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28 marzo 1997 – Strage al canale d’Otranto

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Naufragio della Katër i Radës
Tragedy of Otranto.png

Localizzazione nel sinistro

StatoItalia Italia
LuogoCanale d’Otranto
Data28 marzo 1997
18:45
TipoNaufragio
Morti81
Dispersi24/27
Sopravvissuti34
MotivazioneCollisione con la corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana

Il naufragio della Katër i Radës è stato un sinistro marittimo avvenuto il 28 marzo 1997 all’eponima motovedetta albanese (in italiano: Quattro in Rada[1]).

La nave, carica di circa 120 profughi in fuga dall’Albania in rivolta, fu speronata nel canale d’Otranto dalla corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana, che ne contrastava il tentativo di approdo sulla costa italiana. Nel conseguente affondamento perirono 81 persone di cui si riuscì a recuperare il corpo[2] e, si stima, tra 27[3] e 24 persone mai ritrovate.[2] I superstiti furono 34.[4]

Il naufragio

La Katër i Radës era stata rubata al porto di Santi Quaranta da gruppi criminali che gestivano il traffico di immigrati clandestini.[5]Partì da Valona nel pomeriggio (alle 16:00) del 28 marzo 1997 carica di profughi che cercavano di raggiungere le coste italiane, per fuggire dall’Albania in preda all’anarchia.[6] Sulla piccola imbarcazione, progettata per 9 membri dell’equipaggio,[7] avevano trovato invece posto verosimilmente 142 persone.[8]

La corvetta Sibilla della Marina Militare Italiana.

Alle 17:15 fu avvistata dalla fregata Zeffiro,[9] impegnata nell’operazione Bandiere Bianche, nome in codice con cui era nota l’operazione di blocco navale realizzata per limitare gli sbarchi delle cosiddette carrette del mare provenienti dalle coste albanesi. Nave Zeffiro intimò alla Katër i Radës di invertire la rotta, ma la nave albanese proseguì.[1]

Quindici minuti più tardi la nave viene presa in consegna dalla corvetta Sibilla, più piccola ed agile, che si occupò di effettuare le manovre di allontanamento, avvicinandosi in cerchi sempre più stretti alla Katër i Radës.[9]

Alle 18:45 avvenne l’urto;[7] alle 19:03 la nave affondò.[9] Secondo i giudici la colpa era da dividere tra i comandanti delle due imbarcazioni: sia la sentenza di primo grado, giunta nel 2005, sia quella di secondo grado, del 2011 e quella della Cassazione nel 2014, hanno stabilito che il comandante della Katër i Radës aveva effettuato delle manovre scorrette, non ascoltando le intimazioni, mentre la corvetta italiana cercava energicamente di impedire il passaggio. La condanna per Namik Xhaferi, al comando della motovedetta albanese, fu inizialmente di quattro anni di carcere, poi ridotti in appello a tre anni e dieci mesi e successivamente ridotta a tre anni e sei mesi in Cassazione; quella per Fabrizio Laudadio, comandante della Sibilla, ammontava inizialmente a tre anni, poi ridotti a due anni e quattro mesi in appello[1], e scesa definitivamente a due anni in Cassazione[10].

Il relitto della nave, recuperato, è diventato a Otranto un monumento memoriale detto ‘L’Approdo. Opera all’Umanità Migrante’ per mano dell’artista greco Costas Varotsos.[3]

Il 26 gennaio 2000 è stata presentata alla Camera, l’interpellanza parlamentare (2-02197) a firma Nardini, Giordano, Vendola, Mantovani, De Cesaris per chiedere al Presidente del Consiglio e al Ministro della Difesa di riferire in merito al “verbale della testimonianza del capitano di corvetta Angelo Luca Fusco i cui contenuti – se confermati – indicano una grave responsabilità dei vertici militari e politici nell’affondamento della nave albanese”.[11] In una puntata della trasmissione televisiva Ballarò del 2013, viene riportata una dichiarazione di Romano Prodi, all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio: “La sorveglianza dell’immigrazione clandestina attuata anche in mare rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e nel rispetto della legalità che il governo ha il dovere di perseguire”.[12]

Informazioni su diego80 (1946 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

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