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Addio ad Ermanno Olmi, Palma d’Oro a Cannes per un film in dialetto bergamasco

Portò il dialetto bergamasco nel mondo grazie a "L'albero degli zoccoli". Ha diretto anche Paolo Villaggio e Rutger Hauer

E’ stato uno tra i registi italiani più celebri, un italiano noto al mondo. Ma anche un bergamasco tenace, che riuscì, a realizzare capolavori utilizzando attori non protagonisti. Uno di questi, L’albero degli Zoccoli, vinse la Palma d’Oro a Cannes, una primizia per un film interpretato in dialetto bergamasco. Ma anche riconoscimenti importanti per altri due film, “Il mestiere delle armi” (a cui valse un David di Donatello, e “la leggenda del santo bevitore”, che vinse un Leone d’oro a Venezia. Con lui collaborò anche Paolo Villaggio ne “il segreto del bosco vecchio”, mentre altro leggendario film suo è “Cantando dietro ai paraventi”.

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Ermanno Olmi alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1965

Ermanno Olmi (Bergamo, 24 luglio1931[1] – Asiago, 7 maggio2018[1]) è stato un regista, sceneggiatore e scrittore italiano.

Biografia

Le origini e i documentari

Ermanno Olmi è nato a Bergamo, ma la famiglia, padre ferroviere madre operaia, si trasferì a Treviglio[1] quando lui era ancora piccolo, ed è lì che il futuro regista è cresciuto.[2] Il suo luogo di nascita è stato spesso riportato erroneamente come Treviglio da più fonti, ma Olmi stesso ha fatto chiarezza su questo punto in un’intervista rilasciata a Charlie Owens, autore di una monografia dedicata al regista: Owens: «Alcuni scrivono che tu sei nato a Bergamo, altri scrivono Treviglio. Dove sei nato esattamente?». Olmi: «A Bergamo, in un quartiere chiamato Malpensata. Io spero che quando sono venuto al mondo mia madre l’abbia pensata in modo diverso, ovvero che sia stata una bella pensata l’avermi messo al mondo!»[3] Di famiglia profondamente cattolica, Olmi rimane da giovane orfano di padre, morto durante la seconda guerra mondiale; frequenta prima il liceo scientifico e poi il liceo artistico, ma non porta a termine gli studi.

Si trasferisce a Milano per seguire i corsi di recitazione dell’Accademia di Arte Drammatica; contemporaneamente, allo scopo di mantenersi, trova anche un lavoro da fattorino presso la Edisonvolta[1], dove già lavorava la madre, che gli affida l’organizzazione delle attività ricreative per i dipendenti, in particolare quelle relative al servizio cinematografico, e gli viene richiesto di documentare le produzioni industriali attraverso filmati. Olmi sfrutta l’occasione per dimostrare la sua intraprendenza e il suo talento con la macchina da presa; pur non avendo praticamente nessuna esperienza alle spalle, tra il 1953 e il 1961 realizza decine di documentari, tra i quali La diga sul ghiacciaioTre fili fino a Milano (1958) e Un metro è lungo cinque. In tutti gli oltre quaranta documentari realizzati negli otto anni di lavoro si nota l’attenzione alla condizione degli uomini che lavorano nelle strutture aziendali, un modello interpretativo della realtà che anticipa le caratteristiche peculiari delle future pellicole di Olmi.

Il debutto e i primi lavo

Finalmente nel 1959 Olmi debutta sul grande schermo con il lungometraggio Il tempo si è fermato, storia imperniata sull’amicizia fra uno studente e il guardiano di una diga e ambientato nell’isolamento e nella solitudine dell’alta montagna. Già in questo esordio si evidenziano i temi tipici della sua attività cinematografica e dispiegati nella fase del regista maturo, fedele alla propria cifra stilistica. Profondamente legato alle proprie origini rurali e modeste, privilegia i sentimenti delle persone semplici, il rapporto con la natura, e spesso offre uno sguardo sulla solitudine e sulle sue conseguenze, da qui la scelta di lavorare con attori non professionisti.

Due anni dopo grazie a Il posto (prodotto dalla casa di produzione 22 dicembre, fondata dallo stesso Olmi con un gruppo di amici) ottiene ottime recensioni da parte della critica. Il film ruota intorno alle aspirazioni di due giovani alle prese con il loro primo impiego. La pellicola si aggiudica il premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1961. Nel successivo film, I fidanzati (1963) si ritrovano ancora l’attenzione al quotidiano, alle cose semplici della vita, alle vicende del mondo operaio; il tutto intessuto da una vena intimista. Gira in seguito E venne un uomo (1965); un’attenta e partecipe biografia di papa Giovanni XXIII, nella quale non si lascia trascinare da scontati agiografismi.

Il grande successo

Dopo un periodo contrassegnato da lavori non del tutto riusciti come Un certo giorno (1968), I recuperanti (1969), Durante l’estate (1971) e La circostanza (1974), nel 1977 Olmi ritrova l’ispirazione e dà alla luce quello che molti considerano il suo capolavoro assoluto, L’albero degli zoccoli (1978), che si aggiudica la Palma d’oro al Festival di Cannes e il Premio César per il miglior film straniero. Il film getta uno sguardo poetico, ma allo stesso tempo realistico, privo di sentimentalismi, al mondo contadino, l’ambiente nel quale Olmi è nato e cresciuto e al quale è sempre rimasto legato. Si trasferisce da Milano ad Asiago, dove da quel momento risiederà. Nel 1982 a Bassano del Grappa fonda la scuola di cinema Ipotesi Cinema. Sempre nel 1982 dirige Camminacammina, allegoria sulla favola dei Re Magi. Torna a girare documentari per la RAI, oltre ad alcuni spot televisivi.

Il ritorno dopo la malattia

Ermanno Olmi al Premio Chiara nel 2013.

Dopo una dura lotta contro una grave malattia, la sindrome di Guillain-Barré, che lo tiene a lungo lontano dai riflettori, nel 1987 Olmi torna a dirigere una pellicola con il claustrofobico Lunga vita alla signora!, premiato al Festival di Venezia con il Leone d’Argento. L’anno seguente si aggiudica, invece, il Leone d’Oro grazie a La leggenda del santo bevitore, basata sull’omonimo racconto scritto da Joseph Roth adattato da Tullio Kezich e dal regista stesso. A differenza delle altre, si tratta di una pellicola per il mercato internazionale, girata in inglese e interpretata dall’olandese Rutger Hauer; l’ambientazione, poi, è a Parigi. Oltre al premio della rassegna lagunare, il film vince quattro David di Donatello.

Cinque anni dopo, nel 1993, trae Il segreto del bosco vecchio dall’omonimo romanzo di Dino Buzzati; la pellicola vede come protagonista Paolo Villaggio, un evento piuttosto raro per Olmi, che privilegia attori non professionisti. Nel 1994 dirige un episodio del vasto progetto internazionale Le storie della Bibbia, a cui partecipa anche la Rai, Genesi: La creazione e il diluvio. Nel 2001 dirige Il mestiere delle armi, film storico in costume presentato con successo al Festival di Cannes 2001 e acclamato a livello internazionale. Il film si aggiudica 9 David di Donatello 2002: “miglior film”, “miglior regista”, “migliore sceneggiatura”, “miglior produttore”, “miglior fotografia”, “miglior montaggio”, “miglior musica”, “migliori costumi” e “migliore scenografia”[4].

Nel 2003 approda in una Cina senza tempo per raccontare epiche vicende di pirati e di arrembaggi in Cantando dietro i paraventi, anch’esso acclamato dalla critica, che vede Bud Spencer come unico attore occidentale, insieme a Camillo Grassi, in un cast interamente orientale. Nel 2005 collabora con altri due grandi registi, Abbas Kiarostami e Ken Loach, nel film Tickets. Nel 2007 esce Centochiodi, che Olmi annuncia come il suo ultimo film di finzione, avendo deciso d’ora in poi di tornare a dirigere solo documentari. Nel 2008 riceve il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia. Nel 2013 l’Università di Padova gli conferisce la laurea honoris causa in Scienze Umane e Pedagogiche per “la sua azione di valorizzazione delle radici culturali, della memoria, delle tradizioni, della grande storia e dell’esperienza quotidiana e delle piccole cose.”[5]

È morto, all’età di 86 anni, il 7 maggio 2018 all’ospedale di Asiago, dove si trovava ricoverato da qualche giorno.[1][6]

Ermanno Olmi era sposato con Loredana Detto, che fu la protagonista femminile de Il posto, il suo secondo film.

Riconoscimenti

Premi cinematografici

Onorificenze

Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
«Di iniziativa del Presidente della Repubblica»
— Roma, 10 novembre 2004[9]
Grande ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinariaGrande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
«Di iniziativa del Presidente della Repubblica»
— 30 maggio 2001[10]

Commendatore dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinariaCommendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana
— 2 giugno 1995[11]
Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte
— 17 marzo 2004[12]

Curiosità

  • Ermanno Olmi era spesso accostato dalla critica a Pier Paolo Pasolini non solo per la sua attenzione all’universo degli umili e per il recupero delle dimensioni tradizionali e territoriali, ma anche perché come quest’ultimo spesso era anche operatore e montatore dei suoi film, oltre che regista.
  • Il figlio, Fabio Olmi, lavora anch’egli nel mondo del cinema come direttore della fotografia (ha lavorato con il padre in diversi film come Lungo il fiumeIl mestiere delle armiCantando dietro i paraventiTicketsCentochiodi e Torneranno i prati).

Filmografia

Regista

La cotta (1967)

Produttore

Documentari e cortometraggi

  • Piccoli calabresi a Suna sul Lago Maggiore (1953) – Corto
  • Sabbioni – Una diga a quota 2500 (1953) – Corto
  • II raduno sciistico sociale all’Alpe Devero (1953) – Corto
  • El Frayle (1953) – Corto
  • La pattuglia di Passo San Giacomo (1954) – Corto
  • Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggiere (1954) – Corto
  • La diga sul ghiacciaio (1955) – Corto
  • Società Ovesticino – Dinamo (1955) – Corto
  • L’onda (1955) – Corto
  • L’energia elettrica nell’agricoltura (1955) – Corto
  • La mia valle (1955) – Corto
  • Il racconto della stura (1955) – Corto
  • Il pensionato (1955) – Corto
  • Cantiere d’inverno (1955) – Corto
  • Buongiorno natura (1955) – Corto
  • Michelino 1A B (1956) – Corto
  • Manon: Finestra 2 (1956) – Corto
  • Costruzioni mecchaniche riva (1956) – Corto
  • Fibre en civiltà (1957) – Corto
  • Campi sperimentali (1957) – Corto
  • Venezia città minore (1958) – Corto
  • Tre fili fino a Milano (1958) – Corto
  • Il frumento (1958) – Corto
  • Grigio (1958) – Corto
  • Giochi in colonia (1958) – Corto
  • Colonie Sicedison (1958) – Corto
  • Vacanze a Marina di Massa. Colonia Ettore Motta del Gruppo Edison – Corto[13]
  • Natura e chimica (1959) – Corto
  • Fertilizzanti prodotti dalla società del Gruppo Edison (1959) – Corto
  • Cavo ad olio fluido a 220.000 volt (1959) – Corto
  • Po: forza 50.000 (1960) – Corto
  • Il grande paese d’acciaio (1960) – Corto
  • Un metro lungo cinque (1961) – Corto
  • Sacco in plypac (1961) – Corto
  • Pomodoro (1961) – Corto
  • Le grand barrage (1961) – Corto
  • Fertilizzanti complessi (1961) – Corto
  • 700 anni fa (1963) – TV
  • Dopo secoli (1964) – Corto
  • Nino il fioraio (1967) – Corto
  • Dal diario scolastico di Cesare Cornoldi (1967) – Corto
  • Beata gioventù (1967) – TV
  • Ritorno al paese (1967) – Corto
  • La borsa (1968) – TV
  • La fatica di leggere (1970) – Corto
  • In nome del popolo italiano (1971) – TV
  • Le radici della libertà (1972) – TV
  • Nascita di una formazione partigiana (1973) – TV
  • Apocalypsis cum figuris (1979) – TV
  • Personaggi fortemente sospettabili (1983) – Corto
  • Milano ’83 (1983)
  • Artigiani veneti (1986) – Corto
  • Imago urbis (1987) – in co-regia
  • Milano, episodio di 12 registi per 12 città (1989)
  • Lungo il fiume (1992)
  • Mille anni (1995) – Corto
  • Il denaro non esiste (1999) – TV
  • Atto unico di Jannis Kounellis (2007) – Corto
  • Terra Madre (2009)
  • Rupi del vino (2009)
  • Il premio (2009)
  • Vedete, sono uno di voi (2017) – Film documentario su Carlo Maria Martini

Libri (come autore)

  • Ragazzo della Bovisa, Camunia, Milano, 1986.
  • Il sentimento della realtà (con Daniela Padoan), Feltrinelli, Milano, 2008.
  • L’apocalisse è un lieto fine – Storia della mia vita e del nostro futuro, Rizzoli.

 

L’albero degli zoccoli

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L’albero degli zoccoli
L'albero degli zoccoli.jpg

Scena della scartocciatura del granoturco

Lingua originaleitaliano e bergamasco
Paese di produzioneItalia
Anno1978
Durata186 min
Generedrammatico
RegiaErmanno Olmi
SoggettoErmanno Olmi
SceneggiaturaErmanno Olmi
ProduttoreErmanno Olmi
FotografiaErmanno Olmi
MontaggioErmanno Olmi
MusicheBach, Mozart – Musica eseguita da Fernando Germani
ScenografiaEnrico Tovaglieri
Interpreti e personaggi
  • Luigi Ornaghi: Batistì
  • Francesca Moriggi: Batistìna
  • Omar Brignoli: Mènec
  • Antonio Ferrari: Tunì
  • Teresa Brescianini: vedova Runc
  • Giuseppe Brignoli: nonno Anselmo
  • Lorenzo Pedroni: nonno Finard
  • Giuseppina Sangaletti: moglie del Finard
  • Battista Trevaini: Finard
  • Maria Grazia Caroli: Bettina
  • Pasqualina Brolis: Teresina
  • Massimo Fratus: Pierino
  • Carlo Rota: Peppino
  • Francesca Villa: Annetta
  • Felice Cervi: Ustì
  • Pierangelo Bertoli: Secondo
  • Brunella Migliaccio: Olga
  • Giacomo Cavalleri: Brena
  • Lorenza Frigeni: moglie di Brena
  • Lucia Pezzoli: Maddalena
  • Franco Pilenga: Stefano
  • Carmelo Silva: don Carlo
  • Mario Brignoli: padrone
  • Emilio Pedroni: fattore
  • Vittorio Capelli: Frikì
  • Francesca Bassurini: suor Maria
  • Lina Ricci: donna del segno
  • Guglielmo Badoni: padre dello sposo
  • Laura Locatelli: madre dello sposo

L’albero degli zoccoli è un film del 1978 diretto da Ermanno Olmi, vincitore della Palma d’oro al 31º Festival di Cannes.[1]

Il film, le cui riprese furono realizzate tra febbraio e maggio del 1977, utilizza il dialetto bergamasco della zona in cui l’opera è ambientata (il film è stato girato prevalentemente nella bassa pianura bergamasca orientale compresa tra i comuni di Martinengo, Palosco, Cividate al Piano, Mornico al Serio, e Cortenuova), mentre alcune scene con la presenza del Naviglio Grande sono state girate nella campagna milanese, nei borghi di Castelletto di Abbiategrasso, Robecco sul Naviglio, Bernate Ticino e Castelletto di Cuggiono.[2] La pellicola fu poi doppiata in italiano dagli stessi attori per la distribuzione italiana.

Tutti gli attori sono contadini e gente della campagna bergamasca senza alcuna precedente esperienza di recitazione. I loro nomi di battesimo (come pure quelli dei personaggi da essi interpretati), contrariamente alla regola che vuole il nome posto sempre davanti al cognome, sono stati fatti scorrere nei titoli di coda dopo il cognome per una precisa scelta poetica del regista, che intendeva in questo modo rappresentare la condizione umile e assoggettata dei contadini di quegli anni.[3]

Il film è stato selezionato tra i 100 film italiani da salvare[4].

Trama

In una cascina di pianura a Palosco (nella campagna bergamasca), tra l’autunno 1897 e la primavera 1898, vivono 4 famiglie di contadini. Mènec (Domenico), un bimbo di 6 anni sveglio e intelligente, deve fare 6 chilometri per andare a scuola. Un giorno torna a casa con uno zoccolo rotto. Non avendo soldi per comprare un nuovo paio di scarpe, il padre Batistì decide di tagliare di nascosto un albero di pioppo per fare un nuovo paio di zoccoli al figlio. Il padrone della cascina però viene a saperlo e alla fine viene scoperto il colpevole: la famiglia di Mènec, composta dal padre Batistì, dalla moglie Battistina e dai tre figli di cui uno ancora in fasce, caricate le povere cose sul carro, viene cacciata dalla cascina.

Accanto a questa vicenda che apre, chiude e dà il titolo al film, si alternano episodi dell’umile vita contadina della cascina, contrassegnata dal lavoro nei campi e dalla preghiera. La vedova Runc a cui è da poco mancato il marito, è costretta a lavorare come lavandaia per poter sfamare i suoi figli, mentre il figlio maggiore di 14 anni viene assunto come garzone al mulino. Anche in questa situazione d’indigenza, non viene mai a mancare la carità verso i più poveri, come Giopa, un mendicante che si reca da loro in cerca di cibo. A peggiorare la situazione, la mucca da latte della famiglia si ammala, tanto che il veterinario, fatto chiamare dal paese, consiglia loro di macellarla, considerandola spacciata. Tuttavia la vedova riempie un fiasco d’acqua presso un fontanile benedetto che scorre accanto alla cappellina del locale lazzaretto implorando la grazia al Signore e fa bere l’acqua benedetta alla mucca. L’animale dopo alcuni giorni guarisce. Con loro vive anche nonno Anselmo, padre della vedova, un ingegnoso e saggio contadino (sostituendo in gran segreto, con la complicità della nipote Bettina, lo sterco di gallina a quello di mucca come concime, riesce a far maturare i propri pomodori un mese prima degli altri). Anselmo è molto amato dai bambini ed è il continuatore della cultura popolare, fatta di proverbi e filastrocche, che si tramanda oralmente di generazione in generazione.

Altra vicenda narrata è il timido corteggiamento di Stefano a Maddalena, fatto d’intensi e casti sguardi e pochissime parole. Significativo è il loro primo incontro in cui Stefano, dopo aver seguito a pochi passi di distanza Maddalena lungo il sentiero per un lungo tratto, le chiede il permesso di salutarla, la giovane dopo un breve silenzio, dà l’assenso, Stefano allora la saluta, lei ricambia il saluto e si separano. I due alla fine si sposano e si recano il giorno stesso in barca a Milano, agitata dai tumulti della cosiddetta Protesta dello stomaco meglio conosciuta come la repressione del generale Fiorenzo Bava Beccaris del maggio 1898, per andare a trovare in un convento di bambini esposti suor Maria, zia di lei. Su richiesta della religiosa adottano un bambino di nome Giovanni Battista.

La quarta e ultima famiglia che vive nella cascina è quella del Finard. Essa è composta da padre, madre, tre figli e il nonno. Una peculiarità di questa famiglia sono i litigi, frequenti e violenti, tra il padre autoritario e il figlio maggiore accusato di non lavorare mai abbastanza (e che è anche alcolista). Un giorno Finard, alla festa del paese in mezzo alla folla che assiste a un comizio socialista trova una moneta d’oro da 50 lire. Tornato in cascina la nasconde nello zoccolo del suo cavallo. Dopo qualche tempo cerca di recuperare la moneta. Accortosi che non c’è più, inizia a inveire contro il cavallo che s’imbizzarrisce. Per calmare il Finard, che si è preso un malanno per la rabbia, la moglie chiama la donna del segno che gli dà una pozione.

Tra i personaggi esterni alla cascina, oltre al padrone e al fattore, ha una significativa importanza il parroco del paese don Carlo, il quale, pur avendo un’istruzione e appartenendo a un diverso ceto sociale, si prende cura della vita dei contadini e li guida e consiglia con le sue parole. Ricordiamo anche il loquace venditore di stoffe Frikì, abile nel valorizzare la sua mercanzia che trasporta con un carretto di corte in corte, e la ciarlatana donna del segno.

Struttura

Il film è strutturato in quattro differenti episodi che ripercorrono le vicende delle quattro famiglie che abitano la cascina dove il film è ambientato.

Gli episodi si intersecano tra loro nella narrazione degli eventi che proseguono e si alternano col trascorrere le stagioni, proprio come le stagioni determinavano il passare della vita contadina nelle campagne.

Colonna sonora

La colonna sonora, composta di brani per organo di Johann Sebastian Bach, eseguita da Fernando Germani e di canzoni popolari e contadine, risulta poco invasiva quanto efficace nel rimarcare alcune situazioni salienti come il taglio dell’albero.

« […] già mentre scrivevo la sceneggiatura mi resi conto che la scelta delle musiche per questo film sarebbe stato un momento delicato: non avevo idee precise e anche le poche soluzioni che mi venivano in mente non mi piacevano e le scartavo quasi subito. Durante le riprese mi tornava ogni tanto il pensiero di “quale musica” ma ogni volta rinviavo ad un altro momento aspettando che quasi fosse la musica a trovare me invece del contrario. E si può dire che è avvenuto proprio così. Per avere un’idea del ritmo di montaggio di certe sequenze di solito provo accostare alle immagini brani di musica qualsiasi e la cosa più o meno funziona sempre.. Questa volta, stranamente, il film rifiutava qualsiasi tipo di musica, come se le atmosfere della campagna e le vicende dei contadini appartenessero ad un mondo diverso (a una cultura diversa). Alla fine quasi per rassegnazione, provai con una Sonata per organo di Bach, e subito mi resi conto che avevo finalmente trovato la musica per il mio film. Qualcuno ha detto che Bach è forse un tocco eccessivamente aristocratico per un film sui contadini. Non sono d’accordo. Credo che la grandezza di Bach, come la poesia, non sia né aristocratica né popolaresca ma semplice ed essenziale come la verità. Perciò sono convinto che il mondo contadino e la musica di Bach si conoscessero e andassero d’accordo ancora prima che si incontrassero nella colonna sonora dell’Albero degli Zoccoli. »
(nota del regista sulla copertina del disco delle Edizioni Musicali EDI-PAN stereo CS 2006)

[5]

Tracce

  1. Adagio della cantata op. 156
  2. Nun freut euch, lieben Christen g’mein = Gioite, o amati cristiani
  3. Wachet auf, ruft uns die Stimme = Alzatevi, la voce ci chiama
  4. Kyrie, Gott Vater in Ewigkeit = Kyrie, Dio padre in eterno
  5. Nun komm’, der Heiden Heiland = Vieni, redentore delle genti
  6. Liebster Jesu, wir sind hier = O amato Gesù, noi siamo qui
  7. Fuga in sol minore
  8. Komm, süsser Tod = Vieni dolce morte
  9. Kyrie, Gott Vater in Ewigkeit = Kyrie, Dio Padre in eterno
  10. Corale dalla cantata op. 147
  11. Erbarm’ dich mein, o Herre Gott = Abbi pietà di me, o Signore Iddio[6]

Location

La cascina, il luogo principale del film, è la cascina Roggia Sale, così chiamata perché si affaccia sulla roggia stessa. Si trova in territorio di Palosco, al confine con Cividate al Piano.[7] Essa è stata trovata dopo ricerche infruttuose e solo per caso, appunto quando Ermanno Olmi stava ritornando a Martinengo

« da un giro pomeridiano per la campagna tra Martinengo, Cividate e Palosco, si perse nella nebbia fitta e percorrendo in auto un viottolo a fondo cieco, finì proprio davanti ad un cancello chiuso. Era solo, scese per rendersi conto di dove potesse essere finito e si accorse di trovarsi davanti ad una tipica cascina lombarda abbandonata che ricordava la cascina della sua giovinezza e pianse per la commozione. Quella fu la cascina che avrebbe scelto per girarvi tutto il film. »

Nel film compaiono anche delle scene girate in navigazione sul Naviglio Grande (anziché sul Naviglio della Martesana come vorrebbe la logica della storia)[8], tra le quali è possibile riconoscere Palazzo Cittadini Stampa a Castelletto di Abbiategrasso che simula la darsena ottocentesca di Milano; sono inoltre riconoscibili lungo il percorso Villa Gaia di Robecco sul Naviglio, il settecentesco ponte “a schiena d’asino” di Castelletto di Cuggiono e la chiesa parrocchiale di Bernate Ticino, sempre nella campagna milanese.

Citazioni in altri film

  • Il film Ratataplan diretto da Maurizio Nichetti ha una scena che è una parodia de L’albero degli zoccoli, naturalmente con battute in bergamasco.

Riconoscimenti

  • Festival di Cannes 1978: Palma d’oro e premio della giuria ecumenica
  • David di Donatello 1979: miglior film (ex aequo con Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi e Dimenticare Venezia di Franco Brusati)
  • 5 Nastri d’Argento 1979: regista del miglior film, miglior soggetto originale, miglior sceneggiatura, miglior fotografia, migliori costumi
  • NYFCC Award 1979 per il miglior film straniero
  • Kansas City Film Critics Circle Awards 1980: miglior film straniero
  • Premi César 1979: miglior film straniero
Informazioni su diego80 (2350 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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