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Lo “scandalo” dei 2 centesimi per la frutta

Se, come si sostiene da tempo, il nostro Paese è ormai alla…frutta, ora dal 1° gennaio dovremo pure pagare 2 centesimi il sacchetto che la contiene nei supermercati, nei discount e negli ipermercati. Niente sacchetto biodegradabile invece nei negozi o dal fruttivendolo. E in questo paese, vittima ormai di rincari continui (nuovi, e recenti, i rincari su luce, gas, benzina e pedaggi autostradali, ora dovremo sopportare anche i due centesimi in più apposti nel prendere la frutta e verdura nei supermercati

 

In realtà, prima il prezzo del sacchetto era “incorporato” nell’alimento, e veniva pagato dai distributori. Ora invece, ogni sacchetto che utilizzeremo per frutta e versura sfusa va pagato 2 centesimi. Un’ingente spesa annuale di circa 20 euro, da sommarsi alle varie bollette, canone, affitti, mutui, abbonamenti internet o alla pay tv da pagare all’anno.  Sì, si aggiungono quegli odiosissimi shopper la cui maggior parte si strappano o si rovinano dopo aver tolto il contenuto. E allora come fare? E come smaltirli?

 

In questi giorni girano nel web opzioni divertenti, come quella di applicare l’etichetta su ogni singolo frutto. Ovviamente soluzioni spiritose (anche se io lo ammetto, faccio così da tempo con le banane, che con la loro forma allungata mi sfondavano l’esile contenitore), anche perchè è impensabile applicare l’etichetta su un singolo mandarino o sulle foglie di lattuga. Il Ministro della Salute vieta il riutilizzo di questi sacchetti per la frutta sfusa, ma consente il trasporto da casa, purchè siano monouso. Il riutilizzo è vietato perchè correrebbe il rischio di contaminazione (anche se c’è la frutta con la buccia…). Già si pagano le borse prese alla cassa per inserire la spesa, anch’esse biodegradabili (e quindi sopportano solo un certo peso ridotto), al contrasrio dei cartoni che, essendo tare vuote di prodotti già scaricati, sono (al momento) gratuiti. Niente borsone o borsette portafrutta, nemmeno portare la frutta in mano. I più drastici propongono anche di non comprare la frutta nei supermercati e fornirsi al mercato o dal proprio fruttivendolo di fiducia.

Per lo smaltimento, ci affidiamo a degli stralci di un articolo di www.altroconsumo.it. Innanzitutto ci ricorda il testo della legge, “L’obbligo dei sacchetti biodegradabili è previsto dalla legge 123/2017, emanata anche per recepire una direttiva dell’Unione europea in tema di materiali di imballaggio. La normativa prevede che, a partire dal 1° gennaio 2018, tutti i sacchetti utilizzati come imballaggio primario per gli alimenti sfusi, dalla verdura ai prodotti ittici, debbano essere biodegradabili e compostabili. L’obiettivo della direttiva Ue è quello di evitare di immettere sul mercato sacchetti di plastica leggera, con la conseguente riduzione della quantità di rifiuti di plastica da imballaggio che, sempre più spesso, finisce nell’ambiente“.

Solo in Europa sono oltre 8 miliardi i sacchetti di plastica che ogni anno si disperdono nell’ambiente: sfuggono alle maglie della raccolta dei rifiuti e finiscono per accumularsi nell’ambiente, specie in quello marino. Gli ultimi dati a disposizione sono piuttosto allarmanti: frammenti di plastica sono stati trovati nel 94% degli uccelli marini del mare del Nord, ma anche nello stomaco di tartarughe e mammiferi marini. Oltre al pesante impatto sull’ecosistema, le implicazioni di questo mare di plastica sono diverse e i danni calcolati riguardano più aspetti:

  • Ambientale 
    Dovuto all’inquinamento dell’acqua, dell’aria e del suolo;
  • Economico
    Dovuto alla perdita di materie prime, al minore introito per l’industria del riciclo e all’aumento dei costi di pulizia ambientale;
  • Sociale
    Causa la perdita del valore estetico del paesaggio e implica possibili danni alla salute.

Tutti i sacchetti utilizzati per l’acquisto di alimenti sfusi nei supermercati come frutta, verdura, alimenti del reparto gastronomia, prodotti da forno, quelli di macelleria e pescheria devono essere biodegradabili e compostabili. Sono contraddistinti da questi marchi:

I marchi che contraddistinguono i sacchetti biodegradabili compostabili

I sacchetti devono essere prodotti con materie prime rinnovabili in proporzione crescente negli anni. Si parte dal 40% previsto per il 2018 e si passa poi al 50% nel 2020, per arrivare al 2021 con sacchetti composti al 60% da materie prime rinnovabili. Devono anche essere idonei a conservare gli alimenti, proprio perché spesso sono a contatto diretto con il cibo.

Per scoraggiarne l’abuso e il “self service”, questi sacchetti vengono distribuiti a pagamento e il loro costo viene riportato direttamente sullo scontrino fiscale. Ogni singolo bio shopper ha un costo che può variare a seconda del punto vendita da 1 a 10 centesimi. Un costo che è sembrato spropositato per tanti, ma non bisogna sottovalutare la possibilità di riutilizzarli per la raccolta dei rifiuti umidi. Infatti, se il prezzo unitario dei bio shopper dovesse attestarsi sui 2 centesimi, considerando anche che il costo medio per un sacchetto compostabile si aggira intorno ai 22 centesimi, riutilizzarlo consentirebbe comunque di risparmiare. Il vantaggio di questi sacchetti sta anche nel fatto che si deteriorano in tempi molto più rapidi(scompaiono in circa 12 settimane) rispetto a quelli tradizionali, senza accumuli nelle acque e senza costituire un rischio per le specie animali. Una cosa certa è che il mercato si prepara a una piccola rivoluzione, ma è anche vero che non possono essere solo i consumatori a pagarne il prezzo.

I dubbi sulla nuova norma sono ancora tanti, a iniziare dai controlli. Nonostante le multe annunciate per chi non dovesse adeguarsi (i supermercati rischiano una sanzione che va dai 2.500 ai 25.000 euro), da più parti arrivano le segnalazioni di punti vendita intenti a smaltire le scorte di sacchetti non a norma, per poi lasciare spazio a quelli di nuova generazione. Un altro dubbio ricorrente riguarda le etichette: essendo stampate su carta chimica (avendo quindi adesivo e inchiostro), rendono di fatto il sacchetto non compostabile. Se si prova a staccarle, il rischio è che il sacchetto si rompa. Come fare allora? Alcuni propongono di applicare le etichette sui manici delle buste, così che sia più semplice tagliarle via con l’aiuto delle forbici. Se da un lato si cerca di trovare soluzioni al problema delle etichette, dall’altro c’è chi solleva la questione dei guanti di plastica obbligatori per scegliere i prodotti freschi: perché questi continuano a essere prodotti con plastiche non biodegradabili? Ultimo, ma non ultimo, il tema del riutilizzo dei bio shopper e la scelta di sacchetti propri. Entrambe sembrano non essere alternative valide, perché non riuscirebbero a garantire le norme igieniche previste in materia alimentare.

Informazioni su diego80 (2317 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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