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Giù la testa, Lavoisier.

"Non c' è voluto che un attimo per far cadere questa testa. E forse non basteranno cent' anni per farne nascere una eguale..."

Parigi

Sulle colonne de L’ Ami du Peuple, il 27 gennaio 1791, Marat urla: “Io vi denuncio il corifeo dei ciarlatani, il signor Lavoisier, figlio d’ uno strozzino, chimico dilettante, esattore generale delle imposte, amministratore delle Polveri e del Salnitro, direttore della Cassa di Sconto, segretario del Re, membro dell’ Accademia delle Scienze, amico intimo di Vauvilliers, amministratore infedele della sussistenza e il più grande intrigante del secolo…”. Tre anni dopo, il 19 Floreale dell’ Anno Secondo della rivoluzione (8 maggio 1794), in Place de la Concorde dove è stata eretta la ghigliottina, la testa del “corifeo dei ciarlatani” rotola nel paniere. A 51 anni termina così la vita del padre della chimica moderna, uno dei più grandi scienziati del suo secolo. Un altro grande della scienza, il matematico Luigi Giuseppe Lagrange, commenta amaramente: “Non c’ è voluto che un attimo per far cadere questa testa. E forse non basteranno cent’ anni per farne nascere una eguale…”.

 

Chi era Lavoisier

Lavoisier fu uno degli ultimi illuministi, un uomo di straordinaria modernità ai nostri occhi, forse vittima di uno “sfalsamento cronologico”, di essere cioè vissuto all’ inizio di un’ epoca che solo più tardi avrebbe realizzato totalmente le sue idee e i suoi metodi. Perchè Lavoisier era certamente un figlio dell’ “epoca dei lumi”: ma anche, da un punto di vista sociale (ed è ciò che probabilmente lo ha perduto) era il primo, o quanto meno uno dei primi, “grandi borghesi”, di quelli che trionferanno definitivamente poi col Termidoro e con l’ epoca napoleonica, grandi protagonisti destinati a sostituire una aristocrazia ormai smidollata e fuori dal tempo, disegnando un tipo d’ uomo che forse sta tramontando solo oggi. Era figlio di un ricco possidente e commerciante, un “honnete homme”, e destinato in partenza a una carriera di potere: educato nei migliori collegi di Parigi, (tra l’ altro, al “Collège des Quatre Nations”, attuale Institut de France) dimostra subito una vocazione verso le scienze e le matematiche. A differenza di altri illuministi – dei quali d’ altronde condivide le idee – si interessa assai poco di filosofia, tanto da rinunziare nel 1761 ai due anni di filosofia che gli daranno diritto al titolo di baccelliere, e si orienta subito verso lo studio delle scienze. Ha le idee chiare, è il prototipo del futuro “grand commis” di Stato. Ama gli studi concreti, dove il suo spirito, poliedrico e razionale, si muove con sicurezza. La conoscenza, la scienza stessa, non è per lui fine a se stessa: ma – come del resto sostengono gli enciclopedisti – deve essere diretta a migliorare i rapporti tra l’ uomo e la natura, ad elevare le condizioni di vita: il mondo, oltre che conosciuto, va razionalizzato. Perciò Lavoisier non si considera uno scienziato “puro” (come ne produrrà il secolo seguente), e tanto meno un dilettante curioso e d’ ingegno, intriso di filosofia e di utopie, come ne producevano a iosa i salotti del Settecento. Il suo lavoro mira al sodo, fin dall’ inizio. Giovanissimo, collabora con Guettard, un insigne scienziato amico del padre, alla realizzazione di un Atlante mineralogico di Francia, che ha tra l’ altro l’ ambizione di individuare e censire le ricchezze del paese. Acquista una gigantesca proprietà terriera, a Beauce, presso Blois: 1.129 ettari, dove cerca di mettere in pratica le idee dei fisiocrati sulle “fonti della ricchezza”, che in quell’ epoca risiedono fondamentalmente nella produzione agricola. E vi sperimenta tecniche agronomiche innovative, sistemi di irrigazione e concimazione che egli stesso elabora e fa realizzare. E’ esperto di diritto, di mineralogia, meteorologia, idrologia, di economia politica: si interessa di politica anche nella convinzione che questa possa servire a realizzare le sue idee riformatrici. Tutto ciò non gli impedisce di provvedere al proprio arricchimento ulteriore: a 25 anni diviene azionista della “Ferme générale”, la società privata incaricata di riscuotere per il Tesoro le imposte indirette. Sposa la figlia del suo direttore, Jacques Paulze (che sarà poi ghigliottinato insieme a lui) e diviene responsabile della “regie” del tabacco e dell’ alcol, combattendo duramente contrabbando e frodi, e facendo costruire attorno alla capitale un muro con stazioni di dogana, che suscita contro di lui l’ odio dei contrabbandieri, ma anche dei bottegai e della popolazione: “Le mur murant Paris rend Paris murmurant”. Successivamente diviene direttore della “Régie de poudres et salpetres”, il monopolio delle polveri da sparo, chiave di volta di ogni potenza militare alla fine del Settecento, quando il cannone conta ormai più della spada. Essere “fermier general” era anche un ottimo affare: si calcola che la rendita effettiva di un “fermier général” si aggirasse annualmente tra i dieci e i venticinque milioni di franchi attuali (oltre sette miliardi!). Ma i giganteschi impegni affaristici e pubblici (è anche direttore della Cassa di Sconto, diviene consigliere di Necker, è uno degli autori della riforma che introduce il sistema metrico decimale e di decine di innovazioni industriali), non lo distolgono da quella che è la sua passione principale, quella per cui passerà alla storia: la chimica. E in particolare la chimica dei gas: scopre che l’ aria atmosferica è un composto di due gas, dimostra pubblicamente la scomposizione e ricomposizione dell’ acqua, introduce metodi di analisi, individua il ruolo dell’ ossigeno nella combustione e elimina definitivamente la teoria del “flogisto”, elaborata dal tedesco Georg Stahl, e ritenuta vera fino a Lavoisier, secondo la quale tutti i corpi contengono un elemento, il “flogisto” appunto, che rende possibile la combustione. Crea bilance e strumenti precisissimi, che consentono di misurare con una precisione fino allora inarrivata i risultati delle trasformazioni chimiche; elabora la nuova razionale nomenclatura chimica, praticamente quella attuale. Vivere in quel cratere che è Parigi alla fine del Settecento non lo preoccupa: non è né un politico né un nostalgico. Ma pensa che la rivoluzione sia la strada che condurrà alla attuazione di quelle riforme a cui è interessato. Vuole portare ovunque razionalità, efficienza, severità. Ma in gran parte sono proprio queste sue qualità a renderlo odioso alle plebi parigine. E per il Terrore, i suoi meriti di scienziato e di amministratore contano poco, di fronte al fatto che è un uomo compromesso col vecchio potere, che è uno “sfruttatore” che si arricchisce con le tasse indirette che gravano sulla parte più povera della popolazione.

L’arresto : verso la fine.

Il 24 novembre 1793 la Convenzione ne ordina l’ arresto, insieme agli altri ventisette “fermier general”. Lavoisier, dopo essersi nascosto per qualche giorno nei locali dell’ Accademia delle Scienze, si costituisce. Viene rinchiuso coi suoi colleghi nella prigione di Port-Libre (l’ antico convento di Port Royal) e poi nell’ edificio della Ferme générale. L’ istruttoria dura cinque mesi. Il 5 maggio gli accusati vengono trasferiti alla Conciergerie, e il 7 interrogati uno ad uno. Sono accusati di “complotto contro il popolo francese per favorire in ogni modo il successo dei nemici della Francia, specialmente vessando con la tasse e le esazioni il popolo francese; di mescolare il tabacco, di cui Lavoisier aveva la regie, con l’ acqua e con altre sostanze nocive; di percepire tassi di interesse esorbitanti e di aver derubato in tutti i modi il popolo e il tesoro nazionale, di aver sottratto infine somme immense alla nazione per passarle ai nemici della Francia”. Alle dieci del mattino del giorno dopo il Tribunale emette la sua sentenza: “a morte”. Forse non è vero che il presidente del Tribunale, alle suppliche per salvarlo, abbia replicato: “la repubblica non ha bisogno di scienziati”. Ma certamente nel fuoco della rivoluzione cosa contava un uomo che aveva aperto nuove strade alla conoscenza della natura? Alle cinque del pomeriggio iniziano a Place de la Concorde le esecuzioni. Lavoisier sarà il quarto, subito dopo suo suocero.

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