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Il Duce e la crisi del franco francese a Brembilla.

Uno strano legame collega Brembilla al Duce Benito Mussolini. Nell’ edizione de L’ Unità datata 20 Agosto 1926 si legge un curioso e delizioso articolo su munifici e ricchissimi depositi di franchi francesi al sicuro nelle casseforti degli istituti di credito di Brembilla.

Ecco qui l’articolo, seguirà poi un breve approfondimento.

Ripercussioni della crisi del franco presso le famiglie degli emigrati in Francia

Curiose ripercussioni del franco francese si hanno in queste valli dove l’emigrazione temporanea in Francia è un’antica consuetudine. Nella Val Brembilla il discorso sul cambio è all’ordine del giorno. Le donne del popolo sono preoccupate dalla crisi del franco avendo già ricevuto dai mariti emigrati in Francia le prime rimesse di denaro e non volendo assoggettarsi a troppo gravose perdite. E così le rimesse rimangono in attesa delle Agenzie delle Banche a meno che la miseria non costringa a cambiare subito il denaro.

In una sola Agenzia del paese di Brembilla è depositato in attesa di tempi migliori circa mezzo milione di moneta francese. Calcolando che in Brembilla ci sono altre due Agenzie di banca e che molti depositano direttamente in città non si esagera dicendo che più di un milione di franchi attende solo qui la migliore ora del suo cambio. Succede poi di riverbero che poiché nessuno cambia, i conti presso i bottegai rimangono insoluti e montano ogni giorno di più.

La crisi quindi è accentuatissima e in genere in tutti i comuni di montagna dove l’emigrazione costituisce quasi l’unico cespite di guadagno, poiché quello che succede a Brembilla succede un po’ dappertutto. In quei comuni si calcola a parecchi milioni la valuta francese che attende di essere cambiata.

Qui l’articolo originale :

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Il discorso di Pesaro e la famosa “Quota 90”

Il contesto storico

La lira italiana, già malconcia per l’inflazione del dopoguerra, aveva subito alcune svalutazioni dopo il 1924. All’inizio del 1925 il Regno Unito decide il ritorno alla parità fissa della Sterlina con l’oro: questo costringe i suoi partner commerciali ad avviare politiche deflazionistiche, pena la svalutazione delle loro monete. In luglio la quotazione del dollaro era arrivata a 23 lire, quella della sterlina a 120 lire. Nel giugno del 1926 il dollaro era salito a 31,60 lire e la sterlina a 153,68 e ovviamente il costo della vita era molto cresciuto.

La realizzazione

« La nostra lira, che rappresenta il simbolo della Nazione, il segno della nostra ricchezza, il frutto delle nostre fatiche, dei nostri sforzi, dei nostri sacrifici, delle nostre lacrime, del nostro sangue, va difesa e sarà difesa. »
(Mussolini durante il discorso di Pesaro del 18 agosto 1926[1])

Nel 1926 l’attenzione del ministro Giuseppe Volpi (che aveva appena sostituito Alberto De Stefani) si concentrò sui problemi di svalutazione che avevano afflitto la moneta nazionale, deprezzandone il valore di circa il 20% rispetto al periodo antecedente la Grande Guerra. In quel momento il cambio era di 153 Lire per una sterlina e l’obiettivo di raggiungere Quota 90, promosso da Mussolini durante il discorso di Pesaro del 18 agosto 1926, sembrò subito azzardato.

Ma dall’opera di risanamento della Lira dipendeva l’esito delle trattative avviate con Washington per ottenere prestiti utili al risanamento della situazione finanziaria italiana.[2] La situazione era complicata anche da problemi internazionali: scisso da tempo il cordone ombelicale con la finanza tedesca, si stava esaurendo anche l’apporto degli investitori francesi. Già da qualche anno si erano creati motivi di tensione: da una parte Mussolini temeva che un’intesa con Parigi potesse irritare i britannici e che l’egemonia francese potesse ostacolare i piani di espansione nel Mediterraneo. A loro volta i francesi mostravano molto più interesse a riallacciare i rapporti con l’industria tedesca.

L’uomo chiamato a compimento del progetto e dell’operazione di rivalutazione della lira fu Giuseppe Volpi, che dal 1925 al 1928 fu ministro delle finanze. La politica adottata da Volpi scartò la possibilità di far ricorso ad inasprimenti finanziari, puntando piuttosto sulla riduzione della domanda interna, la restrizione del credito e l’abbassamento dei salari. Il regime voleva evitare di trovarsi nella stessa situazione avutasi in Germania all’indomani del crollo del marco nel 1923. Inoltre il regime intendeva assicurarsi in questo modo i consensi della piccola e media borghesia, che riuscì in effetti a migliorare almeno in parte il proprio potere d’acquisto.

I provvedimenti decisi dal governo operarono per un calo delle esportazioni Venne lanciata la battaglia del grano ed il pane doveva essere d’un tipo unico, con la farina abburattata con un tasso dall’80% all’85%; la benzina doveva essere miscelata con alcool ricavato con gli scarti della viticoltura; la siderurgia doveva impiegare, di preferenza, minerali italiani; i giornali, per risparmiare cellulosa, dovevano diminuire a sei le loro pagine. Assieme alle molte misure economiche vi fu il prestito del Littorio, propagandato con tutti i mezzi. Il risultato fu soddisfacente: 3 miliardi e 150 milioni.

I risultati e le conseguenze

Alla fine di giugno del 1927 il dollaro arrivò a 18,15 e la sterlina a 88,09: valori che oscilleranno, ma che consentiranno di poter affermare di aver raggiunto “quota 90” (vale a dire una sterlina per 90 lire), indicata da Mussolini come l’obiettivo da perseguire. La riduzione dei salari è sancita, in ottobre dal 10% al 20%. Da alcune parti, tuttavia, si lamenta la discesa dei prezzi non è così pronta come quella dei salari, tuttavia la lira ritornò all’interno del Gold Exchange Standard. Parimenti, il franco francese, che dopo le politiche protezionistiche seguite al primo conflitto mondiale, crebbe a dismisura ma non appena tali misure droganti vennero interrotte, nel maggio del 1926, la valuta francese conobbe un rapido e brusco ribasso.

Le ripercussioni furono differenti per i vari settori. A subire i colpi più gravi della politica deflattiva furono soprattutto l’edilizia e le piccole imprese produttrici di beni di consumo, mentre continuò la tendenza espansiva nell’ambito della grande industria. Implicazione immediata della rivalutazione della moneta è la riduzione dei prezzi e dei salari, causata dalla scarsa circolazione del denaro che provocò una temporanea stagnazione della produzione.

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