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10 luglio 1976 – Il disastro ambientale di Seveso

40 anni fa il più grave disastro ambientale in Italia: cause, conseguenze e sentenze.

 

Disastro di Seveso è il nome con cui si ricorda l’incidente, avvenuto il 10 luglio 1976 nell’azienda ICMESA di Meda, che causò la fuoriuscita e la dispersione di una nube della diossina TCDD, una sostanza chimica fra le più tossiche. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso. Il disastro ebbe notevole risonanza pubblica e a livello europeo porta alla creazione della direttiva 82/501/CEE nota anche come direttiva Seveso. Fu la prima volta che la diossina uscì da una fabbrica e andò a colpire la popolazione e l’ambiente circostante. Secondo una classifica del 2010 della rivista Time l’incidente è all’ottavo posto tra i peggiori disastri ambientali della storia.[1] Il sito americano CBS ha inserito il disastro tra le 12 peggiori catastrofi ambientali di sempre.[1]

Bosco delle Querce - Ingresso.jpg

Il Bosco delle Querce, costruito all’indomani del disastro

Storia

Verso le 12:37 di sabato 10 luglio 1976, nello stabilimento della società ICMESA sito nel territorio del comune di Meda, al confine con quello di Seveso, il sistema di controllo di un reattore chimico destinato alla produzione di triclorofenolo, un componente di diversi diserbanti, andò in avaria e la temperatura salì oltre i limiti previsti. La causa prima fu probabilmente l’arresto volontario della lavorazione senza che fosse azionato il raffreddamento della massa, e quindi senza contrastare l’esotermicità della reazione, aggravato dal fatto che nel processo di produzione l’acidificazione del prodotto veniva fatta dopo la distillazione, e non prima.

L’esplosione del reattore venne evitata dall’apertura delle valvole di sicurezza, ma l’alta temperatura raggiunta aveva causato una modifica della reazione che comportò una massiccia formazione di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), sostanza comunemente nota come diossina, una delle sostanze chimiche più tossiche. La TCDD fuoriuscì nell’aria in quantità non definita e venne trasportata dal vento verso sud-est[2]. Si formò quindi una nube tossica, che colpì i comuni di Meda, Seveso, Cesano Maderno e Desio. Il comune maggiormente colpito fu Seveso, in quanto situato immediatamente a sud della fabbrica.

Le prime avvisaglie furono un odore acre e infiammazioni agli occhi. Solo dopo sette giorni la notizia apparve sui giornali.[3][4] Il territorio di Seveso a ridosso dell’Icmesa fu suddiviso in tre zone a decrescente livello di contaminazione sulla base delle concentrazioni di TCDD nel suolo: zona A (suddivisa in 7 sotto-zone), B, e R. Le abitazioni comprese nella zona A, la più colpita, furono demolite nelle sotto-zone A1-A5. Non vi furono morti, ma 676 sfollati tra il 26 luglio e il 2 agosto, che vennero provvisoriamente collocati in due hotel nel milanese, uno a Bruzzano e uno ad Assago. La maggior parte di loro sarebbero rientrati nelle loro case bonificate tra ottobre e dicembre 1977, mentre 41 famiglie non poterono tornare perché le loro case vennero distrutte. Sarebbero state ricostruite negli anni seguenti.[5] Inoltre circa 240 persone vennero colpite da cloracne, una dermatosiprovocata dall’esposizione al cloro e ai suoi derivati, che crea lesioni e cisti sebacee. Quanto agli effetti sulla salute generale, essi sono ancora oggi oggetto di studi. I vegetali investiti dalla nube si disseccarono e morirono a causa dell’alto potere diserbante della diossina, mentre migliaia di animali contaminati dovettero essere abbattuti. La popolazione dei comuni colpiti venne però informata della gravità dell’evento solamente otto giorni dopo la fuoriuscita della nube. Nell’area più inquinata (Zona A), il terreno fu depositato in vasche. Fu apportato un nuovo terreno proveniente da zone non inquinate ed effettuato un rimboschimento, che ha dato origine al Parco naturale Bosco delle Querce.

Responsabilità civile e penale

All’indomani del disastro fu aperto un processo giudiziario intentato dalla Regione Lombardia contro l’ICMESA sia una procedimento penale che una causa civile, avviato dalla Procura della repubblica di Monza.[6]
Il 25 marzo 1980, dopo una trattativa iniziata da oltre un anno, dal presidente della Regione, Cesare Golfari, il sottosegretario agli interni Bruno Kessler e il nuovo presidente della Giunta Regionale Giuseppe Guzzetti raggiunsero un accordo con il presidente del Consiglio d’amministrazione della Givaudan Jean Jacques de Puryi, per far sì che la società pagasse la somma di Lire 103 miliardi e 634 milioni per il “disastro di Seveso”.[6] La transazione trattava un rimborso di 7 miliardi e mezzo allo Stato Italiano e 40 miliardi e mezzo alla Regione Lombardia per le spese di bonifica, mentre 47 miliardi furono destinati ai programmi di bonifica e 23 miliardi destinati alla sperimentazione. Fu deciso di costituire una Fondazione per ricerche ecologiche, oggi Fondazione Lombardia per l’Ambiente, a cui la Givaudan partecipò con mezzo miliardo. La transazione escludeva i danni imprevedibili successivi. L’accordo di risolvere i processi per via bonaria, favorì la Givaudan evitandole i procedimenti giudiziari che furono annullati.

I danni subiti dai privati furono liquidati dalla multinazionale tramite il proprio ufficio di Milano. Nel giro di tre anni de Puryi, liquidò oltre 7000 pratiche con pagamenti effettuati direttamente ai privati e con una spesa complessiva di circa 200 miliardi di lire.

La decontaminazione

Il primo strato di terreno venne rimosso. La zona A venne presidiata dalle forze dell’ordine per impedire a chiunque di entrarvi. La zona B, contaminata in minor misura, e la zona R, ovvero zona di rispetto, vennero tenute sotto controllo e vi fu imposto il divieto di coltivazione e di allevamento.

Successivamente, vennero create due enormi vasche di contenimento, costantemente monitorate, nelle quali venne riposto tutto ciò che era presente nella zona A, il terreno rimosso e anche i macchinari utilizzati per la demolizione e gli scavi. Al di sopra di queste due vasche poi sorse il Parco naturale Bosco delle Querce, tuttora aperto alla popolazione. Oggi le due vasche (quella medese da 60000 metri cubi e quella sevesina da 200000 metri cubi) sono ancora monitorate, per evitare il rischio di una nuova contaminazione.

Le conseguenze

Ricerche effettuate verso la fine degli anni novanta sulla popolazione femminile hanno mostrato, a venti anni di distanza, una relazione tra esposizione alla TCDD in periodo prepuberale e alcuni disturbi.
Uno studio pubblicato nel 2008 ha evidenziato come ancora a 33 anni di distanza dal disastro gli effetti, misurati su un campione statisticamente ampio di popolazione[7] siano elevati. Nello studio, in sintesi, la probabilità di avere alterazioni neonatali ormonali conseguenti alla residenza in zona A delle madri è 6,6 volte maggiore che nel gruppo di controllo. Le alterazioni ormonali vertono sul TSH, la cui alterazione, largamente studiata in epidemiologia ambientale, è causa di difetti fisici ed intellettuali durante lo sviluppo[8].

Secondo studi pubblicati nel 1996[9] e nel 2000[10] sulla prestigiosa rivista “The Lancet” è stata rilevato un aumento delle nascite di femmine rispetti ai maschi. E questo accade solo se si considera l’uomo esposto a diossina e la donna non esposta. Se invece è la donna ad essere esposta e l’uomo non lo è, il rapporto maschi-femmine nella prole è normale.

L’ipotesi dell’aumento di tumori riscontrati nella zona è invece controversa. All’epoca del disastro, molti scienziati avevano sollevato la possibilità di un considerevole aumento dei casi tumorali nell’area, ma ricerche scientifiche hanno evidenziato invece che il numero di morti per tumore si sia mantenuto relativamente nella media della Brianza; i risultati di tali ricerche sono però contestati da alcuni comitati civici[senza fonte]. Il monitoraggio iniziato nel 1984 dal prof. Pier Alberto Bertazzi (Università degli Studi di Milano) ha messo in luce che un effetto c’è stato ma è stato modesto. Nelle zone più inquinate (A e B) ci sono stati in trent’anni 18 casi in più rispetto alla media dei Comuni limitrofi (dati 2006 confermati nel trend da quelli del 2016). Si tratta in gran parte di mielomi e leucemie.[5]

Seveso e la legislazione sull’aborto

Quando successe l’incidente le conoscenze sulla diossina in Italia erano quasi nulle. Come ha raccontato il prof. Paolo Mocarelli dell’Ospedale di Desio, «Le fotocopie dei pochi lavori sulla diossina sono arrivate dalla National Academy of Sciences per via aerea».[5] Si seppe così che la diossina aveva effetti tossici sugli animali, ma con reazioni molto diverse tra le specie e nei periodi dello sviluppo. In alcuni casi aveva dato effetti teratogeni, ossia in grado di alterare il normale sviluppo del feto[5]. Nonostante all’epoca del disastro in Italia l’aborto fosse vietato, fatte salve alcune deroghe concesse dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 27 del 1975, nelle quali non rientrava comunque il caso delle ipotetiche malformazioni ai feti, il 7 agosto 1976 i due esponenti democristiani, l’allora Ministro della sanità Luciano Dal Falco e quello della giustizia Francesco Paolo Bonifacio, ottenuto il consenso del Presidente del consiglio Giulio Andreotti, autorizzarono aborti terapeutici per le donne della zona che ne avessero fatto richiesta. Aborti vennero praticati presso la clinica Mangiagalli di Milano e presso l’ospedale di Desio. I resti degli aborti furono inviati in Germania, a Lubecca, per gli opportuni controlli. La risposta ufficiale giunse nel 1977: pur non essendo evidenti i segni di malformazioni, non era possibile stabilire se queste si sarebbero sviluppate, dato che: «Alcune anomalie congenite, in particolari quelle minori a carico di certi organi – per esempio il cervello – non sono identificabili nelle prime fasi di sviluppo. Inoltre, le conclusioni che si possono trarre da questi studi devono tenere conto del numero limitato di casi studiati, del fatto che gli embrioni erano di diversa età e fase di sviluppo, e del fatto che nella maggior parte dei casi l’embrione non era integro»[11]. Altre donne portarono a termine le loro gravidanze senza problemi, i loro figli non mostrarono segni di malformazioni .[12]

All’epoca ci fu una serrata campagna di stampa a favore dell’interruzione di gravidanza, nonostante l’assenza di basi scientifiche certe. Nicola Adelfi su La Stampa propone di rendere l’aborto coatto, così «si cancellerebbe ogni resistenza affettiva, ogni scrupolo morale o di natura religiosa nelle persone interessate».[13] Dissentivano AvvenireL’Osservatore Romano, i cattolici locali con il giornale Solidarietà (dove scrivevano, tra gli altri, Dionigi Tettamanzi, Gervasio Gestori, Giancarlo Cesana, Renato Farina) che uscì la prima volta il 29 agosto 1976[5] e il Giornale di Indro Montanelli che scrisse: «Il rischio è per i bambini, non per la madre: si tratta di aborto eugenetico, e non terapeutico». II cardinale di Milano, Giovanni Colombo disse: «Plaudendo all’offerta generosa di alcuni coniugi che si sono dichiarati pronti ad adottare un bambino nato deforme, invitiamo tutte quelle coppie che si sentono di fare altrettanto a darne indicazione a noi o ad altri».[5] Il dibattito sulla necessità di una regolamentazione dell’aborto attraverso leggi dello stato da anni interessava l’opinione pubblica, acquistando vigore proprio da questo evento e dal dramma che stavano vivendo le donne della zona contaminata. Si arrivò pertanto all’emanazione della Legge 194 del 22 maggio 1978[14], confermata poi dal referendum del 1981.

Testimonianze sull’evento

A questa triste vicenda si è ispirato il cantautore Antonello Venditti per scrivere Canzone per Seveso, pubblicata nell’ottobre del 1976 nell’album Ullalla, che analizza i fatti accaduti tentando di individuarne le cause profonde. Testimonianza degli avvenimenti avvenuti nel primo anno dopo la fuga si possono trovare nel libro “Visto da Seveso” di Laura Conti, consigliere regionale della Lombardia ai tempi del disastro, edito da Feltrinelli nel 1977.

« …voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti,che sfruttate la vita per i vostri sporchi giochetti allora, allora ammazzateci tutti! »
(Antonello Venditti, Canzone per Seveso)

Un altro artista, Vangelis, a quattro anni dal disastro, nel 1980, realizzò un brano ad esso ispirato: Suffocation, contenuto nell’album See You Later. Nel pezzo sono presenti il campionamento di un vero avviso di evacuazione della zona diffuso dagli altoparlanti della fabbrica nei momenti successivi alla fuoriuscita tossica, un intermezzo cantato, di Jon Anderson degli Yes, ed uno parlato del gruppo dei Krisma (Maurizio Arcieri e Cristina Moser) i quali si immaginano uno scenario apocalittico visto da un rifugio anticontaminazione, lamentando vittime anche tra le persone.

Informazioni su diego80 (1908 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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