ULTIM'ORA

13 novembre 1979 – Tragedia all’Ospedale Maggiore di Parma

da Gazzetta di Parma – 13 novembre 2008

 

ALA SPEZZATA   –  di Gabriele Balestrazzi (Gazzetta di Parma 13 novembre 2004)

Un martedì grigio quanto sa esserlo il novembre di Parma.
Grigio e sonnacchioso, come gli argomenti di quel 13 novembre da città di provincia senza troppi sussulti: la Gazzetta raccontava quel giorno un piano per il recupero del centro storico, che la giunta di sinistra aveva presentato in un convegno al Parco Ducale e che suscitava alcune critiche; e poi il consiglio degli Iraia che annunciava «l’uscita dalla crisi», la proposta di proibire le svolte a sinistra in via Trento per evitare il caos nel traffico, e il Parma di Maldini con «fame di punti», in un campionato che doveva concludersi con la retrocessione.
A squarciare quel grigio nel modo più tragico fu – alle 14,30 – un duplice, tremendo boato. Un’esplosione che squassò il cuore dell’Ospedale maggiore e della città intera. Una scena sconvolgente: quella ala spezzata del padiglione Cattani si ripiegò su ventun morti, che vennero recuperati dopo ore ed ore di lavoro estenuante sotto la pioggia e con l’aiuto notturno delle fotoelettriche, in mezzo a tonnellate di macerie e con il contorno di una folla muta, avvolta da un dolore immenso e inatteso, e sorretta da poche tenui speranze.
In realtà ci fu anche il «miracolo» di tre donne estratte ancora vive, a ripagare il lavoro di quelle squadre di soccorso con strutture e mezzi ben lontani da quelli della protezione civile che oggi conosciamo. Ma rimase terribile il bilancio di quella tragedia che paralizzò la città e la strinse in un silenzio che gelava il sangue: il silenzio che fu di cinquantamila persone, nel giorno del rito funebre in Cattedrale.
E ancora in silenzio, nei giorni successivi, si videro le anziane donne dell’Oltretorrente in fila davanti alle ricevitorie del lotto, per giocare i numeri della tragedia: non un gesto irriverente, ma la dimostrazione che – ancora nel ventesimo secolo – anche a Parma i grandi fatti e i grandi lutti della vita continuavano per taluni a mescolarsi con la cabala.

“UN BOATO, POI SOLO MACERIE” –  di Gian Luca Zurlini  (Gazzetta di Parma 13 novembre 2004)
Un momento indimenticabile per chi lo ha vissuto. E che continua ancora adesso a essere rivissuto come se quel tragico scoppio fosse avvenuto proprio ieri. Non sono molti i testimoni di quella giornata che desiderano parlare. Ma chi lo fa esprime sentimenti che traspaiono dall’accentuazione della voce e da ogni movimento del corpo. Come a dire che il tempo trascorso non ha certo portato all’oblìo. E questo spiega bene perché, a tanti anni di distanza da quel drammatico 13 novembre del 1979, il ricordo non è retorica, ma testimonianza di un dramma che tutta la città, all’epoca, ha vissuto come proprio e che ancora oggi è una ferita nel vivo di Parma.
Fra i testimoni sicuramente più coinvolti è il professor Germano Missale, che era primario del reparto di Gastroenterologia, uno dei tre coinvolti assieme a Cardiochirurgia e alla Rianimazione, all’epoca dello scoppio. Missale, uno dei nomi più illustri della storia del Maggiore, è scampato quasi per miracolo all’esplosione: «Ricordo che quel giorno interrompemmo in anticipo le visite ambulatoriali alle 14 perché il giorno dopo dovevamo partecipare a un convegno e quindi era necessario predisporre il materiale illustrativo». L’ex primario prosegue quasi come se stesse parlando di un’altra persona: «Ricordo che sono uscito dall’ambulatorio alle 14,18 (due minuti prima dello scoppio ndr), salutando le giovani ragazze della cooperativa di pulizie e mi sono diretto attraverso il corridoio verso il mio studio, che si trovava nella parte di reparto destinata alla degenza». Quando ancora non ci era arrivato «ho sentito un tremendo boato. E subito dopo ho visto un’infermiera arrivare interamente coperta dal bianco della polvere. Poi sono corso verso l’ambulatorio e ho visto che, dove ero fino a pochi minuti prima, c’erano soltanto macerie fumanti». Subito dopo, il ricordo corre al «dopo»: «Abbiamo cercato di recuperare i nostri strumenti di analisi per dare un aiuto immediato ai feriti e ai pazienti che ne avevano bisogno. C’era una grande solidarietà e tutti sembrava sapessero esattamente quello che dovevano fare». Missale, il cui reparto è l’unico che ha ancora sede al «Cattani» e che lì ha lavorato fino al pensionamento, ha qualcosa da dire sul modo in cui sono state condotte le indagini: «Io e il professor Brizzi, all’epoca primario della Neurochirurgia, siamo stati testimoni diretti dell’immediato dopo-scoppio. E ci eravamo fatti anche qualche idea su cosa poteva essere successo. Ebbene, nessuno ci ha mai chiamati per sentire la nostra testimonianza».
Testimonianza-choc è anche quella di Luciano Buia, oggi dipendente della Pizzarotti, ma all’epoca infermiere professionale: «Ero nell’aula di rappresentanza del Cattani durante la pausa-pranzo quando ho sentito un rumore impressionante e ho visto i vetri della sala che si piegavano a causa dell’onda d’urto. Subito dopo, ricordo la polvere giallognola che si spandeva ovunque. Sono arrivato sul posto pochissimi minuti dopo e ricordo che assieme a un vigile del fuoco che si chiamava Sirocchi abbiamo rotto un finestrino in plexiglas di un bagno e ci siamo ritrovati all’interno della stanza con le macerie appena oltre la porta. Poi ricordo di aver dato un ceffone a un medico che, sconvolto e ancora coperto dalla polvere, si stava accendendo una sigaretta. Vorrei rivederlo oggi per chiedergli scusa». Buia chiude ricordando che soltanto quest’anno, a distanza di un quarto di secolo «ho trovato il coraggio di tornare a vedere il padiglione Cattani nel punto distrutto dall’esplosione. E ho provato una fortissima emozione».

Emozione anche per Rocco Caccavari, all’epoca giovane medico del Pronto Soccorso: «Avevo appena terminato il mio turno di lavoro nel nuovo prefabbricato a lato del Monoblocco e stavo percorrendo il viale centrale del Maggiore quando c’è stata l’esplosione. Sono andato subito sul posto assieme a un collega e ricordo il silenzio veramente tombale che impressionava. Poi ricordo soltanto la corsa contro il tempo per cercare i superstiti e l’impegno di tutti, senza distinzioni». Caccavari conclude con una sensazione che gli rimase allora: «Fino a pochi mesi prima il Pronto Soccorso si trovava proprio al “Cattani” e conoscevo quindi benissimo tutti i colleghi dei reparti coinvolti. Ecco, quell’esplosione fu vissuta da me e da tanti altri medici come una vera e propria amputazione, perché in un attimo era svanita nel nulla una delle parti più importanti del Maggiore di allora».

CINQUE PROCESSI MA NESSUN COLPEVOLE – di Davide Barilli (Gazzetta di Parma 13 novembre 2004)
E’ un disastro senza colpevoli. Almeno per la giustizia italiana. Non sono infatti bastati due procedimenti distinti e cinque processi per dare un volto ai responsabili dell’esplosione che il 13 novembre di venticinque anni fa sventrò il padiglione Cattani, causando ventun morti. Un’odissea di udienze, di processi, di appelli, di ricorsi in Cassazione, che ha partorito una raffica di assoluzioni, scagionando tutti gli imputati che  – strada facendo – sono stati giudicati.
Il lunghissimo e complicato iter giudiziario ha inizio nell’83 quando il tribunale di Parma – accogliendo, in parte, le richieste del pm Beppe Mattioli – condanna Ferdinando Lannutti, all’epoca dei fatti presidente dell’ospedale, Giovanni Condorelli, capo dell’ufficio tecnico, Francesco Fesani, direttore del reparto di cardiochirurgia, Sergio Contini, responsabile della macchina cuore – polmone, Ermanno Minardi, direttore sanitario. Furono invece assolti l’allora direttore sanitario, due anestesisti e la capo sala.
Per i giudici di primo grado la sala operatoria di Cardiochirurgia sarebbe esplosa a causa di una fuga di gas (Oxico), provocata dal cattivo funzionamento di una bombola, mischiatosi ai vapori stagnanti della sala operatoria. Secondo quanto sostenuto nella motivazione della sentenza il disastro sarebbe stato determinato dal concorso di inadempienze, omissioni, violazioni di legge e imprudenze.
Nel novembre dell’85 il processo d’appello a Bologna riserva un colpo di scena clamoroso. La sentenza dei giudici parmigiani viene infatti ribaltata a seguito dei risultati di una nuova perizia. Il collegio di esperti sostiene che nella bombola «incriminata» non c’era Oxico (un ossigenante del sangue indispensabile per gli interventi chirurgici), ma gas esplosivo. Il caso si riapre e la corte d’appello, nel marzo ’88, assolve tutti gli imputati per «non aver commesso il fatto». Per i giudici bolognesi l’esplosione avvenne, infatti, per un errato caricamento della bombola da parte della ditta Fro di Verona e non per una manovra sbagliata da parte del personale di cardiochirurgia o per l’omissione di speciali misure di sicurezza. Ma come poteva spiegarsi la presenza della miscela esplosiva nella bombola? Le ipotesi parlavano di uno scambio di bombole, di un incompleto lavaggio dell’involucro di metallo o di un errore nel caricamento.
Gli atti del processo vengono così restituiti alla procura della Repubblica del nostro tribunale. Ripartono le indagini – il giudice istruttore era Vittorio Zanichelli – e nell’agosto dell’88 nove dipendenti della Fro, l’azienda che riforniva di bombole la Cardiochirurgia, finiscono sotto inchiesta. Sei di loro (gli operai) vengono prosciolti: altri tre (i dirigenti) vengono rinviati a giudizio.
Chiamati a rispondere di omicidio colposo plurimo e disastro colposo, sono i veronesi Renzo Vaiani, Sergio Arduini e Radames Bernasconi che, nel ’79 avevano il controllo delle attività di produzione e di periodica revisione delle bombole.
Nel giugno del ’91 il collegio giudicante presieduto da Roberto Furlotti assolve gli imputati. Vaiani, all’epoca responsabile dello stabilimento, viene scagionato «per non aver commesso il fatto». Assolti, ma con formula più dubitativa (in base al secondo comma del 530: «prova insufficiente, contradditoria o mancante»), anche Arduini, all’epoca responsabile del condizionamento delle miscele di gas tecnici, e Bernasconi, responsabile del collaudo delle bombole e della loro revisione.
La sentenza viene impugnata sia dal procuratore generale, sia dai due imputati Arduini e Bernasconi. E il processo d’appello a Bologna si conclude con il capovolgimento del verdetto: assoluzione con formula piena per i due ricorrenti, con formula dubitativa per Vaiani. Ma la storia non è finita.
A seguito di un ulteriore ricorso, la vicenda finisce in Cassazione che rinvia ad un nuovo processo d’appello nei confronti dell’unico imputato rimasto. Siamo arrivati al gennaio ’94. A quindici anni dal disastro, i giudici bolognesi assolvono «per non aver commesso il fatto» Vaiani. E la sentenza, anziché chiarire le cause dell’esplosione, aggiunge dubbi. «La conclusione cui devesi logicamente pervenire – si legge nella sentenza – è che manca la prova che la detonazione che provocò il crollo dell’ala est dell’ ospedale Cattani di Parma, sia stata causata da una bombola contenente miscela esplosiva. E ciò sia in conseguenza della ”esiguità dei reperti” o ”lacunosa raccolta di reperti utili” che della non ”univocità” degli stessi, sotto l’aspetto tecnico, come ampiamente dimostrato attraverso le supposte considerazioni; sia inoltre dell’assenza di testimoni. A ben vedere, infatti – concludono i giudici – tutto si incentra sui risultati degli esami metallografici eseguiti su pochi e non significativi spezzoni di una bombola esplosa e sulle pareti di un piccolo foro della bombola, integra, presentanti tracce di fusione».
A chiudere definitivamente l’odissea giudiziaria, fu dunque la corte d’appello di Bologna che, confermando la sentenza di assoluzione, mise la parola fine all’iter processuale. Anni di indagini e di processi, conclusi con la classica bolla di sapone. Così decise la legge italiana: nessun colpevole.
Tutti i parenti delle 21 vittime erano stati risarciti, in passato, dall’Usl. Nel processo contro la Fro-Sio (l’azienda veronese era stata rilevata dalla Sio che doveva quindi rispondere in sede civile), l’Unità sanitaria locale – unitamente alla Regione e al ministero dei Lavori pubblici – si era a sua volta costituita per il risarcimento dei danni, ma l’assoluzione finale aveva chiuso anche questo capitolo con un nulla di fatto.

Informazioni su diego80 (1949 Articoli)

Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus

Contatto: WebsiteFacebook

Rispondi

UA-76292238-1
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: