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L’italianesimo smarrito (Racconto di un errabondaggio di mezzo agosto)

Via… si parte”

E’ sempre il solito piccolo vezzo agostano, non potendo fare di meglio, il concedersi tre giorni di svago muovendosi in solitaria, con una meta scelta a sorte, prima provando con una moneta tolta di tasca, per scegliere tra due opzioni: se sul palmo della mano mi compare testa vado li, se esce croce vado la.

Problema, le monete del famigerato Euro, detestato come in certe fasi della storia fu la presenza sul suolo patrio dello straniero oppressore, non hanno più le teste, le croci poi, nemmeno sulle monete della vecchia lira si sono mai viste, ma almeno in quelle essendoci almeno la testa si andava per esclusione.

Comunque un modo per affidarsi alla sorte lo si trova sempre volendo, lo si inventa sul momento, come ad esempio, puoi stabilire senza saperlo prima ovviamente, che, se buttando l’occhio sul contachilometri della macchina leggi un numero pari vai per quella meta, magari ancora la solita, se invece ne leggi uno dispari vai per un’altra magari nuova stavolta.

E allora, in qualche modo indirizzato dalla sorte, mai ne buona ne cattiva in questi casi, oppure decidendo insolentemente di non darle retta, parto per cominciare con il solito tragitto: direzione nord lontano dal traffico urbano e da altre congestioni veicolari agostane.

Andrò attraversando uno dopo l’altro paesi e paesini guidando su salite e tornanti, lasciandomi alle spalle le umili cime prealpine a cui sono abituato, penetrando sempre più nel selvaggio e dilatato paesaggio alpino.

Perché è quasi istintivo volere farsi attrarre da ciò che ha la parvenza di qualcosa di grande, compiuto, puro e definito già nella sua denominazione.

Vuoi andare oltre a quello che gli fa da anticamera con quel “Pre” messo apposta ad indicare un primo stadio, una prima fase che introduce a qualcos’altro posto più oltre, che prenderà sembianze e connotazioni più marcate, qualcosa di sempre più puro e maturo perdendo quel “Pre” ormai divenuto inutile e non più confacente.

E ciò può essere rappresentato appunto da un paesaggio, un ambiente, ma anche metaforicamente da una condizione di vita, uno stato d’animo, un’ ideale, una fede.

Quindi via a percorrere anche fondovalli, magari trafficati, tappezzati all’intorno da coltivi; poi man mano si sale, la vegetazione ti indica in modo approssimativo ma efficace la quota: prima alberi di castagno e faggio, poi abeti, poi larici, pini, brughiere e poi…sassi e pietraie.

Giovani marmotte”

E’ quasi inevitabile togliersi il rimorso di coscienza per tanta esistenza pigra evolutasi poi all’attaccamento al divano e alle ciabatte con l’avanzare degli anni, e imporsi quasi per penitenza camminate, o forse più propriamente, per un montanaro di nascita e di condizione, meglio sarebbe dire passeggiate, animate comunque da tutta la stoica e orgogliosa caparbietà che senti di avere in corpo.

Scarponcini leggeri ai piedi, equipaggiamento quasi nullo, in barba alle raccomandazioni non della mamma che ti ricorderebbe il pullover o la maglia di lana, ma a quelle di tante “sibille catodiche” che in coda ai notiziari dei TG agostani, dove la notizia che non fa mai notizia è raccontare non si sa a chi, se agli sfigati o agli smemorati del popolo vacanziero che si godono il relax dei lidi marini o le fresche arie dei monti, lasciano banalmente sempre dire a chi sta sotto l’ombrellone che la vacanza sarà corta perché si sa non sono tempi di vacanze lunghe! Quindi morigeratezza e relax rateizzato; oppure che, dando informazione di qualche incidente, raccomandano sempre “prudenza” avendo con se l”equipaggiamento adatto” i numeri di emergenza memorizzati, il meteo consultato, che prudentemente prevederà nel pomeriggio possibili precipitazioni sparse sui versanti delle Alpi…ecc. ecc.

Con gambe ormai indolenzite ma ostinato a volere sfidare ancora i sentieri in media quota, su pendii verdi e lisci attraversati da sciovie di cui fatichi a scorgere la fine, disoccupate e smarrite in uno scenario senza neve, improvvisamente vieni sorpreso da improvvise fischiettate degne del miglior arbitro della serie A, al punto che spaventato manderesti un vaffa a non so quale entità ultraterrena, poi capisci che sono loro, le paffute marmottine timidine che a un certo punto si lasciano avvicinare sempre più, un passo, una foto, altro passo foto in campo lungo, altro ancora quasi un primo piano, come dive in bella posa, e ti fanno ciao quasi sfottente prima di infilarsi nella buca e ti senti come Heidi con le caprette, e quindi divertito e rinfrancato per tanta inaspettata bella accoglienza, prosegui la camminata, ancora un pezzo, ancora su, saranno più di 2000 di quota? Forse si forse no, posso arrivare su, la, su quel costone si forse saranno 2300 o 2400, non male, ancora farcela a quasi 60 autunni (e una estate in meno) e 15 chili di ciccia si può, si deve, a 70 non più mi sa, triste in fondo, ma ora lo vedi che è cosi che si compie il declino, ogni anno si sale un po’ meno, che ti aspetti di arrivare a 3000 tra un anno, allenandoti e dimagrendo magari? Al diavolo l’allenamento, pratica masochistica per illuderti di mantenerti in perfetta efficienza e di poter essere cosa? Immortale forse? No, non devi prenderla cosi, in questo modo, meglio rinunciarvi piuttosto, preferire la tranquilla coscienza di 50 metri in meno ogni anno, con ancora gambe doloranti e fiacche, rispetto ad un’isterica ansia di prestanza fisica tipica di un’adolescenza passata da un pezzo.

paesi che vai…”

Gli Itinerari? sempre quelli ogni anno, da buon abitudinario, ti accontenti o forse ti piace ritrovare e ritrovarti in posti che ti rassicurano come vecchi amici che non vuoi abbandonare, con piccole varianti di tragitto si: un nuovo valico, una nuova valle mai visitata, in questo o in quel dipartimento amministrativo, per dirla alla maniera napoleonica, suggellato da una targa automobilistica diversa dalla tua, che tra l’altro nemmeno hai più sulla targa: CN, TN, BZ, BS, SC, SN..CH, LT… dove si parla con quell’accento, quella lingua, quel dialetto, dici: che bello, che bravi, pensa come fanno, come tengono pulito, come curano il territorio, ooh come vorrei imparare da loro, fare così anche io, anche noi dalle nostre parti tenere pulito, vivere il territorio farne risorsa… ecc. Insomma, che lo si ammetta o no, osservare, volere imitare, e anche invidiare, fa parte delle voglie e delle ambizioni che ti porti appresso, il normale compendio che accompagna la voglia di fare, di realizzare, nel mentre che decidi cosa farai da grande, sei sempre tentato da tutto.

La curiosità di vedere quello che ancora non vedesti, perché prima di finire inabile o crepare ti dici, li devo arrivare su quel passo di confine bello in quota di cui tanto sento parlare, di cui vedo vetrofanie sui lunotti posteriori di certe auto, dove si scia anche d’estate ai piedi del grande massiccio sotto il ghiacciaio dove arriva e forse scollina la Statale, quella lunga dal nome un po’ strano, che trovi già nominata in pianura e la quale poi, attraversando la città arriva fino al passo, al valico e più oltre in un altro luogo che dove sia esattamente non sai se prima, dopo oppure li accanto poco lontano.

Non sai se si interrompe se prende un nome diverso esaurito il tragitto assegnatole dal nome stesso, oppure se termina in un’altra città capoluogo, segnata com’è da case cantoniere rosso cupo, belle palazzine stile ottocentesco ormai in disuso, antiche e romantiche sentinelle preposte alla sorveglianza e alla cura della strada, guardiane di qualcosa che più che un faro è un fiume fatto di asfalto, di muri parapetti, ponti, intersezioni, incroci, cartelli, ripe, tombini cunette; una strada qualcosa di antico come concezione, presenza ubiqua ad ogni latitudine, che abbia la forma di sentiero di caccia o autostrada a quattro corsie poco importa, è un’idea astratta quasi più e prima ancora di qualcosa di fisico, antico come l’uomo, concetto per eccellenza di movimento, di viaggi, di relazioni di scambi e di conoscenze.

Del resto cosa più di una strada o una ferrovia, ha rappresentato il progresso nella storia, entità pubblica per regola, privata per eccezione, appartenente ad una aggregazione sociale nobile e sacra costituita e consacrata che attraverso l’aggettivo “statale” associatole vuole fare capire di esserci: lo Stato appunto, il quale cosi facendo la dichiara come propria e fa sentire la sua presenza fosse anche solo attraverso la semplice denominazione.

Forse per molti disillusi e pessimisti c’è stato una volta lo Stato da qualche parte, da queste parti e da tante altre parti, oppure non c’è stato mai come si dovrebbe, o se c’era se ne stava un pò distante, lontano e indifferente a tanti bisogni, ignorato o dimenticato per pigra convenienza da chi doveva ricordarlo e ricordarsene.

Dopo un bel numero di tornanti un salire a zigzag arrivi, scenario ampio, prima la partenza di una megafuinivia che sale, sale in alto fino a scomparire tra lembi di nevi perenni, poi la strada spiana, si arriva al valico, una cortina di case e alberghi ai lati della strada gerani ai balconi di legno, decori di facciata fatti di greche e decori gentilizi in tinte pastello a marcare le finestre.

Bello! ora comincio a ritrovare quello che cerco, lo stile e le forme tradizionalmente alpine, quelle tipiche e consolidate da una tradizione secolare, che salvo purtroppo poche eccezioni non ha mai trovato facile convivenza con gli stili dell’architettura contemporanea, la quale con certi criteri e attenzioni riguardo le forme e i materiali potrebbe comunque trovare spazi di armonica coesistenza.

Tutto questo pseudo amore è grazie forse alle favole dell’infanzia dei boschi incantati? O ai cartoni animati di Heidi? O alle suadenti immagini da cartolina di baite, montagne innevate, stelle alpine, latte Milk appena munto, trenini e cortine di case con tetti e balconate di legno addobbate di fiori, mondo felice, stampigliato sugli incartamenti delle tavolette di cioccolato che qualche buon parente emigrante di ritorno dalla Svizzera portava in dote come regalo sotto Natale? O meglio ancora Rimembranze di gioventù, per i mesi trascorsi mio malgrado in terre di montagna…boh!

Insomma sia come sia è qualcosa che inconsciamente ti trascini e che ancora ti affascina, forse più dei ricordi del mare fatti per lo più da abbronzature forzate, camminate in fila per due, scodelle di minestra, arsura e altre amenità raccolte tra i dormitori i refettori e le spiagge sassose delle colonie marine da piccolo.

E cosi è sempre piacevole ritrovare certe modalità architettoniche, niente a che vedere con certe facciate dagli colori improbabili colori abbaglianti che nemmeno nei vecchi borghi coloniali dei caraibi troveresti, o i cementi armati di tanta edilizia diffusa che pesantemente segnano balconate e gronde, con canaloni di rame che sgronderebbero anche un torrente in piena, o certe travate o mensole legno lamellare pesanti e sproporzionate.

Niente di tutto questo, ornamenti per nulla sfarzosi, dal sapore di una tradizione che vuole conservarsi, eleganti e sobri.

Ma l’illusione ha vita breve, perché, come qualcosa che non ti aspetteresti, poco distante, come totem innalzati a quale divinità non si sa, spuntano tre cubi di edificio alti 12 o 15 piani dalle forme scarne e spettrali, facciate di vetro e pannelli color turchese e azzurro, come fosse un inizio di colonia umana su Marte, o un trapianto si direbbe, dalla peggiore periferia metropolitana, e ti chiedi con navigata rassegnazione: speculazione? Ma certamente lo è, è passata attraverso qualche veste legale, l’investimento di qualche gruppo immobiliare? Boh, promesse di rilancio, un volano economico per il futuro? L’amministrazione comunale accondiscendente e facilmente seducibile perché si sa tutto si sacrifica pur di non far mancare un avvenire di sviluppo, il turismo deve trovare strutture ricettive, con l’ impatto ambientale favorevole o meno pazienza, e poi aspetta… ma queste torri di vetrocemento… ma sono già oltre il confine, oltre la regione che tanto si dice saccheggiata e cementificata, tempestata da scempi e incoerenze architettoniche! Ma si, stanno appena appena oltre, in quella confinante montana e graziosa per definizione, che ama mantenere edifici con facciate a decori pastello, a due massimo tre piani, tetti a capanna con tegole d’ardesia o scandole, balconate in legno con i gerani, Ma come è possibile? Ma allora non c’è scampo, nessun posto luogo istituzione, dominio, marchesato di confine , feudo autonomo o confederato a sto punto è esente da colpe, è senza peccato! Oddio… e se tutto questo fosse per giunta proprietà appunto di qualche ente pubblico? Provincia, Regione o Stato? Meglio non pensarci e mi astengo nel mio timido e diffidente e un po’ codardo riserbo dal chiedere informazioni, mi farò ancora una volta i cavoli miei!

tapum..tapum..tapum..”

Prendere confidenza con qualcuno può essere semplice ma anche no quando viaggi da solo, dipende dalle circostanze, dall’umore, dai pensieri rilassati o balordi che ti girano in testa, dipende se sei sereno, appagato, o contrariato magari per avere beccato il ristorante caro, quando potevi pensarci un attimo e scegliere quello a cui esteriormente non avresti dato due soldi di apprezzamento.

Da tante cose dipende, dall’ essere capiti e farsi capire nelle necessità spicciole del momento ad esempio. Si appunto farsi capire! Oddio si potrebbe dire, mica sarai in mezzo ai barbari o ai nomadi della mongolia, non sei in terra forestiera, sei a un tiro di schioppo da casa, che so… 80-90 chilometri in linea d’aria!

Ma si, stai in mezzo sulle alle montagne, al fresco, lontano dalla calura del mare delle città dalle zanzare, aria pura, o come si dice, ricca di ossigeno (boh, chissà se c’è più ossigeno che al mare o se è un modo di dire) aria dal profumo fresco, dal sapore di resine di pino. L’accento, si l’accento magari è diverso dal solito a cui sei abituato, cadenze diverse, se più gravi e gutturali è difficile da dire, ogni terra plasma un suo tono di accento, inconfondibile spesso anche agli orecchi meno allenati, magari chissà accenti più dolci, cantilenati e melodici, che spostandosi assumono caratteristiche ancora diverse, percettibili solo a chi è dei luoghi, una carta di identità istantanea su chi incontri.

Lasciando da parte le parlate locali vado a imboccare una valle che aprendosi ampia e luminosa si presente accogliente una volta lasciato il passo che un tempo segnava il confine risorgimentale tra le terre annesse e riscattate all’unità italica e quelle irredente.

La scendo con andatura blanda da turista non ancora ben sveglio, curioso di coglierne le peculiarità, i cosiddetti dettagli che indicano piccole e grandi differenze, come i cartelli segna chilometri ai bordi. Sarà solo un’impressione indotta da qualche inconscio pregiudizio, positivo stavolta, riguardo ai benefici indiscutibili dell’autonomismo politico istituzionale, ma sembrano più belli dei soliti, puliti e chiari, su pali zincati belli diritti, incastonati in una cornice di tubo a dar loro sostegno e indeformabilità come a farne dei quadretti con sopra scritto in modo eclatante e solenne: “Provincia Autonoma…” e sotto lo stemma dell’aquila bicefala, superba, ali frangiate, artigli tesi, estremità ripiegate verso la testa a mo di pugni chiusi quasi una posa da body-builder esageratamente tronfia a mostrare i bicipiti, e tutto questo dopo che hai appena lasciato il grazioso alberghetto del pernottamento su al passo, bello con pareti rivestite di boiserie e soffitto di legno chiari al naturale, con sagome e modanature sufficienti a conferirgli un tono grazioso, hai pagato il conto alla gerente, scambiato due parole di circostanza con lei che chiede: “si è trofato bene? dofe fa ora?” Ehm si… ora vado le dici, ma scusi…”lei non è italiana?” Domanda un poco indiscreta, ma buona per soddisfare una piccola morbosa curiosità, in fondo senza curiosità ti dici non c’è relazione, “oh no non sono italiana sono di Praga”. Ah ostrega, da Praga perfino… “mi scuzo per il mio italiano non buono”, “ma no è buono signora!” …magari l’accento forse è da limare… E la lasci tenendoti l’impressione, una intima rassegnazione, che si traduce in un pensiero banale pressappoco cosi: ecco anche quassù qualcuno di straniero è arrivato, evidentemente come si dice e come è convinzione diffusa, non ci sono abbastanza italiani per occupare posti lavorativi negli alberghi, lavori troppo umili o impegnativi? Quelli che nessuno vuole più fare? Oppure sarà conseguenza, magari ne potrei sapere qualcosa anch’ io, del solito esterofilismo, causato di sfigataggine o difficoltà relazionali col genere femminile italico troppo esigente edemancipato per maschi non tanto al passo coi tempi? Ossia di chi va a cercare appagamenti affettivi oltre-confine? Boh va beh chi se ne importa, meglio lasciar perdere!

Continuando con ritmo tranquillo la discesa sullo stradone, dopo pochi chilometri si entra in un tratto di versante boscato di abeti tagliato da una valletta, un mezzo tornante, un torrente scrosciante e lì sopra il costone che domina la strada vedi un grumo di cemento a forma di panettone una sorta di mausoleo in mezzo alla pineta, segnali indicatori che dicono “Forte di…”, Uhm, bah devo correre non posso fermarmi, danno temporali oggi… però la solita curiosità di non lasciare nulla di intentato ti fa arrestare, capendo ormai di che si tratta, ovvero di residuati e cimeli della guerra che fu, che è stata; zona di confine e di battaglie questa, non per niente su al passo c’è il sacrario dei caduti, presenza isolata dal contesto, quasi avulsa e spaesata, simbolo di una memoria drammatica tra il via vai della strada, le sciovie e gli alberghi. File di loculi di caduti lungo le pareti dell’ampio salone coperto messi in ordine alfabetico e, per una indomabile smania indagatrice cerchi, cerchi qualcuno ancora un nome che ti è caro di qualcuno mai visto ne conosciuto ma solo raccontato, vuoi trovare una traccia materiale quel tassello che manca nella tua esperienza, nella storia della tua ascendenza, del tuo sangue, un vuoto un mistero impossibile da indagare, una foto mancante mai vista, un uomo, una persona vicina, vicinissima, eppure distante, lontana e dimenticata, come partì, cosa scrisse, nulla di tutto, solo un nome e un cognome sulla lapide marmorea commemorativa nel monumento del paese, un quadretto un tempo appeso nella camera che fu dei nonni con medaglia commemorativa, per il resto una sola parola triste e brutale che lo accompagna nel foglio matricolare e nell’ Albo dei Caduti: “disperso”, e li in quell’atrio grande, attorniato da lastre di marmo incise di nomi, per un ennesimo inutile tentativo scorri le iniziali dei cognomi G,H, J…L… niente! Si ovvio che stupido, non era questa la sua zona, stava altrove, andiamo che è tardi e sono stanco ti dici.

Il forte! Ah certo, ha la parvenza di essere un punto di richiamo turistico, un luogo di celebrazione degli eventi bellici; già a lato della strada i pannelli descrittivi messi su bacheche protette da tettucci di legno, fanno la sintesi della sua storia: anno di costruzione milleottocento… a seguito di ultima guerra di indipendenza…perso il Lombardo-Veneto…il nuovo confine richiedeva apprestamenti e dotazioni di difesa…progettato dall’Arch./ing.…piante dei livelli, alzati, dettagli sezioni … ecc. ecc., approvato dal compartimento del distretto Militare del Regio Imperial… Timbro e firma.

Sali per una scalinetta di gradini abbozzati nel terrapieno del breve e ripido pendio e ti ritrovi in mezzo a vestigia fatte da muri larghi metri, muri di cemento e blocchi di granito grigio squadrati, forme austere e cupe come cupo e grigio nell’immaginario è tutto quello che un tempo e non solo descrive l’ attività del genere umano dalle origini antiche come il mondo coeva dell’altro tipico mestiere antico, ovvero le contese fatte da atti sistematici difesa e offesa tra clan, stirpi, popoli, quello che in una parola si chiama guerra, inevitabilmente caratterizzata da battaglie sangue e morte.

L’insieme si presenta restaurato e in buon ordine, adibito oggi a museo, con tanto di biglietteria, dispense, opuscoletti e spazi di esposizione con opere d’arte astratte “polimateriche” composte con studiato effetto e fantasia da oggetti di metallo e plastica poste in bella mostra in quelli che un tempo furono gli ambienti del forte. Leggi i pannelli ai muri, guardi una proiezione di dieci minuti di riprese di guerra dell’epoca in bianco e nero variamente montate e fatte girare a rullo con sottofondo sonoro fragoroso e sconvolgente di bombe, esplosioni, grida, colonna sonora da opera drammatica, didascalie, tutto ben fatto, la guerra è la protagonista, la “Grande Guerra” rovescio della medaglia, ovvero versione malefica e disumana del progresso scientifico-industriale di inizio Novecento: tanti spunti interessanti, la produzione industriale convertita nell’industria della distruzione, evoluzione della tecnica bellica, il cannone e la mitragliatrice che prendono il sopravvento sui campi di battaglia, lo sterminio di schiere di soldati, intere compagnie falciate, carni da macello, abbandono di ogni regola di rispetto, di ogni minimo codice di contesa romantica e cavalleresca in voga fino all’ottocento.

Nascondersi, imboscare, trafiggere, falciare asfissiare, bruciare, bestialità pura e disumana, solo questo conta, con tanti ignoti “dispersi”, svaniti nel nulla e al contempo dispersa e disorientata ogni coscienza.

L’immagine dell’Europa di inizio Novecento, Il Liberalismo anglosassone, la Belle Epoque francese, i pensiero filosofico tedesco, l’Austria Felix e la Mitteleuropa, la tradizione umanistica italiana, nobili valori che inspiegabilmente accantonati lasciano spazio alle carneficine tra i popoli, consumate sui campi di battaglia, come se il seme dell’egoismo e del male annidato e dormiente volesse riaffermare le proprie prerogative sull’umanità e sulla cultura positivista del tempo esaltata da tanto progresso, fino a distruggerla, usando proprio quegli stessi mezzi di progresso tecnico raggiunti, dando sfogo e spazio ad un odio smisurato e mai visto prima d’allora.

Realtà descritta e raccontata in modo asettico e crudo, di quella che fu principalmente guerra sulle spalle del popolo e di tanti poveri Cristi, fatta di stenti fango e trincee maleodoranti.

Poco o nessun spazio alla retorica, niente schemi o plastici che descrivono posizioni e tatticismi bellici su avanzare e arretrare del fronte su schieramenti o tattiche da manuale, no, invece più che altro didascalie sintetiche ed eloquenti, per raccontare un dramma epocale e tutte le sue implicazioni.

Temi e aspetti della tragedia di un intero continente che collassa che precipita nei suoi ideali, consegnandosi alla barbarie, le diaspore dei profughi costretti ad abbandonare i villaggi nelle valli di confine diventati luoghi di operazioni belliche, trasferiti a forza a chilometri e chilometri di distanza, per fare poi di nuovo ritorno in una terra irriconoscibile e devastata, con le incognite di un nuovo status nazionale redento e consegnato a un nuovo sistema politico e amministrativo diverso dal precedente, che di fatto tenderà a dismettere e cancellare ogni forma e simbolo del vecchio sistema politico e con esso anche una parte di identità di un popolo; conseguenze che pure il vecchio forte ha patito lasciato al saccheggio di materiali e all’abbandono per anni.

Il museo di guerra è più giù nel paese, altre fortificazioni sono indicate sulle mappe, ma si procede oltre.

una mela al…”

La giornata è bella non capisco come il meteo possa indicare pioggia, un sole che più splendente non si potrebbe riempie una vallata che al sole si distende e si allarga ad accoglierlo tutto, a farne incetta come una bella donna di cui se ne voglia abbronzare e man mano ci si abbassa la natura mostra i suoi frutti ormai prossimi al raccolto, mele rosse, gialle, rosse e gialle, gialle e rosse, filari a non finire, spianate intere.

Il viaggio in una terra che vedi un po a metà tra mediterraneo e nord Europa prosegue, e il nord straniero comincia a far sentire i suoi effetti mano a man ci si avvicina alle terre di lingua mista, bilingui o forse trilingui anche, o perlomeno quel che resta di fatto di un bilinguismo preteso e rivendicato come riparazione a torti del passato e immaginato come modello di convivenza tra culture differenti.

Questo lo percepisci passo passo mentre ormai mezzogiorno passato, ti vuoi concedere una pausa di ristoro sbirciando a destra e a sinistra mentre guidi in cerca di qualche insegna di ristorante.

Con un po’ di affanno, un borgo, un paesino tra campi di mele semi-mature sui soliti filari diritti e ordinati, finalmente ecco, “ristorante Alpino”! l’idioma italico resiste viene da pensare, un’insegna come un segno, una involontaria bandiera, forse un avamposto sulla linea del fronte etnolinguistico, nome che più comune non si potrebbe, te lo trovi anche a dieci chilometri da casa, nelle natie modeste Prealpi, ove le insegne di trattorie o ristoranti che recano la scritta “alpino” vogliono forse omaggiare l’alto, il grande, un desiderio di sentirsi maturi senza troppi “Pre” in aggiunta e di sicuro sono seconde solo a quelle che portano la scritta “cacciatore”,

Insomma dal nome e dall’ingresso un po’ fuori dalla vista, diresti non un granchè, casereccio, una trattoria alla buona e invece ti trovi dentro un salone arredato con sufficiente gusto, casse panche imbottite, tovaglie bianche ampie e lunghe a coprire i tavoli e che quasi sfiorano il pavimento, candela su porta candela di peltroad ogni tavolo, poco affollamento, manca solo un pianoforte che suoni walzer viennesi e l’atmosfera sarebbe perfetta.

Un cameriere sulla cinquantina più o meno, camicia bianca pantaloni neri, elegante e quasi canuto, di media statura, magro e dai modi austeri ma cortesi mi fa accomodare ad un tavolo dopo avere risposto alla mia domanda di rito con un “ceftamente, si può accomotare dofe preferisce”, parlata un poco incespicante che già mi fa capire da quel prevenuto e guardingo patologico che riconosco di essere, quale atmosfera troverò li dentro, magari senza accorgermene, come in un film di fantascienza, varcata la porta sono sconfinato in qualche piccola enclave di nostalgici dagli incancellabili tratti asburgo-tirolesi? Va bene mi adeguerò dico, in fondo un poco te le cerco certe particolarità, facendomi istintivamente sedurre da paesaggi fatti di masi tra le pinete, speck e pani di segale, birre dall’aroma dolce, scritte in gotico e affreschi a tema religioso sulle facciate bianche, agglomerati di di case dai tetti grigi con chiesa e campanili a punta, luoghi benedetti dalla provvidenza diresti, fermi nel tempo o dove il tempo è fermo chissà… forse solo una piacevole suggestione; dove diresti che il lavoro la fatica dell’uomo non è sprecata ed è ben ripagata dai frutti di una terra generosa che si fa coltivare al meglio, dove anche l’odore di stalla, è un odore ordinario, sopportabile alla faccia dei regolamenti che le stalle le vorrebbero a distanze chilometriche dalle abitazioni che di elegante hanno nemmeno la cassetta della posta e anche i cimiteri sono meno tetri e mesti posti come sono a fare da contorno alle chiese facendo un tutt’uno con esse.

Si direbbe che le carestie e le guerre non siano mai state di casa in luoghi tanto ameni, piccoli paradisi, e quindi di che ci si può lamentare! Preferiresti forse trattorie della bassa pianura lungo le trafficatissime strade camionali, tanfo di fumo, di frittura di pesce o di sugo di carne? No dai non esageriamo, altro paio di maniche da quelle parti, lascia stare il traffico caotico, i prefabbricati grigio cemento, le insegne luminescenti in mega formato, parcheggi, asfalto, lampioni, mignotte… e tanto altro, concediti invece a nostalgie visionarie di atmosfere autunnali fatte di nebbie, rogge, cascine, campi arati, brine, odore di brodi caldi, vino rosso spumeggiante, carni lesse insaccati… non un paradiso muticolore, senza sole e prati verdi e ruscelli e fiori, no non può esserlo, ma fosse fatto cosi l’ inferno sarebbe il migliore possibile, da non volersene staccare facilmente.

Ma c’è tempo per il calduccio del camino e le nebbie della bassa, i viali di gelsi i canali…

Ora, non so bene se più per golosità o per sete mi scolo due birre come antipasto e, non mi può sfuggire la presenza sulla parete accanto, di una cartina geografica di quelle che un tempo stavano appese nelle classi quarta e quinta elementare, datata forse 1913 o giù di li, riprodotta su formelle ceramiche alla maniera di certi Azulejos portoghesi, raffigurante l’Impero che fu in tutta la sua estensione da Est a Ovest e da Nord a Sud, una grossa linea rossa ne marca i confini e una grande vena blu segno evidente di un fiume che appare imponente solo a vederlo in mappa il quale lo attraversa per buona parte.

Le catene montagnose più elevate sono di un color marrone intenso con spruzzate di bianco come bambagia ad indicare i ghiacciai e le nevi perenni, attorniate poi dal giallognolo degli altipiani e dal verde pisello delle pianure basse e, stampigliata in basso a destra l’etichetta della casa editrice di Vienna. Tutto scritto in bell’italiano.

Strano appunto che a Vienna si stampasse anche italiano! Lo si sarà fatto per le scuole inferiori del luogo di lingua italiana.

Mi viene la sensazione (magari inesatta come tante sensazioni colte precipitosamente) che forse non si volesse o non si potesse imporre a forza nessuna forma di omologazione linguistica e culturale tutto sommato, l’impero era grande, crogiolo di lingue e dialetti, predominanza del germanico di sicuro ma, ad ogni angolo, ad ogni principato provincia o periferia lontana la lingua locale fosse riconosciuta e rispettata.

Colta e dotta, parlata da una esigua minoranza e soppiantata del dialetto nella parlata comune poco importa. O forse si trattava solo di un mezzo per distinguere per marcare la differenza, anche attraverso un idioma letterario, poco importa se parlato da pochi e soltanto in qualche circolo di aristocratici, o intellettuali irredentisti.

Ma si sa la storia ormai lo dimostra, ogni impero prima o poi ha il suo declino, lento e inesorabile oppure traumatico, per una sorta di naturale implosione, con l’andare del tempo riemergono poi solo nostalgie, rimpianti e voglie di identità che si vogliono recuperare o conservare in un mondo in costante e frenetico cambiamento, che convenzionalmente chissà perchè poi si vuole per forza definire a tutti i costi globalizzato.

Alla fine poco importa, acqua passata appunto, rimasugli di nostalgie di altre epoche, idealizzati fin troppo forse, come fossero stati sempre permeati di pace e ordine sociale, un vivere sereno senza privazioni per nessuno, società rurali autosufficienti quanto a risorse, solidali e eque, sotto l’egida di una amministrazione saggia, precisa severa ma efficiente nell’assicurare equità e giustizia a tutti. Va beh immaginiamola pure cosi, abbandoniamoci ad un incanto nostalgico, evitiamo pure di pensare al passato pieno di malattie analfabetismo, malnutrizione, privazioni, stenti carestie guerre.

A volte è un bisogno ineludibile convincersi che sia esistito un luogo e un’epoca felici, sostenuta da leggi e valori positivi, tradizioni e identità consolidate, senza mutamenti sociali traumatici, criminalità e violenza a livelli fisiologici e basta, le classiche eccezioni che confermano le regole, ben circoscritte, in qualche modo lo si vuole esistito e ancora esistente, non qui nella propria sciagurata patria ma magari fuori in qualche paese vicino che come ne caso del classico dirimpettaio ha il giardino sempre più bello.

sono le… e tutto va bene!”

Luoghi di storia, una storia tutta da imparare, dalle reminescenze medioevali, immaginando feudatari, investiture civili e religiose, tributari di imperatori, vescovati ricchi e potenti, età comunali, dazi, commerci, scorrerie, razzie, battaglie, e ora manieri diroccati, conventi, castelli su piccole alture sporgenti dai pendii coltivati a vigne.

Il succedersi di saliscendi lungo la strada è continuo, si arriva in una nuova valle ampia e lunga, più che una valle si direbbe una larga conca dal fondo piatto di una piana, di cui la foschia agostana non fa intravedere la fine , a occhio si direbbe sia la più estesa fertile e popolosa della regione, tappezzata da coltivi di mele, la strada che la percorre è trafficata, paesoni e cittadine si alternano alle coltivazioni, irrigatori che spruzzano acqua in sopra i meleti, con getti alti somiglianti a ectoplasmi di colli di giraffa semitrasparenti, si prosegue nel pomeriggio avanzato calcando sull’acceleratore dove la strada e il traffico lo permettono, 80…90 sui rettilinei, il beep dell’indicatore di velocità regolato a 90 che ogni tanto suona, e intanto il pensiero torna a immaginare i tanti giovani conterranei o non di qualche generazione indietro inclusa la tua che videro come te i loro vent’anni spensierati e felici spendersi per mesi lunghi come anni in quello che un tempo era il sacro dovere, l’obolo virile da pagare alla sicurezza e alla difesa patria, i tanti “naioni” che questa strada o la ferrovia che corre parallela percorsero per andare in licenza al venerdì pomeriggio o rientrare nei ranghi la domenica notte prima del contrappello, annoiati ed eccitati allo stesso tempo come solo il vigore dei vent’anni sa eccitare, alpini fieri e orgogliosi o alpini controvoglia, in divisa durante le libere uscite e poi in ultimo in borghese, ma comunque riconoscibili fin da lontano dal taglio di capelli, corto e dallo stile uniforme e scarno.

Questo in un epoca di gioventù ribelle e contestataria che nel capello lungo e trasandato aveva il suo emblema, e come buffi galli canterini a scandire le ore dell’alba e del giorno a urlare nelle camerate o per strada una sola unica parola. Ancora ti pare di sentirlo quel grido a volte quasi delirante, urlato con divertimento o con rabbia preceduto da una cifra indicante i giorni mancanti al congedo, più bassa era quella cifra e più si acquistava rispetto e invidia presso i commilitoni, gioco scaramantico, divertimento, puerile sadismo verso chi restava dopo di te, motto di liberazione da una frustrazione e da un’ansia per i mesi e i giorni contati nell’attesa di un alba simbolica e reale allo stesso tempo: Fineee!!!

Il chilometraggio richiesto per arrivare a destinazione è cospicuo, 50 chilometri almeno, ci si orienta in modo speditivo avendo a riferimento le indicazioni del valico di frontiera, frontiera prima di Schengen ovviamente, con la scritta “open” “offen”, “aperto”, ma non è li che devo arrivare, si continua guardando sempre avanti, del resto è singolare come il viaggiare sia principalmente un andare diritto, le svolte sono sempre eccezioni, andare dove ti indica il naso si diceva scherzando una volta, sempre tenendo la via maestra, è facilissimo, non sbagli mai, ma non saltare una deviazione o sono problemi poi dovere invertire correggere ritornare sui propri passi, in fondo la vita è un po’ cosi, facile proseguire nel solco delle proprie certezze, lo fai ad occhi chiusi quasi, segui una meta principale come direzione un’idea di base come stella polare, poi ci sono le svolte, i cambiamenti, gli aggiustamenti le correzioni di rotta per raggiungere il proprio destino particolare, unico, voluto e desiderato, tagliato su misura e da cogliere al volo senza farsi sorprendere o rischi di perdere la bussola, di finire spacciato.

La stanchezza e la fatica cominciano a farsi sentire con addosso i postumi delle camminate del giorno prima. Deviando, svoltando, retrocedendo, avendo a riferimento una località nelle vicinanze alla meta designata, finalmente il cartello indica la direzione di destinazione finale, come la meta di un pellegrinaggio, una sorta di Gerusalemme in sedicesimo.

L’animo si rilassa, non è tardissimo, l’alloggiamento lo si può trovare penso con un certo ottimismo. Arrivo finalmente a passare la cinta murata attraverso l’ormai per me familiare accesso, la porta di… boh, chi si ricorda! Potrebbe essere di Brandeburgo se fossimo a Berlino o Venezia se fossimo a Milano ma qui siamo su scenari molto più modesti, insomma una porta che porta (gioco di parole) comunque in direzione di un paese vicino e da questo di conseguenza prende il nome, una delle delle tre della cinta muraria del borgo …medievale… no correggo cinquecentesco per essere precisi, è diverso!

Ma insomma era ancora medioevo il millecinquecento, chi lo sa, forse per qualcuno si, per altri no, magari neppure oggi è finito del tutto il Medioevo.

Ok poco importa, Medioevo o meno, resta il fatto che la piccola cittadella racchiusa nella sua cinta muraria, bella e antica come poche purtroppo, o tante che per fortuna ancora ci sono in Italia, con le porte rivolte verso le direttrici di collegamento, apparato difensivo munito di tutto il necessario per proteggersi: posti di guardia, camminamenti sopraelevati fatti da balconate di legno lungo i muri con feritoie per balestrieri ecc. , muri spessi di pietra grezza intonacata, con tetti a punta sui piccoli torrioni agli angoli e sopra i corpi massicci delle porte di accesso, come i castelli raffigurati nei libri delle favole o nei sussidiari delle elementari, cose che talvolta ci si divertiva da piccoli a disegnare e pitturare con contorno di merli ponti levatoi, bandieruole fluttuanti al vento, immaginazioni di cavalieri, giostre, dame fascinose, come non pensare al medioevo, milleduecento o millecinquecento che differenza fa? Senza eccedere in fantasie puerili è comunque difficile non tornarvi un sapore che sa di antico, vagamente gotico e tenebroso a tratti, volutamente e gelosamente conservato, che si esprime nella piazza con la fontana, nelle facciate di taluni edifici dall’ aspetto signorili, palazzi con finestre che sembrano nascondere stanze fosche, dimore di anime vaganti e senza pace.

E poi i vicoli meno in vista con gli orti, la vecchia roggia che da vita alla ruota di legno del mulino, il fiume dall’ acqua un po’ torbida che scorre impetuosa a lato delle mura , di un torbido indefinibile, chiaro e un po’ verdognolo tipico di certi torrenti di montagna, dato forse dalla forza della corrente che solleva e porta con se minuscole particelle si sabbia.

Piccoli cortili di case rustiche e vecchie stalle o fienili vuoti che esalano ancora odore di fieno, dismessi o restaurati per “bed and brekfast” o dimore di vacanza di gente forestiera, vecchie scale a pioli usate in campagna, ora in disuso e lasciate appese alle facciate come cimelio forse dimenticate. Nella via centrale un misto di via vai di un discreto numero turisti di passaggio di provenienza eterogenea nella e poi in disparte e defilati angoli deserti quasi dimenticati in cui ti addentri per un attimo ma senza soffermarti troppo a lungo temendo di apparire intruso ad occhi nascosti dietro i muri dei cortili, ma è solo un timore immotivato, una timidezza, un senso eccessivo di riguardo da persona esageratamente timorosa di apparire invadente.

Qui ancora una volta ho deciso di pernottare, ritemprarmi un minimo dopo due giorni di movimento intenso e lo farò! Lo farò nell’albergo che già conosco, un anno dopo, un’altra volta ancora. Mi viene nel frattempo da pensare di adempiere a un dovere di riconoscenza e di cortesia non so verso chi esattamente, familiare? Parente? Amico? con qualche souvenir da prendere nel negozio vicino, magari buffi e caricaturali animaletti e figure di latta colorata, qualche pezzo di speck affumicato e incelofanato sottovuoto, prezzo quasi da supermercato, ricordo che l’anno prima comperai delle stelle alpine in vasetti da una bancarella in piazza, quest’anno nessuna bancarella ne mercatino.

Ma si vedrò, posso farne anche meno, di souvenir ne ho già comperati l’ultima volta, uffa che noia ripetermi nuovamente con le stesse cose!

Salgo la scala esterna dell’hotel, entro nell’androne, un lungo corridoio da vecchio maniero, pareti bianche e legni chiari delle porte, pulito accogliente quanto basta, un pochino austero e tetro come un castello della Transilvania forse ancora qualche anima vagante di cavaliere ci abiterebbe, un Conte Dracula potrebbe fare la sua comparsa magari, o un mostro di Frankenstein barcollante nei bagni al piano inferiore. Con la fantasia è facile esagerare! Qualche armatura di vecchi cavalieri ci potrebbe stare bene qua e la a completare l’arredo degli spaziosi corridoi tanto per caricare di effetto “noire” l’insieme.

Sulla porta incrocio un cameriere dalla pelle scura, forse indiano, pakistano bengalese, anche di seconda generazione perché no, mi saluta con un cenno distratto sillabando un “Gutentag” …oddio! un leggero sussulto mi prende, me l’ero dimenticato, in zona bilingue siamo! Ma diamine sarà anche bilingue, ma tra le due lingue una precedenza dovrebbe esserci, un fatto di ossequio dovuto a quella prevalente su scala nazionale, almeno nei confronti di un forestiero avventore che avrà anche la pelle e i capelli tendenti al chiaro ma che non si deve presumere venga per forza dal Norico, sarà forse appunto colpa dei miei tratti somatici poco italioti, il mio vestire fin troppo casual in sandali maglietta e pantaloncini un poco slavati e scoloriti, può anche darsi si.

Ma a parte tutto mi sto convincendo senza sorpresa che la prevalenza nell’uso della lingua è ampiamente ribaltata a vantaggio di quella storica del luogo, se poi ci volessimo mettere anche il doppio passaporto rivendicato da quel tal ministro dello stato confinante del Norico, se ne deduce che il bilinguismo è ormai defunto diventato quasi una istituzione formale almeno nei centri minori, per cui c’è da domandarsi se entrasse in vigore il diritto al doppio passaporto, alla lunga quale dei due passaporti sarà destinato a prevalere nella sostanza. La risposta viene quasi automatica.

Con un po’ di sconforto ma senza nessun dramma, tralasciando i grossi centri urbani della zona c’è da prendere atto di un monolinguismo di fatto, ben radicato e diffuso, con piccole dosi di “italianismo” ancora sparse qua e la, usate con fatica, quasi a forza biascicate solo per dire con sorriso ebete “ehm mi spiace parlo poco italiano!”.

In situazioni simili ti verrebbe voglia di recitare, anche goffamente, la parte di un falso straniero, per farti beffa di chi ti sta davanti e a malavoglia biascica quattro parole di italiano, oppure vorresti fare l’italiano snob e cosmopolita che di fronte a qualsiasi parlata estranea sfodera a mò di pistola scacciacani o di passepartout l’arma linguistica universale, ovvero un inglese sgangherato e maccheronico, pazienza poi se di inglese conosci a malapena trenta vocaboli mal combinati, ma che importa, la mimica facciale e le gesticolazioni faranno il resto; suderò e mi sbraccerò nel farmi capire ma non si meritano l’italiano questi, no piuttosto chiedo ausilio ad una lingua terza neutra e imparziale ma non mi arrendo e non gliela do vinta.

Lingua aliena l’italiano da queste parti si vede, accantonata come si accantona un arnese di cui ci si accorge che non è utile, una sorta di acquisto sbagliato che trovi utile ogni tanto in casi di estrema necessità, ma che subito frettolosamente rimetti al suo posto senza ripulirlo e tenerlo in buon ordine.

Non ti puoi non stupire, e dopo un istante non rassegnare, nel constatare che la storia ha ripreso il suo corso da queste parti, come un torrente il suo alveo, pazienza, era bello pensare di essere italiani tra concittadini se non italiani madre lingua almeno mezza lingua o doppia lingua, invece no purtroppo.

E ancora pazienza se anche alla TV in camera d’albergo accesa quasi per un istinto automatico da semi dipendenza catodica, ti compare il canale uno di un’emittente forse del Wuttemberg? o della Baviera invece? Boh vallo a capire! allora provi il due e siamo ancora sulla stessa falsariga, il tre…niente, uguale, stessa parlata foresta! Almeno con il quattro ti dici ci si potrà aspettare di sentire una parlata familiare, un canale RAI… no nemmeno, e cosi il cinque, il sei il sette… forse al diciassette, no parlano addirittura francese, oddio! …per ritrovare la sicura strada di casa dell’etere e ritrovare mamma RAI devi arrivare almeno al canale 25… Decisamente esagerata la cosa, come lo sono i fantozziani novantadue minuti di applausi, e allo stesso tempo un po sconfortante, ma chissenefrega, e mi tuffo sul letto a due piazze, atterraggio morbido.

Meglio non dilungarsi troppo sull’argomento, accoglienza nell’hotel discreta, addetto alla reception che registrandomi si accorge di avermi ancora nel data base del suo pc, essendo io già stato li l’anno prima, per cui nel ritrovarvi il mio nome e cognome gli scappa, con una voce che ricorda quella di tale Reinold Messner, un “ahaaaa!” di felice meraviglia, che non necessita di traduzione una volta tanto.

Cena e pernottamento più che buoni, pietanze ben cucinate e ottimamente gustate e digerite, per cui non posso lamentarmi almeno su questo.

(souvenir… )

Per non rientrare a casa a mani vuote, noto e mi faccio attirare da un esposizione di dipinti ad acquerello in quella che sembrerebbe una piccola mostra in bella evidenza nelle vetrine di un vecchio edificio lungo la strada selciata proprio sotto l’hotel.

Mi voglio regalare un bel dipinto ad acquerello piccolo formato da incorniciare, il tema prevalente dei dipinti neanche a farlo apposta è rappresentato dal borgo, con le sue vie la sua chiesa le sue porte, le mura il paesaggio di campagna. Si mi convinco, niente male per qualche euro, un quadretto in più da mettere nell’anticamera di casa. L’artista che dice di essere di un paese lì vicino dal nome difficile da ricordare, si mostra compiaciuto del suo lavoro, intento com’è a completare un ritratto a cui si sta dedicando, dove è raffigurata a mezzo busto l’immagine di un uomo anzianotto in divisa, dal sorriso serafico, presidente mi dice di una associazione di “sport-schùzen” dei paraggi, dediti, solo per sport e divertimento, al tiro col fucile o carabina, nient’altro che questo, non sono bersaglieri di professione, che possa essere forse anche un involontario deterrente contro furti e rapine in casa? Può darsi, ironicamente mi dico, perché no!

Il bravo pittore Mi spiega che un acquarellino formato A4 almeno “quattvo o cinqve ore di laforo le richiete”, per cui se due più due fa quattro, e se per paragone un artigiano o un imbianchino all’ora chiedono tot… è presto spiegato il prezzo.

Affare fatto, mi incarta ben bene il piccolo dipinto che ritrae con colori morbidi una porta delle mura, ed io contento per non avere rinunciato al souvenir nemmeno stavolta, mi preparo al rientro.

Rientro a domicilio con partenza di mattina, solito tragitto ormai collaudato da diversi anni passando per un tratto nello Stato Confederato, soliti paesi da cartolina, paesaggi di verde splendente, ultima camminata per sgranchirsi le gambe, fermata intermedia per sgolarsi l’ennesima birra, rigorosamente locale; tipico dettaglio di tradizioni che si mantengono nei decenni se non nei secoli, insegna del marchio di birra cantonale, sempre quella, li ti dice c’è un bar, un hotel, un ristorante, servita fresca alla spina, sottobicchiere col marchio sempre suo, nessun’altra ne scozzese ne belga ne irlandese, solo e soltanto quella dell’insegna.

Rientro nei confini patri, passaggio di rito per una certa località di acquisti in zona franca esentasse, pieno di carburante a prezzo super scontato, solito formicaio di parcheggi tra case e prateria e traffico di turisti d’assalto, ma mi sento un po’ più in familiarità, dico almeno qui sono un po’ più a casa mia, zona di confine, banalizzata da tanta edilizia di profili bassi senza cubi e torri almeno stavolta a dieci piani ma caotica lo stesso nel suo dilatarsi a macchia d’olio. Alberghi, punti vendita, divertimenti, tutto favorito dell’esenzione fiscale, certo è che se il prezzo da pagare è questo, chissà se ne vale la pena, ma il gioco vale la candela si vede tutto sommato, portare carburanti a duemila metri affinchè qualcuno faccia il giro lungo per farci il pieno, non ha un gran senso forse.

Mi sistemo alla bene meglio in un ristorantino per il mezzogiorno, dopo una attesa prolungata un giovane ragazzotto che non diresti del personale mi chiede finalmente “tu vuole mangiare?” o si certo che lo voglio, sono qui in piedi da dieci minuti e ancora non mi hai notato, penso tra me e me, per scusarsi della cosa, senza che io abbia lamentato nulla, il ragazzo mette mani avanti “oh io non sapere che lei volere mangiare” … oh mi dico, ci risiamo, ormai è una costante, due giorni prima la signora di Praga, poi il cameriere brizzolato dall’accento indefinibile, poi camerieri forse chissà indopakistani dalla istintiva parlata teutonica, adesso a quanto vedo chiudo in bellezza! Saziato l’appetito, riprendo il viaggio verso le mie amate Prealpi, col dipinto come souvenir e un germoglio di pino raccolto lungo un sentiero, lo metterò in vaso e poi vicino al bosco, crescerà bello e vigoroso, ne sono sicuro!

(Pier 59)

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