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l’orgoglio del Passero Solitario e l’urlo dei corvi spennati

di DIEGO VALCESCHINI

 

Ultimamente sono stato invaso da un’ondata di popolarità in quel di Val Brembilla (anzi, solo a Brembilla: a Gerosa ancora sono a livelli medio/bassi) grazie ad alcuni giovanotti (capitanati dal loro occhialuto e magrolino leader con tanto di bicicletta persino più grande di lui) non certo per le mie qualità di aspirante scrittore od operatore, forse scimmiottando pure le mie presunte qualità canore (merito o demerito di un video postato sul mio canale in qui mi diletto col karaoke, che potete vedere quì), ma soprattutto si divertono a nominare il mio “nickname” che ho scelto per facebook (ripreso anche su Instagram) ed è la nota poesia di Giacomo Leopardi “Passero solitario”, utilizzata per il fatto che spesso me ne vada per i fatti miei e non mi aggreghi a nessuna compagnia in particolare, ispirandomi al famoso uccelletto della poesia dell’artista di Porto Recanati, risalente vagamente alle annate 1829-1830.

I primi giorni la cosa mi ha dato un po’ fastidio, ma negli ultimi giorni ho pensato che questo improvviso bagno di popolarità tra questi giovanotti post-scuola materna non faccia altro che accrescere l’autostima, e così pensavo di offrire un ripasso di ciò che è il Passero Solitario, che magari sti giovanotti conoscono solo perchè uscito dalla loro bocca e per averlo letto su un social network, senza neppure sapere chi sia realmente, nonostante il loro grado d’istruzione che dovrebbe essere piuttosto avanzato.

(da wikipedia)

Il passero solitario è una poesia di Giacomo Leopardi probabilmente scritta negli anni 1829-1830 (sulla datazione del poema, comunque, esiste un ampio dibattito).

Nel componimento Leopardi vede sulla torre campanaria di Recanati un passero, e riflette su un’identificazione malinconica tra l’uccello e sé stesso: entrambi, infatti, sono destinati a condurre un’esistenza solitaria. Il passero solitario, desiderando la solitudine per natura, non percepisce tuttavia il suo dolore e dunque non può che provare felicità: Leopardi, al contrario, è purtroppo consapevole di non godersi gli anni della sua giovinezza, che rimpiangerà quando sarà anziano.

Il passero solitario, testo del quale non ci è giunto né l’autografo né la data di composizione, costituisce l’unica eccezione nella cronologia dei Canti. Nell’edizione napoletana dei Canti del 1835 il poema è collocato all’undicesimo posto, come prologo agli Idilli e subito prima dell’Infinito. Questa collocazione incipitaria ha inizialmente lasciato supporre i critici che il poema fosse stato composto nel 1819, anche perché in quell’anno Leopardi citò il passero solitario in un appunto ove segnò un elenco di argomenti di possibili idilli futuri:

« Galline che tornano spontaneamente la sera alla loro stanza al coperto. Passero solitario. Campagna in gran declivio veduta alquanti passi in lontano, e villani che scendendo per essa si perdono tosto di vista, altra immagine dell’infinito »

Tra i primi a mettere in dubbio questa datazione vi fu il critico Angelo Monteverdi, secondo cui Il passero solitario, presentando una metrica e una stilistica che sono inequivocabilmente vicini ai canti pisano-recanatesi, sarebbe stato composto nel 1831.[1] Ben pochi critici letterari, d’altronde, si sono astenuti dal contribuire alla vexata quaestio della datazione del poema: Umberto Bosco ha proposto l’ipotesi di una composizione successiva al periodo fiorentino e portata avanti sino al 1835, anno in cui il poema apparve nell’edizione Starita, mentre Giovanni Getta e Paulette Reffienna hanno convenuto per un’elaborazione conclusasi nel 1829. Walter Binni ha proposto una collocazione nel giugno-luglio del 1829, periodo assai vicino o di poco posteriore alla festa di San Vito (patrono di Recanati), esplicitamente citata nel poema, accettando tuttavia la verosimile ipotesi che il poema sia stato poi ulteriormente rimaneggiato a distanza di tempo.[2] Binni, in particolare, fonda la propria tesi su un passo dello Zibaldone che dal punto di vista tematico assomiglia molto al Passero solitario:

« Memorie della mia vita. – Sempre mi desteranno dolore quelle parole che soleva dirmi l’Olimpia Basvecchi riprendendomi del mio modo di passare i giorni della gioventú, in casa, senza vedere alcuno: che gioventú! che maniera di passare cotesti anni! Ed io concepiva intimamente e perfettamente anche allora tutta la ragionevolezza di queste parole. Credo però nondimeno che non vi sia giovane, qualunque maniera di vita egli meni, che pensando al suo modo di passar quegli anni, non sia per dire a se medesimo quelle stesse parole »
(Giacomo Leopardi[3])

Nella prima strofa Leopardi descrive un gioioso paesaggio bucolico in cui tutti gli esseri viventi esultano per il ritorno della primavera: i greggi di pecore belano, le mandrie muggiscono e, soprattutto, si scorgono stormi di uccelli che volano insieme nel cielo sereno. In questo quadretto idillico emerge la figura di un passero che, appollaiato sul campanile della chiesa recanatese di Sant’Agostino (vari biografi di Leopardi attestano che effettivamente quella torre era abitata da un «passero solitario»), «pensoso in disparte il tutto mira» (v. 12). L’uccello cui si riferisce il poeta non è il passero comune, ma proprio una specie chiamata passero solitario (Monticola solitarius), una sorta di merlo dal piumaggio azzurrino che usa vivere proprio sui vecchi palazzi delle città, ripudiando la vita di gruppo. Quest’uccello non partecipa all’atmosfera di rinnovamento dovuta alla bella stagione, bensì guarda i propri simili in disparte, assorto nei propri pensieri, diffondendo il proprio canto melodioso per la campagna fino al tramonto.[4]

Nella seconda strofa Leopardi stabilisce un parallelismo tra la propria condizione e quella del passero solitario. Così come il volatile trascorre solitario la primavera, Leopardi si rifiuta di godere dei passatempi caratteristici della gioventù, sentendosi del tutto incompreso e diverso dagli altri ragazzi del villaggio. L’estraneità che Leopardi si è diagnosticato in questi versi, infatti, si contrappone all’immagine degli altri giovani recanatesi che, animati da un interno fervore, corrono per le strade del borgo a celebrare le ricorrenze, tra suoni e colori, in una vaga illusione di felicità. Infine, al pari del passero, Leopardi decide di allontanarsi da quell’aria di divertimento così aliena, avviandosi verso una meta indefinita e remota nella campagna attorno a Recanati. Egli è schivo di fronte ai divertimenti effimeri della vita, e il sole che tramonta e «par che dica / che la beata gioventù vien meno» (vv. 43-44) gli fa capire che, quando giungerà alla vecchiaia, rimpiangerà il mancato godimento degli anni migliori della giovinezza, perché «diletto e gioco / indugio in altro tempo» (vv. 38-39).[5]

Con la strofa finale ritorna l’immagine del passero. Leopardi si rivolge nuovamente al piccolo animale, con una sorta di nostalgica invidia: il passero, difatti, pur avendo anche lui innata la sofferenza, non la percepisce poiché vive seguendo il suo istinto, e pertanto rimane nella sua illusoria condizione di felicità. Il raffronto con la condizione del poeta è il passo successivo e finale, coi canoni tipici del vero: malinconia e infelicità, la terribile ombra della vecchiaia che, rendendo il «dì presente più noioso e tetro» (v. 55), toglierà ogni senso al miserando vagare sulla terra che è l’esistenza dell’uomo.[5]

Stile e modelli letterari

Il passero solitario presenta un’atmosfera lirica ed indeterminata e un lessico che evoca efficacemente quel senso di vago e indefinito tanto caro alla poetica leopardiana: vago è infatti il paesaggio in cui si trova il poeta («alla campagna … vai», vv. 2-3), e analogamente la torre campanaria ove è appollaiato il passero è qualificata dall’aggettivo «antica» (v. 1), con il quale si ottiene un effetto di lontananza sia spaziale che temporale. Il ritmo, se all’inizio è più alacre e festivo, rallenta negli ultimi versi risolvendosi in una cadenza malinconica, accentuata anche dagli incisi e dal peso amaro dei versi («pentirommi», «volgerommi»). Il passero solitario, per il resto, è una canzone ripartita in tre strofe di sedici, ventotto e quindici versi, per un totale di cinquantanove versi.

Ne Il passero solitario, inoltre, sono rintracciabili numerosi modelli e riferimenti letterari. Nei primi versi del componimento troviamo due riferimenti a Francesco Petrarca (assai presente in molti testi leopardiani): il primo è al v. 1 («cantando vai» riprende il sonetto 353 del Canzoniere petrarchesco, Vago augelletto che cantando vai), mentre il secondo è v. 2 («solitario» rinvia all’incipit del sonetto 226 dei Rerum vulgarium fragmenta). L’«intenerisce il core» al settimo verso è una citazione dantesca dell’Inferno («Era già l’ra che volge il disio / ai navicanti e ‘ntenerisce il core»), mentre il verso «Odi greggi belar, muggire armenti» riprende letteralmente un passo della traduzione dell’Eneide di Annibal Caro.[6]

Secondo Maria Corti, in particolare, la fonte letteraria che più ha ispirato il poeta per la stesura de Il passero solitario è l’egloga VIII dell’Arcadia di Jacopo Sannazaro, affine sia stilisticamente che contenutisticamente al testo leopardiano.[5] Tale tesi è avallata dalle seguenti somiglianze tra Il passero solitario e il testo sannazariano, riassunte nella tabella qui proposta:

Egloga VIII, vv. 37-42, testo integraleEgloga VIIIIl passero solitario
« Questa vita mortale al dì somigliasi,
il qual, poi che si vede giunto al termine,
pien di scorno all’occaso rinvermigliasi.
Così, quando vecchiezza avvien che termine
i mal spesi anni che sì ratti volano,
vergogna e duol convien c’al cor si germine »
«occaso [che provoca la similitudine
tra il giorno e la vita mortale]»
«il Sol…cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventù vien meno»
«quando vecchiezza avvien che termine»«se di vecchiezza / la detestata soglia»
«i mal spesi anni che sì ratti volano»«Che di quest’anni miei?»
«vergogna e duol»«Ahi, pentirommi, e spesso, /
Ma sconsolato, volgerommi indietro»

 

*
LEOPARDI,  Il Passero Solitario

 

D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finchè non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede la sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra
. Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni nostra vaghezza
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia voto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? Che di me stesso?
Ahi pentiromi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.

 

Insomma, io vado avanti col mio orgoglio di “Passero Solitario”, contento di essere in questa condizione, seppure nell’ultimo periodo ci siano alcuni cambiamnti. Che però possono essere estemporanei, mai nulla è garantito nella vita. Finchè ce n’è, evviva il re, diciamolo. E il passero continuerà tranquillamente per la propria strada, incurante del gracidio di corvi spennati col solo scopo di intaccare la serenità e la quiete che, del paese potrà essere disturbata, ma interiormente non potrà ceto scalfire le mie idee. Il Passero resta, i corvi passeranno. E magari un giorno diventeranno Passeri, Solitari o no. Sempre se ne accorgano che possono diventarlo, e non restino nell’eterna condizione di Corvi Spennati.

Informazioni su diego80 (1943 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

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