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La storia del prete sembiante

 

Nessuno sbeffeggi ne ingiuri,

se la storia del prete sembiante

comincia con me piccolo infante.

Suvvia abbiate rispetto e umana pietà

non è per mia volontà

ma non so come ne quando, se a novembre o a maggio

un marchio siffatto si stampò sulla pelle del viso

e del profilo del capo a forma di chierico orante,

madre natura mi fece l’omaggio.

Di spalle ricurve e di scapole alate

il mio corpo porta la forma

di suono di voce liturgica la mia gola è animata

ma di casti pensieri il mio sguardo non trasmette l’impulso!

Di antica casata,

nipote del secolo delle grandi speranze,

figlio di quello grandioso e tremendo,

del ventunesimo respiro le angosce.

Candide preghiere l’infanzia riempìrono,

che al Custode Angelo e ai cari defunti l’innocenza rivolse,

che nel paradiso sopra il ligneo soffitto sapevo beati.

Di catechismo la madre fu solerte maestra,

nella chiesa del Borgo alla messa servita

in candida veste mi dilettai con orgoglio,

di un palco mi pareva la scena

della sola comparsa non mi appagavo

al latinico orare prestavo l’orecchio

distratto ammiravo le volte affrescate,

ma dalla mia bocca solo mute parole.

Del grande mistero non coglievo l’effetto.

Al carnevale la recita in classe

non prete stavolta

ma la laica sembianza di Balanzone.

Della dotta maschera bolognese odiavo la parte

non Arlecchino, Pulcinella o Pantalone,

ma imbottito di carta sul ventre,

l’occhialuto panzone!

Mesi di maggio,

rosari e candele alla Vergine Pia,

crepuscoli freschi e di erba alta odorosi

voli di lucciole e maggiolini tra rami ombrosi

canto di grilli lungo la via.

Ai di della festa del Santo Patrono

Arrivò un consacrato da terre lontane,

mi chiese con fare ispirato:

vorresti fa il prete?”

Timido non detti risposta,

Scosso ne ebbi paura,

a casa arrivai ansimante

alla mamma gridai:

mi vogliono prete e in convento rinchiuso!”

Il giorno appresso risposta non diedi!

Il caro fratello maggiore

si divertiva a prendermi in giro

vedendo spedito dai frati minori

un giornaletto a me destinato

e ridendo beffardo diceva:

ti vogliono frate non c’è niente da fare!”

Alle coetanee non di rado pensavo

ma con le bruttine la mia vanità si spendeva

e mi dicevo frustrato “che mi debba far prete?”

Una bella donzella mai strapperò dalle fauci del drago!

Crescono gli anni i sogni e le voglie

sempre in classi maschili fui destinato

e a farmi memoria della mia condizione

l’insulto di qualche compagno irritato

o di bifolco insegnante che mi dice sornione:

seminarista mancato”

Nemmeno la naia mi risparmiò lo sberleffo

Il corpo Alpino mi volle tra i suoi,

tra i deliri dell’agognato congedo

qualche compagno che mi grida arrabbiato:

muto don Giorgio!”

…prestandomi il nome del cappellano!

Il buon parroco del tempo andato

persona vivace e dai modi bizzarri

alla veste talare vanamente mi indusse

in altro modo la domanda mi pose,

chiedendomi ormai rassegnato:

ma quando ti sposi?”

Al tirar delle somme vi prego o voi che ascoltate,

siate indulgenti se della mia voce

non di bronzee campane il timbro somiglia,

ma di orientali orazioni la eco riporta,

nulla di tragico per me ne ora ne mai

sopravvivo gagliardo a questo buffo destino.

se poi a ciò si aggiunge la mia figura curiale

non sarà nemmen questo un atroce supplizio,

se perfin Rivera calciator di fama mondiale

ai tempi suoi fu chiamato abatino.

Se di un prete do tante impressioni

che sia almeno uno vero e non la macchietta

non evirato da umane passioni

ma delle stesse lo specchio

nella maniera più schietta

Il monsignore poi serbatelo ad altri

possa bastare per me assai meno.

Solo una cosa in fondo non voglio:

che mi si creda predicator di sermoni,

sermoneggiare mi piacque giammai,

tantomeno ambire al mitico soglio,

solo a me stesso so parlar dagli amboni

e amo trattare sol ciò che tocca i miei guai.

E se quel che dico contraddico e ridico

ha la parvenza delle retoriche forme

pensate un momento anche a come voi fate

e di me insolenti non mai vi beffate

rispondendomi AMEN!

(Horemus59)

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