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27 ottobre 1962 – Lo strano caso di Enrico Mattei

Enrico Mattei (Acqualagna, 29 aprile 1906 – Bascapè, 27 ottobre 1962) è stato un imprenditore, partigiano, politico e dirigente pubblico italiano.

Figlio di un carabiniere, fondò una piccola azienda chimica. Durante la seconda guerra mondiale prese parte alla Resistenza, divenendone una figura di primo piano e rappresentandone la componente “bianca” in seno al CLNAI. Nel 1945 fu nominato commissario liquidatore dell’AGIP. Disattendendo il mandato, egli ne fece, invece, una multinazionale del petrolio (dal 1952 ENI), protagonista del miracolo economico postbellico. Mattei fece dell’ENI anche un centro d’influenza politica, attraverso la proprietà di media quali il quotidiano Il Giorno e finanziamenti ai partiti. Sempre vicino alla sinistra democristiana, morì nel 1962 in un misterioso incidente occorso al suo aereo personale, nei pressi di Bascapè. Nel 2012 una sentenza di un processo collegato, quella sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro che indagava sul fatto, ha riconosciuto ufficialmente che Mattei fu vittima di un attentato.

Quì tutto l’articolo di wikipedia, che fede però molte parti (quelle sottolineate in rosa) senza fonte, cioè dalla dubbia attendibilità.

https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Mattei

L’attentato e la morte

A proposito dell’Algeria, Mattei aveva pubblicamente dichiarato che non avrebbe accettato le pur allettanti concessioni sul Sahara se non quando quello Stato avesse finalmente raggiunto l’indipendenza. Ciò contrastava con una proposta appena ricevuta da parte delle sette sorelle, che disperatamente cercavano di coinvolgere l’Eni in una politica comune, ritenendo che tutto il polverone italiano fosse stato sollevato al fine di barattare migliori condizioni commerciali. Con la sua sortita, Mattei aveva invece messo in ulteriore difficoltà il cartello antagonista, obbligandolo implicitamente a schierarsi per la Francia o contro, per gli indipendentisti o contro, per la prosecuzione del colonialismo economico o contro di esso. E un qualsiasi sbilanciamento in questo senso delle sette sorelle avrebbe meccanicamente schierato anche il governo statunitense.[senza fonte]

Ricevette “perciò”, una missiva dell’Organisation armée secrète (OAS), un organismo armato francese ufficialmente clandestino (che comunque almeno in quella fase mostrava di avere interessi coincidenti con quelli governativi), che senza grandi perifrasi gli preannunciava le possibili funeste evoluzioni di una sua eventuale pertinacia nell’appoggiare il Fronte di liberazione algerino. Le minacce, i cui tempi e modi di trasmissione erano stati accortamente studiati, ebbero l’effetto di preoccupare Mattei, che non poté nascondere i suoi crucci alla moglie e al capo della sua scorta, un fidato amico partigiano; questi immediatamente creò un ulteriore cordone di sicurezza attorno al dominus dell’Eni, distanziandone la scorta ufficiale composta di poliziotti e carabinieri (e agenti del SIFAR, quantunque Mattei controllasse anche questo) e frapponendovi una squadra di altrettanto fidati amici dei tempi della Resistenza.[senza fonte]

L’8 gennaio 1962 Mattei era atteso in Marocco per l’inaugurazione di una raffineria, ma il pilota del suo aereo personale, accorgendosi di una lievissima sfumatura sonora da uno dei reattori, scoprì un giravite fissato con del nastro adesivo a una delle pareti interne del motore. L’episodio, classificato come banale “dimenticanza” dei tecnici, poteva con una certa probabilità provocare una sciagura con la seguente dinamica: il calore del reattore avrebbe sciolto il nastro, il cacciavite risucchiato sarebbe finito nel reattore stesso, che sarebbe esploso senza lasciar traccia dell’oggetto, potendo il tutto poi apparire come un incidente motorio[senza fonte]In realtà il cacciavite era inserito nella parte di scarico del motore e non avrebbe potuto danneggiarlo[senza fonte]

Tra la fine del settembre dello stesso anno e l’inizio del mese successivo, Mattei ricevette Leonid Kolosov, capo-centro del KGB sovietico per l’Italia settentrionale, il quale gli segnalò che contro la sua persona erano in corso progetti di “neutralizzazione”.[senza fonte] Lasciando la moglie per partire per la Sicilia, il 26 ottobre 1962, Mattei la salutò – secondo alcune ricostruzioni[senza fonte]– dicendole che poteva anche darsi che non sarebbe tornato.

La sera del giorno dopo,[43] il 27 ottobre, il Morane-Saulnier MS-760 Paris I-SNAP su cui stava tornando a Milano da Catania, precipitò per attentato da parte ad oggi di ignoti, nelle campagne di Bascapè (un piccolo paese in provincia di Pavia) mentre era in avvicinamento all’aeroporto di Linate. Morirono tutti gli occupanti: Mattei, il pilota Irnerio Bertuzzi e lo statunitense William McHale, giornalista della testata Time–Life, incaricato di scrivere un articolo su Mattei.[44] Secondo alcuni testimoni, il principale dei quali era il contadino Mario Ronchi (che in seguito ritrattò la sua testimonianza), l’aereo sarebbe esploso in volo.

Le indagini sulla morte

Le indagini svolte dall’Aeronautica militare italiana e dalla Procura di Pavia sull’ipotesi di attentato, si chiusero inizialmente con un’archiviazione “perché il fatto non sussiste”. In seguito, nel 1997, il ritrovamento di reperti che potevano ora essere analizzati con nuove tecnologie, fece riaprire le indagini giudiziarie. Queste stavolta si chiusero con l’ammissione che l’aereo «venne dolosamente abbattuto», senza però poterne scoprire né i mandanti, né gli esecutori. In particolare, un’analisi metallografica dell’anello d’oro e dell’orologio indossati da Mattei, predisposta dal perito prof. Donato Firrao (professore ordinario di Metallurgia e dal 2005 preside della Prima Facoltà di Ingegneria presso il Politecnico di Torino[45]), dimostrò che gli occupanti dell’aereo furono soggetti a una deflagrazione.[46] Vennero ritrovati segni di esposizione a esplosione su parti del relitto, sull’anello e sull’orologio di Mattei.[47] Vennero poi alla luce testimonianze, all’epoca quasi ignorate, di persone che avevano visto esplodere in volo l’aereo, come se vi fosse una bomba a bordo, mentre schegge metalliche e tracce di esplosivo,[48][49] in particolare tritolo,[50] furono rinvenute, dopo la riesumazione del 1995, sul corpo di Mattei e delle altre due vittime[51][52] ma anche in un pezzo dell’aereo conservato intatto da un dipendente ENI.[50] Queste prove tendono a far considerare l’incidente come un omicidio premeditato, con alta probabilità attuato mediante il posizionamento di una carica esplosiva nell’abitacolo, collegata al carrello o alle luci di atterraggio.[53][54]

Il giudice delle indagini preliminari di Pavia, Fabio Lambertucci, nel 2005 accolse la richiesta di archiviazione della Procura di Pavia, giunta alla certezza che il Presidente dell’Eni era morto a causa di un attentato. La richiesta era stata presentata dall’allora sostituto procuratore di Pavia, Vincenzo Calia. Secondo la procura di Pavia l’aereo sul quale viaggiava Mattei precipitò a causa di un sabotaggio reso possibile da complicità di esponenti dell’Eni e dei servizi segreti italiani. Ma per la procura non fu possibile raccogliere le prove e trovare i mandanti e per questo motivo richiese l’archiviazione. Sempre secondo la procura, venne inserita una bomba posta dietro al cruscotto dell’apparecchio che si sarebbe attivata durante la fase iniziale di atterraggio,[55] attivata forse dall’accensione delle luci di atterraggio o dall’apertura del carrello o dai flap.[46]

Il sostituto procuratore Vincenzo Calia, che aveva riaperto il caso, sulla base delle sue risultanze si spinse ad affermare che «l’esecuzione dell’attentato venne pianificata quando fu certo che Enrico Mattei non avrebbe lasciato spontaneamente la presidenza dell’ente petrolifero di Stato».[56]

L’onorevole Oronzo Reale ha affermato che il mandante dell’omicidio di Mattei era stato il suo ex braccio destro all’ENI Eugenio Cefis, che pochi mesi prima era stato costretto alle dimissioni dallo stesso Mattei quando questi si sarebbe reso conto che Cefis era manovrato dalla CIA.[57] Pochi giorni dopo l’attentato Cefis fu reintegrato nell’ENI come vicepresidente e successivamente ne divenne presidente stesso. Cefis non fu mai incriminato ufficialmente.

Secondo gli inquirenti e stando alle rivelazioni del pentito Tommaso Buscetta, Giuseppe Di Cristina, elemento di spicco della cosca mafiosa di Riesi, ebbe un importante coinvolgimento nell’assassinio di Mattei[58] per via dei suoi legami con il deputato Graziano Verzotto, anche lui, è stato ipotizzato, implicato nell’omicidio[59][60][61]. Sempre stando alle rivelazioni di Buscetta, Di Cristina è stato coinvolto anche nel rapimento e successivo omicidio del giornalista Mauro De Mauro[60], che a sua volta indagava sul caso Mattei.

La convinzione della Magistratura italiana che Mattei sia stato vittima di un attentato è stata ribadita nella sentenza di un processo a latere, quello per l’omicidio del giornalista Mauro de Mauro, che secondo la sentenza della Corte d’assise di Palermo del 2012 è stato ucciso perché stava per divulgare quanto aveva scoperto sulla morte di Enrico Mattei.[1]

Sulla vicenda è stato girato il film Il caso Mattei di Francesco Rosi e sono stati scritti diversi libri.

Enrico Mattei è sepolto a Matelica (MC), città in cui ha vissuto a lungo e dove tuttora risiede parte della sua famiglia.

Instancabile lavoratore, gli unici momenti di relax se li concedeva andando nei weekend nel suo buen retiro in Alto Adige, ad Anterselva, dove aveva un maso affacciato sul lago senza luce elettrica e men che meno telefono. Sul lago di Anterselva, che era di sua proprietà, si dedicava alla pesca delle trote, sua vera passione. Raggiungeva l’Alto Adige facendosi accompagnare col suo aereo aziendale al piccolo campo volo di Dobbiaco. Nel suo buen retiro di Anterselva ospitò numerosi ministri del petrolio di paesi arabi, nonché lo scià di Persia e l’allora consorte Soraya.

Le ipotesi sulla morte

Secondo molti osservatori, la vicenda di Mattei non si concluse con la sua morte, anzi avrebbe avuto echi e conseguenze di variegata natura, nell’immediato come a lungo termine.

Innanzitutto va detto che l’incidente di Bascapé impedì di perfezionare un accordo di produzione con l’Algeria, indubbiamente un legame in potenza contrastante con gli interessi delle “sette sorelle”. Inoltre, alcune delle persone che ebbero a che fare con Mattei e con l’inchiesta sull’incidente morirono in circostanze misteriose.

Il caso più noto è certamente quello del giornalista Mauro De Mauro, il quale si era mostrato assai disponibile a fornire a Francesco Rosi, autore del noto film dei primi anni settanta su Enrico Mattei, materiale (probabilmente nastri magnetici audio) ritenuto di estremo interesse per la ricostruzione dei fatti che il regista andava raccogliendo come base documentale per la sceneggiatura. Pochissimo prima dell’incontro previsto con Rosi, De Mauro (che aveva lavorato anche a Il Giorno) scomparve nel nulla. Ufficialmente considerato un delitto di mafia, il caso De Mauro è riemerso in tempi recenti a seguito delle dichiarazioni di un pentito, Tommaso Buscetta, il quale lo poneva in collegamento con la morte di Mattei e suggeriva che anche l’incidente di Bascapé fosse stato un “favore” reso dalla mafia a ignoti, forse stranieri.

Per combinazione, la maggior parte degli investigatori che si occuparono della scomparsa di De Mauro, tanto della Polizia quanto dei Carabinieri, effettivamente morirono a loro volta assassinati dalla mafia; il più famoso fra loro era il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel frattempo divenuto prefetto di Palermo, e la stessa fine toccò al vicequestore Boris Giuliano, capo della Squadra Mobile della stessa città.

Una delle ultime opere di Pier Paolo Pasolini fu un romanzo dal titolo Petrolio, in cui adombrava la figura di Cefis. Pasolini s’interessò molto alla figura di Mattei, ma anche e soprattutto al mistero della sua morte. Il romanzo fu incompiuto a causa dell’omicidio dello scrittore, avvenuto il 2 novembre 1975.

Nell’autunno del 1962, poco dopo la morte di Mattei, il direttore de Il Giorno, Italo Pietra, e il corrispondente da Mosca, Marcello Uboldi, ottennero un’intervista con il primo segretario del PCUS, Nikita Sergeevič Chruščёv. Durante il colloquio, in presenza dell’incaricato del ministero degli esteri Zamjatin e di un interprete, Chruščёv fu categorico nel dire ai due italiani che “il caro amico dell’Unione Sovietica Enrico Mattei” era stato certamente assassinato nonostante i ripetuti avvertimenti che gli aveva fatto giungere tramite il suo amico Luigi Longo, allora segretario del PCI, avvertito a sua volta da Giancarlo Pajetta, che aveva ricevuto la segnalazione direttamente da Chruščёv stesso.[62] Negli anni successivi il giornalista Nantas Salvalaggio ha confermato di essere stato messo al corrente dai due colleghi de Il Giorno della convinzione ostentata da Chruščёv.

Nel 1986, seguendo di poco un’espressiva sortita del capo del SISMI, l’ammiraglio Fulvio Martini, e nello stesso senso, Fanfani parlò apertamente dell’incidente come di un “abbattimento”, definendolo forse il primo atto di terrorismo aeronautico in Italia.

Nel 1999 viene processato per favoreggiamento personale aggravato (in concorso con gli assassini ignoti) il testimone oculare più vicino al luogo dell’incidente – il contadino Mario Ronchi, di 78 anni – che in seguito alla riapertura delle indagini avvenuta nel 1994, aveva cambiato versione dei fatti: se nella versione rilasciata ai giornalisti immediatamente dopo l’incidente avrebbe riferito di aver udito l’esplosione e visto le fiamme mentre l’aereo era in volo (nella sua intervista andata in onda sul tg del Primo Canale RAI del 28 ottobre ‘ 62 aveva rilasciato: “Ho sentito un boato e una botta e ho visto il fuoco”; e ai giornali aveva raccontato in merito: “il cielo era rosso, bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutte intorno… Un aeroplano si era incendiato e i pezzi stavano candendo sul prato, sotto l’acqua”. Infatti il Ronchi, nel 1995, avrebbe invece riferito agli inquirenti che esplosione e incendio si erano verificate solo al momento dell’impatto dell’aereo col suolo: “A un certo momento, circa a metà strada, abbiamo visto delle fiamme nei campi: ho detto a mia figlia di far presto perché temevo che le fiamme potessero essere in cascina…ho visto le fiamme nel campo come ho sempre detto alle persone che mi hanno chiesto qualcosa”. Si scopre anche che la SNAM assunse Ronchi come custode del sacrario di Mattei e la figlia venne assunta da un’altra ditta legata al successore di Mattei all’ENI, Eugenio Cefis.[63][64]

Il 7 agosto 2012, una sentenza della Corte D’Assise di Palermo dichiarò che l’omicidio De Mauro è stato voluto da “mandanti occulti”, a causa di ciò che il giornalista aveva scoperto riguardo alla natura dolosa dell’incidente in cui era stato vittima Enrico Mattei.[1] La Corte d’Assise d’Appello e la Corte di Cassazione hanno successivamente messo in dubbio tale ricostruzione, dichiarandola al più “verosimile”.

Il 18 dicembre 2015 la trasmissione televisiva Bersaglio mobile trasmette un’intervista[65] a Licio Gelli del 15 novembre 2011 in cui quest’ultimo sostiene che il velivolo di Mattei fosse stato sostituito con uno identico, con a bordo una carica di esplosivo.

Nel 2017 viene pubblicato dal magistrato Vincenzo Calia, il sostituto procuratore di Pavia che riaprì le indagini nel 1994, un libro con le conclusioni della sua indagine e le sue convinzioni sui mandanti: l’aereo di Mattei sarebbe stato sabotato la sera precedente con una piccola carica di esplosivo, mentre era parcheggiato nell’aeroporto di Fontanarossa, a Catania. A fare da innesco sarebbe stato il sistema di apertura dei carrelli azionato quando il piccolo jet era già allineato alla pista di Linate, pronto per l’atterraggio. In particolare, le parti dell’aereo ritrovate a molte centinaia di metri dal relitto, la presenza di arti e brandelli di carne penzolanti dagli alberi e della mano tranciata di Mattei sparpagliati in un raggio molto ampio lungo la traiettoria di volo, avrebbero indicato una modalità di caduta “a ombrello”, implicante che l’aereo sarebbe stato danneggiato in volo nel momento in cui il pilota, già in fase di atterraggio, aveva azionato la leva di comando delle ruote, rinvenuta dagli inquirenti in posizione “carrello giù”. Se al contrario l’aereo si fosse distrutto solo al momento dell’impatto con il suolo, i rottami sarebbero dovuti rimanere intorno al relitto e i corpi all’interno della cabina, e la vegetazione intorno avrebbe dovuto presentare i segni di un incendio. Cosa invece che mancava del tutto.[66].

I possibili mandanti

Avendo la nuova indagine giudiziaria iniziata nel 1997 e conclusa nel 2005 dimostrato che si trattò di un attentato, sono stati avanzati numerosi moventi e sospetti tra i più reputati “operatori” del settore che avrebbero potuto trarre vantaggio dalla morte di Mattei.

A parte il citato Eugenio Cefis, in primo luogo ci sono le cosiddette “sette sorelle” del petrolio: l’unico concorrente in grado di metterle in difficoltà le aveva costrette a rivedere tutti gli accordi, compresi quelli già correnti, dopo il suo ingresso in questo terribile mercato. Le perdite (in realtà, i minori introiti) ascrivibili a Mattei superavano il bilancio medio di uno Stato medio, una cifra che poteva pertanto rappresentare grossi interessi economici. La tradizionale vicinanza delle “sette sorelle” con il governo degli Stati Uniti, non consente di escludere che organizzazioni come la CIA possano aver giocato un loro ruolo.

La CIA, impegnata in una fase cruciale della guerra fredda, esattamente nei giorni in cui si chiudeva la crisi dei missili di Cuba, avrebbe avuto quindi anche altre buone ragioni per eliminare Mattei, che con la Russia aveva allestito una linea commerciale (rompendo l’embargo politico): oltre a dare un monito a chi avesse inteso fare affari con Mosca, avrebbe potuto inviare con l’attentato un’espressiva ingiunzione anche alla stessa capitale sovietica, impegnata nel braccio di ferro missilistico, disturbandola nel suo approvvigionamento finanziario-energetico. E per altro verso, come a posteriori dichiarerà il generale De Paolis amico di Mattei, si intravedono diretti avvertimenti in alcuni interventi politico-giornalistici di poco precedenti, divulgati dalla stampa statunitense, con i quali si rimproverava all’Italia di esser venuta meno a impegni di lealtà derivanti dall’Alleanza Atlantica, dal diktat di Parigi e addirittura dall’armistizio di Badoglio.

Su altri versanti, dalla Francia l’OAS aveva buoni motivi per frapporsi all’evoluzione politica algerina cui tanto Mattei andava contribuendo. Intanto la morte di Mattei impedì, come si è detto, il perfezionamento di un importante accordo. Inoltre venne meno una voce che ispirava alla popolazione come ai notabili locali la frattura con Parigi, facendo loro intravedere spiragli di beneficio derivabili dall’eventuale gestione diretta delle risorse petrolifere, al momento condizionate, se non proprio governate, dalla Francia.

Occorre notare che a più riprese sono state formulate ipotesi riguardanti anche eventuali moventi interni, italiani, autoctoni. Nel 1962 Mattei non era solo l’ago della bilancia del potere italiano, era proprio “il” potere; era il titolare monarchico di uno Stato interno allo Stato, che quantunque agente per conto dello Stato (e non si ha motivo di dubitare che davvero intimamente e sinceramente così fosse), era antitetico allo Stato in quanto lo controllava (solleticandolo nell’attitudine alla corruttela) e lo surrogava (sollevandolo dall’onus di attribuirsi un indirizzo economico, programmatico e di relazioni estere).

Ad ogni modo, chiunque sia stato il mandante, pare ormai alquanto probabile che l’esecuzione sia stata affidata a esperti locali, e che la casalinga mafia abbia quindi prestato il suo braccio (non è dato sapere in cambio di cosa) offrendo appetibili servizi i cui potenziali acquirenti erano numerosi.[senza fonte]

Secondo il magistrato Vincenzo Calia, che è stato l’ultimo a interessarsi del caso, il delitto non sarebbe maturato all’esterno, tra le “sette sorelle” del petrolio con cui il presidente dell’Eni era ormai in procinto di scendere a compromesso, bensì nelle alte sfere dello Stato (e la mafia, attraverso Stefano Bontate e Giuseppe Di Cristina, avrebbe solo svolto un lavoro di fiancheggiamento): ossia i potentati della DC e gli apparati dello Stato più esposti nella lotta internazionale contro il comunismo, i quali vedevano in Mattei – nella sua eccezionale capacità di manovrare il parlamento e i partiti, oltre che di condizionare la politica estera – un nemico da abbattere.[66].

Critiche

Nel 2007 è stata ritrovata la tessera dell’adesione al partito fascista, avvenuta nel 1922[67]. In merito alla supposta sua condivisione del fascismo, Indro Montanelli (che ne fu critico severo) affermò che «l’ambizione di questo self-made man lo portava senza scampo a compromissioni con il regime al potere».[68] Entrò poi nei circoli di amici che avrebbero dato vita alle correnti democristiane di sinistra. S’iscrisse al Partito Popolare Italiano e successivamente rimase sempre legato all’area democristiana.

Informazioni su diego80 (1943 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

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