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19 settembre 1995 – Addio a Vincenzo Muccioli, angelo e/o diavolo di San Patrignano ?

Un eroe dei nostri tempi, o anche un personaggio negativo? Nel corso degli anni, Vincenzo Muccioli, fondatore nel 1978 a Rimini della comunità di San Patrignano, addetta al recupero dei tossicodipendenti, oltre ad aver avuto la fama di inventore di uno degli enti più utili socialmente, ha avuto anche la brutta fama di aguzzino di alcuni ospiti della comunità, in cui ci fu anche un omicidio. Ecco un estratto wikipediano della sua biografia, descritto come un eroe positivo e negativo allo stesso tempo. Di certo, uno dei personaggi più controversi della storia recente italiana.

Vincenzo Muccioli (Rimini, 6 gennaio 1934 – Coriano, 19 settembre 1995) è stato un imprenditore italiano, fondatore della Comunità di San Patrignano dedicata al recupero delle vittime della tossicodipendenza e nota alle cronache[1] per i numerosi[2] episodi di violenza al suo interno, sfociati anche in procedimenti giudiziari

Primo di due figli – il secondo, Pier Andrea, è un geologo – Muccioli interruppe giovane gli studi e cominciò a lavorare con il padre che gestiva un’agenzia di assicurazioni, coltivando sin da ragazzino la passione per gli animali e per l’agricoltura. Nel 1962 sposò la coetanea Maria Antonietta Cappelli, figlia di agiati albergatori per i quali lo stesso Muccioli lavorerà. Dal matrimonio con Antonietta, Vincenzo ha avuto due figli: Andrea Maria e Giacomo Maria.

La causa della morte non fu rivelata, anche se il Corriere della Sera scrisse, che l’aggravamento fosse dovuto a un’epatite C e che non erano dissipati i dubbi che avesse contratto l’AIDS per contagio da malati accolti nella comunità [4]. Andrea, il figlio maggiore di Vincenzo Muccioli, ha preso il posto del padre, vivendo e lavorando a San Patrignano alla guida della comunità, fino al 26 agosto 2011[5].

La fondazione della comunità di San Patrignano

Qualche anno dopo il matrimonio, Muccioli, mentre moglie e figli continuano a risiedere a Rimini, si trasferisce in un piccolo podere nel comune di Coriano donatogli dalla famiglia della moglie per potersi dedicare più a fondo all’allevamento di pregiate razze canine e all’agricoltura. La via di accesso a questo podere si chiama San Patrignano, da cui prenderà il nome la comunità terapeutica destinata a diventare in seguito la più grande d’Europa. Nella prima metà degli anni settanta, nello stesso luogo, Muccioli si era interessato insieme ad alcuni amici alla parapsicologia e allo spiritismo, creando il gruppo del “Cenacolo” (nel quale lo stesso Muccioli ricopriva il ruolo di medium e si auto dichiarava reincarnazione di Gesù Cristo[6]), dedito alle sedute spiritiche e alla medicina naturale. Il gruppo, tramite queste pratiche, si avvicina alle problematiche del disagio e dell’emarginazione e alcuni suoi membri collaboreranno con Muccioli alla creazione di San Patrignano.

Nel novembre del 1978 nella casa di campagna di Muccioli entra quella che sarà la prima ospite della comunità, una giovane tossicodipendente trentina, figlia di amici di famiglia. Nel giro di poco tempo vengono accolti molti ragazzi che chiedono aiuto. Quando il numero degli ospiti è arrivato a trenta, viene costituita la cooperativa di San Patrignano che dichiara come suo obiettivo principale il fornire assistenza gratuita ai tossicodipendenti ed agli emarginati.

Nel 1985 Muccioli e i familiari dichiarano di rinunciare parzialmente alle loro proprietà ed ai diritti ereditari, donandoli alla Fondazione San Patrignano costituita da loro stessi quell’anno. Da quel giorno, la comunità, per espressa scelta di Vincenzo Muccioli, appartiene a tutti coloro che vi operano e vivono o che ad essa si rivolgono in cerca di sostegno e di aiuto. L’operato del fondatore della comunità è sempre stato ispirato ai princìpi e valori che facevano parte della sua formazione culturale ed umana, come il rispetto per la vita e la dignità dell’uomo. Non a caso, il modello di riferimento attorno a cui è cresciuta e si è sviluppata la comunità è stato quello della famiglia, di un luogo dove la qualità del rapporto e delle relazioni fra le persone riproducesse la profondità e l’intensità di un vero nucleo familiare.

Procedimenti giudiziari

Nel corso della sua vita, Vincenzo Muccioli ha dovuto affrontare due processi. Il primo ebbe inizio col rinvio a giudizio il 10 dicembre 1983 e terminò con la condanna il 16 febbraio 1985[7], per sequestro di persona e maltrattamenti per avere incatenato alcuni giovani della comunità (cosiddetto Processo delle catene). Tuttavia Muccioli fu assolto in Corte d’Appello nel novembre 1987[8][9] e la sentenza fu confermata dalla Cassazione il 29 marzo 1990[10]. Il secondo, nel 1994[11], ha portato a una condanna a otto mesi di carcere per favoreggiamento (con la sospensione condizionale) e a un’assoluzione dall’accusa di omicidio colposo per l’assassinio, avvenuto in comunità, di Roberto Maranzano. Tuttavia, pochi giorni prima della sua morte (19/09/1995), la Corte di Cassazione, sez. sesta, con sentenza n. 3063 del 13/07/1995 (dep. 15/09/1995)[12] su ricorso della Procura generale di Bologna sancì che fu un errore processare Muccioli per omicidio colposo e che, se fosse stato in vita, avrebbe dovuto essere giudicato di nuovo per la morte di Roberto Maranzano con la più grave accusa di maltrattamenti seguiti da morte[13].

La figura di Muccioli è stata oggetto di discordanti interpretazioni, talvolta contornate da animate polemiche, che hanno creato, nei media e nel mondo politico, fazioni opposte nella valutazione della sua opera. La controversia verte principalmente sui metodi di Muccioli a proposito di accuse di violenza avvenute all’interno della sua comunità, con eccessi talvolta sfociati in delitti anche gravi[14].

Durante il 15 Congresso mondiale di psichiatria sociale i professori Sergio De Risio e Mario Cagossi dell’Istituto di psichiatria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, definirono la comunità un paradosso a causa delle elevate dimensioni e del conseguente insorgere di focolai di violenza più o meno visibili, il che contraddirebbe con l’idea di comunità terapeutica, fondata sulle piccole quantità dei suoi membri e con un’organizzazione centrata sulle necessità del singolo e del gruppo[15]. Muccioli fu accusato di utilizzare un metodo coercitivo per trattenere gli ospiti all’interno della Comunità durante le crisi di astinenza e fu oggetto di procedimenti penali al fine di verificare se tali coercizioni configurassero indebite restrizioni della libertà personale dei soggetti interessati[16]. Durante i processi emersero pubblicamente dettagli sull’uso di catene ed altri analoghi metodi di contenzione[17][18]. Nel 1993 la rivelazione di un ex ospite, Franco Grizzardi, diede nuova linfa alle polemiche: questi sosteneva che un ragazzo napoletano, Roberto Maranzano, dato per disperso dal 1989 dopo essersi allontanato in circostanze mai chiarite dalla Comunità, in realtà era stato ucciso dagli eccessi di un pestaggio subito nella porcilaia della struttura perché non si poteva alzare lo sguardo mentre si mangiava[19][20].

Grazie alla collaborazione di questo testimone il cadavere di Maranzano fu rinvenuto in una discarica presso Napoli. L’autopsia rivelò che quanto denunciato era vero e che vi erano segni di percosse. Inoltre una cassetta registrata dall’autista di Muccioli, Walter Delogu, smascherava il fatto che Muccioli era sin dal primo momento a conoscenza del delitto, anzi cercava in quel dialogo di convincerlo a fare sparire il Grizzardi, diventato pericoloso in quanto continuava a ricattare minacciando di denunciare i fatti. Nella registrazione agli atti del processo ed ascoltata in aula il 2 novembre 1995 Muccioli, riferendosi ad uno dei testimoni dell’omicidio asserì che Ci vorrebbe un’overdose… due grammi d’eroina e un po’ di stricnina… bisogna operare come con i guanti del chirurgo. Oppure bisognerebbe sparargli con una pistola sporca[21][22]. Queste denunce spinsero molti altri ospiti a denunciare percosse, violenze, addirittura violazioni della legge elettorale in favore di politici “amici”[senza fonte].

Durante gli anni del processo, un ex dipendente di San Patrignano, presentandosi volontariamente al Commissariato di Polizia, dichiarò di aver ricoperto per anni il ruolo preposto al recupero e pestaggio dei fuggitivi[23]. Vennero pure allo scoperto alcuni suicidi, come quelli di Natalia Berla e Gabriele De Paola, avvenuti nella primavera dell’89 e quello di Fioralba Petrucci, risalente al giugno 1992. Tutte e tre le persone si sono suicidate mentre si trovavano in clausura punitiva all’interno della comunità, gettandosi dalle finestre delle stanze in cui erano chiuse. Per il caso Maranzano, Muccioli fu poi condannato a 8 mesi (con sospensione condizionale) per favoreggiamento, mentre gli esecutori materiali incorsero in condanne dai 6 ai 10 anni.

 

Questo è quanto ci dice wikipedia sull’attività controversa di Muccioli. Vi vogliamo rimandare infine, a quest’ultimo documento, un articolo-inchiesta realizzata dal sito www.sims.it. Cliccate sopra l’indirizzo per aprire il file, intitolato, “Il fantasma di Vincenzo Muccioli”.  Anche quì, la doppia personalità angelo/diavolo viene confermata.

 

Informazioni su diego80 (1908 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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