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Pietrin

Pietrin.

Pietrin. Dialetto astigiano.
Forse voleva dire “piccolo Pietro” anzi sicuramente voleva dire “piccolo Pietro”.
Io bimbo in vacanza paesino collinare in epoca elementari lo collegavo a “pietra”.
Forse per ronzii dottrinali o lentezza o respiro o roba del genere.
Pietrin pasta di uomo.
Viveva solo.
Nello stesso cortile di “Teresina dei cincillà”.
Di fronte al cortile di nonna.
Aveva la faccia di Jean Gabin attempato virata sul calice rosso da paese.
E dita spesse da contadino.
E schiena storta da fatica.
E scarponi da vigna.
E cintura logora bassa da pancia prominente.
E maniche rimboccate da camicia a quadri vince il blu.
Mamma dopo abbracci e lacrime con nonna si estrofletteva al saluto dei vicini. Come l’uomo gommoso dei fantastici quattro.
Pietrin era sempre il primo.
Ancora vestita da ricca bergamasca con frigo e acqua calda e Fiat millecento e tivù e me al guinzaglio mamma squillava “Piertiiiinnn…“
L’uscio era aperto.
Pietrin si manifestava. Appena tornato dalla vigna. Ci volevano trenta secondi per la connessione. Poi un sorriso.
Un sorriso schivo di quelli emotivi di quelli timidi.
Guardavo. Assorbivo. Approvavo.
Ogni sera dopo estemporanea doccia grazie a brocche d’acqua scaldate al sole correvo da Pietrin.
Stava in cucina.
Credenza di castagno pitturata a tempera azzurra due cassetti per posate e aggeggi sotto per piatti sfigurati sopra per carte scritte a inchiostro della “cantina sociale” unica fonte di reddito.
Un tavolo di un metro quadro.
Sedie agonizzanti impagliate.
Lavandino una vasca in pietra acqua fredda.
Poltrona marron ultramarcia sfondata comoda.
Porta per agire la stanza di sopra camera da letto ex fienile tappato da mattoni rossi.
Porta per agire la stalla con mucca. A piano terra.
Proteine e lavoro.
Odore di soffritto e peperoni e mucca che impregna anima e cervello.
Ero li.
Timido.
Il suo sorriso mi chiedeva “vuoi lo zuccherino?”
E apriva il cassetto azzurro e toglieva da una carta oleata piena d’esperienza un oggetto rotondo simile a una piccola oliva.
Sprizzavo felicità.
Lo Zuccherino. Oggetto dolce succhiabile che s’ infila dritto in anima e cervello.
Lo Zuccherino. L’ unguento universale per giovani o vecchi squassati da tristezze.
A volte mi portava nella vigna.
Con la mucca attaccata al carro con noi due con cento litri di verderame con qualche attrezzo semplice. Contadino.
Spruzzava verderame.
Tagliava tralci improduttivi.
Estirpava erbacce.
Controllava le nocciole.
Estraeva da una carta oleata piena di esperienza un pezzo di formaggio e mezzo pane del giorno prima.
Mi dava la metà.
Guardavo. Assorbivo. Approvavo.
Lui parlava pochissimo. Io per niente.
C’era anima. Odore. Sentore. Umanità. Piacere. Calore. Felicità.
C’era la Vita.
La sera il paese era al bar per vedere la tv. Noi ragazzini s’era in bici con fantasie preadolescenziali e il gusto innato di rompere le palle.
Nella penombra c’era Pietrin solo sulla sedia. Un cenno. Ricambio.
Aveva occhi lucidi rossi e bagnati.
Non ho mai osato correre ad abbracciarlo. Ero trascinato attore nel ruolo socialmente vitale di stupido ragazzino preadolescenziale. Vigliaccheria che s’infila dritta in anima e cervello. Stabilmente.

Nonna morì.
Di Piertin non ho saputo nulla.

Ricordo che mi portò a pesca nel grande stagno in fondo al paese. Prendevo pescini minimi certi rossi certi grigi certi rossi e grigi. Ero più felice di dio.
Pietrin.
Tagliava all’equatore due pomodori. Estraeva una pallina di carta oleata piena di esperienza. Dentro c’era il sale. Il più bel pranzo della mia vita. Pomodori tagliati all’equatore e sale e pescini nella nassa e due occhi stretti e ridenti.

Ricordo. Assorbo. Approvo.

f. 2017

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