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Libertà, questa poco conosciuta.

Non è affatto farina del mio sacco, ma trovo sia troppo interessante per non proporlo il pensiero dello scrittore Aldo Busi di Montichiari.

Articolo di Didi Bozzini, tratto dalla rubrica “I fiori del male”

(Pier59)

La libertà è cosa per pochi

In un Paese nel quale si vendono oltre centomila copie di È tutta vita di Fabio Volo o La dieta dei gruppi sanguigni (non un ricettario per vampiri, ma l’ennesima guida all’alimentazione sana) del dott. Mozzi, bisognerebbe costituire un comitato di pubblica igiene mentale che si incaricasse della diffusione dei libri di Aldo Busi. È chiaro che in un tale clima di sentimentalismo adolescenziale e isteria salutista, che altro non sono se non i baffi finti della gerontocrazia più cinica e dell’economia più cancerogena, questo resterà un auspicio vano. Quindi, mentre le folle continuano a ruminare idiozie languide e paraecologiche, noi ci accontentiamo di attirare l’attenzione di pochi lettori su una sola pagina dell’autobiografia non autorizzata che lo scrittore ha intitolatoVacche amiche. Una pagina, la numero 104 del volume, nella quale è racchiuso il nucleo dell’etica di Busi.

La libertà non è un diritto, è un sapere costante nel tempo, una capacità di resistenza alla tentazione di asservirsi, una curiosità per le lande più inesplorate del cervello umano a contatto con il mondo ma innanzitutto a contatto con se stesso, a cui ritorna e a cui deve dare conto di quanto ha fatto fuori il suo portatore.

Un’affermazione orgogliosamente virile, quasi eroica, che rigetta l’idea di libertà come status offerto all’individuo dalle leggi della natura o della società e, al contrario, ne fa un valore raggiungibile solo attraverso l’azione, l’ethos. La libertà non è data perché non è dovuta, la si può conquistare unicamente a certe condizioni.  Sapere nel tempo, con buona pace degli spacciatori di opinioni rapide su tutto e conoscenza durevole di nulla. Resistere alla comodità della servitù, che non si ingombra di curiosità e meno ancora di dubbi. Esplorare se stessi e il mondo, con il coraggio necessario per addentrarsi nel territorio dell’incertezza. E infine, ma soprattutto, assumere la responsabilità (dare conto) degli atti che questo esercizio necessariamente comporta. Verso gli altri, è ovvio, ma in primo luogo verso di sé, perché o la libertà ha una dimensione riflessiva o non è del tutto.

La libertà è un bene che interessa a pochi e che confligge con le professioni, la si sacrifica spesso per portare a casa la pagnotta, ma chi la ama come l’aria è disposto a morire per mantenerla: rari i funerali a riguardo. Se avessi fatto il commerciante o l’insegnante o il giornalista, molto probabilmente non avrei avuto bisogno della libertà di cui ho bisogno per fare lo scrittore, e se fossi andato sotto padrone del tutto mi sarei accontentato di spendermi in un corteo di protesta all’anno, meglio se sotto carnevale.

Un’etica che naturalmente ha uno spessore poetico o, meglio, poietico.  Che mira all’autonomia del fare come autentico contenuto dell’essere, praticata solo dai pochi che non misurano l’ampiezza del proprio essere con la quantità degli averi accumulati. Una concezione della libertà che ricorda le parole messe in bocca da Sartre ai personaggi di Le Mouches: “Je suis ma liberté” (Io sono la mia libertà) , “Ta liberté est une gale qui te démange, elle est un exil” (La tua libertà è una rogna che ti corrode, è un esilio). Perché si tratta di un’esigenza estrema, senza possibili rinunce, come quella di respirare. E la solitudine della scrittura ne è la conseguenza e al tempo stesso la condizione di possibilità. Una situazione nella quale la protesta per migliorare i termini della schiavitù non può che apparire come una carnevalata. Senza arroganza, ma con una totale indisponibilità al compromesso.

La libertà non è una convinzione interiore e un ornamento mentale, è una lotta sociale dalle ferite inguardabili che non si chiudono mai. Non è un esistenzialismo menefreghista e decadente, è un’ideologia che presuppone una disciplina durissima e un’esistenza marziale soprattutto in tempi di pace, poiché per essa la pace è sempre apparente, è un trucco perché si rammollisca. L’unica priorità della libertà è se stessa, sta al di sopra persino del suo portatore.

“Vivere liberi o morire!” fu il motto dei Giacobini di Robespierre e Busi lo fa suo affermando con forza che il campo della libertà è quello della vita vissuta nella concretezza della sua dimensione sociale, non uno stato d’animo ma una pratica che comporta conseguenze tangibili. Non un atteggiamento semplicemente eterodosso ma l’esercizio del pensiero e dell’azione nel polemos, dove secondo le parole di Eraclito si trova l’elemento fondativo del tutto, degli esseri e delle loro differenze. Non c’è pace per la libertà perché è nel conflitto che essa si genera e si rigenera. Nel conflitto contro la diffusione della miseria spacciata per distribuzione della ricchezza, l’assenza di valori spacciata per tolleranza, il conformismo spacciato per egualitarismo, la propaganda spacciata per informazione e l’informazione per conoscenza. La libertà non fa accordi di pace con i suoi nemici, anche a discapito del quieto vivere spacciato per vero vivere.

La ricerca della libertà non si permette i tempi morti del quieto vivere, non riposa sugli allori della materia morta ma incamerata, men che meno altrui.

Come un’insopprimibile volontà di essere, che è sinonimo di pienezza del vivere, la libertà rifugge la quiete, metafora della morte. Non c’è calcolo, non c’è gloria, non c’è riposo. Solo la ricerca di un senso senza il quale la persona non è dissimile dalla cosa perché ne assume l’inerzia.  È un’etica della volontà e della resistenza che rinvia al pensiero di Tommaso Campanella: “…le cose naturali e le stelle ciò fanno senza pregiudizio del libero arbitrio; poiché trovi un uomo sostener quaranta ore di torture più tosto che dir al giudice quel che cerca. Se questa violenza non può vincere la volontà, manco ponno le stelle”. Volontà indistruttibile, quella dell’uomo libero, che è principio ispiratore di un’esistenza vissuta autenticamente in prima persona, rischiosamente, senza procure né nascondimenti.

Una pagina della letteratura italiana tanto più significativa quanto essa appare in un momento nel quale gli intellettuali e gli artisti hanno cessato di esercitare una qualunque azione critica sulla vita pubblica e si autocensurano, sono censurati o si mostrano solo per promuovere timidamente i loro prodotti. Una pagina della quale ogni spirito libero può essere grato ad Aldo Busi. Gli altri continuino pure a dormire cullandosi con le filastrocche di Fabio Volo e i consigli del dott. Mozzi.

1 Commento su Libertà, questa poco conosciuta.

  1. Luigi Mazzoleni // 1 marzo 2017 a 13:49 // Rispondi

    Oh beh… Ma che bello! Questa non me l’aspettavo… VBTV è spesso interessante e curiosa ma questo spazio di riflessione mi ha davvero sorpreso. Prendo le parole di Busi come non dette da lui. Il Busi , come tutti del resto, deve portare a casa la pagnotta pure lui e suo malgrado si concede a comparsate che poco hanno a che fare con la battaglia per la libertà. In quello che scrive però c’è tanto di vero, la libertà a mio avviso paradossalmente aliena, rende soli a lungo andare, richiede troppe rinunce e troppo pochi compromessi. Essere liberi sarà anche bello, ma non ho mai provato questo stato. Ma che fatica esserlo e mantenersi tali. Complimenti ancora a VBTV!

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