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20 maggio 1970 – Varato in italia lo Statuto dei lavoratori

La legge 20 maggio 1970, n. 300 – meglio conosciuta come statuto dei lavoratori – è una delle norme della Repubblica Italiana in tema di diritto del lavoro.

Introdusse importanti e notevoli modifiche sia sul piano delle condizioni di lavoro che su quello dei rapporti fra i datori di lavoro, i lavoratori con alcune disposizioni a tutela di questi ultimi e nel campo delle rappresentanze sindacali; ad oggi di fatto costituisce, a seguito di minori integrazioni e modifiche, l’ossatura e la base di molte previsioni ordinamentali in materia di diritto del lavoro in Italia.

Storia

Il secondo dopoguerra e la Repubblica

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Nascita della Repubblica Italiana e Secondo dopoguerra italiano.

L’esigenza di una regolazione precisa ed equitativa dei meccanismi del mondo del lavoro crebbe di importanza nella seconda metà del XX secolo, ed in particolare a partire dal secondo dopoguerra italianoquando, dovendosi ripensare la strutturazione dello stato post-fascista, la revisione dei rapporti sociali dovette tener conto dell’accresciuta rilevanza del mondo del lavoro fra i temi importanti nel nuovo regime didemocrazia.

Nel dopoguerra, perciò, con la nascita della Repubblica Italiana la costituzione italiana al primo articolo conteneva riferimento al lavoro come punto fondante dell’ordinamento repubblicano, diede un ulteriormente corroborante valore simbolico alle tensioni politiche che già dalla fine dell’Ottocento propugnavano forme di “civilizzazione” del lavoro dipendente e subordinato e che miravano ad equilibrare in senso democratico la relazione fra padronato e lavoratori. La normativa italiana di allora in tema era piuttosto scarna presentando invero alcuni istituti come la fissazione di limiti minimi di età per il lavoro minorile in cave e miniere, la riduzione della durata della giornata lavorativa ad 11 ore per i minori ed a 12 per le donne, il diritto di associazione sindacale e quello di sciopero, le prime normative antinfortunistiche e l’obbligo di forme assicurative (1920), il divieto di mediazione di lavoro (caporalato) – ma tuttavia la normativa fondamentale era contenuta principalmente nel codice civile italiano.

Non tardò Giuseppe Di Vittorio (il più autorevole esponente della CGIL, presidente della FSM, la Federazione Sindacale Mondiale) a pronunciarsi apertamente – nel 1952 – per l’opportunità della definizione di una legge quadro che riformulasse l’intera materia, e lo fece parlandone proprio in termini di statuto. In quello stesso periodo venne inoltre pubblicata un’inchiesta delle ACLI di Milano intitolata “La classe lavoratrice si difende” che denunciava la condizione di sfruttamento e di discriminazione ideologica dei lavoratori, ponendo il problema della cittadinanza in fabbrica[1]. Poco tempo dopo, nel 1955, il Parlamento promosse un’inchiesta parlamentare sulle “Condizioni di lavoro nelle fabbriche”[2].

Il contesto e le proteste

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Sessantotto.

Gli anni cinquanta e sessanta del Novecento furono, del resto, caratterizzati da un importantissimo fenomeno, sinteticamente identificabile con la trasformazione del lavoro (e della produzione) rurale in industriale, fatto che provocò intensi flussi di migrazione interna e modificò le proporzioni numeriche fra addetti all’agricoltura (agricoltori) ed addetti alla produzione industriale (operai) in senso preponderante a favore di quest’ultima.

La crisi del lavoro della terra (che aveva fra le sue concause la crescita dei costi di produzione e l’introduzione delle macchine) contribuì a rendere disponibili, con la crescente disoccupazione del bracciantato, forze-lavoro in quantità senza precedenti e di queste si servirono le nascenti industrie per rastrellare manodopera a condizioni di oggettivo favore. Se sino ad allora la condizione del lavoratore dipendente più tipicamente assomigliava alle descrizioni siloneggianti dei mille e mille piccoli borghi dicontado che costellavano la nazione, nelle due decadi successive a quella della guerra, la figura del lavorante meglio si inquadrò nelle due direzioni dell’impiegato di concetto (la burocratizzazione di Stato e degli enti costituenti il cosiddetto parastato accolse una grande quantità di addetti) e del lavoratore operaio che andò a riempire le strutture, costantemente in crescita, di grandi, piccole e medie aziende industriali, molte delle quali ubicate nel Settentrione d’Italia. Oltre all’industria, una quota rilevante di occupazione fu offerta anche dall’edilizia, soprattutto nei grandi centri urbani. A tutela di quest’ultimo settore venne, nel 1960, la norma (legge 23 ottobre 1960, n. 1369) che vietava l’appalto di manodopera, pratica che aggirava il divieto di caporalato istituzionalizzandolo ad attività aziendale (sebbene la limitazione dell’applicabilità del divieto, escludendola per alcuni settori proprio dell’edilizia, sia stata molto contestata).

Prima ancora che lo spostamento delle masse di lavoratori dal Meridione alle regioni in via di industrializzazione potesse valere come premessa per l’esplosione del cosiddetto “boom” economico, la situazione vedeva dunque un’oggettiva sperequazione che, più che in danno dei lavoratori, pareva manifestarsi in favore dei datori di lavoro, ai quali era consentito gestire con agilità i rapporti con il rispettivo personale, selezionandolo per l’assunzione e gestendolo in seguito con diretto ed incontestabile riferimento agli assolutamente discrezionali indirizzi aziendali, i quali ben potevano comprendere fattori anche personalistici. In questo contesto i rapporti di lavoro furono giudicati iniqui da un numero crescente di analisti, non solo della sinistra, e la stessa contraddittorietà delle pronunce giurisprudenziali, che nel frattempo si trovavano a gestire figure nuove, non di rado di malagevole compatibilità costituzionale o di ardua interpretazione pratica, segnalò l’indifferibilità di una soluzione legislativa che facesse luce sui reali intendimenti ordinamentali, perché la crescita del contenzioso, che ogni volta e per ogni caso evocava situazioni di grave drammaticità specifica, si nutriva anche di radicati contrasti fra princìpi.

Le lotte sindacali

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Autunno caldo.

Le rappresentanze sindacali erano fortemente politicizzate, poiché ciascuna di esse aveva un suo partito di pressoché diretto riferimento: a livello nazionale si distinsero, in particolare, la CGIL, la CISL e UIL (tecnicamente ormai divenute delle confederazioni), le quali sempre più spesso iniziarono ad operare in sintonia tra loro, sino ad essere collettivamente definite come “triplice alleanza” o, tout-court, “la Triplice”.[senza fonte]

Furono le tre confederazioni a gestire con crescente presenza il progressivo deterioramento dei rapporti fra lavoratori e datori di lavoro, derivante da una condotta più dura delle imprese e dalle rivendicazioni forti dei lavoratori, che avrebbe poi condotto, negli anni settanta, all’apice della lotta e, in alcuni casi, della violenza. La lotta sindacale fu asperrima, almeno tanto quanto lo furono le reazioni della classe imprenditoriale, e le esasperate estremizzazioni politiche condussero a numerosi episodi conflittuali o violenti, contrapponendosi sempre più frequenti occupazioni di fabbriche (talune fra le più note) a sempre più duri scontri di piazza con le forze dell’ordine (si ricordano numerose aggressioni personali). Si espresse, questa lotta, in una contrapposizione costante che per taluni interpreti divenne antagonismo oltranzista ai rappresentanti della proprietà delle aziende che impiegavano forza-lavoro. Produsse campagne collettive per il riconoscimento del salario unico, per il rispetto dei contratti e per arginare la facoltà di licenziamento, divenuta frequente sia per i ripiegamenti produttivi dovuto a cali di mercato, sia per i non infrequenti fallimenti delle aziende.[senza fonte]

La classe imprenditoriale invece, quasi fisiologicamente, ribatteva che alla forza lavoro non poteva essere concesso di prendere parte alle decisioni in materia di politiche e strategie aziendali, considerando qualsiasi proposta in materia di gestione del personale (comprese le fasi di assunzione e licenziamento) che non fosse unicamente determinata dagli organi direttivi aziendali, come un’ingerenza non giustificata da alcuna ragione sociale. Le ventilate formule di “democratizzazione”, per le quali – si sintetizzava – comitati di operai avrebbero potuto censurare le decisioni economiche e produttive, parvero agli industriali strumentali manovre per il rafforzamento di un già cospicuo potere dei sindacati di condizionare, da un lato, le attività economico-imprenditoriali e, dall’altro, quelle del governo.

Lo slogan “partecipare alla elaborazione dei programmi produttivi” fu considerato e stigmatizzato come un indebito tentativo di sottomettere l’azione imprenditoriale a quella di alcune forze politiche, dalla quale l’attività delle tre confederazioni era scopertamente ispirata, e se ne segnalò la supposta perniciosità nella parte in cui, proprio poco dopo la stabilizzazione di un vero e proprio mercato internazionale, avrebbe posto pesanti limitazioni alla capacità produttiva (a tutto vantaggio di competitori stranieri) con effetti negativi sulle esportazioni. Furono anche fatte circolare, ad esempio, non documentate “veline” governative, in una delle quali si sospettava che taluni sindacalisti stranieri avessero sollecitato gravi azioni di protesta, tradottesi in cali produttivi, per averne ricevuta remunerata istruzione da parte di industriali statunitensi (questa – in particolare – assai dubbia, poiché riguardava l’industria automobilistica, in un momento ed in un paese nel quale gli americani non vendevano auto). In Italia i sindacati non furono sospettati di azioni di facciata per privato arricchimento, ma che con questa fase sociale siano divenuti un potere non originariamente compreso fra quelli previsti dalla Costituzione, è stato sostenuto da molti.[senza fonte]

Il percorso politico e la promulgazione

Politicamente, al principio degli anni sessanta, i diversi tentativi di rafforzare gli esperimenti governativi di centrosinistra si tradussero in un notevole impegnoriformista primariamente ad opera del PSI, il principale interessato a quella formula politica. Già avanzate in senso genericamente programmatico al tempo delprimo governo Moro di “centrosinistra organico” (1963), nell’anno in cui si emanarono norme per la tutela delle donne lavoratrici (ad esempio vietando illicenziamento per causa di matrimonio o consentendo l’accesso delle donne ai pubblici uffici e alle professioni), molte delle riforme sulla cui proposizione andava condensandosi l’attenzione socialista furono di fatto “congelate” dopo i fatti del luglio 1964 (Piano Solo) e sarebbero riapparse con vigore qualche mese dopo.

Il percorso che sarebbe sfociato nell’emanazione dello Statuto, in fondo, si lega principalmente ad una paternità socialista a latere della quale si registrarono adesioni minori di altri partiti o di correnti interne ai partiti. Con ovvi obiettivi di consolidamento del seguito elettorale, e quindi di rafforzamento del proprio peso all’interno delle coalizioni, ma non senza effettiva determinazione a raggiungere una norma definitiva, fu il partito di Nenni a premere perché la regolamentazione si frapponesse come argine al dilagare del disordine di questa materia, e ne fece cavallo di battaglia reputando che potesse essere la via capace di condurlo alla guida del Paese. Dopo la legge 30 giugno 1965, n. 1124 (Testo unico delle norme in materia di infortuni e malattie professionali), la legge 21 luglio 1965, n. 903 (che introduceva le pensioni di anzianità e istituiva la pensione sociale) e la legge 15 luglio 1966, n. 604 (che regolava la materia dei licenziamenti), tutte promosse dal PSI, vi era ancora da registrare normativamente la posizione guadagnata dai sindacati e la nuova figura di lavoratore che pareva emergere dalle loro elaborazioni; l’interessamento sarebbe stato anche strategicamente utile per “scippare” una tematica fondamentale al Partito Comunista, l’altro grande partito della sinistra con cui il PSI era sovente in disaccordo e talvolta in aperto scontro. Parallelamente, perciò, ad azioni sul fronte della previdenza sociale e su fronti di altra prevedibile rilevanza nazionale, come ad esempio la campagna per il divorzio, i socialisti esercitarono fortissime pressioni perché le azioni normative in materia agraria (1964), peraltro anch’esse oggetto di animate (ed animose) polemiche, venissero corroborate da analoghe azioni sul lavoro in generale.

Di particolare rilievo in questo senso, per quanto oggettivamente poco ricordata, fu l’opera di Giacomo Brodolini, sindacalista socialista che fu ministro del lavoro e della previdenza sociale e che legò il suo nome sia alla riforma del 1969 proprio della previdenza sociale (la cosiddetta “riforma delle pensioni”, passate dal sistema “a capitalizzazione” a quello “a ripartizione”), sia all’abolizione delle cosiddette “gabbie salariali“, sia all’impulso più determinante per la codificazione della materia del lavoro: Brodolini richiese infatti l’istituzione di una commissione nazionale per la redazione di una bozza di statuto (da lui nominato “Statuto dei diritti dei lavoratori)”, alla cui presidenza chiamò Gino Giugni, anch’egli socialista, allora solo un docente universitario seppure già noto, ed un comitato tecnico di notevole spessore. Il maggior promotore dello Statuto, Brodolini, non lo vide venire alla luce poiché morì poco dopo l’istituzione della Commissione, ed il maggiore merito di indirizzo nei lavori di questa viene generalmente attribuito al Giugni, che avrebbe in seguito dichiarato di essersi sempre fondamentalmente ispirato alle indicazioni di Brodolini.[senza fonte] Dopo la privatizzazione del diritto del lavoro pubblico in Italia avvenuta negli anni ’90, l’applicabilità della norma fu estesa anche ai dipendenti pubblici italiani.[3]

Referendum abrogativo del 1995

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Referendum abrogativi del 1995 in Italia.

Con referendum abrogativo, proposto da PARTITO RADICALE, CGIL E PRI per arginare la crescita in quegli anni dei Comitati di Base, è stato modificato l’articolo 19, in merito alle rappresentanze sindacali. Con tale modifica le rappresentanze sindacali sono riservate ai sindacati firmatari di contratti nazionali e locali applicati nell’unità produttiva, e non più ai sindacati più rappresentativi in generale. Venne inoltre abrogato l’art. 26 comma 2 della legge, che sanciva il prelievo forzoso dalla busta paga dei lavoratori di contributi a favore dei sindacati, secondo le modalità stabilite dai CCNL.

La Corte Costituzionale, il 4 luglio 2013, su ricorso della FIOM, ha dichiarato incostituzionale l’art.19 dello Statuto «nella parte in cui non prevede che la rappresentanza sindacale aziendale sia costituita anche nell’ambito di associazioni sindacali che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell’unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti quali rappresentanti dei lavoratori».[4][5][6]

Referendum abrogativo del 2000

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Referendum abrogativi del 2000 in Italia.

Nel 2000 si è svolto un referendum per abolire le garanzie previste dall’articolo 18 ai lavoratori delle aziende con più di 15 dipendenti. Ha votato solo il 32,00% degli elettori (quindi non è stato raggiunto il quorum), e il sì comunque non ha avuto la maggioranza dei voti validi (33,40%).

Referendum abrogativo del 2003

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Referendum abrogativi del 2003 in Italia.

Nel 2003 si è svolto un referendum per estendere le garanzie previste dall’articolo 18 ai lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti. Ha votato solo il 25,50% degli elettori (quindi non è stato raggiunto il quorum), e il sì ha avuto l’86,70% dei voti validi.

Il testo originale dello statuto del 1970 lo trovate aprendo questo link: → http://www.studiocataldi.it/normativa/statuto-dei-lavoratori/

statuto-1

Informazioni su diego80 (1904 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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