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Grandi uomini della Val Seriana – Don Antonio Seghezzi, da Premolo a Dachau

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
« Resistere al male, libera nos a malo »
(Don Antonio Seghezzi[1])

Don Antonio Seghezzi

Antonio Elia Giuseppe Seghezzi (Premolo, 25 agosto 1906 – Dachau, 21 maggio 1945) è stato un presbitero e partigiano italiano.

Antonio Seghezzi, secondo di 10 figli, nacque da Romano e Modesta Seghezzi in contrada Lulini a Premolo in provincia di Bergamo.[2]

La famiglia di Don Antonio Seghezzi

Ad undici anni entrò nel seminario vescovile di Bergamo frequentando la seconda classe di ginnasio e il 26 settembre 1926 si laureò in scienze sociali all’Istituto cattolico di studi sociali di Bergamo con la tesi «L’enciclica sulla Regalità di Cristo in contraddittorio». Nell’estate 1928, in due mesi, perse sia la madre che il fratello minore Dante dopo che nel 1920 anche un’altra sorellina, Artemisia, era morta prematuramente.[2]

Ordinato sacerdote il 23 febbraio 1929 dal vescovo Luigi Maria Marelli nel Duomo di Bergamo fu destinato alla parrocchia di Almenno San Bartolomeo come coadiutore. Nell’ottobre del 1932 fu incaricato dell’insegnamento di lettere nel seminario di Bergamo.[2]

Nell’estate del 1935, a causa della guerra d’Etiopia, venne inviato come cappellano militare in Eritrea, assegnato all’ospedale da campo 430. Dopo due anni venne congedato e nella primavera del 1937 tornò a Bergamo dove il vescovo Adriano Bernareggi lo nominò assistente della Gioventù maschile di Azione Cattolica.[2]

Dal 1940 risiedette nel Patronato San Vincenzo di Bergamo e fu padre spirituale di centinaia di giovani e ragazzi.[2][3]

La resistenza

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si impegnò per aiutare la resistenza e seguì i suoi ragazzi in montagna. I nazifascisti lo scoprirono e dal 25 ottobre Don Seghezzi venne ricercato per essere arrestato. Non trovandolo decisero di eseguire una rappresaglia contro l’Azione Cattolica e la Chiesa di Bergamo. Don Seghezzi, per evitarla, anche su consiglio del vescovo, si consegnò spontaneamente: il 4 novembre 1943 venne arrestato e rinchiuso nel carcere di Sant’Agata a Bergamo.[2][3]

Il 21 novembre, dopo essere stato processato, venne condannato a 5 anni di lavori forzati ridotti a 3 dopo la domanda di grazia. Il 23 dicembre fu rinchiuso nel Forte San Mattia a Verona e il 31 dicembre venne deportato in Germania e rinchiuso nel carcere di Monaco di Baviera. I primi di febbraio del 1944 fu trasferito nel campo di lavoro per criminali della vicina città di Kaisheim e successivamente a Lessingen dove manifestò l’emottisi. Riportato a Kaisheim nel reparto infettivi di TBC nell’aprile 1945 venne trasferito con altri prigionieri al campo di concentramento di Dachau a causa dell’avanzata degli Alleati.[2][3]

Quando i soldati americani arrivarono a Dachau per liberare i superstiti, venne ricoverato nell’ospedale da campo dove versò in condizioni gravissime e il 21 maggio 1945 morì per emottisi.[2][3]

Sepolto nel cimitero di Dachau se ne persero le tracce fino al giugno del 1952 quando con una lettera a don Marco Farina, Delegato vescovile dell’Azione Cattolica di Bergamo, il parroco di Dachau annunciò il rinvenimento della tomba.

La salma venne riesumata e il 25 novembre 1952 riportata a Bergamo dove don Antonio Seghezzi venne sepolto nel cimitero del paese natale.

Riconoscimenti

Pietra d’inciampo per Don Antonio Seghezzi

Nel 1999 la Diocesi di Bergamo ha concluso il processo di beatificazione di don Antonio Seghezzi e gli atti sono stati trasferiti alla Congregazione per le Cause dei Santi.

Nel centenario della nascita le spoglie di don Seghezzi sono state traslate nella cripta ipogea ricavata nella chiesa parrocchiale di Sant’Andrea del suo paese natale. Premolo e Bergamo gli hanno intitolato una strada.

Anche a Sabbio di Dalmine e a Cisano Bergamasco vi sono vie titolate a don Antonio Seghezzi.

da www.santiebeati.it

“La più bella azione cattolica che io farò…sarà donarmi tutto”: dice così, manco a farlo apposta, un assistente diocesano di Azione Cattolica, che in questa crede, al  punto da giocarsi gli anni migliori per formare giovani che siano capaci di partecipare con responsabilità ed intelligenza alla costruzione della civiltà cristiana. È bergamasco, per l’esattezza di Premolo, dove nasce il 26 agosto 1906, secondo dei dieci figli di una famiglia umile e laboriosa, che non ostacola il suo desiderio di entrare in seminario a undici anni, alla ricerca di una vocazione che, forse, è più chiara nella testa del parroco che non nella sua. Ne esce sacerdote a febbraio 1929 e per tre anni fa pratica come viceparroco nella bergamasca, prima  di  essere spedito in seminario ad insegnar lettere. Resta comunque in cattedra tre anni appena, perché nel 1935 va a fare il  cappellano militare in Eritrea, trovando al suo rientro, due anni dopo, la nomina ad assistente diocesano dei giovani di Azione Cattolica. Forse perché al vescovo non è sfuggito il particolare ascendente che ha sui giovani. O, più probabilmente, perché ci si è accorti quale spessore abbiano la sua spiritualità e la sua generosità sacerdotale. Non le smentisce per niente nel nuovo incarico, che svolge con la consueta passione e con l’identico slancio missionario, girando la diocesi per contattare le varie sezioni e dimostrando come gli stiano a cuore i contatti personali e le relazioni umane e spirituali. Passa di parrocchia in parrocchia, cercando ospitalità notturna nelle varie canoniche, per essere presente ad ogni adunanza e ad ogni riunione di sezione, raggiungendo solo all’alba del mattino dopo il suo ufficio in curia, con la gioia di aver stabilito qualche contatto in più e di aver suscitato qua e là nuovo entusiasmo, attingendo alla sua inesauribile passione per Cristo e per le anime. Il suo stile pastorale privilegia “la promozione delle idee ai programmi d’azione, la direzione spirituale all’organizzazione, la cura del singolo giovane all’intervento sulla massa”. A tutti propone una radicalità evangelica che lui stesso ha sperimentato e si sforza di vivere in prima persona, una misura alta di vita cristiana basata su grandi ideali e contraddistinta da uno stile di vita povero ed austero. I giovani apprezzano la sua direzione spirituale, illuminata e forte, che prosegue anche per via epistolare, arrivando al punto di scrivere cento lettere al giorno per seguire anche  da lontano i suoi “figli”.  Proprio negli anni dell’onnipotenza hitleriana, ha il coraggio di predicare l’umiltà e la coscienza del proprio limite, l’abbandono fiducioso in Dio e la precedenza delle leggi divine su qualsiasi disposizione umana ad esse contraria. Logico, per un prete così, incitare alla disobbedienza civile dopo l’8 settembre 1943, quando scegliere “la strada dei monti” al posto dell’arruolamento è ben più che una scelta ideologica, perché diventa un atto di coscienza pienamente in linea con il Vangelo. “Che assistente sarei se non li assistessi proprio ora?”, dice a se stesso e così continua a seguirli, “per corrispondenza”, con i suoi consigli, i suoi inviti, i suoi insegnamenti. È cosciente di rischiare ed avrebbe la possibilità di riparare in Svizzera, ma sa restare al suo posto, anche per non deludere i giovani che a lui guardano come ad un esempio. I nazifascisti, per mettergli le mani addosso, usano l’unica arma a loro disposizione: minacciare di rappresaglia il clero e l’Azione Cattolica bergamasca. È proprio per scongiurare ciò, anche su consiglio del suo vescovo, che si consegna spontaneamente e si lascia arrestare il 4 novembre 1943. Subito malmenato e torturato, processato e condannato a cinque anni di lavoro coatto in Germania, poi scontati a tre, viene deportato subendo la sorte di altri poveri esseri ridotti a larve umane.  Finisce i suoi giorni a Dachau il 21 maggio 1945, vittima della tubercolosi e stroncato dai maltrattamenti disumani subiti. I suoi resti, fortunosamente ritrovati, nel 1952 sono stati traslati a Premolo e dal 2006 riposano nella chiesa parrocchiale, in una cripta appositamente preparata per lui. Perchè di don Antonio Seghezzi è stata avviata la causa di beatificazione, che ultimata nella fase diocesana, sta ora attendendo il verdetto della Congregazione dei Santi, che riconosca l’esercizio eroico delle virtù.

 


Autore: 
Gianpiero Pettiti

Informazioni su diego80 (2317 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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