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Curiosando tra le parole.

Le parole mi affascinano e mi incuriosiscono.

Le parole nascondono mondi passati, tradizioni, vecchie usanze, usi e costumi.

Non ci accorgiamo, mentre parliamo, di fare ricorso ad un bagaglio culturale e storico di una portata immensa.

La lingua cambia e si evolve :

La lingua evolve, cambia, si trasforma con l’evolversi e mutare della società e delle persone che la parlano,

cambiano le espressioni, i modi dire, le frasi idiomatiche; si avrebbe un esempio molto indicativo di questo fenomeno facendo una chiacchierata  con un emigrante che torna alla sua patria dopo trenta o quarant’ anni di lontananza e di assenza di contatti linguistici con la sua terra d’ origine … la sua lingua madre sarebbe la stessa che veniva utilizzato in patria al’ epoca della sua partenza e, non avendo subito alcuna evoluzione, sarebbe ben diversa da quella attuale, potrebbe addirittura essere impossibile per questa persona comprendere alcune espressioni e modi di dire completamente nuovi. Così come risulterebbero obsoleti e quantomeno strane le sue frasi ai suoi compaesani rimasti in patria.

La lingua si trasforma e cambia, si muove ma, come una valanga, porta con sé segni dei luoghi che attraversa, tracce del passato, di chi, prima di noi, ha utilizzato e modificato quell’ idioma.

Le parole mi affascinano perché sono un filo conduttore tra noi e il nostro passato ed è e intrigante sfogliare le pagine di un dizionario etimologico andando alla ricerca di curiosità e informazioni nascoste.

Le parole che arrivano dal passato :

Se scorriamo le pagine fino alla lettera S, ad esempio, troviamo la parola salario, che deriva dall’ usanza, nell’ antica Roma di pagare le truppe con una certa quantità si sale, elemento prezioso all’ epoca per conservare i cibi.

Sotto la L invece, incontriamo letàme, che nasce dal verbo latino laetare (ciò che rallegra, che rende fertile) e che quindi, nonostante il nostro senso dell’olfatto ci suggerisca il contrario,  ha la stessa radice delle parole lieto, allietare e letizia.

A volte il percorso etimologico di una parola è tortuoso e da un’unica fonte si generano termini di significato quasi opposto, come per la radice onomatopeica latina “mu” legata al suono emesso dagli animali, da essa sono nate le parole italiane muggire e motto, il francese mot : “parola”, ma anche l’ aggettivo muto!

Sempre dai i nostri predecessori romani arriva una parola che porta con sé un consiglio caloroso: il termine mutande, dal latino medievale mutanda che significa “da mutare, da cambiare”!!!

Un’ altra parola curiosa è il verbo obbedire che viene dal latino ob (davanti) e audire (ascoltare), perché obbedire significa ascoltare chi ti sta dinnanzi, e implica ascolto e attenzione nei confronti della persona che si ha di fronte… mi vengono in mente le parole che le mamme rivolgono ai loro figli quando esigono obbedienza: “guardami quando ti parlo!” … l’innata saggezza materna!

Il più delle volte utilizziamo le parole senza riflettere sul loro significato originario… non è, ad esempio, così immediato il collegamento tra il verbo pagare è il latino pacare che significa “calmare, tranquillizzare” ( da pax, pacis = pace) Non possiamo certo negare che pagare corrisponda a tranquillizzare sia il debitore che il creditore!

E che dire della parola panico? Sembrerebbe un termine coniato nel presente, nato con una società che corre, che va di fretta, con una vita frenetica fatta di impegni che si susseguono e creano ansia, preoccupazione, stati di paura immotivata … invece no, non siamo solo noi abitanti del futuro a conoscere questa sensazione…  panico è una parola che viene da lontano, dal greco Pan, dio delle foreste e dei boschi: panikos era la sensazione di sgomento e terrore che coglieva il malcapitato a cui succedeva di incontrare il dio delle selve.

Anche la parola pellegrino ci arriva da tempi lontani, dall’ epoca in cui le strade erano pochissime, e per muoversi ci si spostava peregre, per agri ( = campi); peregrinum ( pellegrino) era il forestiero, che, nella società rurale e agreste romana, giungeva alla capitale attraverso i campi “

Poco romantica invece è l’origine della parola scapolo, che deriva dal latino medievale: ex (fuori) e capŭlu(m) ( cappio) … lo scapolo è colui che è libero, è sfuggito al cappio!!!

E poi ci sono parole che sembrano il frutto di un’analisi psicologica degna del miglior psicanalista moderno, come nostalgia, il dolore (dal greco algia) per il ritorno (dal greco nostos ), la nostalgia è il dolore provocato dal desiderio di ritornare dalle persone e nel luogo da dove si è partiti.

O quelle che io chiamo parole-poesia, che commuovono e suscitano una tenerezza materna, come Embrione, dal greco enbrýein, che significa “ciò che fiorisce dentro”.

Le parole sono affascinanti ed è stupendo seguirle nel loro cammino attraverso i secoli oppure attraverso i confini nazionali, perché anche delle lingue contemporanee diverse dalla nostra emergono esempi di rara poesia, parole che sembrano immagini per la loro forza evocativa:

Tanti di noi probabilmente conoscono i termini inglesi schoolmate (compagno di scuola) o roommate ( compagno di stanza) ma credo che pochi abbiano mai tradotto la parola “gemello” con il termine ( corretto ma meno comune del su corrispettivo “twin”) wombmate, che significa  “compagno di utero” !

E dal tedesco una parola semplice, quasi elementare nel suo significato, ma che esprime l’essenza profonda di una professione, di una vocazione: l’infermiera, in tedesco, è Krankenschwester, la sorella dei malati.

Se le ascoltiamo, insomma, le parole ci raccontano storie, ci dicono chi siamo e come ragioniamo,

sono come quei cioccolatini che contengono un messaggio o una frase d’ amore, sono come pacchetti regalo in cui si trova una sorpresa.

MB.

2 Commenti su Curiosando tra le parole.

  1. …ah si, tutto vero, meditate e meditiamo! guardacaso: me-di-ti-amo…

  2. Già… Questo articolo mi ha “in segnato” davvero molto. Difatti mi sono accorto che mi è uscita una macchia che prima di leggerlo non avevo.

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