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26-Nov-2010.Yara nel ricordo di un volontario.

«C’era una volta un albero forte che un giorno ha perso uno dei suoi rami più belli. Intorno a quel ramo, a terra, sono cresciuti poi tanti alberelli>>

 

La prima notizia del TG penso di averla sentita ma non credo di averla ascoltata.
Ma me la immagino: “È scomparsa in serata una ragazza di Brembate Sopra. Gli inquirenti hanno iniziato le ricerche….”
Poi il giorno dopo invece la cosa è diventata più preoccupante. La ragazza non è ancora rientrata a casa.
E non va dimenticato che Brembate è a pochi chilometri da casa nostra.
Cominciano le ricerche su scala più vasta.
La notizia inizia ad occupare le prime pagine dei giornali e le prime notizie annunciate alla TV.
Ed ecco la chiamata. “Ragazzi, ci hanno chiesto la disponibilità per domani pomeriggio per andare a cercare la ragazza di Brembate”
Il nome molto particolare non è ancora entrato nelle nostre teste. Mi rimarrà per poco la ragazza di Brembate. Diventerà presto Yara. Yara Gambirasio.
Il nome che prima era un po’ strano e un po’ difficile da ricordare diventa poi conosciuto da tutti. Non solo a Brembate, non solo a Bergamo, ma in tutta Italia.
Ed ecco che partiamo, con sentimenti in contrasto. Preoccupati per il tipo di ricerca, ma determinati per essere stati chiamati ad entrare in azione.
Durante il viaggio parliamo tra noi ma man mano ci avviciniamo alla base di riferimento, man mano il nervosismo aumenta.
A Brembate non parla più nessuno. Siamo talmente tesi che il nostro caposquadra passa ad un semaforo rosso. Quasi incredulo si ferma qualche metro dopo la riga bianca. Non abbiamo creato pericoli, ma questo ci fa salire ancora di più la tensione.
La base è stata fissata nella colonia sulle rive del Brembo.

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Si capisce immediatamente che è una ottima scelta. Fuori dal paese, lontano dal trambusto. Facilmente raggiungibile. Facile da isolare ad occhi e orecchie indiscrete. Leggi curiosi e giornalisti.
Le prime istruzioni sono: non parlate con nessuno di cosa e dove stiamo operando. Quando siete in divisa è facile essere oggetti di attenzione da parte di tante persone. Vi raccomandiamo di tenere le bocche cucite. Ci sono persone delegate a parlare e divulgare le notizie nei modi e nei tempi corretti.
Il nostro referente entra nella base di coordinamento. Dopo un po’ esce con le istruzioni e il campo di ricerca.
Risaliamo sul mezzo e partiamo. La destinazione oggi è una zona collinare un po’ boccata a pochi chilometri da Brembate.
In quel momento non è ancora chiaro cosa sia la causa della scomparsa. Quindi cosa si deve cercare? Una ragazza che si è allontanata volontariamente o che è stata rapita?
Il posto dove ci mandano è più vicino alla seconda ipotesi. Certamente il più drammatico.
Ci schieriamo e iniziamo la nostra attività di ricerca.
In quei giorni era nevicato. E la neve presente ha due aspettiamo: quello positivo è che lasci la traccia di dove già è passato qualcuno; quella negativa è che sotto ogni cespuglio coperto di neve può esserci tutto e può non esserci niente.
In una radura troviamo un piccolo capanno, una costruzione rurale. Intorno la neve non è calpestata. Nessuno ci ha ancora guardato.
Ci avviciniamo. È il nostro referente che mette la mano sulla maniglia.
La mano ci rimane qualche secondo, prende un sospiro forte, prova ad aprire.
E si capisce che la porta non è chiusa a chiave.
Ma non si apre subito. Passa ancora qualche attimo. Interminabile. Ed ecco che si decide ad aprirla. Guarda dentro e ci dice ” È vuoto”.
Proseguiamo la ricerca, senza situazioni particolari e completiamo il nostro settore di ricerca. Giusto una annotazione da riferire alla base. Una struttura comunale chiusa con un lucchetto che non abbiamo potuto ispezionare.
Si torna al campo base. Il nostro coordinatore va a fare rapporto.
Lì intorno ci sono anche le altre squadre che come noi hanno finito la loro ricerca. Si parla ovviamente del caso. Ci si confronta sulle attività fatte. E poi si torna a casa. Con i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni.
In una successiva ricerca, sempre facendo riferimento prima al campo base, ci assegnano l’ispezione del ciglio di una strada di montagna. Già qui ormai l’ipotesi è che Yara non si sia allontanata da sola. Ma le sia capitato qualcosa.
Questa volta prima di partire ci fermiamo al bar del paese. Per bere un caffè e ad aspettare le squadre che ci hanno affiancato.
L’accoglienza dei clienti del bar è splendida. Tutti ci ringraziano per il lavoro che stiamo facendo. E ovviamente usciamo senza pagare. Quello che abbiamo consumato ci è stato offerto.
Un gesto semplice. Ma appunto perché semplice ci rende orgogliosi di quello che stiamo facendo e ci dà slancio di fiducia e di ottimismo.
Il percorso che ci hanno assegnato è come vi ho detto, una strada di collegamento tra due paesini di montagna.
Ogni spiazzo, ogni ponte, ogni strapiombo verso valle viene controllato. All’ingresso dei centri abitati le ricerche si sospendono per riprendere appena dopo.
E anche oggi abbiamo portato a termine il nostro compito. Si passa dal campo base prima di tornare a casa.
La sorpresa ci aspetta proprio al campo base. Dove troviamo il Questore di Bergamo. Ed è parlando con il suo staff che facciamo capire che da noi in valle, finora, non si sono fatte ricerche.
Detto, fatto. La questura contatta la Comunità Montana e il giorno dopo le ricerche le facciamo sulle strade di casa nostra.
Non andiamo al campo base. Partiamo dai Ponti di Sedrina e risaliamo fino alla Forcella di Bura. Una squadra si stacca e da Gerosa si dirige verso Blello e Berbenno.
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Ci sono state altre ricerche, come la volta sulle sponde dell’Adda in affiancamento a Polizia di Stato e Carabinieri.
Poi il tutto è stato sospeso. Tutto si è fermato. Si pensava di aver cercato dappertutto.
La mattina del sabato 26 febbraio 2011 ecco la notizia. Tanto attesa, ma che non avresti mai voluto sentire. L’hanno trovata! Per caso. Ma l’hanno trovata! Senza vita!
Ricordo perfettamente dove ero quando me lo hanno detto. Ho mollato tutto e sono andato a casa per vedere di avere innanzitutto una conferma. E poi per avere notizie più dettagliate.
Il pensiero immediato è andato alla persona che ha trovato Yara. A come si sarà sentito in quel preciso istante. E cosa avrebbe provato per tutto il resto della sua vita! A quante notti passerà insonne. Quanto rivivrà nella sua mente i momenti precedenti al suo ritrovamento.
Solo dopo si verrà a sapere della estrema casualità del fatto.
Solo dopo si verrà a sapere che da quelli parti alcune squadre di nostri colleghi avevano svolto delle ricerche, senza successo.
Abbiamo prestato servizio al funerale.
Ci siamo affezionati alle prediche di don Corinno.
E siamo stati vicini al nostro collega coordinatore delle squadre di Brembate. Il buon Gianni Valsecchi.
Se i titoli de “l’eco di Bergamo” titolavano “Yara figlia nostra” immagino che per lui fosse diventata sua nuova nipotina.
Abbiamo collaborato con la nostra presenza a tante iniziative del comune di Brembate. Perché ci sentivamo ormai di casa. Perché ci sembrava importante continuare quella speciale collaborazione iniziata in momenti tragici.

Anche il 16 giugno 2014 so esattamente dove mi trovavo. E la notizia dell’arresto del colpevole l’ho sentita dalla radio della mia auto.
Mi sono fermato a bordo della strada. E nel profondo del mio animo speravo che non fosse una delle ennesime bufale che si sono sentite in tutti quegli anni.
Che fosse finalmente messo  il titolo fine a tutta la vicenda.
Oggi a distanza di sei anni ci sono ancora dei gradi di giudizio da espletare.
Non sappiamo ancora con certezza matematica se abbiamo un colpevole.
Ma abbiamo sicuramente una tomba dove andare a pregare. Dove raccoglierci in un attimo di meditazione. Yara con il suo sorriso è lì che ci guarda.
E poco più distante anche un altro amico da andare a salutare. Il buon Gianni Valsecchi. capogruppo degli Alpini di Brembate Sopra.

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