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27 maggio 1971 – Mondo del calcio in lutto, muore Armando Picchi.

La storia di un grande difensore del calcio italiano, dive uto poi allenatore, e morto per un male incurabile alla schiena mentre la sua carriera di allenatore era in ascesa: il triste destino di Armando Picchi, livornese dop a cui è stato intitolato lo stadio cittadino. La sua morte risale in realtà al 26 maggio, ma fu resa nota solo il mattino seguente per non turbare i giocatori bianconeri impegnati nella preparazione della finale di Coppa delle Fiere.

 

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
« Spalle larghe […], muscoli definiti, come se il fisico fosse la rappresentazione perfetta del carattere. Le spalle larghe, Picchi le aveva, era uno senza paura. Libero davvero, nel nome dell’Inter. »
(F.C. Internazionale, 2014[2])

Armando Picchi (Livorno, 20 giugno 1935 – San Romolo, 26 maggio 1971[3]) è stato un allenatore di calcio e calciatore italiano, di ruolo difensore.

È considerato uno dei migliori liberi nella storia del calcio italiano.[4]

Ha iniziato la sua carriera tra le file del Livorno, dove è rimasto per cinque anni (dal 1954 al 1959) affermandosi come terzino destro, prima di trasferirsi alla SPAL. Nel 1960 è approdato all’Inter, dove ha iniziato a ricoprire il ruolo di libero, militandovi fino al 1967 collezionando in totale 257 presenze e 2 reti. Da capitano (succedendo a Bruno Bolchi nel 1962) ha conquistato tre campionati italiani nonché due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali. Ha concluso la sua carriera nel 1969 giocando per il Varese. Meno fortunata l’esperienza con la Nazionale, con la quale ha esordito nel 1964 senza tuttavia prendere parte ad una rassegna mondiale o continentale.

Da tecnico ha guidato dapprima il Varese (nella doppia veste di allenatore e giocatore) e poi, una volta terminata definitivamente l’attività agonistica, il Livorno. Nel 1970 è chiamato dalla Juventus, che ha guidato con buoni risultati fino alla prematura morte avvenuta nel 1971.

Biografia

Nato a Livorno, era cresciuto a Vada, una frazione del comune di Rosignano Marittimo. Iniziò a giocare a calcio seguendo le orme del fratello maggiore, Leo. Era legato a Francesca, dalla quale ha avuto due figli, Leo e Gianmarco.[5]

È deceduto il 26 maggio 1971, poco prima di compiere 36 anni, a causa di un tumore alla colonna vertebrale.[6] Il giorno dei funerali, che si svolsero in forma pubblica nonostante il volere contrario della famiglia, ci fu una partecipazione commossa da parte di tutta la cittadinanza livornese. Nello stesso anno venne istituto in suo onore il Torneo Picchi.[7]

Nel 1990 gli è stato intitolato lo stadio comunale di Livorno.

Caratteristiche tecniche

Picchi in nerazzurro assieme a Helenio Herrera: il tecnico argentino fu l’artefice del suo spostamento da terzino a libero.

Iniziò la carriera giocando da attaccante o mediano, venendo successivamente arretrato in difesa da Mario Magnozzi durante i suoi anni a Livorno. Si affermò quindi come terzino destro, ruolo in cui si mostrò grintoso e scattante, segnalandosi anche per la propensione al gioco d’attacco.[6]

Col suo approdo all’Inter venne gradualmente trasformato in libero dall’allenatore Helenio Herrera e posto al comando della retroguardia; a tal proposito, Mario Gherarducci scrisse: «l’interpretazione che Armando fornisce del ruolo di “libero” è esemplare ma discussa. È lui l’ultima barriera davanti al portiere, è lui che non sguarnisce mai la difesa, è lui che calamita ogni pallone anche senza essere un fenomeno nel gioco aereo».[6]Tuttavia questo stile di gioco, che lo portò a limitare notevolmente le sortite offensive, fu una delle cause delle poche apparizioni di Picchi in Nazionale: Edmondo Fabbri, commissario tecnico dell’Italia dal 1962 al 1966, lo riteneva infatti troppo difensivista.[8]

Era inoltre dotato di una grande personalità che, unita alla capacità di leggere la partita, ne faceva una sorta di “allenatore in campo”.[9][10]

Carriera

Giocatore

Club

Picchi con la maglia dell’Inter nella prima metà degli anni 1960.

Debuttò nel Livorno nella stagione 1954-1955, ottenendo rapidamente il posto da titolare dopo lo spostamento da mezzala a terzino. Rimase in Toscana per cinque stagioni, giocando 105 partite con 5 gol all’attivo. Nel 1959 fu ingaggiato dalla SPAL, allora militante in Serie A, voluto dal presidente Paolo Mazza che così trascrisse le sue impressioni sul giocatore: «terzino molto scattante, ottimo nel destro, più debole nel sinistro, un po’ scarso nel gioco di testa. Ha tendenza a portarsi in avanti. Prenderlo subito».[6] Con la squadra biancazzurra si classificò al quinto posto in campionato, massimo traguardo raggiunto dagli spallini.

Al termine dell’annata l’Inter lo acquistò col pagamento di 24 milioni, oltre alla cessione definitiva di Oscar Massei, Enzo Matteucci e Ambrogio Valadè. Nella squadra nerazzurra iniziò a giocare da terzino destro, ruolo che già aveva ricoperto a Livorno e Ferrara. Conclusa la stagione 1961-1962, Helenio Herrera lo spostò al centro come libero, ruolo del quale in breve tempo divenne uno dei massimi interpreti. Dopo la partenza di Bruno Bolchi, nel 1964 divenne inoltre il capitano della squadra. Con la Grande Inter vinse tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe intercontinentali.

Dopo aver giocato in nerazzurro 257 partite complessive con 2 gol segnati, al termine della stagione 1966-1967 venne ceduto al Varese. Da qualche tempo, Picchi era ormai entrato in rotta con Herrera per via della ferrea disciplina pretesa da quest’ultimo; arrivato alla soglia dei 32 anni, nell’estate del 1967 il presidente nerazzurro Angelo Moratti cedette all’ultimatum del tecnico argentino («o via lui o via io») congedando il capitano nerazzurro, che non lesinò frecciate all’ex allenatore: «se l’Inter deve qualcosa al Mago, quanto deve il Mago a noi giocatori? Molto, forse moltissimo».[6] Con il club varesino disputò due annate in massima serie, nell’ultima delle quali si cimentò nel doppio ruolo di giocatore-allenatore prima di appendere definitivamente le scarpette al chiodo nel 1969.

Nazionale

Esordì con la Nazionale italiana a Genova il 4 novembre 1964 in Italia-Finlandia 6-1, subito dopo essere diventato campione del mondo di club con l’Inter. Sotto la gestione Edmondo Fabbri non ebbe grande spazio e non venne convocato per il Mondiale del 1966.

Sotto la gestione Valcareggi, peraltro coadiuvato da Helenio Herrera, venne chiamato per tutte le partite delle qualificazioni agli Europei del 1968; il 6 aprile ’68, durante Italia-Bulgaria, subì la frattura del bacino e fu quindi impossibilitato a partecipare alla fase finale della manifestazione continentale. Il grave infortunio pose fine alla sua carriera in Nazionale;[11] quello rimase infatti l’ultimo incontro con la maglia azzurra, dopo aver collezionato 12 presenze: «peccato, avrei voluto proseguire sino al ’70 per partecipare al Mondiale».[6]

Allenatore

Picchi allenatore della Juventus nella stagione 1970-1971, pochi mesi prima della sua scomparsa.

Cominciò da allenatore-giocatore nel Varese nella stagione 1968-1969, quando per un solo punto la squadra biancorossa mancò la salvezza in massima serie. L’anno successivo, ritiratosi definitivamente dall’attività agonistica, subentrò ad Aldo Puccinelli alla guida del Livorno, in Serie B; prese la squadra della sua città in piena zona retrocessione, portandola a risalire la china fino al nono posto finale. Fin da queste prime esperienze, Picchi mostrò delle sapienti qualità in panchina, che fecero presagire una carriera di pari livello a quella da calciatore.[11]

Lasciata la formazione amaranto, venne chiamato da Italo Allodi (già suo dirigente durante gli anni in nerazzurro) e Giampiero Boniperti alla Juventus,[12] per guidare una rinnovata formazione[11] composta in larga parte da promettenti elementi (tra cui gli ancora acerbi Bettega, Capello e Causio);[3] nella stagione 1970-1971, a 35 anni, era a sua volta il più giovane tecnico della Serie A.[13] L’azzardo pagò, coi torinesi che, mentre in campionato vissero sì una stagione di assestamento ma comunque nelle posizioni di vertice, in campo continentale inanellarono un ottimo cammino in Coppa delle Fiere.[3] Tuttavia, i sintomi della malattia che lo porterà alla prematura morte lo costrinsero a lasciare la guida dei bianconeri già nei primi mesi del 1971,[14] sostituito da Čestmír Vycpálek:[15] la sua ultima presenza a bordocampo fu il 7 febbraio, a Bologna, espulso per proteste. La giovane Juve da lui allestita – che, di fatto, gettò le basi per la plurivittoriosa formazione degli anni 1970 – chiuse il torneo al quarto posto, raggiungendo quella finale di Coppa delle Fiere (persa contro il Leeds United) cui Picchi, spirato il giorno prima della sfida d’andata, non poté assistere.[3]

Palmarès

Giocatore

Picchi posa con i trofei di Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale.

Club

Competizioni nazional
  • Scudetto.svg Campionato italiano: 3
Inter: 1962-1963, 1964-1965, 1965-1966
Competizioni internazionali[
  • Coppa Campioni.svg Coppa dei Campioni: 2
Inter: 1963-1964, 1964-1965
  • Coppa Intercontinentale.svg Coppa Intercontinentale: 2
Inter: 1964, 1965

Individuale

  • Targa d’oro alla memoria FIGC[16]
1971 (postumo)

Ed ora, in questo articolo, un racconto approfondito degli ultimi mesi di vita di Picchi:

http://storiedicalcio.altervista.org/blog/morte_picchi.html

Informazioni su diego80 (2265 Articoli)
Nato a San Giovanni Bianco il 15/9/80,attualmente disoccupato,nutre una buona passione per la musica e il calcio,in particolare per la Juventus
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