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Osterie e taverne di ieri e di oggi – Trattoria Roma (Caselù)

Qualche anno prima della Grande guerra, Guerino SALVI, detto Caselù, aprì la trattoria Roma, nome probabilmente preso dalla via dove era ubicato, alla quale in un primo tempo era annessa anche una piccola bottega di alimentari.

L’aspetto della via Roma nei dintorni del Caselù era assai diverso da come si presenta adesso: scendendo verso la chiesa, sulla sinistra, c’erano cinque platani che costeggiavano la strada, mentre, salendo verso via Libertà al posto dell’attuale stabile del Credito Bergamasco c’era uno spazio che d’estate era riservato a una giostra a seggiolini per bambini e d’inverno veniva abbondantemente bagnato fino a trasformarsi in una meravigliosa pista di ghiaccio per “slisà”.

Il piatto forte dell’osteria era la trippa, sapientemente pulita a mano su due tavoli in pietra che stavano sull’ampia terrazza. Questo piatto era particolarmente apprezzato dagli allievi della scuola di musica, che ogni sabato sera terminate le lezioni si fermavano dal Caselù.

Sempre il sabato sera in tutti tavoli si giocava a carte e a morra; nonostante questo gioco fosse proibito, nessuno osava redarguire i tanti giovani appena ritornati dalla guerra e per un po’ fu tollerato, ma poi a causa dei litigi che provocava e anche per le urla scomposte, per l’agonismo e per le imprecazioni, fu proibito.

Ai tempi era molto sentita la rivalità tra le diverse e numerosissime frazioni del paese e, per limitare scontri e litigi, gli abitanti di una stessa frazione cercavano di incontrarsi in un’unica osteria. Quella del Caselù era frequentata da uomini e ragazzi di Cavaglia.

Alla domenica poi era obbligatorio andare a catechismo e il solerte curato perlustrava le osterie del paese sollecitando i maschi ad andare all’Oratorio.

Della fornitura del vino si occupava Guerino, papà di Michela che si recava da un produttore a Valmora, frazione di Pontida, e lo portava a Brembilla in botti di legno che venivano stoccate nella cantina sottostante l’osteria con po’ di difficoltà, dovuta allo stretto passaggio delle porte che a un certo punto si dovettero allargare. Il pavimento della cantina era stato volutamente lasciato privo di pavimentazione per favorire la naturale frescura e per permettere all’umidità di salire dal terreno.

La cantina era collegata al piano superiore da una bella scala in pietra che svolgeva anche la funzione di stazione meteo: infatti quando i gradini cominciavano a inumidirsi e poi a bagnarsi di lì a poche ore sarebbe arrivato sicuramente un temporale o una perturbazione.

Il vino per lunghi anni venne venduto non a calici ma a boccalini da un quarto di litro o da mezzo litro.

Fuori dall’osteria, con il tempo, erano stati ricavati due campi da bocce. Il primo costeggiava la strada provinciale e sorgeva all’incirca dove ai nostri giorni c’è il negozio di abbigliamento Michela, il secondo era attiguo al primo ma era disposto trasversalmente rispetto alla provinciale e confinava con la proprietà della famiglia Tartari.

 

Nel 1940, in seguito alla morte del marito, la mamma della signora Michela interruppe l’attività. Di lì a poco l’osteria, a seguito dell’entrata in guerra dell’Italia, divenne la sede del Fascio che fu chiusa dopo il 25 luglio 1943, con la caduta del governo Mussolini, e i locali di via Roma tornano nelle mani della famiglia Salvi.

In un primo momento l’osteria rimase ancora chiusa poi per un breve periodo venne utilizzata da un certo Totò, un signore di origini zingare che aveva allestito una cabina di proiezione cinematografica sul marciapiede fuori dall’osteria e alla sera proiettava vecchie pellicole all’interno dei locali del Caselù. Divenne poi un ritrovo di molti cacciatori che si scambiavano le loro opinioni o si vantavano dei loro veri o presunti bottini di caccia.

Dopo la guerra ripartì l’attività dell’osteria, fu acquistato il tavolo da bigliardo e poi la televisione che verso la fine degli anni ‘50, gli anni di Lascia o raddoppia? e del boom economico, trasformava l’osteria in un vero e proprio teatro con file di sedie a disposizione degli ammirati avventori che potevano godersi il nuovissimo e meraviglioso simbolo del benessere.

Antonio, uno dei figli della signora Michela, durante il servizio militare era stato assegnato al servizio cucine e quest’esperienza gli valse un futuro in campo culinario.

via Roma a Brembilla negli anni ’50

Infatti lavorò presso il Cappello d’oro a Bergamo, poi all’Albergo Centrale di San Pellegrino e infine alla mensa della San Pellegrino. Nei fine settimana aiutava la moglie Lisetta che gestiva la trattoria ROMA detta Caselù.

La chiusura definitiva dell’attività fu all’inizio degli anni ’90.

Per un breve periodo, (periodo 2000/2001) il locale riaprì assumendo il nome di “El Paso”, che aveva la funzione di pub. Attualmente lo stabile è occupato dal negozio di calzature Panza, che da qualche anno vi ha trasferito l’attività che già gestiva qualche centinaio di metri più in fondo alla via.

Informazioni su diego80 (1946 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

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