ULTIM'ORA

Della magia del suonatore di fisarmonica

Entrai per la prima volta in quella incappucciata osteria in una gelida sera di Dicembre. A dire il vero ci ero stato già diverse volte da piccolo, la domenica pomeriggio, durante le soste nelle passeggiate con mamma e papà. Ma allora avevo l’innocenza dei miei dieci anni scarsi e non conoscevo ancora il fascino notturno e quasi sinistro di quella locanda.

Dalla contrada si salivano due o tre gradini e si percorreva un breve tratto di sentiero volando sopra l’erba frammista a neve gelata. Quella sera entrai scostando con cura il portoncino stretto e un pò storto dell’ingresso. Appena entrato un gatto mi diede il benvenuto e, dopo essersi stirato e riavuto dal suo torpore, mi indicava la sala mostrandomi la coda perfettamente dritta come un’antenna sul tetto. Più avanti di fronte a me in un cucinino angusto si affaccendava un essere minuto, un pò avvizzito, al banco degli spiriti. Con grande impegno, ma precaria cura, risciacquava ed allineava su di uno scaffale vecchie caraffe e bottiglie. Abominevoli erano i bicchieri in cui versava il suo veleno. Di vetro spesso, nè sporchi nè puliti, resi opachi dai graffi e dall’uso. Capii in seguito che da dietro a quel banco e dentro a quei bicchieri rozzi avrebbe venduto a noi, avidi avventori, per poco prezzo, deliri e smisurati sogni.

Sulla mia destra invece, nella direzione indicata dal gatto, stava la sala principale. Una tana bassa e chiassosa; nel mezzo scoppiettava una stufa a legna che, con regolarità impressionante, un vecchino ossuto alimentava costantemente. Aiutato dalla pesante coltre di tabacco trinciato, entrai senza farmi notare nella stanza e presi posto su una vecchia panca rugosa accanto ad un signore con un elegante dolcevita bianco ed avvolto, nonostante la temperatura quasi tropicale, in una pesante giacca color cammello, forse di fustagno. Dando un pò di collo riuscii a sbirciare verso il centro della sala dove stava lui, l’officiante. Portava un paio di blue jeans, un maglione blu e grigio sopra la canottiera ed un paio di sgonfie e stanche ciabatte di panno. Quella di destra, quella che usava come metronomo per dettare il ritmo alla sua fisarmonica e al suo ormai delirante coro, aveva il tacco quasi del tutto consumato ed aveva un buco in prossimità dell’alluce dal quale ritmicamente riemergeva un calzino di lana color mattone.

Luigi, così si chiamava il gran sacerdote, stava forse poco al di qua della sessantina, era un uomo di media statura, ben proporzionato ed aveva un’espressione naturalmente malinconica. Aveva lo sguardo buono di uno sconfitto dalla vita; la famiglia emigrata in Francia e poi tornata a Cavaglia, la vita con la mamma unica donna della sua vita, la consolante compagnia del vino, la passione coltivata da autodidatta per la musica. Quando inforcava la sua fisarmonica però dimenticava tutto, si trasformava in un trascinatore nato ed assumeva un’espressione,un’aria delicata da notte d’estate. Luigi, pur in mezzo agli ululati belluini del suo coro sgangherato, sapeva mantenere l’ordine ed in qualche modo ci portava sempre e comunque al termine di ciascun brano. Il suo segreto credo fossero gli occhi chiusi ed il suo perenne dondolare.

Mentre suonava non leggeva nemmeno mezzo spartito ma eseguiva tutti i brani rigorosamente ad orecchio aiutandosi dondolando incessantemente e delicatamente di fianco. A volte, in occasione dei brani più celebri, titillava gli istinti più bassi del suo adorante pubblico indugiando sui ritornelli più piccanti, quelli che parlavano di mutandine ricamate, di giarrettiere fiorate, di contadinelle innocenti costrette poi al sacramento del perdono – In quei momenti quella tana bassa e umida sembrava dovesse esplodere da un momento all’altro a causa del volume assordante a cui riusciva a trasportare il suo pubblico. I tavoli ballavano e con loro i bicchieri traboccanti di bituminoso veleno rosso. Ricordo che in uno di questi ritornelli guardai per terra per controllare la precaria stabilità del tavolo, vidi uno spettacolo di scarponi sudici danzare a ritmo di musica insieme ad eleganti e fradici,per la neve, mocassini, alcuni di pelle lucida ed appuntiti altri di camoscio con punta arrotondata, che incastonavano severi e caldi calzini di lana ai ferri. Pudicamente presi anche io a battere prima piano poi sempre più forte le mie banali scarpe made in Vietnam al ritmo furioso dei miei compagni che accompagnavano Luigi con le potenti e sguaiate voci che si meritava. Il ritmo era sempre più incalzante, uno gli si fece accanto e con riverenza si chinò verso di lui e gli disse con faccia estatica qualcosa all’orecchio. Come un gran professionista sa fare, senza mai smettere di dondolare e di sudare, si aprì un sorriso sulla sua faccia malinconica. Un altro sedeva rigido di fronte a lui con i polsini della camicia slacciati e con le nocche delle mani teneva il ritmo con monotonia.

La musica aumentava ancora di ritmo e di tono e Luigi prese a dondolare sempre più svelto, ondeggiava, ondeggiava come il mare mentre suonava i suoi accordi, il collo si gonfiava nello sforzo e pareva contorcersi tanto che era costretto a portare la faccia fino a sfiorare la tastiera. Dopo l’ennesimo allucinante ritornello Luigi riaprì finalmente gli occhi e concluse degnamente la sua canzone. Si alzò gocciolante di sudore, appoggiò la sua fisarmonica sul tavolaccio accanto a lui e si avviò verso il portone, la luce perlata del suo strumento stampava magici riflessi sul soffitto basso. Nella stanza rimase soltanto qualche barbuto a sparare le inverosimili verità dei cacciatori, altri col fiato di vino frammisto ad aglio digerito discutevano della leggendaria mano di scopa del Sabato prima, altri ancora guardando fuori nel buio scrutavano il tempo accendendosi svogliatamente l’ennesima sigaretta.

Luigi adesso non c’è più, la sua fisarmonica sarà nei ricordi di qualche nipote o parente. Il suo sgabello è desolatamente vuoto, nella sua osteria adesso non canta più nessuno purtroppo . Si sente soltanto il silenzio della sua partenza.

 

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