ULTIM'ORA

Il bosco avanza ed è una miniera di risorse e opportunità

Camorone da Maroncella

Boschi e foreste costituiscono circa il 30% del territorio italiano ed europeo ed anche nella nostra piccola valle costituiscono coprono una parte rilevantissima della sua superficie. Stranamente è diffusa l’idea che il patrimonio forestale stia diminuendo ma in realtà se ci mettessimo a scavare nei nostri ricordi o se guardassimo con attenzione qualche vecchia fotografia o cartolina ci accorgeremmo che, anche nel nostro piccolo paese, il bosco nel tempo è avanzato in maniera molto significativa modificando il paesaggio, l’aspetto dei rilievi, mangiandosi pascoli, prati e terrazzamenti.

Come mai? Beh, si sono fatti studi, ricerche, scritti libri e libri su questo tema nel corso degli anni incolpando l’industrializzazione progressiva dell’Italia dal dopoguerra in avanti con il conseguente spopolamento ed abbandono della montagna, la mancanza di strade adeguate, l’iper burocrazia etc.

Io direi che tutte queste ragioni sono vere ed innegabili ma aggiungerei che ci siamo e ci stiamo allontanando dalla montagna e dai boschi non solo “fisicamente”, ma soprattutto “culturalmente” e ciò va a scapito della gestione diretta, della conoscenza profonda, della cura quasi maniacale con cui negli anni e nei secoli scorsi i nostri avi si sono presi cura del territorio e da esso ne hanno tratto sostentamento e lavoro. Specialmente a Val Brembilla in 60 anni abbiamo creato generazioni di finissimi imprenditori e tecnici capaci di creare oggetti, impianti, macchinari di grandissima precisione e con processi produttivi sempre più complessi ed ottimizzati. Contemporaneamente però abbiamo purtroppo perduto generazioni di finissimi e sapienti tecnici della montagna. Senza una formazione particolare ma grazie a tradizioni e saperi quasi ancestrali conoscevano alla perfezione il territorio in cui vivevano, le criticità, sapevano l’importanza della manutenzione delle costruzioni e conoscevano come farla e quando farla. Paradossalmente portavano in sé in maniera innata, molto prima della nostra società ragionata e moderna, il concetto di prevenzione, dell’anticipare i rischi intervenendo con muri e muretti, gradoni, anse e scoli nei sentieri per rallentare il corso dell’acqua che altrimenti avrebbe rovinato quando non distrutto al suo passaggio le strutture a valle. Addolcendo i pendii con terrazzamenti e orti che davano di che mangiare e ne frenavano lo scivolamento a valle. A loro modo, forse inconsapevolmente, preservavano la biodiversità mantenendo la naturale commistione tra boschi, prati, pascoli e zone umide.

Questo slideshow richiede JavaScript.

La mia non è una critica bacchettona al mondo e alla società di oggi, anzi. Grazie alle schiere di tecnici ed imprenditori abbiamo avuto il benessere, la possibilità di studiare, di sceglierci il lavoro che più ci piace, di viaggiare. Al contrario nella Val Brembilla di 70 anni fa si faceva una vita d’inferno o quasi. Si doveva emigrare, la montagna e le sue fatiche imbruttivano e facevano invecchiare precocemente la gente  che ci viveva. Non era proprio un paradiso. Ma di certo c’erano dei saperi ed una cultura che stiamo perdendo, ma forse stiamo aprendo gli occhi.

La recente crisi economica, l’insoddisfazione per un lavoro che non c’è o che arriva sempre più tardi ha spinto qualcuno, anche a Val Brembilla, a riconsiderare la possibilità di vivere non dei frutti dell’industria manifatturiera o dei servizi ma del proprio territorio. Aziende agricole, allevatori, imprenditori dell’accoglienza turistica, boscaioli moderni ed attrezzati sono tornati a credere e ad investire nella valle, nel territorio e nel proprio lavoro. Un manipolo di pazzi temerari si dirà. Beh forse siamo noi ad aver dimenticato da dove veniamo. Tutti o quasi “ragazzi” di Val Brembilla dai 40 anni in su sono cresciuti con le galline fuori di casa, con l’odore di mucca sotto il naso a casa dei nonni, con quello del fieno d’estate, con la stufa a legna in casa o dai nonni. A ben vedere quindi questi nuovi imprenditori non sono dei temerari ma dei vecchi montanari 4.0 si direbbe oggi.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Sono ritornati a fare quello che facevamo qualche modernità fa ma declinandolo in maniera diversa. Ed anche il bosco che avanza potrebbe non essere necessariamente una sciagura anzi. A patto ovviamente di rendersi conto della ricchezza del patrimonio forestale che abbiamo e delle risorse ad esso collegate,  come la rete infinita di chilometri e chilometri di sentieri mulattiere che collegano e legano boschi,frazioni e  contrade con il centro del paese, le faggete bellissime e sterminate che sono luoghi magici in inverno e lussuosi salotti climatizzati d’estate.  Per chi ha l’occhio più attento ed educato la grande ricchezza di fiori, erbe officinali e flora spontanea con qualche vera rarità. Il bosco è anche un discreto e silenzioso custode della nostra storia, camminando per i nostri boschi ci si imbatte ancora in strani spiazzi assolutamente pianeggianti e che stonano rispetto al pendio. L’ aràl, questo il nome di questi strani spiazzi, era la sede prescelta per la costruzione del poiàt per trasformare la legna in carbone. Qua e la spuntano ancora i resti di qualche calchèra ancora ben conservata.

E poi ancora funghi, noci, nocciole, qualche castagna (non molte purtroppo) e poi vicino alle contrade abbandonate nespole,fichi, mele e pere piccole e non bellissime ma dal sapore incredibile. E poi riposarsi al sole ancora caldo dell’autunno e perdersi a spiluccare uva selvatica dai muri in sasso di qualche baita o stalla. Come direbbe la rèclame : non ha prezzo.

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Per valorizzare il bosco e le realtà ad esso collegate in una logica economica e  e quindi far sì che diventino una fonte di reddito per chi gestisce il bosco e vive nei territori montani è necessario introdurre particolari accorgimenti e pensare a nuovi modi di fare impresa e generare reddito.  Ovviamente tutte queste risorse oltre che un valore ed una bellezza intrinseci hanno un potenziale valore turistico. Per poterlo sfruttare oltre ad incentivi e sgravi è fondamentale e necessario promuovere e diffondere una nuova coscienza turistica, favorire il coinvolgimento della popolazione locale al processo di sviluppo turistico. Preparare un inventario delle strutture rurali, naturali ed abitative da recuperare in chiave turistica. Riuscire a conciliare la conservazione del paesaggio e dell’ambiente  con lo sviluppo sociale ed economico dei soggetti che decidono di accettare la sfida di investire ed intraprendere diventa importante per motivare una gestione attiva che induce un’attività di sorveglianza e tutela del bosco e del territorio in generale.

Questo risultato anche se difficilmente misurabile ha ricadute e vantaggi enormi per tutti.

6 Commenti su Il bosco avanza ed è una miniera di risorse e opportunità

  1. oliviero carminati // 30 giugno 2017 a 21:45 // Rispondi

    Grande Omar, la tua ineccepibile e dotta analisi, mette in risalto il tuo acuto senso dell’osservazione, le riflessioni che hai sciorinato mi trovano pienamamente concordi, è materia di studio, nonstante la brevità dell’articolo, è una sintesi dai connotati di ampio respiro, Bravo

    • Colpa del Periplo Oli… Dei posti, posso dire senza vergogna, mozzafiato e del tempo che ci ha dato per pensare e riflettere camminando.
      I posti, le storie e la storia a loro legati meritano davvero di essere visti, visitati, raccontati e vissuti.

  2. Il bosco avanza, si riprende il territorio cancellando i segni della presenza dell’uomo, ovvero della cosidetta “antropizzazione”, sia quella “buona” ed ecologica come quella cattiva devastatrice e predatoria. Ancora di più il bosco dovrebbe e dovrà avanzare nelle zone urbane non per cancellare la presenza dell’uomo ma per migliorarla e riqualificarla. C’è bisogno di verde nelle città, sembra uno slogan frusto e consunto, residuato di reazioni allergiche alle grandi espansioni urbane del dopoguerra, ma è purtroppo sempre attuale. Ripensare e riprogettare le periferie, le aree dismesse, i vuoti urbani, non solo di grattacieli mirabolanti e scintillanti, ma di spazi verdi, riportare non solo la natura in quello che di immediato sa dare: svago, ristoro, relax, ma anche il senso dell’interagire creativo e operoso con essa: il seminare, il curare, il raccogliere. Allora ben vengano gli orti urbani, anche quelli piccoli domestici, aggiunti al verde tappezzante agli orti verticali, giardini pensili, tetti verdi e tutto quello che di meglio l’inventiva e la fantasia possono suggerire. Non è più il tempo delle concezioni urbane delle città giardino inglesi dell’ottocento fatte di casette contornate dal giardino, le città devono svilupparsi anche se non sopratutto in verticale, non a caso un nuovo grattacielo di Milano ribattezzato Bosco Verticale è stato premiato a livello internazionale come opera innovativa e originale nell’ambito dell’architettura del ventunesimo secolo, speriamo ne seguano molti altri, grattacieli e non!

  3. Alessandro Pellegrini,Che il bosco si stia “rimangiando” il prato è deltutto evidente,i nostri nonni troverebbero le parole forse più adeguate in dialetto: “ol bosch a l’mangia ol pràt, méno pitansa de mèt so ‘l nòst piàt”. Loro forse sarebbero meno daccordo nel dire che è del tutto normale che ci sia bisogno di verde nelle citta invase dal cemento e dalle polvere sottili,.Noi, che abbiamo avuto la fortuna di nascere sul territorio custodito, abbiamo fondate preoccupazioni nel vedere il nostro territorio lasciato a sestesso.L’avanzamento del bosco di per se, non sarebbe motivo di preoccupazione se ci fosse comunque sorveglianza. Il bosco, nel passato è sempre stato una risorsa da sfruttare, e rinnovabile, ma oggi quanti ci credono che ancora sia una risorsa?,purtroppo nemmeno le istituzioni ci credono, ( che comunque dovrebbero essere le prime a incentivare) e quindi cominciano i problemi, E pensare che solo negli anni ’40 – ’50 tanti capi famiglia erano impegnati nel taglio della legna,e a Brembilla esistevano diverse aziende boschive. Andando oltre nei secoli passati noi brembillesi eramavo sopprannominati “Gràta Lègn” o “Pelabròch””.quindi la storia insegna sempre qualcosa, quella risorsa era per tutti considerata la nostra vita. Vedere il bosco come è ridotto oggi, un groviglio di infestanti dove difficilmente si può accedere, è un motivo per me di preoccupazione. Se il territorio non è custodito, bosco, prato canali strade ecc..non possono fare sogni tranquilli ne nei paesi del fondovalle, neppure quelli della città anche se nasceranno tanti orti verticali e giardini pensili. Boeri giustamente propone l’innovazione in citta per poterla ancora vivere, Ma se la montagna si spopola e lascia il suo territorio incustodito, neanche la città avrà un fututo tranquillo.

    • Corretta ed interessante la tua osservazione Sandro. Io vorrei aggiungere una mia riflessione. Se immaginassimo di avere un’amministrazione comunale, provinciale o regionale che investisse seriamente nel lungo periodo soldi e risorse umane in quanti si complimenterebbero? In quanti invece si straccerebbero le vesti gridando allo scandalo? Con il bosco e le montagne mica si mangia. Meglio sarebbe investire in qualcosa di più concreto e visibile, anche dal punto di vista elettorale. Mi chiedo se noi stessi possediamo la sensibilità per capire che la cura del bosco e della montagna non sono un vezzo di qualche romantico nostalgico ma sono un’urgenza concreta.

  4. La necessità di verde nelle città non vuole essere una critica implicita al verde, prato o bosco che sia, nelle campagne. Non credo proprio che i nostri avi sarebbero stati in disaccordo su questo fatto.

Rispondi

Al termine della lettura, se vuoi rimanere in contatto con noi, visita la nostra pagina Facebook e perchè no, metti un bel Mi Piace!

UA-76292238-1
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: