ULTIM'ORA

14 giugno 1837 – Muore il poeta Giacomo Leopardi

 

da wikipedia – l’enciclopedia libera

Il conte Giacomo Leopardi, al battesimo Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837), è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano.

È ritenuto il maggior poeta dell’Ottocento italiano e una delle più importanti figure della letteratura mondiale, nonché una delle principali del romanticismo letterario; la profondità della sua riflessione sull’esistenza e sulla condizione umana – di ispirazione sensista e materialista – ne fa anche un filosofo di notevole spessore. La straordinaria qualità lirica della sua poesia lo ha reso un protagonista centrale nel panorama letterario e culturale europeo e internazionale, con ricadute che vanno molto oltre la sua epoca.

Leopardi, intellettuale dalla vastissima cultura, inizialmente sostenitore del classicismo, ispirato alle opere dell’antichità greco-romana, ammirata tramite le letture e le traduzioni di Mosco, Lucrezio, Epitteto ed altri, approdò al Romanticismo dopo la scoperta dei poeti romantici europei, quali Byron, Shelley, Chateaubriand, Foscolo, divenendone un esponente principale, pur non volendo mai definirsi romantico. Le sue posizioni materialiste – derivate principalmente dall’Illuminismo – si formarono invece sulla lettura di filosofi come il barone d’Holbach[4], Pietro Verri e Condillac[5], a cui egli unisce però il proprio pessimismo, originariamente probabile effetto di una grave patologia che lo affliggeva (forse la malattia di Pott o tubercolosi ossea della colonna vertebrale) ma sviluppatesi successivamente in un compiuto sistema filosofico e poetico:

« Questo io conosco e sento, / Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale, / Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male »
(Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv.100-104)

Il dibattito sull’opera leopardiana a partire dal Novecento, specialmente in relazione al pensiero esistenzialista fra gli anni trenta ecinquanta, ha portato gli esegeti ad approfondire l’analisi filosofica dei contenuti e significati dei suoi testi. Per quanto resi specialmente nelle opere in prosa, essi trovano precise corrispondenze a livello lirico in una linea unitaria di atteggiamento esistenziale. Riflessione filosofica ed empito poetico fanno sì che Leopardi, al pari di Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche e più tardi di Kafka, possa essere visto come un esistenzialista o almeno un precursore dell’Esistenzialismo.

Biografia

L’infanzia

La madre di Giacomo, marchesa Adelaide Antici

Il padre di Giacomo, conte Monaldo Leopardi

Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati, nello Stato pontificio (oggi in provincia di Macerata, nelle Marche), da una delle più nobili famiglie del paese, primo di dieci figli.[6] Quelli che arrivarono all’età adulta furono, oltre a Giacomo, Carlo(1799-1878), Paolina (1800-1869), Luigi (1804-1828) e Pierfrancesco (1813-1851).[7] I genitori erano cugini fra di loro.[8] Il padre, il conte Monaldo, figlio del conte Giacomo e della marchesa Virginia Mosca di Pesaro, era uomo amante degli studi e d’idee reazionarie; la madre, la marchesa Adelaide Antici, era una donna energica, molto religiosa fino alla superstizione, legata alle convenzioni sociali e ad un concetto profondo di dignità della famiglia, motivo di sofferenza per il giovane Giacomo che non ricevette tutto l’affetto di cui aveva bisogno.[9][10]

In conseguenza di alcune speculazioni azzardate fatte dal marito[11][12], la marchesa prese in mano un patrimonio familiare dissestato, riuscendo a rimetterlo in sesto grazie ad una rigida economia domestica.[13] I sacrifici economici ed i pregiudizi nobiliari dei genitori resero infelice il giovane Giacomo che, costretto a vivere in un piccolo borgo di provincia, rimase escluso dalle correnti di pensiero che circolavano nel resto del paese e in Europa.[14]

Fino al termine dell’infanzia Giacomo crebbe comunque allegro, giocando volentieri con i suoi fratelli,[15] soprattutto con Carlo e Paolina che erano più vicini a lui d’età e che amava intrattenere con racconti ricchi di fervida fantasia.[16]

La formazione giovanile

Ricevette la prima educazione, come da tradizione familiare, da due precettori ecclesiastici, il gesuita don Giuseppe Torres fino al 1808 e l’abate don Sebastiano Sanchini fino al 1812, che influirono sulla sua prima formazione con metodi improntati alla scuola gesuitica. Tali metodi erano incentrati non solo sullo studio del latino, della teologia e della filosofia, ma anche su una formazione scientifica di buon livello contenutistico e metodologico. Nel Museo leopardiano a Recanati è conservato, infatti, il frontespizio di un trattatello sulla chimica, composto insieme al fratello Carlo.[17] I momenti significativi delle sue attività di studio, che si svolgono all’interno del nucleo familiare, sono da rintracciare nei saggi finali, nei componimenti letterari da donare al padre in occasione delle feste natalizie, la stesura di quaderni molto ordinati ed accurati e qualche composizione di carattere religioso da recitare in occasione della riunione della Congregazione dei nobili.[18]

Busto del poeta presente a Villa Doria d’Angri

Il ruolo avuto dai precettori non impedì, comunque, al giovane Leopardi di intraprendere un suo personale percorso di studi avvalendosi della biblioteca paterna molto fornita (oltre ventimila volumi)[19] e di altre biblioteche recanatesi, come quella degli Antici, dei Roberti e probabilmente da quella di Giuseppe Antonio Vogel, esule in Italia in seguito alla Rivoluzione francese e giunto a Recanati tra il 1806 e il1809 come membro onorario della cattedrale della cittadina. Nel 1809 il giovane Giacomo compone il sonetto intitolato La morte di Ettoreche, come lui stesso scrive nell’Indice delle produzioni di me Giacomo Leopardi dall’anno 1809 in poi[20], è da considerarsi la sua prima composizione poetica. Da questi anni ha inizio la produzione di tutti quegli scritti chiamati “puerili”.[21]

La produzione dei “puerili”

Puerili e abbozzi vari

Il corpus delle opere cosiddette “puerili”[22] dimostra come il giovane Leopardi sapesse scrivere in latino fin dall’età di nove-dieci anni e che sapesse padroneggiare i metodi di versificazione italiana in voga nel Settecento, come la metrica barbara di Fantoni, oltre ad avere una passione per le burle in versi dirette al precettore e ai fratelli.[23]

Nel 1810 iniziò lo studio della filosofia e due anni dopo, come sintesi della sua formazione giovanile, scrisse le Dissertazioni filosofiche che riguardano argomenti di logica, filosofia, morale, fisica teorica e sperimentale (astronomia, gravitazione, idrodinamica, teoria dell’elettricità, eccetera). Tra queste è nota la Dissertazione sopra l’anima delle bestie. Nel 1812, con la presentazione pubblica del suo saggio di studi che discusse davanti a ad esaminatori di vari ordini religiosi ed al vescovo, si può far concludere il periodo della sua prima formazione che è soprattutto di tipo sei-settecentesco ed evidenzia l’amore per l’erudizione oltre che uno spiccato gusto arcadico[24].

La formazione personale

Primi due volumi di Opere

Dal 1809 al 1816 Leopardi si immerse totalmente in uno “studio matto e disperatissimo”[25][26], della durata di sette anni, che assorbì tutte le sue energie e che recò gravi danni alla sua salute. Apprese perfettamente il latino (sebbene si considerò sempre “poco inclinato a tradurre” da questa lingua in italiano[27]) e, senza l’aiuto di maestri, il greco, l’ebraico e, seppure in modo più sommario, altre lingue (francese[28], sanscrito[29][30][31], inglese, spagnolo, tedesco e yiddish[32]) e compose, poi, opere di grande impegno ed erudizione. Nel frattempo, nel 1812 cessa la formazione dell’abate Sanchini, il quale ritenne inutile continuare la formazione del giovane che ne sapeva ormai più di lui. Risalgono a questi anni la Storia dell’astronomia del 1813, il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi del 1815, diversi discorsi su scrittori classici, alcune traduzioni poetiche, dei versi e le tre tragedie, mai rappresentate durante la sua vita, La virtù indiana,Pompeo in Egitto e Maria Antonietta (rimasta incompiuta).[33]

Iniziò anche le prime pubblicazioni e lavorò alle traduzioni dal latino e dal greco dimostrando sempre di più il suo interesse per l’attivitàfilologica. Sono questi anche gli anni dedicati alle traduzioni dal latino e dal greco, corredate di discorsi introduttivi e di note tra i quali gli Scherzi epigrammatici, tradotti dal greco del 1814 e pubblicati in occasione delle nozze Santacroce-Torre dalla Tipografia Frattini di Recanati nel 1816, la Batracomiomachia nel 1815 e pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 30 novembre 1816, gli idilli di Mosco, il Saggio di traduzioni dell’Odissea, la Traduzione del libro secondo dell’Eneide e la Titanomachia di Esiodo, pubblicata su «Lo Spettatore italiano» il 1º giugno 1817.[34]

La conversione letteraria: dall’erudizione al bello

Tra il 1815 e il 1816 si avverte in Leopardi un forte cambiamento frutto di una profonda crisi spirituale che lo porterà ad abbandonare l’erudizione per dedicarsi alla poesia. Egli si rivolge, pertanto, ai classici non più come ad arido materiale adatto a considerazioni filologiche, ma come a modelli di poesia da studiare. Seguiranno le letture di autori moderni come Alfieri, Parini,[35] Foscolo e Vincenzo Monti, che servirono a maturare la sua sensibilità romantica.[36] Ben presto egli legge I dolori del giovane Werther di Goethe, le opere di Chateaubriand, di Byron, di Madame de Staël. In questo modo Leopardi inizia a liberarsi dall’educazione paterna accademica e sterile, a rendersi conto della ristrettezza della cultura recanatese ed a porre le basi per liberarsi dai condizionamenti familiari. Appartengono a questo periodo alcune poesie significative come Le Rimembranze,L’Appressamento della morte e l’Inno a Nettuno, nonché la celebre e non pubblicata Lettera ai compilatori della Biblioteca Italiana, indirizzata nel luglio 1816 ai redattori dellarivista milanese in risposta alla lettera Sulla maniera e utilità delle traduzioni di Madame de Staël, apparsa sul primo numero, nel gennaio dello stesso anno.[37]

Le malattie

La biblioteca di Casa Leopardi

Nel 1815-1816 Leopardi fu colpito da alcuni seri problemi fisici e disagi psicologici che egli attribuì almeno in parte – come la presunta scoliosi – all’eccessivo studio, isolamento ed immobilità in posizioni scomode delle lunghe giornate passate nella biblioteca di Monaldo.[38] La malattia gli causò la deviazione della spina dorsale (da cui la doppia “gobba”) con dolori e conseguenti problemi cardiaci, circolatori e respiratori, una crescita stentata (pare fosse alto 1 metro e 41 circa, o poco più, in quanto aveva gambe robuste e lunghe, corpo di proporzioni normali, con altezza pari a 1,65 m, ma a causa dell’incurvamento dorsale e cervicale risultava più basso di 20 cm)[39], problemi neurologici alle gambe, alle braccia ed alla vista, ma anche parestesie e talora mancanza di sensibilità nervosa agli arti inferiori, oltre a febbri ricorrenti, disturbi disparati, reumatismi, infiammazioni gastrointestinali e stanchezza continua; nel 1816 Leopardi era convinto di essere sul punto di morire.[40] Egli stesso si ispira a questi seri problemi di salute, di cui parlerà anche a Pietro Giordani, per la lunga cantica L’appressamento della morte[41] e, anni dopo, per Le ricordanze, in cui definisce la sua malattia come un “cieco malor”, cioè un male di non chiara origine.[42]

L’ipotesi più accreditata è che Leopardi soffrisse della malattia di Pott (gli studiosi scartano la diagnosi dell’epoca, più volte riproposta anche nel Novecento, di una normale scoliosi dell’età evolutiva)[39][43], cioè tubercolosi ossea (la tubercolosi era assai diffusa, il fratello Luigi morì nel 1828 a causa della forma comune polmonare) della colonna vertebrale[44]. In alternativa vengono proposte: una malattia genetica ereditaria dovuta alla consanguineità dei genitori, come la sindrome di Scheuermann; il rachitismo dovuto a una forma grave di celiachia con sindrome damalassorbimento; l’artrite reumatoide giovanile. Si pensa anche che, inoltre, potesse avere un tracoma oculare, oppure il diabete con retinopatia.[45] Antonio Ranieri, negli anni napoletani, arrivò a pensare[46] che avesse contratto la sifilide.[47] Con un’analisi postuma molto contestata, Cesare Lombroso e il suo allievo Patrizi affermarono che Leopardi aveva l’epilessia, e avesse disturbi ereditari come tutta la sua famiglia.[48]

Sempre in questo periodo comincia a soffrire di crisi depressive che taluni attribuiscono all’impatto psicologico della malattia fisica, mentre altri sostengono che Leopardi avesse ildisturbo bipolare, il che spiega i frequenti cambi di umore nel corso della vita, dall’euforia sfrenata alla disperazione inconsolabile che, pur nella lucida e continua consapevolezza dell'”esistenza come dolore”, è possibile ritrovare anche nella sua poesia.[49][50] Tutto questo rese certo più acuto il suo disagio sociale, anche a causa della sua innata timidezza, facendolo sentire in condizione di iniziale inferiorità nei confronti del mondo e spingendolo ad indagare profondamente il dolore e la condizione umana.[51]

La conversione filosofica: dal bello al vero

Dopo il primo passo verso il distacco dall’ambiente giovanile e con la maturazione di una nuova ideologia e sensibilità che lo portò a scoprire il bello in senso non arcaico, ma neoclassico, si annuncia nel 1819 quel passaggio dalla poesia di immaginazione degli antichi alla poesia sentimentale che il poeta definì l’unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici.[52]

La teoria del piacere

Busto di Giacomo Leopardi op. 1 o delle “Rimembranze”, uno dei due busti del poeta di Michele Tripisciano, esposto nel museo Tripisciano di Caltanissetta

In questo periodo è anche la prima formulazione della “teoria del piacere”, una concezione filosofica postulata da Leopardi nel corso della sua vita. La maggiore parte della teorizzazione di tale concezione è contenuta nello Zibaldone, in cui il poeta cerca di esporre in modo organico la sua visione delle passioni umane. Il lavoro di sviluppo del pensiero leopardiano in questi termini avviene dal 12 al 25 luglio 1820[53].

I mutamenti profondi del 1817

Il 1817 fu per Leopardi, che giunto alle soglie dei diciannove anni aveva avvertito, in tutta la sua intensità, il peso dei suoi mali e della condizione infelice che ne derivava, un anno decisivo che determinò nel suo animo profondi mutamenti. Consapevole ormai del suo desiderio di gloria ed insofferente dell’angusto confine in cui, fino a quel momento, era stato costretto a vivere sentì l’urgente desiderio di uscire, in qualche modo, dall’ambiente recanatese. Gli avvenimenti seguenti incideranno sulla sua vita e sulla sua attività intellettuale in modo determinante.[54]

La corrispondenza con Pietro Giordani

Pietro Giordani

Sempre nel 1817 egli scrisse al classicista Pietro Giordani che aveva letto la traduzione leopardiana del II libro dell’Eneide e, avendo compreso la grandezza del giovane, lo aveva incoraggiato. Ebbero inizio così una fitta corrispondenza ed un rapporto di amicizia che durerà nel tempo.[55] In una delle prime lettere scritte al nuovo amico, datata 30 aprile 1817, il giovane Leopardi sfogherà il suo malessere non con atteggiamento remissivo, ma polemico ed aggressivo:

« Mi ritengono un ragazzo, e i più ci aggiungono i titoli di saccentuzzo, di filosofo, di eremita, e che so io. Di maniera che s’io m’arrischio di confortare chicchessia a comprare un libro, o mi risponde con una risata, o mi si mette in sul serio e mi dice che non è più quel tempo […] Unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che mi ammazza: tutto il resto è noia »

Egli vuole uscire da quel “centro dell’inciviltà e dell’ignoranza europea” perché sa che al di fuori c’è quella vita alla quale egli si è preparato ad inserirsi con impegno e con studio profondo.[55]

Nell’estate 1817 fissa le prime osservazioni all’interno di un diario di pensiero che prenderà poi il nome di Zibaldone, in dicembre si innamorerà per la prima volta della cugina. Pietro Giordani riconosce l’abilità di scrittura di Leopardi e lo incita a dedicarsi alla scrittura; inoltre lo presenta all’ambiente del periodico «Biblioteca Italiana» e lo fa partecipare al dibattito culturale tra classici e romantici. Leopardi difende la cultura classica e ringrazia Dio di aver incontrato Giordani che reputa l’unica persona che riesce a comprenderlo.[55]

Il primo amore

« Oimè, se quest’è amor, com’ei travaglia! »
(Il primo amore, v.3)

Nel luglio del 1817 il Leopardi iniziò a compilare lo Zibaldone, nel quale registrerà fino al 1832 le sue riflessioni, le note filologiche e gli spunti di opere. Lesse la vita di Alfieri e compilò il sonetto “Letta la vita scritta da esso” che toccava i temi della gloria e della fama.[56] Alla fine del 1817 un altro avvenimento lo colpì profondamente: l’incontro, nel dicembre dello stesso anno, con Geltrude Cassi Lazzari, una cugina di Monaldo, che fu ospite presso la famiglia per alcuni giorni e per la quale provò un amore inespresso. Scrisse in questa occasione il “Diario del primo amore” e l'”Elegia I” che verrà in seguito inclusa nei “Canti” con il titolo “Il primo amore”.[55][57]

Una presa di posizione anti-romantica

Giacomo Leopardi, incisione su rame di Gaetano Guadagnini (1830), dal ritratto di Luigi Lolli del 1826 (base per molti ritratti postumi)

Fra il 1816 e il 1818 la posizione di Leopardi verso il Romanticismo, che stava suscitando in quegli anni forti polemiche ed aveva ispirato la pubblicazione del Conciliatore, va maturando e se ne possono avvertire le tracce in numerosi passi dello Zibaldone ed in due saggi, la Lettera ai Sigg. compilatori della “Biblioteca italiana”, scritta nel 1816 in risposta a quella di Madama la baronessa di Staël, ed il Discorso di un italiano attorno alla poesia romantica, scritto in risposta alle Osservazioni di Di Breme sul Giaurro di Byron[58]. Le due opere mostrano l’avversione, sul piano più strettamente concettuale, al Romanticismo. La posizione di Leopardi rimane fondamentalmente montiana e neoclassica. Tuttavia, come si vedrà, quello che professava sulla pagina critica si rivelerà, poi, profondamente diverso dai risultati ottenuti nella poesia dove i temi e lo spirito saranno, invece, perfettamente in sintonia con la mentalità romantica.[55][59]

Aveva, intanto, scritto le due canzoni ispirate a motivi patriottici All’Italia e Sopra il monumento di Dante che stanno ad attestare il suo spirito liberale e la sua adesione a quel tipo di letteratura di impegno civile che aveva appreso dal Giordani.[55]

Il suo materialismo ateo si pone in contrapposizione al Romanticismo cattolico predominante, dal quale lo separavano notevolmente anche il suo rifiuto di ogni speranza di progresso nella conquista della libertà politica e dell’unità nazionale, la sua mancanza di interesse per una visione storicistica del passato e per le esigenze di popolarità e di realismo nei contenuti e nella lingua.[60]

La prima fase dell’ideologia leopardiana

Manoscritto autografo de L’infinito. (Visso, Archivio comunale)

Nel 1819 si riacutizzarono i problemi agli occhi.[61] Tra il luglio e l’agosto progettò la fuga e cercò di procurarsi un passaporto per ilLombardo-Veneto, da un amico di famiglia, il conte Saverio Broglio d’Ajano, ma il padre lo venne a sapere e il progetto di fuga fallì.[62] Fu appunto nei mesi di depressione che seguirono che il Leopardi elaborò le prime basi della sua filosofia e, riflettendo sulla vanità dellesperanze e l’ineluttabilità del dolore, scoprì la nullità delle cose e del dolore stesso. Iniziò intanto la composizione di quei canti che verranno in seguito pubblicati con il titolo di Idilli e scrisse L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna (originariamente, i titoli di queste ultime erano La sera del giorno festivo e La ricordanza), La vita solitaria, Il sogno, Lo spavento notturno. Sono i cosiddetti “primi idilli” o “piccoli idilli”. Qui confluirono i rimpianti per la giovinezza perduta e la presa di coscienza dell’impossibilità di essere felici.[63]

Il soggiorno a Roma e il ritorno a Recanati

Nell’autunno del 1822 ottenne dai genitori il permesso di recarsi a Roma, dove rimase dal novembre all’aprile dell’anno successivo, ospite dello zio materno, Carlo Antici. A Leopardi Roma apparve squallida e modesta[64] al confronto con l’immagine idealizzata che egli si era figurata studiando i classici. Lo colpirono la corruzione della Curia e l’alto numero di prostitute che gli fece abbandonare l’immagine idealizzata della donna, come scrive in una lettera al fratello Carlo del 6 dicembre.[65]

Rimase invece entusiasta della tomba di Torquato Tasso, al quale si sentiva accomunato dall’innata infelicità (verso il Tasso, che renderà protagonista di una delle Operette morali, sarà debitore a livello stilistico e nella scelta di alcuni nomi più famosi dei suoi componimenti, come Nerina e Silvia, tratti dall’Aminta).[66]

Nell’ambiente culturale romano Leopardi visse isolato e frequentò solamente studiosi stranieri, tra cui i filologi Christian Bunsen e Barthold Niebuhr; quest’ultimo si interessò per farlo entrare nella carriera dell’amministrazione pontificia, ma Leopardi rifiutò. Nell’aprile del 1823 Leopardi ritornò a Recanati dopo aver constatato che il mondo al di fuori di esso non era quello sperato. Tornato a Recanati, Leopardi si dedicò alle canzoni di contenuto filosofico o dottrinale e, tra il gennaio e il novembre del 1824, compose buona parte delle Operette morali.[67]

Lontano da Recanati: Milano, Bologna, Firenze, Pisa

La casa natale

Nel 1825 il poeta, invitato dall’editore Antonio Fortunato Stella, si recò a Milano con l’incarico di dirigere l’edizione completa delle opere di Cicerone ed altre edizioni di classici latini e italiani. A Milano, però, egli non rimase a lungo perché il clima gli era dannoso alla salute e l’ambiente culturale, troppo polarizzato intorno al Monti, gli recava noia.[68]

Decise, così, di trasferirsi a Bologna dove visse (al numero 33 di via Santo Stefano), tranne una breve permanenza a Recanati nell’inverno del 1827, sino al giugno di quello stesso anno mantenendosi con l’assegno mensile dello Stella e dando lezioni private. Nell’ambiente bolognese Leopardi conobbe il conte Carlo Pepoli, patriota e letterato, al quale dedicò un’epistola in versi intitolata Al conte Carlo Pepoli che lesse il 28 marzo 1826 nell’Accademia dei Felsinei.[69] Nell’autunno iniziò a compilare, per ordine di Stella, una “Crestomazia”, antologia di prosatori italiani dal Trecento al Settecento che venne pubblicata nel 1827 alla quale fece seguito, l’anno successivo, una “Crestomazia” poetica. A Bologna conobbe anche la contessa Teresa Carniani Malvezzi, della quale si innamorò senza essere corrisposto. Leopardi frequentò i Malvezzi per quasi un anno, ma poi la donna lo allontanò spinta anche dal marito, mal tollerante del fatto che il poeta si trattenesse con la moglie fino alla mezzanotte.[70] Leopardi si sfoga in una lettera ad un corrispondente, usando parole molto dure verso di lei.[71] Uscivano intanto presso Stella le sue Operette morali. Frequentò anche la casa del medico Giacomo Tommasini e strinse amicizia con la moglie Antonietta, patriota, e la figlia Adelaide (coniugata Maestri), sue ammiratrici[72][73], con la famiglia Brighenti e la cantante modenese Rosa Simonazzi Padovani.[74]

Nel giugno dello stesso anno si trasferì a Firenze dove conobbe il gruppo di letterati appartenenti al circolo Viesseux tra i quali Gino Capponi,[75] Giovanni Battista Niccolini (amico e corrispondente di Ugo Foscolo), Pietro Colletta, Niccolò Tommaseo ed anche il Manzoni che si trovava a Firenze per rivedere dal punto di vista linguistico i suoi Promessi Sposi. Divenne amico particolarmente del Colletta, ma fu in buoni rapporti anche con Capponi e Manzoni, anche se quest’ultimo non condivideva le idee di Leopardi. Fu invece conflittuale il rapporto col Tommaseo, cattolico liberale, ma fortemente avverso al razionalismo ed al materialismo, il quale giunse a provare una forte avversione per Leopardi, attaccandolo ripetutamente su vari giornali (anche se riconosceva l’abilità stilistica nella prosa); Tommaseo arrivò a denigrare Leopardi sul suo aspetto fisico (cosa che farà, però solo in lettere private rivolte ad altre, anche il Capponi stessi, irritato per la Palinodia[76]).[66][77] Leopardi risponderà nel 1836 con un epigramma diretto contro Tommaseo, oltre all’ottava strofa della detta Palinodia. Al marchese Gino Capponi (1835).[78] [79]

Leopardi in un ritratto postumo del 1845 (olio su tavola), commissionato da Antonio Ranieri al giovane pittoreDomenico Morelli sulla base dellamaschera mortuaria e delle descrizioni fisiche; Morelli vi lavorò per molto tempo, a causa delle insistenze di Ranieri sui particolari, ma alla fine il quadro venne ritenuto, dal Ranieri stesso e da altri testimoni, come il più fedele e realistico dei ritratti di Leopardi verso la fine della sua vita, soprattutto nei tratti del volto.[2][80]

Nel novembre del 1827 si recò a Pisa dove rimase fino alla metà del 1828. A Pisa, grazie all’inverno mite, la sua salute migliorò e Leopardi tornò alla poesia, che taceva dal 1823, e compose la canzonetta in strofe metastasiane Il Risorgimento e il canto A Silvia (figura forse ispirata, secondo i critici che si basano su appunti dello Zibaldone e dichiarazioni del fratello Carlo[81], alla figlia del cocchiere di Monaldo, morta giovane, Teresa Fattorini), inaugurando il periodo creativo detto dei Canti “pisano-recanatesi”, chiamati anche “grandi idilli”, in cui il poeta sperimenta la cosiddetta canzone libera o canzone leopardiana, il cui primo sperimentatore era stato Alessandro Guidi, dalla cui lettura ne era venuto a conoscenza. A Pisa stringe amicizia con la giovane figlia dei suoi padroni di casa, Teresa Lucignani, a cui dedica una breve lirica rimasta inedita a lungo.[82][83]

Il ritorno a Recanati

« Vaghe stelle dell’orsa, io non credea
tornare ancor per uso a contemplarvi »
(Le ricordanze, vv.1-2)

Il periodo di benessere era finito ed il poeta, colpito nuovamente dalle sofferenze e dall’aggravarsi del disturbo agli occhi, fu costretto a sciogliere il contratto con Stella[84] e durante l’estate del ’28 si recò a Firenze nella speranza di trovare un modo per poter vivere in modo indipendente. Ma le sue condizioni di salute non glielo permisero ed egli fu costretto a ritornare a Recanati dove rimase fino al 1830. In questi «sedici mesi di notte orribile»[85] Leopardi si dedicò alla poesia e scrisse alcune delle sue liriche più importanti tra cui Le ricordanze,La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, Il passero solitario, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.[86] Queste poesie, a lungo denominate dai critici “grandi idilli” o anche “secondi idilli”, sono ora conosciute, insieme ad A Silvia anche come “Canti pisano-recanatesi”.[87] In questo periodo l’insofferenza per la sua città natale, da lui definita “natio borgo selvaggio”[88], aumenta, proporzionalmente all’avversione per i recanatesi (gente zotica, vil), che lo ritenevano un intellettuale superbo[89], tanto che anche i ragazzini del paese, secondo testimonianze postume, cantavano in sua presenza canzoncine denigranti del tipo: “Gobbus esto / fammi un canestro, / fammelo cupo / gobbo fottuto”.[90]

A Firenze dal 1830 al 1833

« Perì l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei »
(A se stesso, vv.2-3)

Intanto, nell’aprile del 1830, il Colletta, al quale il poeta scriveva della sua vita infelice, gli offrì, grazie ad una sottoscrizione degli “amici di Toscana”,[91] l’opportunità di tornare a Firenze, dove il 27 dicembre 1831 fu eletto socio dell’Accademia della Crusca[92]. Nello stesso 1831 a Firenze curò un’edizione dei “Canti”, partecipò ai convegni dei liberali fiorentini e strinse amicizia col giovane esule napoletano Antonio Ranieri. Nel 1831, grazie alla fama di personalità liberale, fu eletto deputato dell’assemblea del governo provvisorio di Bologna (sorta dai moti del 1831), su designazione del Pubblico Consiglio di Recanati, ma non fa in tempo ad accettare la nomina (peraltro mai richiesta) che gli austriaci restaurano il governo pontificio.[93]

Ritratto fotografico (probabilmente eliografia da incisione o stampa) di Giacomo Leopardi (anni ’30)

Risale a questo periodo la forte passione amorosa per Fanny Targioni Tozzetti, conclusasi in una delusione, che gli ispirò il cosiddetto “ciclo di Aspasia”, una raccolta di poesie scritte tra il 1831 e il 1835 che contiene: Il pensiero dominante, Amore e morte, A se stesso, Consalvo eAspasia. In questa raccolta si manifestò il Leopardi più disilluso e disperato, orfano anche di quella tristezza nostalgica degli Idilli, nella perdita dell’ultima illusione che gli era rimasta, quella dell’amore (l’inganno estremo).[94]

In questo periodo diviene amico anche della contessa Carlotta Lenzoni de’ Medici, affascinata dalla grandezza intellettuale del poeta e conosciuta nel 1827, ma poi se ne allontanò.[95] Secondo un’opinione minoritaria, la donna descritta negativamente come “Aspasia” non era la Targioni Tozzetti, ma proprio la Lenzoni.[96]

Nell’autunno del 1831 si recò a Roma con Ranieri per ritornare a Firenze nel 1832 e nel corso di questo anno scrisse i due ultimi dialoghi delle “Operette”, Il Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere e il Dialogo di Tristano e di un amico.[97]

A Napoli dal 1833 al 1837

Quando Ranieri tornò a Napoli, tra i due iniziò una fitta corrispondenza che ha fatto a taluni ritenere che tra Leopardi e Ranieri vi fosse un rapporto amoroso. In una di queste lettere il poeta scrive a Ranieri:

Antonio Ranieri, tra gli anni ’40 e ’60

« Ranieri mio, tu non mi abbandonerai però mai, né ti raffredderai nell’amarmi. Io non voglio che tu ti sacrifichi per me, anzi desidero ardentemente che tu provvegga prima d’ogni cosa al tuo benessere; ma qualunque partito tu pigli, tu disporrai le cose in modo che noi viviamo l’uno per l’altro, o almeno io per te, sola ed ultima mia speranza. Addio, anima mia. Ti stringo al mio cuore, che in ogni evento possibile e non possibile, sarà eternamente tuo.[104] »

Nel settembre del 1833 Leopardi, dopo aver ottenuto un modesto assegno dalla famiglia, partì per Napoli con Ranieri sperando che il clima mite di quella città potesse giovare alla sua salute. Sugli anni a Napoli, Antonio Ranieri dichiarò:

« Quivi Leopardi, mentre che io, lasciatone il mio antico letto, dormiva in una camera non mia (cosa che, nelle consuetudini del paese, massime in quei tempi, toccava quasi lo scandalo), per dormire accanto a lui, ebbe, una notte, la strana allucinazione, che la signora di casa avesse fatto disegno sopra una sua cassetta, nella quale egli non riponeva mai altro che non nettissimi arnesi da ravviare i capelli, e le cesoie […][105] »

Pare infatti che la padrona di casa volesse cacciarli, per timore che Leopardi fosse portatore di tubercolosi polmonare infettiva e lui stesso sosteneva, invece, che la donna volesse rubargli oggetti di sua proprietà, mentre Ranieri credeva che soffrisse di paranoie, e non ci faceva caso.[106]

Nell’aprile 1834 Leopardi ricevette visita da August von Platen, che nel suo diario scrisse:

(DE)« Leopardi ist klein und bucklicht, sein Gesicht bleich und leidend […] er den Tag zur Nacht macht und umgekehrt […] führt er allerdings ein trauriges Leben. Bei näherer Bekanntschaft verschwindet jedoch alles […] die Feinheit seiner klassischen Bildung und das Gemütliche seines Wesens nehmen für ihn ein.[107] »(IT)« Leopardi è piccolo e gobbo, il viso ha pallido e sofferente […] fa del giorno notte e viceversa[108] […] conduce una delle più miserevoli vite che si possano immaginare. Tuttavia, conoscendolo più da vicino […] la finezza della sua educazione classica e la cordialità del suo fare dispongon l’animo in suo favore.[109] »

Intanto le Operette morali subirono una nuova censura da parte delle autorità borboniche, a cui seguirà la messa all’Indice dei libri proibiti dopo la censura pontificia, a causa delle idee materialiste esposte in alcuni “dialoghi”. Leopardi così ne parlava in una lettera a Luigi De Sinner: «La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui e in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto».[110]. Durante gli anni trascorsi a Napoli si dedicò alla stesura dei Pensieri che raccolse probabilmente tra il 1831 e il 1835 riprendendo molti appunti già scritti nello Zibaldone, e riprese i Paralipomeni della Batracomiomachia che, iniziati nel 1831, aveva interrotto. A quest’ultima opera lavorò, assistito dal Ranieri, fino agli ultimi giorni di vita. Di quest’opera incompiuta, in ottave, ampiamente influenzata sia dallo pseudo Omero dellaBatracomiomachia, (che già Leopardi aveva tradotta in gioventù, e di cui continua la trama) che dal poema Gli animali parlanti di Giovanni Battista Casti, rimane autografo il solo primo canto. Ranieri affermò sempre che gli altri, di sua mano, furono scritti sotto dettatura del Leopardi. Le ultime ottave sarebbero state dettate da Leopardi morente poco dopo aver terminato l’ultima poesia, Il tramonto della luna. Qualche dubbio può nascere, se si pensa che Ranieri investì soldi dopo la morte del poeta per farli pubblicare come autentici, con poco successo finanziario. Nel 1836, quando a Napoli scoppiò l’epidemia di colera, Leopardi si recò con Ranieri e la sorella di questi, Paolina, nella Villa Ferrigni a Torre del Greco, dove rimase dall’estate di quell’anno al febbraio del 1837 e dove scrisse La ginestra o il fiore del deserto.[111] Paolina Ranieri assisterà, personalmente e con profondo affetto, Leopardi nei suoi ultimi anni, all’aggravamento delle sue condizioni fisiche.[112] Paolina (1817-1878) fu «l’unica donna che lo amò, sebbene si trattasse di un amore fraterno».[113]

A Napoli Leopardi lavora incessantemente, nonostante la salute in peggioramento, componendo varie liriche e satire; non segue le raccomandazioni dei medici, e conduce una vita abbastanza sregolata per una persona dalla salute fragile come la sua: dorme di giorno, si alza al pomeriggio e sta sveglio la notte, mangia molti dolci (particolarmentesorbetti e gelati), talvolta frequenta la mensa pubblica (anche durante il periodo del colera) e beve moltissimi caffè.[114][115]

La morte

Leopardi sul letto di morte, 1837, ritratto a matita di Tito Angelini, anch’esso simile alla maschera mortuaria e quindi molto realistico e verosimile

In questo luogo egli compose gli ultimi Canti La ginestra o il fiore del deserto (il suo testamento poetico nel quale si coglie l’invocazione ad una fraterna solidarietà contro l’oppressione della natura) e Il tramonto della luna (compiuto solo poche ore prima di morire). Progettava anche di tornare a Recanati, per vedere il padre o partire per la Francia.[116] Seguendo il parere di alcuni medici fiorentini, che, al contrario di altri, lo avevano convinto che la sua malattia fosse più psicologica che fisica, cominciò ad ignorare le prescrizioni, pensando che non potesse comunque decidere il suo destino. In una lettera al padre, però, avverte la morte come imminente, e spera che avvenga, non sopportando più i suoi mali.[117] Nel febbraio del 1837 ritornò a Napoli con Ranieri e la sorella, ma le sue condizioni si aggravarono verso maggio, anche se non in modo tale da far sospettare ai medici o a Ranieri il reale stato di salute. Il 14 giugno di quell’anno, Leopardi morì improvvisamente, dopo essersi sentito male al termine di un pranzo (che abitualmente consumava all’inconsueto orario delle 17); quel giorno, aveva mangiato, al mattino, circa un chilo e mezzo di confetti cannellini comprati da Paolina Ranieri in occasione dell’onomastico di Antonio e bevuto una cioccolata, poi una minestra calda e una limonata (o granita fredda) verso sera.[118]

La tomba di Leopardi (Parco Vergiliano a Piedigrotta o Parco della Tomba di Virgilio, Napoli)

Colpito dal malore poco prima di partire per Villa Ferrigni, come avevano programmato, nonostante l’intervento del medico l’asma di Leopardi peggiorò e poche ore dopo morì.[119] Secondo la testimonianza di Antonio Ranieri, Leopardi si spense alle ore 21 fra le sue braccia. Le sue ultime parole furono “Addio, Totonno, non veggo più luce”.[120][121] Tre giorni dopo il decesso, Antonio Ranieri pubblicò un necrologio sul giornale “Il progresso”.[122]

La morte del poeta è stata analizzata da studiosi di medicina già a partire dall’inizio del XX secolo. Molte sono state le ipotesi, dalla più accreditata,pericardite acuta con conseguente scompenso, a quelle più fantasiose, cibo avariato, congestione, coma diabetico o indigestione, fino al colerastesso.[123][124][125] Nessuna delle tesi alternative, tuttavia, è riuscita a smentire il referto ufficiale, diffuso dall’amico Antonio Ranieri: idropisiapolmonare[126] il che è comunque verosimile, dati i suoi problemi respiratori, dovuti alla deformazione della colonna vertebrale[127]; è anche possibile che l’edema fosse una delle conseguenze dei problemi cronici di cui soffriva, e che la causa principale fosse appunto un problema cardiaco.[128][129][130]

La sepoltura

Leopardi era morto all’età di 39 anni, in un periodo in cui il colera stava colpendo la città di Napoli. Grazie ad Antonio Ranieri, che fece interessare della questione il ministro di Polizia, le sue spoglie – questa la versione accettata – non furono gettate in una fossa comune, come le severe norme igieniche richiedevano a causa dell’epidemia, ma inumate nella cripta e poi nell’atrio della chiesa di Chiesa di San Vitale Martire, sulla via di Pozzuoli presso Fuorigrotta. La lapide, spostata poi con la tomba, fu dettata da Pietro Giordani:

« AL CONTE GIACOMO LEOPARDI RECANATESE
FILOLOGO AMMIRATO FVORI D’ITALIA
SCRITTORE DI FILOSOFIA E DI POESIE ALTISSIMO
DA PARAGONARE SOLAMENTE COI GRECI
CHE FINÌ DI XXXIX ANNI LA VITA
PER CONTINVE MALATTIE MISERRIMA
FECE ANTONIO RANIERI
PER SETTE ANNI FINO ALLA ESTREMA ORA CONGIVNTO
ALL’AMICO ADORATO MDCCCXXXVII[131] »

In realtà fin dall’inizio il racconto di Ranieri era apparso pieno di contraddizioni e molti furono i dubbi che avvolsero quanto egli aveva dichiarato, anche perché le sue versioni furono molte e diverse a seconda dell’interlocutore, facendo sospettare che il corpo del poeta fosse finito nelle fosse comuni del cimitero delle Fontanelle, destinato ai morti per colera, come attesta il registro delle sepolture della Chiesa SS. Annunziata a Fonseca di Napoli[132], e che Ranieri avesse inscenato un funerale a bara vuota, con la partecipazione dei suoi fratelli, di un chirurgo e di un parroco compiacente. Comunque, Ranieri continuò ad affermare che le ossa erano nell’atrio della chiesa di S. Vitale e che il certificato di inumazione fosse un falso redatto su sua richiesta dal Ministro di Polizia. Nel 1898, durante i lavori di restauro, un muratore ruppe inavvertitamente la cassa, danneggiata dalla troppa umidità, frantumando le ossa e provocando la perdita di parte dei resti contenuti.[133] Il 21 luglio 1900 venne effettuata la ricognizione delle spoglie del recanatese e nella cassa, troppo piccola per contenere lo scheletro di un uomo con doppia gibbosità, vennero rinvenuti soltanto frammenti d’ossa (tra cui residui delle costole, delle vertebre recanti segni di deformità, e un femore sinistro intero, forse troppo lungo per una persona di bassa statura, e un altro femore a pezzi), una tavola di legno (con cui gli operai avevano tentato di riparare il danno alla cassa), una scarpa col tacco e alcuni stracci, mentre nessuna traccia vi era del cranio e del resto dello scheletro. Nonostante i dubbi la questione venne ben presto chiusa. La scarpa, o quello che ne rimaneva, venne poi acquistata dal tenore Beniamino Gigli, concittadino di Leopardi, e donata alla città di Recanati.[134][135][136]

Nel 1939 la cassa, per volontà di Benito Mussolini[136], venne riesumata e spostata al Parco Vergiliano a Piedigrotta (altrimenti detto Parco della tomba di Virgilio) nel quartiere Mergellina – il luogo fu poi dichiarato monumento nazionale – dove tuttora sorge appunto il secondo sepolcro del poeta, eretto quello stesso anno; nei pressi venne traslata anche la lapide originale. Nel 2004 venne anche chiesta (da parte dello studioso leonardiano Silvano Vinceti, che si è occupato anche della riesumazione e identificazione dei resti diCaravaggio, Boiardo e Monna Lisa) la riesumazione onde verificare se quei pochi resti fossero davvero di Leopardi tramite l’esame del DNA e del mtDNA, comparato con quello degli attuali eredi dei conti Leopardi (discendenti diretti del fratello minore Pierfrancesco) e dei marchesi Antici, ma la richiesta fu respinta, sia dalla Soprintendenza sia dalla famiglia Leopardi (tra cui la contessa Anna Leopardi, vedova del conte Leopardi).[136]

Luoghi leopardiani

A Recanati

Targa della piazzuola del Sabato del Villaggio

  • Palazzo Leopardi: è la casa natale del poeta. Tuttora il palazzo è abitato dai discendenti e aperto al pubblico. Esso venne ristrutturato nelle forme attuali dall’architetto Carlo Orazio Leopardi verso la metà del XVIII secolo. L’ambiente più suggestivo è senza dubbio la biblioteca, che custodisce oltre 20.000 volumi, tra cui incunaboli ed antichi volumi, raccolti dal padre del poeta, Monaldo Leopardi.
  • Piazzetta (o Piazzuola) del Sabato del Villaggio: sulla quale si affaccia Palazzo Leopardi. Ivi si trova la casa di Silvia e la chiesa di Santa Maria in Montemorello (XVI secolo), nel cui fonte battesimale fu battezzato Giacomo Leopardi nel 1798.
  • Colle dell’Infinito: è la sommità del Monte Tabor da cui si domina un panorama vastissimo verso le montagne e che ispirò l’omonima poesia composta dal poeta a soli 21 anni. All’interno del parco si trova il “Centro Mondiale della Poesia e della Cultura”, sede di convegni, seminari, conferenze e manifestazioni culturali.
  • Palazzo Antici-Mattei: casa della madre di Leopardi, Adelaide Antici Mattei, edificio dalle linee semplici ed eleganti con iscrizioni in latino.
  • Torre del Passero Solitario: nel cortile del chiostro di Sant’Agostino è visibile la torre, decapitata da un fulmine e resa celebre dalla poesia “Il passero solitario”.
  • Chiesa di San Leopardo (XIX secolo): venne fatta edificare dalla famiglia Leopardi insieme e nei pressi della villa affidando la progettazione all’architetto Gaetano Koch. La cripta, a cui si accede esternamente, è la tomba gentilizia della famiglia Leopardi.
  • Chiesa di Santa Maria di Varano (XV secolo): costruita nel 1450 per i Minori Osservanti insieme al Convento annesso, dal 1873, cacciati i frati e abbattuti due lati del convento, l’orto divenne quello che ancora è il civico cimitero di Recanati. Vi si conserva ancora il pozzo di S. Giacomo della Marca ed affreschi nelle lunette del portico. All’interno è la tomba di famiglia dei Leopardi ove sono sepolti Monaldo e Paolina[143][144]
Altrove
  • Spoleto, Albergo della Posta (corso Garibaldi), 17 novembre 1822.
  • Palazzo Antici Mattei (Roma, via M. Caetani), dove fu ospite dal 23 novembre 1822 alla fine d’aprile 1823.
  • Roma, tomba del Tasso in S. Onofrio, “uno dei posti più belli della terra, in mezzo agli aranci e ai lecci”.
  • Bologna (“ospitalissima”), convento di San Francesco (piazza Malpighi), primo soggiorno bolognese (17-26 luglio 1825).
  • casa dell’editore Anton Fortunato Stella (1757-1833), vicino al Teatro alla Scala a Milano (“veramente insociale”) (30 luglio-26 novembre 1825).
  • casa Badini (29 settembre-3 novembre 1826), vicino al teatro del Corso (oggi via Santo Stefano, 33) a Bologna (“tutto è bello, e niente magnifico”).
  • Locanda della Pace, via del Corso, a Bologna (26 aprile-20 giugno 1827).
  • Ravenna (“qui si vive quietissimi”), ospite del marchese Antonio Cavalli (agosto 1826).
  • Firenze, “sporchissima e fetidissima città”, Locanda della Fonte, nei pressi del mercato del grano e di Palazzo Vecchio (21 giugno 1827 e giorni successivi).
  • casa delle sorelle Busdraghi, via del Fosso (oggi via Verdi), Firenze (giugno-novembre 1827).
  • Palazzo Buondelmonti, abitazione di Giovan Pietro Vieusseux, a Firenze.
  • Pisa (“una beatitudine”), via Fagiuoli (casa Soderini), 9 novembre 1827-8 giugno 1828.
  • Il Lungarno pisano (“spettacolo così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora”).
  • “Una certa strada deliziosa” da lui battezzata “Via delle Rimembranze”, dove va a passeggiare a Pisa (lettera a Paolina Leopardi del 25 febbraio 1828).
  • Levane, Camucia e Perugia, novembre 1828, di passaggio.
  • Roma (“città oziosa, dissipata, senza metodo”), via dei Condotti 81 (“spendo qui un abisso”), con Antonio Ranieri, da ottobre 1831 a marzo 1832.
  • Napoli, piazza Ferdinando; poi Strada nuova di Santa Maria Ognibene (casa Cammarota); poi vico Pero (tre appartamenti affittati con Ranieri e la sorella di lui Paolina).
  • Villa Ferrigni detta villa delle Ginestre a Torre del Greco, alle pendici dello “sterminator Vesevo”.[145]

Opere

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Opere di Giacomo Leopardi.
  • La guerra dei topi e delle rane. Poema. Traduzione inedita dal greco del conte Giacomo Leopardi, Milano, Stella, 1816.
  • Notizie istoriche, e geografiche sulla città e chiesa arcivescovile di Damiata, Loreto, Rossi, 1816.
  • Saggio di traduzione dell’Odissea, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 55-56, 30 giugno-15 luglio 1816.
  • Discorso sopra Mosco, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 57, 31 luglio 1816.
  • Poesie di Mosco. Traduzione inedita del conte Giacomo Leopardi, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 58-59-61-65, 15-31 agosto, 30 settembre, 15 novembre 1816.
  • Parere sopra il Salterio ebraico, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 63-64, 31 ottobre-15 novembre 1816.
  • Discorso sopra la Batracomiomachia, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 63, 31 ottobre 1816.
  • La guerra dei topi e delle rane, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 65, 30 novembre 1816. (traduzione, prima versione)
  • Della fama avuta da Orazio presso gli antichi. Discorso, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 66, 15 dicembre 1816.
  • Sollennizzandosi Le nozze di S. E. il signor don Luigi de’ principi Santacroce e della nobil donzella sig. contessa Lucrezia Torri, i conjugi Antici cugini degli sposi in attestato di esultanza D.O.D, Recanati, Fratini, 1816.
  • Libro secondo della Eneide. Traduzione del conte Giacomo Leopardi, Milano, Pirotta, 1817. (1816)
  • La Torta d’autore incerto, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 68, 15 gennaio 1817.
  • Inno a Nettuno d’incerto autore nuovamente scoperto, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 75, 1º maggio 1817.
  • Odae adespotae, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 75, 1º maggio 1817.
  • Titanomachia di Esiodo, in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 77, 1º giugno 1817.
  • Sopra due voci italiane (Reso e Sortire), in “Lo Spettatore italiano e straniero”, n. 87, 1º novembre 1817.
  • Canzoni di Giacomo Leopardi. Sull’Italia. Sul monumento di Dante che si prepara in Firenze, Roma, Bourliè, 1818.
  • Canzone di Giacomo Leopardi ad Angelo Mai, Bologna, Marsigli, 1820.
  • Appendix Vergiliana. La Torta. Poemetto di A. Settimio Sereno tradotto dal Conte Giacomo Leopardi, Recanati, Morici e Fratini, 1822.
  • Annotazioni sopra la Cronica d’Eusebio pubblicata l’anno 1818 in Milano dai dottori Angelo Mai, e Giovanni Zohrab scritte l’anno appresso dal conte Giacomo Leopardi a un amico suo, Roma, de Romanis, 1823.
  • Canzoni del conte Giacomo Leopardi, Bologna, Nobili, 1824.
Primo grande libro di poesie di Giacomo dove si presenta in veste di poeta etico e civile. L’opera aduna 10 componimenti scritti tra il 1818/23 e sono in ordine cronologico:
All’Italia (1818)
Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze (1818)
Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica (con dedicatoria a Leonardo Trissino) (1820)
Nelle nozze della sorella Paolina (1821)
A un vincitore nel pallone (1821)
Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini alla morte (prosa, 1822)
Bruto minore (1821)
Alla primavera o delle favole antiche (1822)
Ultimo canto di Saffo (1822)
Inno ai patriarchi o dè principii del genere umano (1822)
Alla sua donna (1823)
  • Versi del conte Giacomo Leopardi, Bologna, Stamperia delle muse, 1826.
Pubblicato a proprie spese è la seconda e rilevante silloge poetica di Giacomo. Comprende tutti i testi approvati non inclusi nelle Canzoni del ’24:
Idilli

L’infinito. Idillio I (1819)
La sera del giorno festivo. Idillio II (1820)
La ricordanza. Idillio III (1819)
Il sogno. Idillio IV (1820)
Lo spavento notturno. Idillio V (1819)
La vita solitaria. Idillio VI (1821)
Elegie

Elegia I
Elegia II
Sonetti in persona di Ser Pecora Fiorentino Beccaio (1817)

Sonetto I
Sonetto II
Sonetto III
Sonetto IV
Sonetto V
Epistola

Epistola al Conte Carlo Pepoli (1826)
Guerra dei topi e delle rane (1825)

Canto I
Canto II
Canto III
Volgarizzazione della satira di Simonide sopra le donne (1823)
  • Rime di Francesco Petrarca colla interpretazione composta dal conte Giacomo Leopardi, 2 volumi, Milano, Stella, 1826.
  • Martirio de’ santi padri del monte Sinai e dell’eremo di Raitu composto da Ammonio monaco volgarizzamento fatto nel buon secolo della nostra lingua non mai stampato, Milano, Stella, 1826.
  • Operette morali del conte Giacomo Leopardi, Milano, Stella, 1827; Firenze, Piatti, 1834; Napoli, Starita, 1835.
  • Crestomazia italiana cioè scelta di luoghi insigni o per sentimento o per locuzione raccolti dagli scritti italiani in prosa di autori eccellenti d’ogni secolo per cura del conte Giacomo Leopardi, 2 volumi, Milano, Stella, 1827.
  • Discorso del conte Giacomo Leopardi in proposito di una orazione greca di Giorgio Gemisto Pletone e volgarizzamento della medesima, Milano, Stella, 1827.
  • Canti del conte Giacomo Leopardi, Firenze, Piatti, 1831; Firenze, Piatti, 1836.
Struttura tripartita con Canzoni, idilli e canti pisano-recanatesi. Si compone di 23 componimenti:
All’Italia (1818)
Sopra il monumento di Dante che si preparava in Firenze (1818)
Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica [con dedicatoria a Leonardo Trissino] (1820)
Nelle nozze della sorella Paolina (1821)
A un vincitore nel pallone (1821)
Bruto minore (1821)
Alla primavera o delle favole antiche (1822)
Inno ai patriarchi o de’ principii del genere umano (1822)
Ultimo canto di Saffo (1822)
Il primo amore [Elegia I B24] (1817)
L’infinito. Idillio I (1819)
La sera del giorno festivo. Idillio II (1820)

Copertina dello spartito della romanza A sé stesso, dalla lirica omonima, con musica di Francesco Paolo Frontini, ed.Ricordi, 1885

Alla luna [La ricordanza] (1819)
Il sogno (1820)
La vita solitaria (1821)
Alla sua donna (1823)
Al conte Carlo Pepoli (1826)
Il risorgimento (1828)
A Silvia (1828)
Le ricordanze (1829)
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia (1830)
La quiete dopo la tempesta (1829)
Il sabato del villaggio (1829)
  • Prose di Giacomo Leopardi, Napoli, Starita, 1835.
  • Paralipomeni della Batracomiomachia, Parigi, Libreria europea di Baudry, 1842.
  • Opere complete di Giacomo Leopardi, Firenze, Le Monnier, 1845-1849.
I, Opere di Giacomo Leopardi, Firenze, Le Monnier, 1845.
II, Opere di Giacomo Leopardi, Firenze, Le Monnier, 1845.
III, Studi filologici, Firenze, Le Monnier, 1845.
IV, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, Firenze, Le Monnier, 1846.
V, Epistolario di Giacomo Leopardi. Con le inscrizioni greche triopee da lui tradotte e le lettere di Pietro Giordani e Pietro Colletta all’autore, Firenze, Le Monnier, 1849.
VI, Epistolario di Giacomo Leopardi. Con le inscrizioni greche triopee da lui tradotte e le lettere di Pietro Giordani e Pietro Colletta all’autore, Firenze, Le Monnier, 1849.
  • Quattro lettere inedite di Giacomo Leopardi che servono di compimento alle sue opere, Roma, Natali, 1847.
  • I pensieri, Firenze, Le Monnier, 1874.
  • Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, 7 volumi, Firenze, Le Monnier, 1898-1900. (noto come Zibaldone di pensieri, 1817-1832)

Poesia e musica

  • A sé stesso, romanza, versi di Giacomo Leopardi, musica di Francesco Paolo Frontini, Milano, Edizioni Ricordi, 1885.
  • Coro di morti, versi di G. Leopardi (dal Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, Operette morali), musica di Goffredo Petrassi, per coro e strumenti, 1940-1941
  • Tre liriche di Goffredo Petrassi, per baritono e pianoforte, testi di Leopardi, Foscolo e Montale, 1944

Leopardi è citato anche in Canzone per Piero di Francesco Guccini e in Stai bene lì di Renato Zero; i suoi versi sono citati anche nei titoli di Canto notturno (di un pastore errante dell’aria) e Il cielo capovolto (ultimo canto di Saffo), entrambe di Roberto Vecchioni.

Cinema

  • Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere (1954) cortometraggio di Ermanno Olmi
  • Il giovane favoloso (2014) di Mario Martone. Leopardi è interpretato da Elio Germano.
Informazioni su diego80 (1978 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

Contatto: WebsiteFacebook

Rispondi

UA-76292238-1
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: