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21 giugno 1963 – Paolo Montini eletto Papa col nome di Paolo VI

Riviviamo il quindicinato di pontificato del pontefice bresciano, successore di papa Giovanni XXIII

Il conclave del 1963 venne convocato a seguito della morte di papa Giovanni XXIII, avvenuta in Vaticano il 3 giugno dello stesso anno. Si svolse nella Cappella Sistina dal 19 al 21 giugno, e, dopo sei scrutini, venne eletto papa il cardinale Giovan Battista Montini, arcivescovo di Milano, che assunse il nome di Paolo VI. L’elezione venne annunciata dal cardinale protodiacono Alfredo Ottaviani.

La sera del 19 giugno 1963 gli ottanta cardinali entrarono nel conclave più numeroso fino ad allora mai convocato. Per essere eletti erano necessari 54 voti, pari ai due terzi del numero dei componenti il Sacro Collegio. Il blocco dei cardinali conservatori, guidati da Ottaviani e Siri, oppose una strenua resistenza all’elezione di Montini, tanto che le due fazioni si affrontarono per tutto il conclave, impossibilitati a scendere a un compromesso.

Secondo la ricostruzione del vaticanista Giancarlo Zizola,[7] nelle prime due votazioni, la mattina del 20 giugno, Montini ottenne circa 30 voti; il candidato dei conservatori,Ildebrando Antoniutti, arrivò a circa 20, così come Giacomo Lercaro, candidato di rincalzo dell’ala progressista. Nella terza votazione, la prima del pomeriggio, i voti di Lercaro confluirono su Montini, che arrivò a 50, a soli 4 voti dalla maggioranza richiesta. Alcuni voti andarono anche al curiale Francesco Roberti.

Il partito conservatore, tuttavia, continuava a non essere intenzionato a far confluire su Montini i voti che gli mancavano per l’elezione e la fazione montiniana sapeva di essere arrivata al massimo delle proprie possibilità. Poiché, oltre Montini, non era stato proposto nessun altro candidato in maniera seria, restava da insistere su di lui o metterlo da parte per cercare un nuovo candidato, forse proprio il cardinale Roberti, che sembrava il solo a poter rivestire il ruolo di candidato di compromesso.

Durante la pausa fra la terza e la quarta votazione del 20 giugno il cardinale Gustavo Testa si alzò in piedi, si avvicinò ai cardinali Carlo Confalonieri e Alberto di Jorio e, con voce abbastanza forte affinché tutti sentissero, chiese loro di adoperarsi in modo che le logiche dei blocchi fossero superate, votando per Montini.[8] La reazione dei cardinali variò dallo stupore, alla solidarietà, allo sdegno.[9] Dopo la quarta e la quinta votazione, Montini aveva guadagnato qualche voto, ma non aveva ancora raggiunto la quota necessaria per la sua elezione.

La mattina successiva, 21 giugno, dopo tre giorni di conclave, Giovanni Battista Montini venne eletto papa al sesto scrutinio, con 57 voti, appena tre più del necessario e assunse il nome di Paolo VI. Un gruppo di 22 cardinali, fra cui Giuseppe Siri e Alfredo Ottaviani, mantenne fino all’ultimo il proprio rifiuto.

Nonostante tutto, l’elezione di Montini fu una delle più scontate del XX secolo, essendo stata prevista dalla maggior parte dei vaticanisti.

Il Conclave che seguì si concluse con l’elezione di Montini, che assunse il nome di Paolo VI, il 21 giugno 1963. L’incoronazione si svolse in piazza San Pietro la sera di domenica 30 giugno 1963.

Montini era visto generalmente come il più probabile successore di papa Giovanni XXIII per via dei suoi stretti legami coi due papi predecessori, per il suo background nell’attività pastorale e amministrativa, oltre che per la sua cultura e la sua determinazione.[18] Giovanni XXIII, che era giunto al Vaticano all’età di 76 anni, si era sentito sempre fuori posto negli ambienti professionali della Curia Romana del tempo; Montini al contrario conosceva bene i lavori interni all’amministrazione della curia stessa per il fatto stesso di avervi lavorato.

A differenza degli altri cardinali papabili come Giacomo Lercaro di Bologna o Giuseppe Siri di Genova, egli non veniva identificato né come una personalità di sinistra né come una personalità di destra, né tantomeno era visto come un riformatore radicale. Era percepito come la persona più adatta per continuare il Concilio Vaticano II i cui lavori erano già stati intrapresi sotto il breve pontificato di Giovanni XXIII.

Montini venne eletto papa al sesto ballottaggio del conclave, il 21 giugno, e scelse il nome di Paolo VI. Quando il decano del Collegio dei Cardinali Eugène Tisserant gli chiese se accettasse o meno la sua elezione, Montini disse “Accepto, in nomine Domini” (“Accetto, in nome del Signore”). Era questo l’epilogo di un travagliato conclave che aveva visto intervenire anche il cardinale Gustavo Testa, il quale perse la calma e chiese energicamente agli oppositori di Montini di non cercare più di contrastare la sua ormai imminente elezione.[19]

Quando la fumata bianca emerse dal camino della Cappella Sistina alle 11:22, il cardinale Alfredo Ottaviani, nel suo ruolo di Protodiacono, annunciò al pubblico l’elezione di Montini. Il nuovo papa apparve alla loggia centrale della Basilica di San Pietro, impartendo la tradizionale benedizione Urbi et Orbi.

Dopo la nomina comunicò subito la sua intenzione di concludere il Concilio Vaticano II seguendo quanto tracciato dal suo predecessore. Due giorni dopo la nomina ricevette la visita di John Fitzgerald Kennedy[20], il primo presidente cattolico degli Stati Uniti, che stava effettuando un giro delle capitali europee, tra cui la famosa visita a Berlino.

Pontificato

1963-1969

La tiara dell’incoronazione di Paolo VI, ora a Washington nella basilica della Immacolata Concezione

30 giugno 1963: il cardinale Alfredo Ottaviani incorona Sommo Pontefice Paolo VI

Davanti a una realtà sociale che tendeva sempre più a separarsi dalla spiritualità, che andava progressivamente secolarizzandosi, di fronte a un difficile rapporto Chiesa-mondo, Paolo VI seppe sempre mostrare con coerenza quali sono le vie della fede e dell’umanità attraverso le quali è possibile avviare una solidale collaborazione verso il bene comune. A tal proposito, significativo fu il suo impegno in ambito umanitario: a soli venti giorni dall’elezione al Soglio pontificio, diede avvio, con la collaborazione di Adele Pignatelli e, in seguito, della beata Luisa Guidotti Mistrali, alla missione dell’Associazione Femminile Medico-Missionaria (la cui fondazione era stata da lui stesso incoraggiata) a Chirundu, in Africa. Un anno prima si era recato personalmente sul posto per stabilire la costruzione di un ospedale missionario, il quale oggi porta il suo nome.

Non fu facile mantenere l’unità della Chiesa cattolica, mentre da una parte gli ultratradizionalisti lo attaccavano accusandolo di aperture eccessive, se non addirittura di modernismo, e dall’altra parte i settori ecclesiastici più vicini alle idee socialiste lo accusavano d’immobilismo.

Di grande rilievo fu la sua scelta di rinunciare, nel 1964, all’uso della tiara papale, mettendola in vendita per aiutare, con il ricavato, i più bisognosi. Il cardinale Francis Joseph Spellman, arcivescovo di New York, l’acquistò con una sottoscrizione che superò il milione di dollari, e da allora è conservata nella basilica dell’Immacolata Concezione di Washington. Eletto con un concilio in corso da portare a compimento, e con la non lieve eredità d’innovazione comunicativa instaurata dal suo predecessore, Paolo VI vestì la tiara con onerose difficoltà e responsabilità iniziali.

Uomo mite e riservato, dotato di vasta erudizione e, allo stesso tempo, profondamente legato a un’intensa vita spirituale, seppe proseguire il percorso innovativo iniziato daGiovanni XXIII, consentendo una riuscita prosecuzione del Concilio Vaticano II.

Paolo VI al Concilio Vaticano II

Il patriarca ortodosso Atenagora Iincontrò Paolo VI nel 1964. Il colloquio segnò un riavvicinamento tra il cristianesimo ortodosso e il cattolicesimo che portò alla Dichiarazione comune cattolico-ortodossa del 1965

Portò a compimento il Concilio Vaticano II, aperto dal suo predecessore, con grande capacità di mediazione, garantendo la solidità dottrinale cattolica in un periodo di rivolgimenti ideologici ed aprendo fortemente verso i temi del Terzo mondo e della pace. Da una parte appoggiò l'”aggiornamento” e la modernizzazione della Chiesa, ma dall’altra, come tenne a sottolineare, il 29 giugno 1978, in un bilancio a pochi giorni della morte, la sua azione pontificale aveva tenuto quali punti fermi la “tutela della fede” e la “difesa della vita umana”[5].

Particolarmente significativo fu il suo primo viaggio, in Terra santa nel gennaio 1964. Per la prima volta un pontefice viaggiava in aereo, e tornava nei luoghi della vita di Cristo. Durante il viaggio indossò la Croce pettorale di San Gregorio Magno, conservata nel Duomo di Monza. In occasione di questa visita abbracciò il patriarca ortodosso di Costantinopoli Atenagora I, recatosi anch’egli in Palestina appositamente per questo incontro. Il rapporto tra i due portò a un riavvicinamento tra le due chiese scismatiche, suggellato con la Dichiarazione comune cattolico-ortodossa del 1965.

Il 27 marzo 1965, Paolo VI, in presenza di mons. Angelo Dell’Acqua, lesse il contenuto di una busta sigillata, che in seguito rinviò all’Archivio del Sant’Uffizio con la decisione di non pubblicare il contenuto. In questa lettera era scritto il Terzo segreto di Fatima.

Blasonatura dello stemma
Coat of Arms of Pope Paul VI.svg

Di rosso, al monte di sei cime uscente dalla punta, sormontato da tre gigli disposti uno e due, il tutto d’argento

Durante tutto il suo pontificato, la tensione tra il primato papale e la collegialità episcopale rimase fonte di dissenso. Il 14 settembre1965, anche per effetto dei risultati conciliari, Paolo VI annunciò la convocazione del Sinodo dei Vescovi, escludendo però dall’ambito di questo nuovo organismo la trattazione di quei problemi riservati al papa, dei quali apprestò una ridefinizione.

Concluso il Concilio l’8 dicembre 1965, si aprì però un periodo difficilissimo per la Chiesa cattolica, che si trovò in un periodo storico e culturale di forte antagonismo tra i difensori di un cattolicesimo tradizionale che attaccavano gli innovatori accusandoli di diffusione di ideologie marxiste, laiciste e anticlericali. La stessa società civile era attraversata da forti scontri e contrasti politici e sociali, che sfoceranno nel sessantotto in quasi tutto il mondo occidentale.

Celebre la sua frase:”Aspettavamo la primavera, ed è venuta la tempesta”.

“Anello del Concilio”, 6 dicembre 1965: Paolo VI offre un anello aureo semplice ai Padri conciliari: Cristo, Pietro e Paolo sotto la Croce

Nel 1966, Paolo VI abolì, dopo quattro secoli, e non senza contestazioni da parte dei porporati più conservatori, l’indice dei libri proibiti. A Natale celebrò la Messa in una Firenze ferita dall’alluvione del 4 novembre, definendo il Crocifisso di Cimabue «la vittima più illustre». Nel 1967 annunciò l’istituzione della Giornata mondiale della pace, che si celebrò la prima volta il 1º gennaio 1968[21].

Il tema del celibato sacerdotale, sottratto al dibattito della quarta sessione del concilio, divenne oggetto di una sua specifica enciclica, la Sacerdotalis Caelibatus del 24 giugno 1967, nella quale papa Montini riconfermò quanto decretato in merito dal Concilio di Trento.

Molto più complesse furono le questioni del controllo delle nascite e della contraccezione, trattate nella Humanae Vitae del 25 luglio 1968, la sua ultima enciclica.

Il dibattito lacerante che si innestò nella società civile su queste posizioni, in un’epoca in cui il cattolicesimo vedeva sorgere fra i fedeli deidistinguo di laicismo, ha appannato la sua autorevolezza nei rapporti con il mondo laico. In tale frangente si guadagnò il nomignolo diPaolo Mesto. Tuttavia Paolo VI non mancò di smentire quelle posizioni che volevano attribuire al suo operato un tono dubbioso, amletico o malinconico, asserendo che:

« è contrario al genio del cattolicesimo, al regno di Dio, indugiare nel dubbio e nell’incertezza circa la dottrina della fede »

La notte di Natale del 1968 Paolo VI si recò a Taranto e celebrò la messa di mezzanotte nelle acciaierie dell’Italsider: fu la prima volta che la messa di Natale venne celebrata in un impianto industriale (evento documentato dal breve filmato di Franco Morabito intitolato L’acciaio di Natale[22]). Con questo gesto il pontefice volle rilanciare l’amicizia tra Chiesa e mondo del lavoro in tempi difficili.

Riforme al cerimoniale pontificio

Paolo VI fu il papa che più di ogni altro rimosse la maggior parte degli orpelli che contraddistinguevano lo splendore regale di cui negli anni si era rivestito il seggio di Pietro. Egli fu l’ultimo papa ad essere incoronato ufficialmente di fronte ai fedeli; il suo successore, Giovanni Paolo I sostituì l’incoronazione papale (che già Paolo VI aveva sostanzialmente modificato nel 1975 con la costituzione apostolica Romano Pontifici Eligendo) con l’inaugurazione del ministero petrino.

Nel 1968, col motu proprio Pontificalis Domus, abolì molte delle vecchie funzioni della nobiltà romana alla corte papale, ad eccezione dei ruoli dei principi assistenti al soglio pontificio. Abolì inoltre la Guardia Palatina e la Guardia Nobile, mantenendo la Guardia Svizzera quale solo ordine militare in Vaticano.

Completamento del Concilio Vaticano II

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Concilio Vaticano II.

Paolo VI sostenne l’attività del cardinaleAugustin Bea, noto ecumenista nel Concilio Vaticano II

Paolo VI decise di continuare il Concilio Vaticano II (il diritto canonico infatti prevedeva la sospensione dei lavori di un concilio in caso di morte del papa) e lo portò a compimento nel 1965. Confrontandosi con conflitti, interpretazioni e controversie, egli guidò personalmente i lavori e raggiunse diversi obbiettivi.

Orientamento ecumenico

Durante il Concilio Vaticano II, i padri conciliari e quanti seguirono le mosse del cardinale Augustin Bea, presidente del Segretariato per l’Unità dei Cristiani, ottennero sempre il pieno supporto di Paolo VI nel tentativo di assicurare che il linguaggio del Concilio apparisse amichevole e sensibile anche ad altre confessioni religiose cristiane anche se non cattoliche come i protestanti o gli ortodossi, che seguendo l’esempio di papa Giovanni XXIII invitò in rappresentanza ad ogni sessione. Bea venne inoltre direttamente coinvolto nel passaggio del Nostra aetate, che regolò le relazioni della chiesa con la religione ebraica.

Dialogo col mondo

Dopo la sua elezione a vescovo di Roma, Paolo VI si incontrò coi sacerdoti della sua nuova diocesi. Egli spiegò loro come a Milano egli avesse iniziato il dialogo col mondo moderno e chiese loro di prendere contatto con tutte le persone che avessero incontrato nella loro vita. Sei giorni dopo la sua elezione egli annunciò per questo scopo la riapertura del concilio, prevista già per il 29 settembre 1963. In un messaggio radio al mondo, Palo VI richiamò alcune delle virtù dei suoi predecessori, la forza di Pio XI, la saggezza e l’intelligenza di Pio XII nonché l’amore di Giovanni XXIII. Tra i suoi obbiettivi per dialogare col mondo pose anche la riforma del diritto canonico ed il miglioramento della pace sociale e della giustizia nel mondo. L’unità della cristianità fu uno dei suoi principali impegni come pontefice.

Le priorità di Paolo VI al Concilio

Con la riapertura del Concilio il 29 settembre 1963, Paolo VI evidenziò quattro priorità chiave per i padri conciliari:

  • Una migliore comprensione della Chiesa cattolica
  • Riforme della Chiesa
  • Avanzamento nell’unità della cristianità
  • Dialogo col mondo

Egli ricordò ai padri conciliari che solo alcuni anni prima papa Pio XII aveva emesso l’enciclica Mystici Corporis Christi sul corpo mistico di Cristo. Egli chiese dunque a loro non di ripetere o creare nuove definizioni dogmatiche, ma di spiegare in parole semplici come la chiesa vede sé stessa. Ringraziò pubblicamente i rappresentanti delle altre comunità della chiesa e chiese perdono per le divisioni che la chiesa cattolica aveva creato nei secoli. Sottolineò anche come molti vescovi orientali non potessero prendere parte ai lavori del Concilio non avendo ottenuto il permesso da parte dei loro governi.

La terza e la quarta sessione

L’apertura della seconda sessione del Concilio Vaticano II

Paolo VI aprì il terzo periodo del Concilio il 14 settembre 1964 con un discorso ai padri conciliari ribadendo l’importanza del testo finale del Concilio come linea guida della chiesa stessa. Quando il Concilio discusse del ruolo dei vescovi nel papato, Paolo VI inviò una Nota Praevia confermando il primato del papato sui vescovi, un passo che da alcuni venne giudicato come una interferenza nei lavori del Concilio. I vescovi americani fecero pressione per la libertà religiosa, ma Paolo VI ribadì queste condizioni per un perfetto ecumenismo. Il papa concluse la sessione il 21 novembre 1964, con il pronunciamento formale di Maria come Madre della Chiesa.

Tra la terza e la quarta sessione, il papa annunciò delle riforme imminenti nelle aree della curia romana, una revisione del diritto canonico, la regolamentazione dei matrimoni misti che coinvolgevano diverse fedi, il tema del controllo delle nascite. Aprì l’ultima fase del concilio concelebrando coi vescovi provenienti da quei paesi dove la chiesa era all’epoca ancora perseguitata. Il concilio venne concluso l’8 dicembre 1965, festa dell’Immacolata Concezione.

Durante l’ultima fase del Concilio, Paolo VI annunciò l’apertura dei processi di canonizzazione dei suoi due immediati predecessori, papa Pio XII e papa Giovanni XXIII.

Chiamata universale alla santità

Secondo Paolo VI, “il più importante e rappresentativo dei proponimenti del Concilio” era la chiamata universale alla santità:[23] “tutti i fedeli in Cristo di qualsiasi rango o status, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana ed alla perfezione della carità; con questo la santità è può essere promossa nella società della terra.” Questo insegnamento è tra l’altro uno dei cardini della Lumen Gentium, la costituzione dogmatica della chiesa, promulgata dallo stesso Paolo VI il 21 novembre 1964.

Le riforme della Chiesa

Paolo VI, sulla sedia gestatoria, al termine dell’ultima sessione delConcilio Vaticano II.

Seguendo il suo predecessoreSant’Ambrogio di Milano, papa Paolo VI nominò Maria quale Madre Universale della Chiesa durante il Concilio Vaticano II.

Sinodo dei vescovi

Il 14 settembre 1965, Paolo VI istituì il Sinodo dei Vescovi come istituzione permanente della chiesa e corpo consigliante del pontefice. Vennero tenuti subito diversi incontri durante il suo pontificato, alcuni memorabili come ad esempio il Sinodo dei Vescovi per l’evangelizzazione del mondo moderno, iniziato il 9 settembre 1974.

Riforme della curia

Paolo VI conosceva bene la curia romana, avendovi lavorato dal 1922 al 1954. Egli decise dunque di condurre le proprie riforme “step by step” anziché di getto. Il 1º marzo 1968, promosse una regolamentazione della curia, processo già iniziato da Pio XII e continuato da Giovanni XXIII. Il 28 marzo, con la Pontificalis Domus, ed in altre costituzioni apostoliche negli anni successivi, rinnovò l’intera curia, riducendo la burocrazia, introducendo anche le prime rappresentanze non italiane al suo interno.[24]

Elezioni papali

Paolo VI rivoluzionò anche le elezioni papali e fu il primo a stabilire il limite di 80 anni per la partecipazione ad un conclave. Nell’Ecclesiae Sanctae, il suo motu proprio del 6 agosto 1966, invitò tutti i vescovi a considerare la possibilità del pensionamento dopo il compimento del settantacinquesimo anno di età.[25] Questa richiesta venne estesa anche a tutti i cardinali della chiesa cattolica il 21 novembre 1970. Con queste due stipulazioni, il papa si assicurò un continuo ricambio generazionale di vescovi e cardinali oltre ad una maggiore internazionalizzazione della curia romana alla luce di quanti erano costretti a ritirarsi per raggiunti limiti di età.

La messa di Paolo VI

La riforma della liturgia nel corso del XX secolo era stata uno dei punti cardini fortemente voluti già da Pio XII nella sua enciclica Mediator Dei. Durante il pontificato di Pio XII, il Vaticano allentò la presa sull’uso del latino nelle liturgie cattoliche, permettendo l’uso della lingua volgare nei battesimi, nei funerali ed in altri eventi. Nel 1951 e nel 1955, i riti pasquali furono sottoposti a revisione, reintroducendo il Triduo Pasquale. Il Concilio Vaticano II, non apportò modifiche al Messale Romano, ma nel documento Sacrosanctum Concilium richiese una rivisitazione generale. Dopo il Concilio Vaticano, nell’aprile del 1969, Paolo VI approvò una “nuova messa” promulgata nel 1970, come si disse negli Acta Apostolica Sedis come “un esperimento” dal momento che essa venne promossa per la prima volta in lingua locale, ponendo sommessamente “fuorilegge” la Messa Tridentina in latino. Lo spirito di questo cambiamento si riferiva proprio al primo punto chiave voluto dal pontefice come obiettivo del concilio, ovvero la maggiore comprensione della chiesa cattolica e dei suoi riti, partendo dall’uso della lingua che per essere comprensibile perfettamente doveva essere la più vicina possibile al popolo, decretando che questo non era un distanziarsi da Dio, ma anzi ravvicinarne il popolo all’altare.

A questo fece seguito l’introduzione di musica folcloristica e moderna all’interno delle celebrazioni liturgiche, fatto che in passato era stato fortemente avversato da Pio X. Nel 2007, papa Benedetto XVI ha chiarito che la messa tridentina nella versione approvata e revisionata da Giovanni XXIII nel 1962 e la Messa di Paolo VI del 1970 erano due forme dello stesso rito romano, il primo “giudiziariamente abrogato” ed oggi “forma straordinaria del Rito Romano”, mentre l’altro “ovviamente è la continuazione della forma normale – la cosiddetta “forma ordinaria” – della liturgia eucaristica”.[26]

1968: l’enciclica Humanae Vitae

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Humanae Vitae.

Una delle questioni più rilevanti, per la quale papa Montini stesso dichiarò di non aver mai sentito così pesanti gli oneri del suo alto ufficio, fu quella della contraccezione, con la quale si precludeva alla vita coniugale la finalità della procreazione.

Il Pontefice non poté mettere in disparte il problema, e per la sua gravità destinò al proprio personale giudizio, lo studio di tutte le implicazioni di tipo morale legate a tale argomento. Per avere un quadro completo, decise di avvalersi dell’ausilio di una Commissione di studio, istituita in precedenza da papa Giovanni XXIII, che egli ampliò.

La decisione sul da farsi era molto onerosa, soprattutto perché alcuni misero in dubbio la competenza della Chiesa su temi non strettamente legati alla dottrina religiosa. Tuttavia il Papa ribatté a queste critiche, che il Magistero ha facoltà d’intervento, oltre che sulla legge morale evangelica, anche su quella naturale: quindi la Chiesa doveva necessariamente prendere una posizione in merito.

Buona parte della Commissione di studio si mostrò a favore della “pillola cattolica” (come venne soprannominata), ma una parte di essa non condivise questa scelta, ritenendo che l’utilizzo degli anticoncezionali andasse a violare la legge morale, poiché, attraverso il loro impiego, la coppia scindeva la dimensione unitiva da quella procreativa. Paolo VI appoggiò questa posizione e, riconfermando quanto aveva già dichiarato papa Pio XI nell’enciclica Casti Connubii, decretò illecito per gli sposi cattolici l’utilizzo degli anticoncezionali di natura chimica o artificiale:

Paolo VI bacia un Gesù bambino durante la notte di Natale

« Richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la Chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita. […] In conformità con questi principi fondamentali della visione umana e cristiana sul matrimonio, dobbiamo ancora una volta dichiarare che è assolutamente da escludere, come via lecita per la regolazione delle nascite, l’interruzione diretta del processo generativo già iniziato, e soprattutto l’aborto diretto, anche se procurato per ragioni terapeutiche. È parimenti da condannare, come il magistero della Chiesa ha più volte dichiarato, la sterilizzazione diretta, sia perpetua che temporanea, tanto dell’uomo che della donna. È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione. »
(Paolo VI, Humanae vitae)

Ma nella stessa, nel paragrafo Paternità responsabile, si dice:

« In rapporto alle condizioni fisiche, economiche, psicologiche e sociali, la paternità responsabile si esercita, sia con la deliberazione ponderata e generosa di far crescere una famiglia numerosa, sia con la decisione, presa per gravi motivi e nel rispetto della legge morale, di evitare temporaneamente od anche a tempo indeterminato, una nuova nascita. Paternità responsabile comporta ancora e soprattutto un più profondo rapporto all’ordine morale chiamato oggettivo, stabilito da Dio e di cui la retta coscienza è vera interprete. »

Questa decisione di papa Montini ricevette molte critiche. Tuttavia, Paolo VI non ritrattò mai il contenuto dell’enciclica, motivando in questi termini a Jean Guitton le proprie ragioni:

« Noi portiamo il peso dell’umanità presente e futura. Bisogna pur comprendere che, se l’uomo accetta di dissociare nell’amore il piacere dalla procreazione (e certamente oggi lo si può dissociare facilmente), se dunque si può prendere a parte il piacere, come si prende una tazza di caffè, se la donna sistemando un apparecchio o prendendo “una medicina” diventa per l’uomo un oggetto, uno strumento, al di fuori della spontaneità, delle tenerezze e delle delicatezze dell’amore, allora non si comprende perché questo modo di procedere (consentito nel matrimonio) sia proibito fuori dal matrimonio. La Chiesa di Cristo, che noi rappresentiamo su questa terra, se cessasse di subordinare il piacere all’amore e l’amore alla procreazione, favorirebbe una snaturazione erotica dell’umanità, che avrebbe per legge soltanto il piacere. »
(J. Guitton, Paolo VI segreto)

I viaggi

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Viaggi di Paolo VI.

Stati visitati da Paolo VI

Paolo VI sul Monte Tabor nel 1964.

Paolo VI fu il primo papa a viaggiare in aereo: volò per raggiungere terre lontanissime, come nessuno dei suoi predecessori aveva ancora fatto; è stato il primo papa a visitare tutti i cinque continenti.
Questi i paesi esteri visitati durante il pontificato:

  • 4 – 6 gennaio 1964: Pellegrinaggio in Terra Santa, fu il primo papa a recarsi in pellegrinaggio in Palestina.
  • 2 – 5 dicembre 1964: Pellegrinaggio in India in occasione del XXXVIII Congresso Eucaristico Internazionale
  • 4 – 5 ottobre 1965: Visita alle Nazioni Unite di New York
  • 13 maggio 1967: Pellegrinaggio al Santuario di Nostra Signora di Fatima
  • 25 – 26 luglio 1967: Viaggio apostolico a Istanbul, Efeso e Smirne. In questa occasione avvenne lo storico incontro con il patriarca Atenagora I
  • 21 – 25 agosto 1968: Viaggio apostolico a Bogotá
  • 10 giugno 1969: Visita a Ginevra in occasione del 50º anniversario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro
  • 31 luglio – 2 agosto 1969: Pellegrinaggio in Uganda
  • 25 novembre – 5 dicembre 1970: Pellegrinaggio in Asia Orientale, Oceania e Australia

Questi, invece, i pellegrinaggi in Italia:

  • 8 settembre 1963: visita a Genzano di Roma, nel Lazio, presso la Collegiata della SS. Trinità.
  • 11 agosto 1964: Pellegrinaggio eucaristico a Orvieto nel VII centenario della bolla pontificia «Transiturus»
  • 24 ottobre 1964: Montecassino in occasione consacrazione della Chiesa dell’Archicenobio
  • 10 giugno 1965: Visita alla città di Pisa in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale
  • 1º settembre 1966: Visita a Fumone, Anagni e Ferentino
  • 11 settembre 1966: Visita a Carpineto Romano e Colleferro
  • 24 dicembre 1966: Visita a Firenze, devastata dall’alluvione del 4 novembre, con messa di Natale nella Basilica di Santa Maria del Fiore
  • 24-25 dicembre 1968: Viaggio a Taranto per santa messa di Natale nel centro siderurgico della città
  • 8 settembre 1971: Pellegrinaggio a Subiaco nella festa della Natività di Maria Ss.ma
  • 16 settembre 1972: Pellegrinaggio ad Udine per congresso eucaristico e soste a Venezia ed Aquileia
  • 24 dicembre 1972: Visita natalizia a Ponzano Romano e a Sant’Oreste per santa messa di Natale
  • 14 settembre 1974: Pellegrinaggio sulle tracce di San Tommaso d’Aquino con santa messa ad Aquino e santa messa all’Abbazia di Fossanova
  • 8 agosto 1976: Visita a Bolsena in occasione della chiusura del 41º Congresso eucaristico internazionale di Filadelfia (USA)
  • 17 settembre 1977: Pellegrinaggio a Pescara in occasione del XIX Congresso Eucaristico Nazionale

L’attentato

Il 27 novembre 1970, nel corso del viaggio nel Sud-est asiatico, appena atterrato all’aeroporto della capitale delle Filippine, il pontefice fu vittima di un attentato da parte del pittore boliviano Benjamin Mendoza che, munito di un kriss, lo ferì al costato. Ulteriori danni furono evitati grazie al provvidenziale intervento del segretario personale, Pasquale Macchi[27].

La maglietta insanguinata indossata dal Papa al momento dell’attentato è conservata in un reliquiario realizzato dalla scuola di arte sacra Beato Angelico di Milano[28] ed è stata esposta durante la cerimonia della sua beatificazione[29].

Nella cattedrale di Manila è conservata la Croce Astile (opera dello scultore Felice Mina) dono di Sua Santità in segno di riconoscimento.

1970-1978

Paolo VI in visita a Venezia nel 1972 con il patriarca Albino Luciani. Da notare la stola papale posta sulle spalle del patriarca da Paolo VI poco prima.

Il papa nel 1977

Il 16 settembre del 1972 Paolo VI fece una breve visita pastorale a Venezia durante la quale incontrò l’allora patriarca Albino Luciani e celebrò la Messa in piazza San Marco; al termine della celebrazione papa Montini si tolse la stola papale, la mostrò alla folla e successivamente la mise sulle spalle del patriarca Luciani davanti alla piazza, facendolo imbarazzare visibilmente. Il gesto del Pontefice, inteso da molti come “profetico”, non fu ripreso dalle telecamere, che avevano già chiuso il collegamento, ma fu documentato da numerose fotografie. Quell’anno celebrò la messa di Natale a Ponzano tra i minatori rispondendo ad un invito del parroco.

Il 24 dicembre 1974 Paolo VI inaugurò l’Anno santo del 1975. Durante la cerimonia di apertura della porta santa, in diretta televisiva con la regia di Zeffirelli, pesanti calcinacci si staccarono e caddero davanti al papa senza urtarlo.

Il 17 settembre 1977 Paolo VI si recò nella città di Pescara in occasione del Congresso Eucaristico Nazionale. Fu una delle sue ultime visite fuori dal territorio romano, ma rimase impressa nel ricordo dei presenti per un curioso avvenimento. In una intervista rilasciata in occasione del XXX anniversario di quell’evento, Mons. Antonio Iannucci, allora titolare dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne, così ricorda l’arrivo del Pontefice sul luogo previsto per le Celebrazioni Eucaristiche (la grande Rotonda in riva al mare):

« “Appena Pietro salì sulla barca il vento cessò” – racconta il Vangelo – e così avvenne anche a Pescara. Fino a qualche istante prima il cielo era piovoso, ma con l’arrivo del Papa alla Rotonda la pioggia cessò e apparve un meraviglioso arcobaleno. »

Il giornalista Giuseppe Montebello racconta l’accaduto con maggiore dovizia di particolari:

« Il Papa arrivò a Pescara sotto una pioggia battente, ma al Pontefice non mancò l’entusiasmo, l’esultanza e la commozione della gente. Alla Rotonda, poi, ci fu un’autentica esplosione di devozione e di affetto al Vicario di Cristo. Indossati i paramenti per la celebrazione della Messa, mentre il Papa stava per salire sull’altare, la pioggia cessò di cadere e, dietro il palco, gremito di autorità, cardinali, vescovi e sacerdoti, sbucò, nel mezzo del Mare Adriatico, uno stupendo arcobaleno nel cielo, all’improvviso, diventato azzurro! »

Paolo VI all’uscita dall’udienza generale del 29 giugno 1978, un mese prima della morte

Paolo VI legge il suo discorso in occasione del rito funebre in memoria di Aldo Moro

Durante il Sequestro Moro, il 16 aprile 1978 Paolo VI implorò personalmente e pubblicamente, con una lettera diffusa su tutti i quotidiani nazionali il 21 aprile, la liberazione “senza condizioni” dello statista e caro amico Aldo Moro, rapito dagli “uomini delle Brigate Rosse” alcune settimane prima.

Ma a nulla valsero le sue parole: il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato il 9 maggio 1978, nel bagagliaio di una Renault color amaranto, in Via Caetani a Roma, a pochi metri dalle sedi dellaDemocrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.

La salma di Moro fu portata dalla famiglia a Torrita Tiberina per un funerale riservatissimo; ma il 13 maggio, nella Basilica di San Giovanni in Laterano, alla presenza di tutte le autorità politiche, si celebrò un rito funebre in suffragio dell’onorevole, al quale prese parte anche il Pontefice. Ci fu chi eccepì, soprattutto nella Curia, che non rientra nella tradizione che un papa partecipi a una messa esequiale, soprattutto se di un uomo politico (si cita, a proposito, il caso di Alessandro VI che non partecipò nemmeno ai funerali del figlio Giovanni), ma Paolo VI non mostrò interesse verso queste critiche. Il Papa, provato dall’evento, recitò un’omelia ritenuta da alcuni una delle più alte nell’omiletica della Chiesa moderna[30]. Questa omelia inizia con un sommesso rimprovero a Dio ma prosegue affidandosi nuovamente alla misericordia del Padre:

« Ed ora le nostre labbra, chiuse come da un enorme ostacolo, simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi per esprimere il “De profundis“, il grido, il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce. Signore, ascoltaci! E chi può ascoltare il nostro lamento, se non ancora Tu, o Dio della vita e della morte? Tu non hai esaudito la nostra supplica per la incolumità di Aldo Moro, di questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico; ma Tu, o Signore, non hai abbandonato il suo spirito immortale, segnato dalla fede nel Cristo, che è la risurrezione e la vita. Per lui, per lui. Signore, ascoltaci! »

La salma di papa Paolo VI

La tomba di Paolo VI, situata nelle Grotte Vaticane prima della beatificazione

La nuova tomba di Paolo VI nelle Grotte Vaticane

Il suo stato di salute si deteriorò da allora progressivamente e tre mesi dopo, il 6 agosto 1978, alle 21:40, si spense nella residenza di Castel Gandolfo a causa di un edema polmonare. Lasciò un testamento, scritto il 30 giugno 1965, salvo due successive lievi aggiunte. Fu reso noto all’indomani della morte, l’11 agosto. In esso egli confida le sue paure, la sua esperienza di vita, le sue debolezze, ma anche le proprie gioie per una vita donata al servizio di Cristo e della Chiesa.

« Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara. […] Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? […] E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore […] ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore »
(Paolo VI, Testamento)

Chiese un funerale sobrio, senza riti particolari. Lasciò scritto, infatti, circa i suoi funerali:

« […] siano pii e semplici […] La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me. »
(Paolo VI, Testamento)

La sua bara fu semplicissima, senza decori, di legno chiaro, deposta a terra sul sagrato di Piazza San Pietro; sopra di essa, un Vangelo aperto e sfogliato dal vento. Fu la prima volta che un funerale di un Pontefice si svolse con un rito così sobrio. Sarà lo stesso per i suoi due successori, i quali non mancheranno di richiamarsi a Paolo VI e citarlo come loro guida spirituale nell’esercizio dell’attività pontificale.

Un papa riservato

Paolo VI sorridente.

In confronto al predecessore Giovanni XXIII, che aveva goduto d’una popolarità d’ampiezza internazionale, Paolo VI ebbe un’immagine pubblica diversa: apparve spesso come un pontefice più distaccato. Se Giovanni XXIII sembrò in molte situazioni gioviale e spontaneo, papa Montini si dimostrò alla pubblica opinione dignitoso e riflessivo, e poté a volte apparire austero e controllato.

Schiacciato tra i grandi pontefici delle masse come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, Paolo VI si distinse per il suo comportamento pacato e signorile, e fu più preoccupato, forse, della riflessione, della formazione e del dialogo culturale (in senso largo) che dei gesti semplificati e d’effetto imposti o suggeriti (a quel tempo, peraltro, meno d’oggi) dalla società di massa.

Ad ogni modo, egli si dovette occupare di attuare e ampliare le innovazioni cominciate da papa Roncalli, e in ciò incontrò gravi difficoltà. Pesò in questo, oltre all’indole stessa del papa, anche la sua intrinseca tendenza alla moderazione e al dialogo, se non all’equidistanza, che inevitabilmente lo portò a esser poco accetto, talvolta, alle diverse tendenze culturali, politiche e teologiche.

Papa Montini aveva appreso dai suoi studi diplomatici l’attitudine alla mediazione, all’attesa della fisiologica sedimentazione delle emergenze; egli sembrò a qualcuno un valente temporeggiatore, secondo un’antica tradizione curiale. Non di rado la sua figura apparve alle opposte fazioni viziata da una sorta di timore della conflittualità e racchiusa in un’altèra rarefazione, che sfuggiva lo scontro frontale, da molti ritenuto inevitabile, con le opposizioni: opposizioni che, su fronti distinti, presentavano riserve fra loro antagoniste, e nessuna di poco conto.

Da una parte vi erano gli ambienti dell’estremismo liberale, contrari alla dottrina tradizionale riaffermata da Paolo VI fra l’altro sul controllo delle nascite e in genere in materia morale, sul celibato sacerdotale, sull’eucaristia; dall’altra i conservatori e i tradizionalisti, della cui corrente estrema fu esponente di punta monsignor Marcel Lefebvre, che rimproverava al papa di tradire secoli d’insegnamento cristiano, affossando non solo la Messa tridentina ma l’intera Tradizione della Chiesa.

Testimonianze di coloro che lo conobbero più da vicino lo descrissero peraltro come un uomo colto e brillante, profondamente spirituale, umile e riservato, un uomo di “cortesia infinita”, fedele alle amicizie, di grande e ricca umanità. Intellettuale raffinato, diplomatico e politico avvezzo all’equilibrio e al dialogo paziente, aristocratico di vecchia scuola italiana ed europea, uomo dalla spiritualità tormentata e sottile, papa Montini non poteva, forse, esser pienamente apprezzato nel clima, d’estrema semplificazione e saturo d’emotività, della società e cultura di massa.

Concistori

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Concistori di Papa Paolo VI.

Principali incontri e udienze

Paolo VI con John Fitzgerald Kennedy nel 1963

Paolo VI con Lyndon B. Johnson nel1967

Paolo VI con Richard Nixon nel 1969

Furono numerose le personalità del mondo civile, politico e religioso che Paolo VI incontrò durante il suo pontificato. Fra questi:

  • Nel 1963 il Presidente degli Stati Uniti John Kennedy e il segretario generale delle Nazioni Unite U Thant;
  • Nel 1964 il patriarca ortodosso di Costantinopoli Atenagora (storico incontro dopo quattordici secoli di incomunicabilità) e re Hussein di Giordania. Lo stesso anno in un incontro privato riceve Martin Luther King.
  • Nel 1966 Michael Ramsey, arcivescovo di Canterbury, incontrato pochi mesi dalla fine del concilio.
  • Nel 1967 il presidente USA Lyndon Johnson e il presidente francese Charles de Gaulle
  • Nel 1969 il Colonnello Frank Borman, comandante della nave spaziale Apollo VIII. In questa occasione Borman donò a Paolo VI la medaglia di Sua Santità Giovanni XXIII (opera dello scultore Felice Mina) portata in orbita attorno alla Luna (dal 21 al 27 dicembre 1968), ora conservata nei Musei Vaticani.
  • Nel 1969 il presidente USA Richard Nixon
  • Nel 1971 il presidente della Jugoslavia Tito
  • Nel 1973 il presidente del Vietnam Nguyễn Văn Thiệu, la premier di Israele Golda Meir e il 30 settembre il Dalai Lama
  • Nel 1975 il presidente USA Gerald Ford
  • Nel 1977 il capo di Stato ungherese Janos Kadar, il segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Waldheim e il segretario del partito comunista polacco Edward Gierek.

Riforme e innovazioni

Fra le riforme e le innovazioni apportate da Paolo VI nelle strutture e nella vita della Chiesa si possono ricordare l’istituzione dei seguenti organismi:

  • nel 1964 della Pontificia Commissione per le comunicazioni sociali e del Segretariato per i non cristiani;
  • nel 1965 del Segretariato per i non credenti e del Sinodo dei vescovi;
  • nel 1967 del Pontificio consiglio per i laici, della Pontificia Commissione “Iustitia et Pax” e della Prefettura della Casa Pontificia;
  • nel 1969 della Commissione teologica internazionale;
  • nel 1971 del Pontificio Consiglio “Cor Unum”.

Come già ricordato, a Paolo VI si deve anche la riforma del Sant’Uffizio, che nel 1965 prese il nome di Congregazione per la dottrina della fede, e, nel 1967, l’istituzione dellaGiornata mondiale della pace[21].

Poco prima del centenario della fine del potere temporale, sciolse tutti i rimanenti corpi armati pontifici, lasciando in attività solamente la Guardia svizzera.

Paolo VI nel ricordo dei suoi successori

Paolo VI impone la berretta cardinalizia ad Albino Luciani

Paolo VI impone la berretta cardinalizia a Karol Wojtyła

Paolo VI consegna l’anello cardinalizio a Joseph Ratzinger

I tre successori di Paolo VI furono da lui stesso elevati al rango cardinalizio: Albino Luciani (5 marzo 1973), Karol Wojtyła (26 giugno 1967) e Joseph Ratzinger (27 giugno 1977)[31].

Con queste parole hanno ricordato l’illustre predecessore:

« Un mese giusto fa, a Castel Gandolfo, moriva Paolo VI, un grande Pontefice, che ha reso alla Chiesa, in 15 anni, servizi enormi. Gli effetti si vedono in parte già adesso, ma io credo che si vedranno specialmente nel futuro. Ogni mercoledì, Egli veniva qui e parlava alla gente. Nel Sinodo 1977 parecchi vescovi hanno detto: “i discorsi di papa Paolo del mercoledì sono una vera catechesi adatta al mondo moderno”. Io cercherò di imitarlo, nella speranza di poter anch’io, in qualche maniera, aiutare la gente a diventare più buona. »
(Giovanni Paolo I, Udienza generale, 6 settembre 1978)
« Tutta la vita di Paolo VI fu piena di una adorazione e venerazione verso l’infinito mistero di Dio. Proprio così vediamo la sua figura nella luce di tutto ciò che ha fatto ed insegnato; e la vediamo sempre meglio, a misura che il tempo ci allontana dalla sua vita terrestre e dal suo ministero. »
(Giovanni Paolo II, Angelus 3 agosto 1980)
« Tutta la vita di questo “servo dei servi di Dio” fu un pellegrinaggio; un’aspirazione, nella fede, a ciò che è infinito e invisibile: a Dio, che è invisibile e che si è rivelato a noi in Gesù Cristo, Suo Figlio. Fu un’aspirazione alla eternità. Paolo VI seguì la chiamata di Cristo; camminò per la via della fede indicatagli da Lui e su questa via guidò gli altri […]. In questa aspirazione spirituale, vigilò con la vigilanza di un servo fedele. Tutta la sua vita ha dato testimonianza di questa aspirazione e di questa vigilanza. »
(Giovanni Paolo II, Angelus, 10 agosto 1980)
« Ora, cari amici, vi invito a fare insieme con me memoria devota e filiale del Servo di Dio, il Papa Paolo VI, di cui, fra tre giorni, commemoreremo il XXX anniversario della morte. Era infatti la sera del 6 agosto 1978 quando egli rese lo spirito a Dio; la sera della festa della Trasfigurazione di Gesù, mistero di luce divina che sempre esercitò un fascino singolare sul suo animo.Quale supremo Pastore della Chiesa, Paolo VI guidò il popolo di Dio alla contemplazione del volto di Cristo, Redentore dell’uomo e Signore della storia. E proprio l’amorevole orientamento della mente e del cuore verso Cristo fu uno dei cardini del Concilio Vaticano II, un atteggiamento fondamentale che il venerato mio predecessore Giovanni Paolo II ereditò e rilanciò nel grande Giubileo del 2000.

Al centro di tutto, sempre Cristo: al centro delle Sacre Scritture e della Tradizione, nel cuore della Chiesa, del mondo e dell’intero universo. La Divina Provvidenza chiamò Giovanni Battista Montini dalla Cattedra di Milano a quella di Roma nel momento più delicato del Concilio, quando l’intuizione del beato Giovanni XXIII rischiava di non prendere forma.

Come non ringraziare il Signore per la sua feconda e coraggiosa azione pastorale? Man mano che il nostro sguardo sul passato si fa più largo e consapevole, appare sempre più grande, direi quasi sovrumano, il merito di Paolo VI nel presiedere l’Assise conciliare, nel condurla felicemente a termine e nel governare la movimentata fase del post-Concilio.

Potremmo veramente dire, con l’apostolo Paolo, che la grazia di Dio in lui “non è stata vana” (cfr 1 Cor 15,10): ha valorizzato le sue spiccate doti di intelligenza e il suo amore appassionato alla Chiesa ed all’uomo. Mentre rendiamo grazie a Dio per il dono di questo grande Papa, ci impegniamo a far tesoro dei suoi insegnamenti. »

(Benedetto XVI, Angelus, 3 agosto 2008, in occasione del trentennale delle scomparsa di Papa Montini)

Beatificazione

Statua di Paolo VI nel chiostro del Santuario bresciano delle Grazie, dove don Battista celebrò la sua prima messa il 30 maggio 1920

Facciata del Santuario di Santa Maria delle Grazie a Brescia

Per volere di papa Giovanni Paolo II, l’11 maggio 1993 il cardinale Camillo Ruini, al tempo vicario per la Città di Roma, aprì il processo diocesano per la causa di beatificazione di Paolo VI.

Il 10 dicembre 2012 la consulta della Congregazione per le Cause dei Santi espresse formalmente il suo parere favorevole. Il 20 dicembre 2012 papa Benedetto XVI, ricevendo in udienza privata il cardinaleAngelo Amato, S.D.B., prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, autorizzò la medesima congregazione a promulgare il decreto riguardante le sue virtù eroiche, e quindi Paolo VI assunse il titolo di Venerabile[32][33].

Successivamente furono vagliate alcune guarigioni attribuite all’intercessione di Papa Montini, per giungere al riconoscimento del miracolo che gli avrebbe consentito di essere proclamato Beato. La sede diocesana della causa di beatificazione era presso il Santuario di Santa Maria delle Grazie a Brescia[34]. Come postulatore e referente fu scelto padre Antonio Marrazzo[35].

Il 6 maggio 2014 fu diffusa la notizia della sua imminente beatificazione, essendogli stato attribuito il miracolo della guarigione, scientificamente inspiegabile, di un bambino che avrebbe dovuto nascere con dei problemi fisici[36]. Fu beatificato il 19 ottobre 2014 da papa Francesco in una celebrazione, tenutasi in piazza San Pietro, a conclusione del Sinodo dei vescovi straordinario sulla famiglia[1].

Opere di Paolo VI

Documenti ed Encicliche

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Documenti di Paolo VI.

Arazzo di Paolo VI esposto sulla facciata della Basilica di San Pietro in occasione della beatificazione

Durante il suo pontificato si ricordano sette encicliche

  • Ecclesiam Suam (6 agosto 1964), sul dialogo all’interno della Chiesa e della Chiesa con il mondo;
  • Mense Maio (29 aprile 1965), che invita a pregare la Madonna per il felice esito del Concilio e per la pace nel mondo;
  • Mysterium Fidei (3 settembre 1965), sull’Eucaristia;
  • Christi Matri (15 settembre 1966), con la quale Paolo VI chiede preghiere alla Madonna per la pace nel mondo;
  • Populorum Progressio (26 marzo 1967), sullo sviluppo dei popoli;
  • Sacerdotalis Caelibatus (24 giugno 1967), sul celibato sacerdotale;
  • Humanae Vitae (25 luglio 1968), sul matrimonio e sulla regolazione delle nascite.

Di tutte le encicliche, la Populorum Progressio fu certamente quella più celebre e che riscosse le maggiori approvazioni. Per la prima volta dalla Rerum novarum di Leone XIII (1891) un pontefice riaffrontava in modo specifico, quasi analitico, i problemi di una società mai, come in questi anni, in rapida trasformazione. Celebri i passi:

« È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario. »
(Paolo VI, Enciclica Populorum Progressio, § 23)
« I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale davanti a questo grido di angoscia. »
(Paolo VI, Enciclica Populorum Progressio, § 37)

In alcuni ambienti tradizionalisti questo documento venne tacciato di essere vicino ad una dottrina sociale troppo clemente verso la sinistra e il suo pensiero. All’indomani di quest’enciclica, il quotidiano del MSI il Secolo d’Italia titolò in tono polemico: “Avanti Populorum!”. In pratica, si ripeté la critica avanzata a Giovanni XXIII con l’enciclica Pacem in Terris, (ribattezzata sempre negli stessi ambienti “Falcem in terris”). Le due encicliche vennero studiate dai due Pontefici con gli stessi collaboratori.

Altri documenti

Assai numerose sono anche le lettere apostoliche, le esortazioni e le costituzioni.
Fra le altre ricordiamo:

  • la lettera apostolica Octogesima adveniens (14 maggio 1971) per l’80º dell’enciclica di Leone XIII Rerum Novarum;
  • le esortazioni apostoliche Marialis cultus (2 febbraio 1974) sul culto alla Madonna; Gaudete in Domino (9 maggio, 1975), sul tema della gioia cristiana; ed Evangelii nuntiandi(8 dicembre 1975), che tratta la questione della corretta concezione di liberazione e salvezza.

Centro Internazionale di Studi dell’Istituto Paolo VI

Subito dopo la sua scomparsa per conservare il ricordo della personalità di Paolo VI l’Opera per l’Educazione Cristiana di Brescia avanzò la proposta di fondare una specifica istituzione, al fine di promuovere lo studio scientifico e storico della figura di papa Montini: per delibera del vescovo di Brescia e con riconoscimento giuridico del Presidente della Repubblica, nacque nel 1978 l’Istituto internazionale di studi e documentazione Paolo VI.

Giovanni Paolo II, ricevendo in udienza i Comitati dell’Istituto il 26 maggio 1980, li esortò a studiare e approfondire la conoscenza del pensiero e della vita di Paolo VI, asserendo che:

« la sua eredità spirituale continua ad arricchire la Chiesa e può alimentare le coscienze degli uomini d’oggi tanto bisognose di “parole di vita eterna”. »

Questo importante centro è al giorno d’oggi la sede principale, a livello mondiale, per lo studio della vita, degli anni e delle opere di Paolo VI, con una biblioteca specializzata (in costante aggiornamento) e un vastissimo archivio di autografi paolini editi e inediti, donati in maggior parte da mons. Pasquale Macchi, ex segretario personale di Paolo VI e suo esecutore testamentario[37].

Inoltre l’Istituto promuove colloqui e giornate di studio e cura la traduzione delle opere montiniane in diverse lingue. Nel 2009 l’Istituto ha trasferito la propria sede da Brescia a Concesio. Dopo la scomparsa di Giuseppe Camadini, attuale Presidente dell’Istituto è don Angelo Maffeis[38]. La casa editrice ufficiale dell’Istituto è la romana Studium.

Informazioni su diego80 (1908 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
Contatto: WebsiteFacebook

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