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3-5-1968. Ha inizio il Maggio Francese.

Quando parliamo di Maggio francese (anche detto, il sessantotto francese) ci riferiamo ad una serie di sommosse, nate in maniera spontanea, che nell’arco di pochi giorni travolsero la politica e la società francese. Il movimento fu in prima istanza studentesco, ma dopo pochi giorni anche il Partito Comunista Francese e la Confédération générale du travailscesero in piazza per ribellarsi contro l’establishment.

Gli studenti chiedevano uno svecchiamento della classe politica francese, da 10 anni sotto la guida del Generale Charles De Gaulle, ma soprattutto desideravano trasformare la società in modo che rispecchiasse le loro esigenze e le loro ambizioni. Per capire fino in fondo le rivolte del ’68, bisogna tenere presente le dimensioni sociali e storiche in cui il movimento prese forma. I manifestanti provenivano in larga misura dalla borghesia francese, conservatrice, in cui non c’era spazio per nuove idee, ancor meno per una concezione libera dei rapporti interpersonali.

Le scuole erano ancora divise tra maschili e femminili, e per una donna il semplice fatto di indossare dei pantaloni era considerato un atto rivoluzionario. Gli slogan dei manifestanti, infatti, non erano politici in senso stretto, ma esprimevano a pieno il desiderio di cambiamento di un’intera generazione: «Sous les pavés, la plage» (Sotto i sampietrini c’è la spiaggia), «Il est interdit d’interdire» (Vietato vietare), «Jouissez sans entraves» (Godetevela senza freni), «Cours camarade, le vieux monde est derrière toi» (Corri compagno, il vecchio mondo ti sta dietro), «La vie est ailleurs» (La vita è altrove).

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A offrire una cornice filosofico-culturale, invece, c’erano le opere di autori come Marcuse, Reich, Althusser e Lacan, i quali nella rielaborazione del pensiero di Marx e Freud, avevano gettato le basi della cosiddetta rivoluzione sessuale (e in seguito del femminismo). Su grandi linee, tutti questi autori criticavano la morale borghese, di stampo patriarcale, legata ad una struttura precostituita della società, che, attraverso la repressione della sessualità, manteneva il proprio status quo. In particolare, Marcuse teorizzava la “liberazione dell’eros”, inteso non solo come liberazione sessuale, ma come liberazione delle energie creative dell’uomo dal condizionamento della società repressiva, per la creazione di una società più aperta, fatta di uomini liberi e solidali tra loro.

Da un punto di vista storico, il movimento francese veniva di poco dopo l’esperienza dei pacifisti americani che a partire dai primi anni ’60 avevano manifestato contro la guerra in Vietnam. In quegli anni, inoltre, andò modificandosi l’idea stessa di comunismo. Mosca non era più un punto di riferimento, anzi. La dura repressione dellaPrimavera di Praga (avvenuta proprio agli inizi del 1968) aveva mostrato gli effetti della cosiddetta dottrina Brežnev, per cui nessun paese appartenente al patto di Varsavia poteva uscire dall’influenza sovietica, pena l’intervento armato.

A fare da contraltare allo sterile comunismo sovietico, emergevano figure come quella di Che Guevara (morto nel 1967), disposte a tutto pur di portare avanti i propri ideali. Al tempo stesso, i giovani francesi guardavano con grande ammirazione alla Cina dove, nel 1966, Mao aveva lanciato la Rivoluzione Culturale, una massiccia mobilitazione giovanile organizzata per ripristinare l’applicazione ortodossa del pensiero marxista-leninista, attraverso la distribuzione del libretto rosso (una antologia di citazioni dello stesso Mao).

Infine, il desiderio di ribellione trovava terreno fertile nelle moderne forme di comunicazione di massa (come per esempio la radio), nella musica (basti pensare al rock di quegli anni), nella cosiddetta subcultura giovanile nata all’inizio degli anni ’60 nell’università di Berkley (Los Angeles), dove si erano stabilite le prime comunità di hippy, dove si sperimentavano le prime droghe sintetiche (come l’LDS) e da dove aveva cominciato a muovere i primi passi un certo Jack Kerouac, scrittore simbolo della beat generation.

Le sommosse iniziarono il 3 maggio del ’68, quando 400 studenti occuparono il cortile della Sorbonne. Dicendo di temere un possibile scontro con i gruppi di estrema destra, appartenenti al movimento neo-fascista Occident, la polizia entrò nell’università per disperdere la manifestazione. L’intervento delle forze dell’ordine alla Sorbonne, effettuato senza preavviso, fu vissuto come un sopruso da parte degli studenti che reagirono in maniera durissima (in tutta Europa, le università godono di uno status particolare, per cui le forze dell’ordine non possono entrare).

Nella notte fra il 10 e l’11 maggio gli studenti occuparono il Quartiere Latino (la zona universitaria nel cuore di Parigi), durante gli scontri con la polizia ci furono un centinaio di feriti. In un primo momento, i membri del partito comunista non videro di buon occhio le rivolte studentesche: erano studenti, borghesi, intellettuali e “sinistroidi”. A fare la differenza fu, invece, la base del movimento operaio e del sindacato che spinsero i partiti ad indire una manifestazione di solidarietà. Di fronte alla repressione violenta della polizia, anche buona parte della popolazione si schierò con gli studenti.

Due giorni dopo, il 13 maggio 1968, un’imponente corteo attraversò le strade di Parigi, secondo gli organizzatori erano un milione tra studenti, operai e gente comune. Nei giorni seguenti, gli scioperi si moltiplicarono e furono occupate 50 fabbriche in tutte le maggiori città. Gli operai non rivendicavano solo un aumento salariale, ma una maggiore autonomia e una maggiore partecipazione nelle decisioni aziendali. Intanto, gli studenti occuparono la Sorbona e la ribattezzarono l'”università del popolo”.

Il presidente de Gaulle, dal 14 maggio in visita ufficiale in Romania, diede l’incarico al primo ministro Pompidou di gestire l’emergenza. De Gaulle aveva paura che se avesse indetto nuove elezioni, sarebbe stata una debacle per il suo partito. Al tempo stesso, era consapevole che proseguire con il pugno duro contro i rivoltosi sarebbe stato controproducente, per cui il 29 maggio, abbandonò l’Eliseo, lasciando detto: “Non voglio dar loro la possibilità di attaccare l’Eliseo. Sarebbe uno spiacevole spargimento di sangue solo per difendermi. Ho deciso di andare via: nessuno attacca un palazzo vuoto”. Solo qualche giorno dopo si scoprì che era nella base militare francese di Baden in Germania.

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In qualche modo, però, il movimento studentesco stava perdendo il consenso popolare, molto probabilmente per l’intellettualismo che animava i giovani manifestanti, ben lontani dalle reali esigenze del paese. In compenso, le rivolte nelle fabbriche proseguirono per diversi giorni, mentre sindacati e patronato cercarono di trovare un accordo con il governo. Il risultato, però, fu deludente. Il Salario Minimo Interprofessionale Garantito venne portato da 385 a 519 Franchi francesi (FF) mensili per 40 ore settimanali (le richieste iniziali erano di 600 FF). In un primo momento le occupazioni delle fabbriche continuarono, ma nel giro di pochi giorni, gli stessi sindacati cercarono di trovare una mediazione e riportarono gli operai al lavoro.

Intanto, a sorpresa De Gaulle tornò in Francia e decise di sciogliere l’Assemblea Nazionale e di indire nuove elezioni, che si tennero il 23 e il 30 giugno dello stesso anno. A differenza di quanto lo stesso presidente avesse mai pensato, il suo partito uscì vittorioso, ottenendo 486 seggi contro i 353 dei socialisti di Mitterrand (che aveva rifiutato di allearsi con il partito comunista). Uno degli effetti delle rivolte era la rottura tra la base operaia e i partiti di sinistra tradizionali che avevano cercato il compromesso.

Molti studiosi tendono a considerare il maggio ’68 come una rivoluzione incompiuta. Se per la prima volta, erano scesi in piazza la classe operaia e gli intellettuali a formare un movimento omogeneo, nella fase finale era mancata la forza di attrarre la gente comune e le altre fasce sociali. In un primo momento, gran parte dei francesi aveva simpatizzato con i manifestanti, ma una volta che questi avevano preso la parola ed erano apparsi in televisione, il consenso era andato scemando: l’atteggiamento elitario e le posizioni utopiste avevano spezzato una possibile alleanza.

Resta il fatto che la forza dirompente e rinnovatrice espressa dagli studenti francesi del ’68 ebbe un impatto enorme in tutta Europa. A partire da Parigi, le manifestazioni di studenti e operai dilagarono un po’ in tutto il continente, sia nella parte occidentale – Germania e Italia – che nei paesi comunisti – Polonia e Iugoslavia. Da un punto di vista politico, il ’68 diede il via alla nascita di una nuova sinistra, slegata dalle rigide strutture gerarchiche dei tradizionali partiti comunisti, troppo vicini alle posizioni di Mosca.

Sul finire degli anni ’60, il comunismo russo si era trasformato in un sistema totalitario retto da burocrati, quanto di più lontano dagli ideali rivoluzionari che animavano i giovani, i quali percepivano allo stesso modo i tradizionali partiti comunisti europei (va precisato, però, che solo in Italia il PC aveva un vasto bacino elettorale, tanto da essere la seconda forza politica del paese, mentre altrove aveva un consenso molto basso oppure, come in Germania Ovest, era bandito). L’esperienza del ’68 portò alla nascita di una sinistra antagonista extraparlamentare che – nelle sue frange più estreme – diede vita alle formazioni terroristiche che insanguinarono soprattutto l’Italia e la Germania Ovest per tutti gli anni ’70 e parte degli anni ’80.

Col passare del tempo la rivolta degli studenti francesi si trasformò in una sorta di mitologia giovanile. Nel corso degli anni, si sono moltiplicati film, opere letterarie e musiche ispirate agli avvenimenti di quegli anni. Va anche ricordato che la forza dirompente espressa dalle rivolte giovanili ebbe effetto soprattutto sulle dinamiche sociali, sui costumi sessuali e sui media. La libertà sessuale, inoltre, coincise con la nascita con i primi movimenti di rivendicazione femminile. A scendere in piazza, a protestare e – soprattutto – a prendere la parola non erano più soltanto gli uomini. E in questo la massiccia partecipazione femminile rese ancora più “rivoluzionario” il movimento, e gettò le basi per il femminismo degli anni ’70.

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