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Nato in Montagna. Storie di levatrici e comàr.

Quando per nascere bastavano asciugamani , acqua calda e la comàr.

Il mestiere della levatrici è sempre stato avvolto da un alone di mistero e quasi di magia, tant’è che nel medioevo tra le categorie più colpite dalla caccia alle streghe v’erano proprio le antesignane delle ostetriche. Da noi fino alla fine degli anni ’60 o fin verso i primi ’70 quando gli ospedali non erano così facilmente raggiungibili la figura della levatrice, o per meglio dire della comàr, rivestiva un ruolo centrale nella società.

Se le nostre nonne o bisnonne  potessero ascoltare le donne in gravidanza che parlano di epidurale o di parto cesareo per evitare il dolore, sicuramente scapperebbe loro un sorriso, ripensando a come semplicemente si partoriva una volta. Ebbene si , una volta, durante il parto bastavano asciugamani , acqua calda e la presenza della comàr.
Chi era la comàr? Ne avete mai sentito parlare?
In passato il parto era un momento molto delicato, sia per la madre sia per il bambino, perché presentava sempre elevati margini di rischio; frequente era la mortalità infantile e materna sia per la mancanza di strumentazioni adeguate sia per l’assenza di personale competente. La donna, al parto, era semplicemente assistita dalla levatrice.

La levatrice (comàr nelle nostre valli), chiamata in questo modo perché, era in grado di «levare» il neonato dal corpo della donna incinta, spesso era una donna anziana, amica della partoriente, che veniva chiamata dalle donne del paese per aiutarla. La levatrice non aveva un titolo di studio; era una donna che aveva imparato l’arte della maieutica, per dirla come Socrate,”l’arte di tirar fuori” i bimbi dal grembo materno da sua madre,sua nonna..era una tradizione che le figlie delle levatrici, fossero esse stesse levatrici.

Nonostante i rischi che comportava  a quei tempi, il parto era un evento familiare, intimo. Una sacralità che ormai si è persa nel tempo.
La levatrice in qualche modo entrava a far parte della famiglia in quanto non esauriva il suo compito al momento della nascita, ma ricopriva un ruolo importante anche durante la vita del bambino fungendo quasi da “nonna”.

Si parla oggi di eccessiva medicalizzazione dell’evento-nascita, ossia il frequente ricorso a parti cesarei, induzioni farmacologiche al parto e epidurale. Il ricorso a tali pratiche non consente più di rispettare il diritto alla riservatezza e di godere, nel momento del parto, del rispetto dei tempi e della naturalità di un parto spontaneo.

Perché si è portati ad aver fretta…anche in quei momenti.Ovviamente essendo io un uomo ho buon gioco ad incensare gli interminabili parti naturali…

Qui sotto potete trovare un bellissimo documentario realizzato nel 2007 dall’associazione Gente di Montagna in cui si possono ascoltare le testimonianze, le impressioni e le emozioni di alcune comàr che hanno prestato il loro altissimo servizio nelle nostre valli.

Qui riportiamo, tratto da un libro antico di Sebastiano Melli, il manuale della perfetta levatrice :

“NOTA ALTA ALLA COMARE”

“ Non deve la savia Donna (l’ostetrica, n.d.r.) poner in positure la gravida partoriente, se non è l’ora del partorire. Per ordinario questa si accosta quando l’acque si uniscono o formano, per parlar colla Comare, che s’intende quando vengono in parte spinte avanti colle membrane. Quando quest’acque saranno bene raccolte, il che la Comare dovrà conoscere col metter il dito nel seno pudendo, dovrà situare la sua Cliente per accogliere il figliuolo, e non si dovrà prender premura di rompere dette membrane, perché uscendo l’acque avanti il tempo, restano asciutte le vie ( da cui il tento temuto “parto asciutto”, spauracchio delle partorienti…n.d.r.), e si difficulta il partorire; può ancora la Signora Comare nell’atto che fa ispezione per sentire le acque ungersi i diti nell’oglio di mandorle fatto di fresco, o col butirro, oppure con qualche pinguedine emolliente, il che si fa per lassare, ammollire, e addolcire le vie, per le quali deve viaggiare la creatura. L’impulsione delle acque nelle seconde serrate, serve ad ampliare, e dilatare poco alla volta l’osculo uterino, come tra gli altri il Sig. Blancardi spiegò. Difatto in principio alla grandezza di una nocciuola si ritrova; e quanto più gli sforzi sempre crescono, tanto e più spinte, e respinte le seconde con l’acque, premono all’orifizio, e l’ampliano un poco alla volta; cessando gli sforzi, l’acque recedono dal luogo che avevano imboccato, e restano flaccidette le membrane. Ritornando nuovi sforzi, ritornano di bel nuovo le acque ad imboccare, le membrane ad estendersi, e così sempre più resta la cervice uterina dilatata ; à segno tale che dal sentirsi imboccate le seconde alla grandezza di una nocciuola, come sopra dissi, si passa a scoprirle della grandezza di un uovo di gallina, e non poche volte corrisponde al capo dell’infante, così che occupa tutto il passo: rotte queste, lubricate le vie, ecco l’nfante alla luce, colle seconde ancora. Avverta la Comare di non aver unghie lunghe, di levarsi anelli, o smanigli, perché quelli ornamenti non possono se non molestare le parti molli della partoriente, e impedire la speditezza di operare. Avvertirà ancora che la partoriente non sia cinta da cosa alcuna, non stretta ne’ capelli, non legata le coscie, o gambe, acciò nei premiti dal parto non patisca, e possino i fluidi liberamente scorrere. Noto di nuovo, che la Signora Comare non si deve pigliar premura di far uscire l’acque col rompere le membrane; perché tal cosa non deve essere fatta se non in occasione de’ Gemelli, come in fine di questo libro diremo.”

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