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5 dicembre 1926 – Muore Claude Monet, il padre dell’impressionismo.

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Claude-Oscar Monet (Parigi, 14 novembre 1840 – Giverny, 5 dicembre 1926) è stato un pittore francese, considerato il padre dell’Impressionismo.

Biografia

La formazione artistica

Veduta di Rouelles, 1856

Claude Monet nacque nel 1840 a Parigi in rue Laffitte, secondogenito di Claude Adolphe e di Louise Justine Aubrée, una giovane vedova al suo secondo matrimonio. Nel 1845 i Monet si trasferirono a Sainte-Adresse, un sobborgo di Le Havre, dove il padre iniziò a gestire un negozio di drogheria e di forniture marittime insieme con il cognato Jacques Lecadre. A quindici anni l’adolescente Claude cominciò a disegnare a matita e a carboncino, e a vendere bonarie caricature di personaggi della città alla buona somma di una decina di franchi l’una, acquistando così una certa fama nella città insieme ad un modesto gruzzolo

Dal 1856, nella scuola di Le Havre in cui era iscritto, Claude studiò disegno con un vecchio allievo di David, Jacques François Ochard, e conobbe il pittore Eugène Boudin, il suo vero, primo maestro, che gli insegnò «come ogni cosa dipinta sul posto abbia sempre una forza, un potere, una vivacità di tocco che non si ritrovano più all’interno dello studio» indirizzandolo così alla pittura del paesaggio en plein air; con lui, quell’anno Monet espose a Rouen per la prima volta una sua tela, la Veduta di Rouelles.

Monet dirà poi che Boudin «con instancabile gentilezza, intraprese la sua opera d’insegnamento. I miei occhi finalmente si aprirono e compresi veramente la natura; imparai al tempo stesso ad amarla. L’analizzai con una matita nelle sue forme, la studiai nelle sue colorazioni. Sei mesi dopo […] annunciai a mio padre che desideravo diventare un pittore e che mi sarei stabilito a Parigi per imparare».

Nel gennaio 1857 morì sua madre. Nel marzo del 1859 il padre di Monet fece richiesta al Municipio di Le Havre di una borsa di studio che permettesse a Claude di studiare pittura a Parigi. Non la ottenne ma, grazie ai propri risparmi, Claude a maggio partì ugualmente per la capitale a studiare con poca spesa all’Académie Suisse – fondata al Quai des Orfèvres da Charles Suisse, un vecchio modello di David – perché agli allievi non si mettevano a disposizione insegnanti, ma solo modelli. Qui ebbe modo di conoscere Delacroix, Courbet e Pissarro, col quale andava spesso a mangiare alla Brasserie des Martyrs, frequentata dai pittori realisti, oltre che da Baudelaire e dal critico Duranty, futuro sostenitore degli impressionisti sulle colonne della «Gazette des Beaux-Arts».

La Pointe de la Hève, Sainte-Adresse, 1864

Frequentando anche il Café Guerbois, vide Manet e nei Salons conobbe Constant Troyon, pittore della Scuola di Barbizon che, evidentemente scettico della sua tecnica, gli consigliò di approfondire lo studio del disegno all’atelier di Couture, pittore rinomato e di notevoli capacità tecniche, ma autore di tele enfatiche di soggetti storici. Monet non ascoltò quel consiglio, ma preferì seguire in particolare le opere di Daubigny, che amava dipingere paesaggi dal vero.

Il 24 maggio 1860 Monet pubblicò nella rivista «Diogène» la sua ultima caricatura, quella di Lafenière, un noto attore dell’epoca, e in ottobre venne chiamato a prestare il servizio militare, che sarebbe dovuto durare sette anni, a meno che, secondo la legislazione francese del tempo, non si trovasse un sostituto che intendesse svolgerlo al suo posto. Arruolato nel Reggimento dei Cacciatori d’Africa, di stanza ad Algeri, rimase affascinato dalla luce e dai colori di quei luoghi.

Ammalato, nel 1862 tornò in licenza di convalescenza nella sua casa di Le Havre e qui riprese a dipingere insieme con il suo maestro Boudin e con Johan Barthold Jongkind, appena conosciuto casualmente. Per Monet fu importante l’esempio di questo pittore olandese che, all’aperto, si limitava a riprodurre il paesaggio in schizzi e acquerelli, per poi definirli sulla tela nel suo studio, conservando tuttavia la freschezza della prima osservazione.

Colazione sull’erba (Le Déjeuner sur l’herbe), 1865

Intanto il padre trovò un giovane che, in cambio di una somma di denaro, fece il servizio militare al posto di Claude che così, consapevole di aver bisogno di migliorare i propri mezzi tecnici, poté tornare a Parigi per studiare nell’atelier di Charles Gleyre, un pittore neoclassico frequentato anche dai giovani Renoir, Alfred Sisley e Bazille. È di quest’anno il suo primo dipinto importante, i Trofei di caccia, al d’Orsay di Parigi, una natura morta che guarda alla classica pittura olandese; anche nella Fattoria normanna, del 1863, è rilevante l’influsso della pittura olandese, oltre all’esempio di Boudin e Jongkind.

Insieme con Bazille, dalla finestra della casa di un amico comune in rue Fürstenberg, guarda lavorare nello studio di fronte Delacroix, il suo attuale maestro spirituale. Nell’estate del 1864 si stabilisce a Honfleur con Bazille, col quale e con Boudin e Jongkind, dipinge paesaggi e marine.

Un violento litigio con il padre ha per conseguenza la perdita di ogni aiuto economico: torna così a Parigi alla fine dell’anno. Qui, l’anno dopo, per la prima volta è ammesso al Salon con due sue marine, Il molo a Honfleur e La foce della Senna a Honfleur; di quest’ultima, il critico Paul Mantz scrive nella Gazette des Beaux-Arts che “non la dimenticheremo più. Eccoci interessati a seguire nei suoi tentativi futuri questo sincero autore di marine”, lodando la sua maniera ardita di vedere le cose. È ispirato da un’analoga composizione di Jongkind, dipinta dall’artista olandese nello stesso luogo e nello stesso anno: se il colore è quello di Courbet, peculiari di Monet sono i tocchi fitti e rapidi sull’acqua e le pennellate spesse nella rappresentazione delle nuvole.

Trasferitosi in una pensione di Chailly, nei pressi del bosco di Fontainebleau, comincia a lavorare alla Colazione sull’erba, ispirata all’analogo, famoso dipinto di Manet. L’intenzione è di dipingere una grande tela di sei metri per cinque; posano per lui la sua intima amica Camille Doncieux e Bazille, l’uomo sdraiato a destra, mentre il personaggio seduto in primo piano potrebbe essere il pittore Lambron o Courbet.

Il dipinto non piace a Courbet e Monet lo lascia, incompiuto, come pegno per il pagamento della pensione. Lo riprenderà nel 1884 in cattive condizioni: tagliato in due parti, è conservato al Musée d’Orsay; ne esiste una replica, di piccole dimensioni e con varianti rispetto alla prima versione, eseguita nel 1866 e ora al Museo Puškin di Mosca. Anche qui mantiene il colorito di Courbet, ma l’effetto del dipinto è di una scioltezza che manca in Courbet ed è più immediata che in Monet.

Verso una nuova visione

Donne in giardino, 1866

Monet non amava e non s’interessava ai classici esempi della pittura, tanto da non entrare quasi mai al Louvre: la sua cultura artistica era e rimase limitata, ma egli compensava quell’apparente difetto nel vantaggio di poter guardare alla natura – l’unica fonte della sua ispirazione – senza precostituite impalcature mentali, abbandonandosi all’istinto della visione che, quando è immediata, ignora il rilievo e il chiaroscuro degli oggetti, che sono invece il risultato dell’applicazione al disegno di scuola. Pur ammirando i realisti come Corot e Courbet, non li imitava; eliminando la plasticità delle cose, Monet si sforzava di rappresentarle nell’immediatezza del fissarsi della loro immagine nella rètina dell’occhio, nel loro primo apparire alla coscienza.

Nel 1866 presenta al Salon di Parigi due tele, il ritratto di Camille in abito verde, un interno che ottiene l’approvazione di Émile Zola e di Édouard Manet, e Saint Germain l’Auxerrois, dipinto da una terrazza del Louvre, dove protagonista è il brillare della luce nelle foglie degli alberi.

Inizia a dipingere all’aperto Donne in giardino, dove Camille è l’unica modella delle tre donne rappresentate nel dipinto; rifiutato l’anno dopo dal Salon, gli viene comprato da Bazille per 2.500 franchi; tornato molti anni dopo in possesso di Monet, lo venderà nel 1921 allo Stato francese per 200.000 franchi. Una ripresa fotografica del giardino gli ha suggerito la profondità dello spazio ma Monet è interessato soltanto ai piani e ai colori: eliminato anche il rilievo, il risultato dà nel mosaico, perché ai colori mancano gli effetti di tono e la luce non vibra nella penombra e non penetra le figure e gli oggetti.

Nel giugno 1867 lascia momentaneamente Camille, che da lui aspetta un figlio, per andare ad abitare a Sainte-Adresse con la zia; l’8 agosto nasce il figlio Jean e Monet va a Parigi, abitando con Renoir e Bazille. Nel 1868 espone al Salon la Nave che lascia il porto di Le Havre; si trasferisce con Camille e il figlio prima a Fécamp e poi a Étretat per sfuggire ai creditori; arriva a tentare il suicidio nel giugno: è aiutato da Renoir e dal mercante Gaudibert, che gli compra delle tele, gli commissiona il ritratto della moglie e gli procura una casa a Saint-Michel, presso Bougival, sulla Senna, dove abita insieme con Renoir. Qui, in riva alla Senna, dipingono entrambi gli effetti della riflessione della luce sull’acqua; ne La Grenouillèrelo stagno delle rane, uno stabilimento balneare di Bougival, le rapide e decise pennellate che accostano le differenze tonali e cromatiche realizzano una superficie liquida dinamica ed evidenziano i contrasti di luce e di ombra ma l’eccesso di nero utilizzato da Monet impedisce ancora di ottenere trasparenza dalle ombre; lo sfondo, malgrado l’intensa colorazione verde-oro del fogliame, manca di vibrazioni luminose e non riesce ad raccordarsi in una visione unitaria con la centralità del dipinto.

I papaveri (1873) Museo d’Orsay

Il 26 giugno 1870 sposa Camille e la famiglia si trasferisce a Trouville, in Normandia; scoppiata la guerra con la Prussia, per evitare il richiamo alle armi, va a Londra, dove ritrova Charles-François Daubigny e Camille Pissarro, con il quale dipinge, visita i musei londinesi, interessandosi alle opere di Turner e Constable, e conosce l’importante mercante d’arte francese Paul Durand-Ruel, che ha una galleria d’arte in New Bond street. Il 17 gennaio 1871 muore suo padre.

Finita la guerra, torna in Francia passando per i Paesi Bassi, dove resta affascinato dal paesaggio e dove compra molte stampe giapponesi di Suzuki Harunobu, Hokusai e Hiroshige. A Parigi è informato della morte in guerra di Bazille e va a trovare in carcere Gustave Courbet, accusato di simpatie comunarde. Nel 1871, si stabilisce ad Argenteuil, vicino Parigi, in una casa con giardino davanti alla Senna, presa in affitto grazie ad una raccomandazione di Manet, in una casa con giardino di proprietà della vedova del notaio Aubry. Poco tempo dopo allestirà, su una barca cabinata, uno studio galleggiante, che rappresenterà nel 1874 nel Battello, ora al Rijksmuseum di Otterloo. Conosce il pittore dilettante e collezionista d’arte Gustave Caillebotte; grazie anche all’eredità paterna, può permettersi di vivere in modo confortevole.

La nascita dell’Impressionismo

Impressione. Levar del sole(Impression, soleil levant) (1872) Musée Marmottan Monet

Il 15 aprile 1874 s’inaugura, nello studio del fotografo Nadar, al secondo piano del 35 di boulevard des Capucines, la mostra del gruppo Societé anonyme des peintres, sculpteurs et graveurs, composto, fra gli altri, da Monet, Cézanne, Degas, Morisot, Renoir, Pissarro e Sisley, polemici nei confronti della pittura, allora di successo, accettata regolarmente nei Salons. Monet vi presenta la tela, dipinta due anni prima, Impressione, levar del Sole; il critico Louis Leroy prende spunto dal titolo del quadro per coniare ironicamente il termine impressionismo.

 

Le Ninfee

Exquisite-kfind.pngLo stesso argomento in dettaglio: Le Ninfee (Claude Monet).

Ninfee (1920) Museo di Grenoble

Il 19 maggio 1911 muore la moglie Alice; il 1º febbraio 1914 perde anche il figlio Jean – l’altro figlio, Michel, morirà in un incidente d’auto nel 1966 – e la figliastra Blanche si stabilisce con Monet; nella casa di Giverny dispone un nuovo, più grande studio, adatto a contenere i grandi pannelli con la rappresentazione delle ninfee del suo giardino.

«Lavoro tutto il giorno a queste tele, me le passano una dopo l’altra. Nell’atmosfera riappare un colore che avevo scoperto ieri e abbozzato su una delle tele. Immediatamente il dipinto mi viene dato e cerco il più rapidamente possibile di fissare in modo definitivo la visione, ma di solito essa scompare rapidamente per lasciare al suo posto a un altro colore già registrato qualche giorno prima in un altro studio, che mi viene subito posto innanzi; e si continua così tutto il giorno».

Nel 1920 Monet offre allo Stato francese dodici grandi tele di Ninfee, lunga ciascuna circa quattro metri, che verranno sistemate nel 1927 in due sale ovali dell’Orangerie delle Tuileries; altre tele di analogo soggetto saranno raccolte nel Musée Marmottan. «Non dormo più per colpa loro – scrive nel 1925 – di notte sono continuamente ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo la mattina rotto di fatica […] dipingere è così difficile e torturante. L’autunno scorso ho bruciato sei tele insieme con le foglie morte del giardino. Ce n’è abbastanza per disperarsi. Ma non vorrei morire prima di aver detto tutto quel che avevo da dire; o almeno aver tentato. E i miei giorni sono contati».

Condannate come un grave errore artistico dal Venturi, sono esaltate da Cesare Brandi, che vede in esse «il quadro da mostrare a chi ricerca il soggetto, il messaggio, la comunicazione: il quadro che fa capire cos’è la pittura o, se non si capisce, la fa ignorare per sempre […] si assiste come a una continua partenza, quasi le ninfee salissero vorticosamente al cielo sbocciando in pioggia di stelle come i bengala. Ed esse sono là, nel languore esaltato di quell’acqua torbida e purissima, in cui nascono di volta in volta i colori più squillanti della tavolozza più ricca che sia mai esistita».

Claude Monet davanti al ponte Giapponese

Il ponte giapponese, nelle versioni del 1924 al Musée Marmottan, o La casa dell’artista, dello stesso anno, sono opere ormai astratte, che vengono giustificate non solo da uno specifico programma artistico ma dalla stessa malattia agli occhi che gli impediva di riconoscere l’effettiva tonalità dei colori: scriveva lo stesso Monet: «…i colori non avevano più la stessa intensità per me; non dipingevo più gli effetti di luce con la stessa precisione. Le tonalità del rosso cominciavano a sembrare fangose, i rosa diventavano sempre più pallidi e non riuscivo più a captare i toni intermedi o quelli più profondi […] Cominciai pian piano a mettermi alla prova con innumerevoli schizzi che mi portarono alla convinzione che lo studio della luce naturale non mi era più possibile ma d’altra parte mi rassicurarono dimostrandomi che, anche se minime variazioni di tonalità e delicate sfumature di colore non rientravano più nelle mie possibilità, ci vedevo ancora con la stessa chiarezza quando si trattava di colori vivaci, isolati all’interno di una massa di tonalità scure».

Nel giugno del 1926 gli viene diagnosticato un carcinoma del polmone e il 5 dicembre muore: ai funerali partecipa tutta la popolazione di Giverny.

Quello stesso anno aveva scritto di aver avuto «il solo merito di aver dipinto direttamente di fronte alla natura, cercando di rendere le mie impressioni davanti agli effetti più fuggevoli, e sono desolato di essere stato la causa del nome dato a un gruppo, la maggior parte del quale non aveva nulla di impressionista».

Estratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Claude_Monet

Informazioni su diego80 (1908 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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