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Influencer, quando “farsi vedere” porta guadagno

Nell’era moderna, con l’avvento sempre più prepotente di Internet e dei mezzi di comunicazione, aumentano sempre di più anche i mestieri o comuque le attività da compiere usando solo il proprio pc od il proprio smartphone, sostituendo i tradizionali mestieri a braccia o gambe, e comunque di movimento: tra le terminologie di recente invenzione, ecco l’influencer, una sorta di “animale da web”, che spesso guadagna anche bene solo con visualizzazioni e condivisioni delle proprie opere ed idee.

 

Mestiere non bel definito, abbiamo ricercato in alcuni siti qualcuno che ci spieghi bene questa nuova tendenza.

Il più soddisfacente sicuramente è questo pezzo di Sette, supplemento del Corriere della Sera, del 18 marzo.

SE NON È LA STORIA più vecchia del mondo, poco ci manca: siamo più portati ad acquistare un prodotto quando ce lo consiglia qualcuno che conosciamo. È per questo che le aziende fanno a gara, da sempre, per associare i loro marchi ai volti familiari delle star. Ed è per questo che oggi spendono una parte sempre più consistente dei loro budget pubblicitari nel cosiddetto influencer marketing. I brand chiedono ai famosi del web di fare spazio ai loro prodotti nei post su Instagram o nei video YouTube. Quanto li pagano? Cosa resta, oggi, della spontaneità originaria di internet? C’è ancora spazio per la critica? Abbiamo cercato di rispondere.

Andiamo con ordine. Stando al vocabolario Zingarelli, l’influencer è «un personaggio popolare sui social network in grado di esercitare un influsso sulle scelte di settori dell’opinione pubblica». Chiariamolo subito: anche attori, sportivi, cantanti e chi più ne ha più ne metta, a volte, si fanno pagare per promuovere prodotti sui social. Ma qui ci concentreremo sui personaggi nativi digitali. Per farsi un’idea di chi siano si può consultare Audisocial, la classifica dei cento influencer italiani più influenti (scusate il gioco di parole) del blog Macchianera, costantemente aggiornata da un algoritmo che valuta il numero di follower, ma soprattutto l’engagement, il tasso di interazione. Perché il vero influencer è colui o colei che piace al punto da invogliare a commentare, condividere, cliccare sui link e quindi – ed è qui che si accende l’interesse delle aziende – comprare. Quanti sono gli influencer in Italia? Non si sa. Quel che è certo è che, mentre nella parte alta della classifica i nomi sono più o meno sempre gli stessi da anni, il sottobosco è un ecosistema instabile. «C’è molto ricambio: ogni anno ci sono influencer nuovi», sintetizza Fabio Betti, fondatore di 2MuchTV, agenzia che si occupa (anche) di branded content, cioè fa da intermediario tra aziende e influencer. In sintesi, un’agenzia come questa (in Italia ce ne sono molte) riceve le richieste di chi vuole farsi pubblicità tramite gli influencer, individua le personalità adatte in base agli obiettivi della campagna e al pubblico da raggiungere, propone loro la collaborazione e poi, se questa va in porto, stabilisce le linee guida dell’attività di marketing. Tradotto: l’agenzia dice agli influencer come e quando postare i contenuti sponsorizzati. «Noi lasciamo loro libertà creativa, perché se usano il loro stile il messaggio è più efficace», precisa Betti, «ma testi e contenuti vengono controllati e approvati da noi prima della pubblicazione. E non siamo i soli a farlo».

 

Quindi, gli influencer, sia su YouYube, sia nei social come Facebook ed Instagram sono sempre in aumento.

Ma quanto costa fare l’influencer (ricordati anche dallo Stato Sociale nella loro canzone sanremese “Una vita in vacanza”)?

Sempre da Sette, La domanda è semplice, la risposta no. Perché il tariffario non è fisso: cambia in base al brand, alla campagna e a decine di altre variabili. Proviamo però a tracciare qualche paletto. Secondo Betti, i piccoli (circa 100mila follower) guadagnano da 0 a 500 euro a collaborazione (e quindi lavorano anche accontentandosi degli omaggi); i medi (circa 500mila follower) da 500 a 5mila euro; i grandi (oltre un milione) non prendono neanche in considerazione un lavoro se il compenso non è di almeno 2.500 euro, ma possono strapparne anche 10mila. Nel mondo della moda le tariffe sono in media più alte, ma gli ordini di grandezza sono gli stessi. Purché i follower siano reali, cosa che le agenzie verificano con appositi software. Cosa giustifica queste cifre? La precisione con cui si riesce a intercettare il target desiderato e l’efficacia della campagna: se scelti bene, gli influencer possono far aumentare in modo visibile e rapido gli acquisti online di ciò che pubblicizzano. Ma, attenzione, nella maggior parte dei casi il selfie con il prodotto in mano non basta: oggi le aziende chiedono pacchetti di contenuti (ad esempio un post, una Storia Instagram e un video). E chi fa sul serio non paga a prestazione, ma assolda le web star per un certo lasso di tempo, chiedendo loro di fare storytelling di un prodotto.

La spiegazione sembra alquanto contorta, ragionare in termini di numero di followers (i cosiddetti contatti) o dei “mi piace” è sempre un discorso da capire: chi ci assicura che il “sotware” come spiegato nell’articolo rintracci i followers finti in realtà? e se un like ad un post fosse fatto “su commissione”? Certo,ad alcuni “internettologi” basta mettere la foto di una scarpetta, od un filo d’erba, od una borsetta che esce da un armadio, anche un particolare che normalmente potrebbe risultare insignificante per attirare centinaia e migliaia di likes. Basta vedere il blog di Chiara Ferragni, la compagna di Fedez, o altre starlette del web per capire come la gente possa essere “influenzata” ad indossare una sciarpa o prendere un lettore DVD perchè lo ha pubblicizzato il personaggio, ritenuto affidabile e corretto, quindi in grado di influenzare positivamente il popolo dei navigatori. Gli operai del futuro saranno gli influencer?

Informazioni su diego80 (2317 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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