ULTIM'ORA

Quando dire Corea era una cosa semiseria.

Pak Do Ic non è uno slogan o un motto pronunciato da chissà chi, da Gengis Kan forse? O qualche imperatore cinese dei tempi che furono? Una parola d’ordine di Mao Tse Tung per spronare il popolo in marcia? Un ordine dato in cantiere da un carpentiere bergamasco, come dire: “pak de ciocc”?

Niente di tutto questo. Molto più semplicemente è il nome di un giocatore di calcio nord coreano che nell’ormai lontano 1966 eliminò con un goal la nazionale italiana dal mondiale d’Inghilterra, un bel pak…ko appunto, uno smacco che servi a coniare un nuovo termine per significare una debacle imprevista, in ambito sportivo e non.

Si usò a lungo e un po’ si usa ancora chiamare Corea una impresa mal riuscita, una umiliazione, parola pronunciata più con un senso di ironico sarcasmo che non volto a sottolineare una spregevole tragedia.

Chissà perché viene in mente questo personaggio, forse perchè a pensarci bene uno dei pochi che nel corso della giovane storia della Nord Corea sia salito alla ribalta della notorietà, forse perché quantomeno proprio nell’ Italia sportiva ha lasciato un segno legato all’epilogo di quella famosa partita del 1966.

Per il resto di questo popolo lontano geograficamente ma nobile e antico se ne sa poco o niente.

Si sa o si è costretti a conoscere Samsung colosso dell’elettronica della Sud Corea, e cosi altri marchi dell’industria automobilistica che si chiamino Yunday, Kia, SSangYoung, Sud Corea che marcia a livelli di crescita economica sbalorditivi da anni, tigre asiatica in grado di confrontarsi e tenere testa al vicino Giappone quanto a tecnologia e spirito di abnegazione per il lavoro, ma dei cugini del nord mai nulla trapela, dominati da una ferrea dittatura di ispirazione social-comunista non si sa come se la passino, che tenore di vita possano permettersi, che servizi abbiano, quali beni di consumo, se vestano per obbligo o per spontanea adesione in divise grigioverdi con baschi in testa alla Che Guevara marciando per le città in file ordinate e col passo dell’oca, o invece vestano abiti sgargianti e variopinti, vedano i canali TV che normalmente vediamo noi con i varietà, i quiz milionari con i Jerry Scotti, Paolo Conti, Amadeus,  in versione occhi a mandorla dispensatori di gettoni d’oro o vacanze per due come premi di consolazione, se frequentino i centri commerciali con i negozi delle grandi o meno grandi firme, se riempiano i carrelli della spesa di ogni ben di dio al sabato… nulla di nulla al riguardo.

Solo qualche parlamentare nostrano poco o niente filocomunista, ogni tanto senti che ci è andato in visita e racconta di essere stato ben ricevuto, di essersi mosso in piena libertà come un turista improvvisato che fa a meno di Alpitour.

Ad un tratto scopri poi che questo paese dimenticato, ultima enclave di un sistema che in Europa si è improvvisamente dissolto trent’anni fa, sta salendo ogni giorno sempre più agli onori delle cronache tenendo occupati i titoli di giornali e telegiornali causa le velleità di un giovane dittatore, altro non si sa come chiamarlo, dall’aria paffuta e un po’ goffa di certi bambolotti di gomma o di personaggi di cartoni animati importati da quei paraggi, che contornato da alti gradi militari plaudenti, lui si vestito in una divisa grigioverde inamidata che nemmeno ad un portinaio dei palazzi in centro a Milano vedresti addosso, taglio di capelli a scodella, sorriso vagamente da bullo di paese intento a gongolarsi delle sue bravate fatte di razzi sparati a destra e a manca, il cui bottone di lancio sembra proprio azionato dalla sua mano (e nemmeno a farlo apposta proprio  un certo Razzi è quel parlamentare nostrano andato a incontrarlo).

Che piaccia o no, la Corea sta diventando un nodo strategico capace di influire se non addirittura destabilizzare gli equilibri e i destini del mondo futuro come anni fa lo fu la Germania e l’Europa ai tempi della guerra fredda.

La posizione geografica coreana, focale rispetto a grandi potenze economiche e militari tra le quali per storica egemonia planetaria non possono mancare ovviamente gli Stati Uniti e per prossimità geografica la Cina, la Russia e il Giappone oltre all’altra parte di Corea, costituisce un punto delicatissimo ormai e questo probabilmente il dittatore Kim Yong Un lo sa benissimo e vuole giocare da gran protagonista la sua partita, potendo contare su una corda molto grossa da tirare , non facile da spezzare visti i rischi che il mondo intero correrebbe. Pare si renda conto nella sua lucida follia che i rischi suoi e del suo popolo sono inferiori o meno importanti di quelli che lui e chi sta con lui può procurare al mondo intero lanciando la sfida del riarmo atomico con intenti ricattatori fuori da ogni convenzione o trattato con chicchesia.

Spererà cosi di mettersi in una posizione di forza di fronte al mondo innalzando ulteriormente il suo potere e quindi il consenso del suo popolo, tutto questo funzionerà finche i restanti attori rimarranno inattivi limitandosi a tenue azioni diplomatiche accompagnate da veti incrociati e sanzioni.

Trent’anni fa in Europa crollò un muro, due mondi separati si mescolarono di nuovo quanto a sistemi economici e sociali, il progresso civile e democratico toccò popoli ridotti alla fame dando loro nuove speranze per il futuro, non tutto andò a buon fine, nuovi problemi nacquero.

In Corea non si riesce a immaginare un epilogo simile, una riunificazione di due stati che per molti secoli hanno formato una unica entità politica e geografica, non si vedono spinte in tal senso sul muro reale o metaforico che corre sul trentottesimo parallelo, non si parla mai di fughe al sud di poveri straccioni affamati, di esuli politici, chissà perché.

La storia evidentemente non sempre si ripete, la “rivoluzione” del 1989 in Europa ormai la vediamo con occhi romantici e nostalgici, la spinta principale di quell’evento fu la grande voglia di libertà di tanti popoli e di cui un’immagine rappresentativa fu bandiera Romena bucata nel mezzo.

Sembra passato un secolo da allora tanto è cambiato il mondo, lontana la Corea dall’Europa e lontana la sua condizione da quel tempo.

Il mitico calciatore Pak Do Ic che mandò in crisi l’Italia calcistica del 1966 chissà che fine avrà fatto, almeno lui con la sua lezione di umiltà impartitaci, sebbene solo sportiva, potrebbe insegnare che i megalomani e i sedicenti superman non esistono ma esistono solo uomini con i loro limiti, ci risparmierebbe certe preoccupazioni ed ansie ed un sorriso agrodolce e ironico ce lo strapperebbe ancora di sicuro.

(Pier59)

Rispondi

UA-76292238-1
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: