ULTIM'ORA

“Fa mia ul Bergum” : l’emigrazione bergamasca in Ticino

Svizzera, quando i migranti erano «Bergum…»

Fa mia ul bergum“, era un’espressione una volta molto diffusa e che oggi si sente sempre di meno. Sì, perché i bergamaschi sono stata un’importante manodopera, quasi unica in Svizzera fino agli anni ’50. Una forza lavoro quasi “monopolistica” nel settore primario. Infatti i falciatori e boscaioli delle nostre valli provenivano in maggioranza dalle Valli bergamasche.

Ma ieri come oggi, non sempre tutti erano bene accetti. Considerati grandi lavorartori e apprezzati da certuni, per altri rubavano le donne e il lavoro degli Svizzeri! L’emigrazione bergamasca arrivata nel Mendrisiotto a partire dall’inizio del ‘900, proveniva quasi esclusivamente da una piccola Valle Bergamasca: la Valle Calepio, molte famiglie rimasero per sempre in Ticino. Si potrebbe dire una vera e propria colonia che da Adrara San Martino, Adrara San Rocco, Viadanica, Foresto Sparso e Villongo è arrivata a Mendrisio, Novazzano, Rancate, Riva San Vitale e in valle di Muggio.

Insomma un’ emigrazione che ha percorso solo cento chilometri, si fa per dire, per approdare in luoghi orografici molto simili a quelli lasciati. I nomi che troviamo nei cimiteri della Valle Caleppio sono quelli che in parte troviamo nei cimiteri del Mendrisiotto. Passata una o due generazioni molti si dimenticano delle proprie origini. Ma c’è anche chi si ricorda molto bene e non vuol dimenticarle e chi le riscopre. Un viaggio con gli ultimi testimoni di questo mondo.

Vi consigliamo di guardare questo bellissimo, anzi, davvero bellissimo documentario di Bruno Bergomi della Televisione Svizzera. Davvero da non perdere.

«Anche se a Bergamo a quei tempi c’era la miseria, almeno c’era l’amore, c’era la famiglia». Lo dice Caterina Maffi, 84 anni, di Rancate, con gli occhi che quasi si velano di commozione. È vestita a strati e oggi siede nel giardino della sua casa elvetica insieme alla sorella Maria. Tutto, in lei, è bergamasco: l’accento, il tono, ma soprattutto il pudore e quella ritrosia così settentrionale, quella preterizione piena di dignità, tutta padana, squisitamente orobica. Bergamasco anche il suo impervio curriculum di emigrante, tipico di un’epoca che ormai sembra lontanissima, di carri, bestiame e fienagione, in cui nonostante tutto affondano le nostre radici e quelle dei popoli e dei Paesi che abbiamo contribuito a sostenere col nostro lavoro; un’epoca di uomini e donne di fatica che, (dis)armati di quattro cose, attraversavano il confine arrancando a piedi o sobbalzando sgangheratamente a bordo di carretti malmessi.

3 Commenti su “Fa mia ul Bergum” : l’emigrazione bergamasca in Ticino

  1. Alessadro Pellegrini C’è un proverbio che pochi ricordano ”

    non fartene meraviglia,

    perche la meraviglia sta dietro la tua porta

    Valceschini Umberto cavagliese classe 1928

    ora residente con la famiglia a Le Lieu nella Vallée de Joux, racconta: “Nel 1945 io e mio fratello siamo andati in Svizzera, scesi dal treno a Domodossola, abbiamo aspettato la notte e ci siamo incamminati per un sentiero pericoloso di montagna attraversando il confine. Eravamo in dieci o dodici quasi tutti di Brembilla, siamo arrivati a Le Brassus, ci siamo nascosti per due giorni, poi è venuto a prenderci uno zio boscaiolo che era già là.
    La vita poi è stata dura, si lavorava da stelle a stelle, i boscaioli facevano oltre trecento ore di lavoro al mese. Negli anni cinquanta la Vallée era come una seconda Brembilla! eravamo più di duecentocinquanta”.

    (Da Storie di Emigranti 2003 Centro Studi Valle Imagna)

    • Credo ci vuol tanto coraggio, ma proprio tanto Sandro a fare l’emigrante. A raccogliere in una valigia quattro cose e partire per un posto che non conosci.
      Ce ne vuole molto meno per criticare, spesso, senza sapere di preciso quel che si sta dicendo.

  2. Concordo con il tuo saggio scritto,e aggiungo una intervista a Giuseppe Pesenti “ol Borla”che ho pubblicato sul bollettino parrocchiale:

    Pesenti Giuseppe “Bórla” cadelfogliese classe 1909 racconta:

    “ Nel 1920 avevo 11 anni e con mio padre Antonio siamo partiti con il treno per Genova, su quelle montagne cercavano boscaioli. Giunti sul posto abbiamo visto che il luogo di lavoro era veramente impervio ed estremamente pericolo, oltre ad un compenso molto basso. A quel punto, dopo aver rinunciato al lavoro, ci siamo accorti che non potevamo neanche riprendere il treno per il ritorno perché mio padre aveva solo pochi centesimi. L’unica soluzione era incamminarsi verso la Francia, tanti chilometri a piedi e alcuni con mezzi di fortuna finché siamo arrivati a Ventimiglia distrutti dalla fatica. Dopo avere dormito sulla spiaggia, sfiniti dal viaggio, alcune persone, vedendoci, ci hanno contattato proponendoci un passaggio via mare per la Francia dietro compenso. I nostri pochissimi centesimi ci hanno dato la possibilità di contrattare solo due posti nell’ultimo turno di mezzanotte del giorno dopo. Fu un’avventura tragica ma per fortuna a lieto fine. La barca affondava, c’era buio, un’altra barca dei traghettatori che tornava indietro per nostra fortuna, alle grida disperate di aiuto ci venne in soccorso, fu un miracolo”. ( intervista a Giuseppe Pesenti maggio 2000)

    Bollettino parrocchiale Alessandro Pellegrini

Rispondi

UA-76292238-1
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: