciò ad essere chiamata con il suo nome. L’antica confraternita del Santissimo Sacramento, trasformatasi in Scuola dei Cinturati, acquistò grande autorità, soprattutto nella gestione di alcuni legati e nell’organizzazione delle feste più amate dal popolo.

Il Settecento

Il complesso monastico di San Nicola nel suo contesto

Nel Settecento, nonostante le condizioni di vita del complesso di Santa Maria della Consolazione non subissero cambiamenti di rilievo, diminuì ulteriormente il numero dei frati presenti nel chiostro. Questo fatto fu la causa della precoce fine dell’istituzione monastica. La Repubblica Veneta, con il pretesto che non potesse essere garantita una vita comunitariamente e spiritualmente accettabile a causa dell’esiguo numero di membri, soppresse il convento di Santa Maria della Consolazione il 3 settembre 1772 insieme con altri piccoli monasteri bergamaschi. Il Governo incamerò i beni e li mise in vendita al miglior offerente con l’obbligo perpetuo per il compratore: «…di far celebrare nella Chiesa a detto convento annessa una Messa in ogni Giorno Festivo di cadaun Anno, e di provvedere a tutto ciò che occorre per detta celebrazione; coll’obbligo ancora di mantenere li Mobili, e Sacri Arredi di detta Chiesa, che al Compratore saranno tutti consegnati sostituendone de nuovi all’occorrenza; coll’obbligo finalmente dell’occorrente spesa per mantenimento e ristauro della Chiesa, Sagrestia, Campanile e Campane». La Confraternita dei Cinturati e i sindaci del comune di Almenno inviarono una supplica a Veneziaaffinché la chiesa fosse ceduta a loro, ma la domanda non ebbe esito felice, probabilmente perché giunse dopo che la soppressione era stata ratificata. Il 2 giugno 1773, espletate tutte le operazioni d’asta, il nobile Paolo Defendo Vitalba acquistò il complesso monastico di Almenno con una parte dei terreni, pari a poco più di 30 pertiche. La cessione fu approvata da Venezia, perché il compratore offriva più che sufficienti garanzie circa il mantenimento dei diritti sia materiali che spirituali della chiesa a lui affidata. I Vitalba tennero fede ai propri impegni, gestendo con correttezza morale gli aspetti finanziari ed amministrativi connessi alla loro funzione di custodi. Preferirono tuttavia affidare gli aspetti del culto alla Confraternita della Cintura, con la quale fin dal 24 luglio 1773 avevano stipulato una convenzione, delegandole l’obbligo della messa festiva e concedendole di continuare le proprie pratiche religiose.

L’Ottocento

Dalla fine del Settecento e per quasi tutto l’Ottocento la chiesa fu sempre officiata: vi si celebrava regolarmente la messa tutti i giorni festivi e si festeggiavano con particolare solennità le ricorrenze della Madonna della Cintura il 25 luglio, di San Nicola da Tolentino il 10 settembre e della Beata Vergine del Buon Consiglio il 26 aprile, giorno in cui, dopo la messa cantata all’altare della Madonna si benediceva “la semenza de bigatti” (bachi da seta). Sulla fine dell’Ottocento, con il declino della Confraternita della Cintura, l’interesse e l’attenzione alla chiesa andò scemando progressivamente. Seguì un lungo periodo di decadenza, protrattosi fin oltre la metà del XX secolo, durante il quale la chiesa fu raramente utilizzata. Da alcuni decenni Santa Maria della Consolazione è tornata al centro della devozione degli Almennesi, che vi accorrono numerosi ogni volta che vi si svolge qualche funzione religiosa. Grande è anche l’afflusso degli amanti della musica sacra in occasione dei concerti sull’organo Antegnati.

Dentro la chiesa

La struttura

Il campanile

Il complesso di Santa Maria della Consolazione si trova in una posizione incantevole sulla sommità della collina di Umbriana, circondato a est e a sud da vigneti, a ovest dall’antico insediamento della Porta. È costituito da tre corpi di fabbrica:

  • la chiesa con la sagrestia (XV secolo) e il campanile (fine XVI secolo)
  • il monastero con il chiostro (XV secolo)
  • un grande locale adibito a cantina di costruzione posteriore

La chiesa è a pianta rettangolare, con presbiterio meno ampio e con abside poligonale a cinque lati. Esternamente ha una conformazione volumetrica che richiama le costruzioni a tre navate, con la centrale più alta delle laterali, ma in realtà è formata da un’unica grande aula, a cui sono addossate delle cappelle laterali. È costruita con conci ben squadrati di calcare bianco-rosato delle antiche cave del torrente Tornago, disposti in corsi ben allineati. I fianchi e l’abside sono ripartiti da lesene che servono da contrafforti alle arcate della navata e alle volte del coro.

La facciata

La facciata, più elevata del tetto e divisa da sei lesene in cinque scomparti, è a capanna. Ha un grande portale rinascimentale contimpano triangolare in marmo bianco, architrave e stipiti ornati di tondi in marmo rosso, un rosone centrale e due finestroni laterali “di gusto veneto”; più in alto, dentro nicchie, sono collocate le statue di San Nicola a destra, di Sant’Agostino a sinistra e al centro, sopra il rosone, quella della Vergine.

L’interno

L’interno della chiesa è a una sola navata, divisa in sei campate da cinque grandi archi gotici. Il tetto è formato da un’orditura in legno e formelle originali in cotto affrescate. Nelle pareti laterali sono inserite sei cappelle per lato, aventi archi e volte di copertura a tutto sesto. Sopra di esse corre un matroneo che, in corrispondenza di ogni campata, si affaccia sulla navata con eleganti bifore, costituite da archi a tutto sesto poggianti su una colonna al centro e su semicolonne poligonali di cinque lati ai fianchi. Il pavimento è ancora quello iniziale in cotto, con lastre tombali, alcune delle quali finemente scolpite, disposte davanti ai gradini del presbiterio (1503) e alle cappelle laterali.

L’aspetto originario dell’interno è stato in parte manomesso da interventi successivi: nei secoli XVII e XVIII i frontali e gli interni di gran parte delle cappelle furono ornati di stucchi – i migliori sono opera di Giovanni Sanz (1702-1787) – con gravi danni per gli affreschi; il matroneo fu interrotto sopra la quinta cappella di destra per collocarvi l’organo e in corrispondenza anche sull’altro lato per sopraelevare la cappella della Beata Vergine della Cintura; le decorazioni del presbiterio, delle pareti in alto e dei matronei al tempo della peste del 1630 vennero imbiancate, così che la chiesa ha perso in parte la vivacità e la festosità che la caratterizzavano.

Le cappelle laterali di destra

Visione delle cappelle di destra

La prima cappella

La prima cappella a destra è occupata da un grande confessionale, ma anticamente vi era l’altare barocco di San Lorenzo, del quale restano alcuni stucchi; un dipinto su tela del Santo con la Madonna e offerenti, attribuito a Gian Paolo Cavagna (1556-1627), abbelliva in passato la cappella. Affreschi seicenteschi molto rovinati decorano la volta: Annunciazione, Padre Eterno e Assunta; sul frontale del primo pilastro un frammento di Santa Maria Maddalena (XVII secolo).

La seconda cappella

La seconda cappella, detta del Crocefisso, anticamente aveva nella nicchia dietro l’altare una scultura lignea di Cristo in croce; della scena della Crocifissione restano le immagini settecentesche della Madonna a sinistra e di San Giovanni Evangelista a destra; sopra queste l’Orazione nel Getsemani e la Natività. I fianchi e la volta sono decorati da affreschi del XVIII secolo, attribuibili al cremasco Gian Giacomo Barbelli: Flagellazione, Incoronazione di spine, Trionfo della croce, Caduta sotto la croce e Crocifissione.

La terza cappella

Andrea Previtali, La Trinità

Nella terza cappella, dedicata alla Santissima Trinità, si può ammirare una pala raffigurante la Trinità e Santi, pregevole opera di Andrea Previtali (1470-1528), che così si firma sul secondo gradino del trono: “ANDREAS PREVITALUS / FATIEBAT / MDXVII”. Sul frontale del terzo pilastro restano tracce di un Sant’Antonio di Padova con offerente (XVII secolo).

La quarta cappella

Antonio Boselli, Madonna con Bambino e offerente

Nella quarta cappella vi è l’altare di San Tommaso da Villanova, raffigurato insieme a Sant’ Agostino su tela eseguita nel 1692 da Giovan Battista Cesareno; due tavole con episodi della vita di San Nicola sono appese sui fianchi. Sul frontale del quarto pilastro sta un bell’affresco dellaMadonna col Bambino e offerente, attribuito ad Antonio Boselli (1480-1532), commissionato nel 1518 da un certo Pellegrino Arigetti del Ponte, come recita l’iscrizione sotto l’immagine.

La quinta cappella

Annunciazione (autore ignoto)

La quinta cappella, detta dell’Annunciata, apparteneva alla ricca famiglia degli Arigetti. Un dipinto cinquecentesco su tela di autore ignoto, racchiuso dentro un’ancona coeva in legno, rappresenta l’Annunciazione; nella lunetta dell’ancona è raffigurato il Padre Eterno con lo Spirito Santo. Sul fianco sinistro della cappella è conservato un affresco dello Sposalizio di Maria Vergine, datato 29 marzo 1537, attribuito alla bottega degli Scipioni di Averara. Sul pilastro sono dipinti a fresco Sant’Agostino e un Santo Vescovo, opere del XVI secolo; nel sottarco i profeti.

La sesta cappella

Nell’ultima cappella, dove non vi sono mai stati altari, si vedono immagini appartenenti ai primi anni di costruzione della chiesa. Sul fianco destro sta la Madonna col Bambino fra San Sebastianoe San Rocco; sopra e accanto San Giobbe lebbroso. Altra Madonna col Bambino è raffigurata sulla parete di fondo, in alto, fra due angeli che scostano un tendaggio, con la scritta: “IMPENSIS DOMINI PILIGRINI QUONDAM IOANNINI DE ARIGETIS DEPINCTA HEC DIE Il MAY MCCCCLXX…”; in basso, ancora la Madonna col Bambino e nella lunetta sopra la porta della sagrestia una testa di Santo. Il fianco sinistro presenta le seguenti immagini: Madonna col Bambino fra San Nicola e San Giobbe; in alto Sant’Antonio abate, Santa Lucia, San Giobbe; sulla lesena dell’arco un altro San Giobbe lebbroso.

Le cappelle laterali di sinistra

Seconda cappella di sinistra

La prima cappella

Sull’altro lato della chiesa a partire dall’ingresso, la prima cappella è attualmente occupata da un confessionale, ma in antico vi era un altare dedicato a San Rocco con polittico del già citato Antonio Boselli e statua del Santo firmata dal medesimo artista. Sul fianco destro sono affrescate quattro scene della vita di San Rocco; su quello di sinistra quattro episodi della vita di San Paolo eremita, a cui si richiamano gli Agostiniani Eremitani; sulla parete di fondo si vedono Sant’Apollonia e altra Santa da liberare dallo scialbo; nel sottarco gliEvangelisti e Sant’ Agostino; nella volta un frammento di Padre Eterno; sul pilastro di destra San Pietro, su quello di sinistra Sant’Antonio abate.

La seconda cappella

La seconda cappella, intitolata a Sant’Anna, è ornata da una tela raffigurante la Sacra Famiglia con i Santi Gioachino e Anna, notevole opera di Francesco da Ponte (1549-1592) detto il Bassano. La vita di Sant’Anna è narrata anche negli affreschi dei fianchi in quattro scene per parte e la sua statua è posta fra gli stucchi del soprastante matroneo. Nella volta ci sono scadenti affreschi settecenteschi; sul pilastro di destra San Sebastiano (XVI secolo); sul frontale del secondo pilastro San Rocco e San Sebastiano in conversazione (XVI secolo).

La terza cappella

Antonio Boselli, Lo sposalizio mistico di Santa Caterina

La terza cappella è dedicata a San Nicola da Tolentino. La statua del Santo è in una nicchia sopra l’altare e in alto sul matroneo. Pregevoli affreschi attribuiti a Antonio Boselli decorano i fianchi: a destra, Sant’Apollonia e le Mistiche Nozze di Santa Caterina con un gruppo di devote e sul pilastro San Sebastiano; a sinistra la Madonna col Bambino tra due Santi vescovi e sul pilastro San Rocco; sul frontale del terzo pilastro Santo Stefano.

La quarta cappella

Nella quarta cappella si trova l’altare della Madonna del Buon Consiglio, che è raffigurata su tela protetta da un vetro. Discreti affreschi cinquecenteschi, in precarie condizioni, adornano le pareti: a destra la Madonna col Bambino tra San Rocco e San Sebastiano e sul pilastro San Gerolamo con una chiesa in mano; a sinistra Sant’Agostino affiancato da due Santi e sul pilastro Sant’Antonio abate; nella volta gli Evangelisti; sul frontale del quarto pilastro Sant’Agostino con offerente inginocchiato.

La quinta cappella

La quinta cappella, dedicata alla Madonna della Cintura, fu rinnovata nell’anno 1721, quando venne sopraelevata e dotata di altare in stucco con nicchia; vi è conservata una statua vestita della Madonna col Bambino di gusto settecentesco. Gli affreschi più antichi sono stati abbattuti e sostituiti da decorazioni del Settecento.

La sesta cappella

Nella sesta cappella, attualmente senza ancona, in passato vi era l’altare di San Pietro e di San Giovanni Battista con polittico del Boselli. Del medesimo pittore sarebbero le immagine rimaste: San Pietro in cattedra a sinistra; Battesimo di Gesù a destra; quattro Profeti e l’Agnello nel sottarco; Santo Stefano e San Lorenzo sui fianchi dei pilastri.

Il presbiterio

Visione generale della navata

Sul frontale del presbiterio, a sinistra era addossato un alto pulpito settecentesco in legno dipinto. A destra è tuttora presente, inserito nel muro, il tabernacolo (XV secolo) con cornice in marmo e porticina con l’immagine di un angelo che regge il calice; sotto è murata la lapide che ricorda la consacrazione della chiesa. Il presbiterio è stato completamente rimaneggiato nel Settecento; vi compaiono pertanto solo opere di questo secolo. Al centro del coro spicca una grande tela di Antonio Cifrondi (1657-1730) con l’Assunzione della Vergine al cielo; ai lati gli affreschi di Ester davanti ad Assuero e di Giuditta con la testa di Oloferne. Sulle pareti di fianco all’altare altri due affreschi: a destra, Santa Monica piange la partenza di Sant’Agostino; a sinistra, in una scena simbolica, il Papa dispensa l’acqua della vera dottrina alla chiesa e Sant’Ambrogio scaccia le eresie con un flagello.

Il coro è dotato di diciassette stalli in legno (anticamente vi era anche un grande leggio con basamento ligneo per il canto delle ore canoniche da parte dei frati), realizzati nel XVI secolo.

Alla sagrestia si accede attraverso la porta che si apre nella sesta cappella a destra della navata. È costituita da un’unica stanza a pianta quadrata con bella volta quattrocentesca. Al centro del soffitto è affrescata l’immagine del Salvatore; nelle lunette lungo i quattro lati della stanza i Santi e la Sante più care agli Agostiniani: San Guglielmo “comes Pictaviensis”, Sant’Agostino, San Nicola da Tolentino “demonum effugator potentissimus”, il beato Egidio “Columnae de Roma”, il cardinale Alessandro di Sasso Ferrato, il beato Bonaventura di Padova, il beato Giovanni di Mantova, i santi Sebastiano e Rocco con devoti, la beata Cristina di Como, la beata Chiara di Monte Falco, Santa Monica, Sant’Elena. L’immagine più significativa è quella che raffigura Santa Maria della Consolazione con un cartiglio in mano, sul quale si legge: “CONSOLAMINI, CONSOLAMINI POPULE MEUS”. Di fronte alla Vergine sta San Nicola in preghiera e dietro una folla di Almennesi; il Santo presenta alla Madonna la seguente scritta: “ORA PRO POPULO TUO DE LEMINE, SANCTA DEI GENITRIX”.

Sul passaggio fra presbiterio e sagrestia si apre la porta del campanile, iniziato con la costruzione della chiesa, ma portato a termine solo sulla fine del Cinquecento.

Il convento

Il chiostro del convento

Il convento si trova a destra della chiesa per chi guarda la facciata ed è piuttosto piccolo. Ha al pianterreno un chiostro a pianta quadrata, su cui si affacciano varie stanze, fra le quali la cucina, il refettorio e la ex sala capitolare caratterizzata da due bifore. Molto bello è il colonnato che recinge la corte, formato su ogni lato da cinque eleganti archi in cotto a sesto acuto, poggianti su colonne monolitiche a loro volta sostenute da un muretto. Al piano superiore, lungo due corridoi sui lati est e sud, sono disposte le celle dei frati, in numero di dodici, l’una di fronte all’altra; vi è pure una sala in passato adibita a biblioteca. Sopra il colonnato del lato nord corre un bel loggiato con archi in cotto a tutto sesto, impostati su pilastrini pure in cotto.

Immagini a corredo

Informazioni su diego80 (1978 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

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